Die tote Stadt (La città morta)

Erich Wolfgang Korngold, Die tote Stadt

★★★☆☆

Berlino, Komische Oper, 30 settembre 2018

(live streaming)

Il Korngold glitter-and-be-gay di Carsen

Scritta a 19 anni! Non sempre ci si ricorda di questo particolare quando si affronta quest’opera di Korngold. Die tote Stadt aveva debuttato in contemporanea ad Amburgo, diretta da Otto Klemperer, e a Colonia, qui alla guida dell’orchestra c’era Egon Pollack, il 4 dicembre 1920. Il libretto era stato scritto dal compositore stesso e da suo padre sotto lo pseudonimo Paul Schott. Il romanzo di Rodenbach Bruges la morte (1892) era già stato adattato a dramma teatrale dall’autore e tradotto in tedesco come Die stille Stadt (La città silenziosa) poi diventato Das Trugbild (Il miraggio). Il giovane Korngold ne aveva iniziato la scrittura nel 1916, ma a causa del servizio militare dovette sospendere la composizione e riprenderla un anno dopo.

Il tema del superamento della morte della persona amata e della venerazione del passato trovava un pubblico sensibile dopo il trauma della Grande Guerra e ciò fu alla base della grande popolarità dell’opera all’epoca. Due anni dopo debuttava al Metropolitan di New York e nel 1924 veniva portata sulle scene di Berlino da Georg Szell con Lotte Lehmann e Richard Tauber. Etichettato dai Nazisti come esponente dell’arte degenerata per le sue origini ebraiche, Korngold prese la strada dell’esilio americano e si trasferì a Hollywood dove iniziò una nuova carriera diventando uno dei maggiori autori di colonne musicali per film.

«Questa cupa vicenda, con i suoi potenti vertici melodrammatici, si colloca forse nell’atmosfera luttuosa di una società ancora ferita dagli eventi della grande guerra, in un clima dolente di orrifico dormiveglia. L’opera risente dell’impronta espressionistica che ispira un po’ tutta la creatività del periodo, soprattutto in Germania, dalle arti figurative al teatro al cinema. I suoi passaggi allucinatori sono esaltati da una musica di memorabile suggestione, dolorosamene intensa, mai clamorosa, distillata in motivi e melodie brevi a formare una struttura melodico-drammatica forte e compatta, a tutto vantaggio della plausibilità e tensione narrativa della trama, in apparenza evanescente e ambigua, in bilico fra sogno e realtà, straziante memoria e sprazzi di lucida, rabbiosa coscienza. Ricca di arie anche orecchiabili e divenute popolari perfino fuor di contesto, l’opera ebbe subito enorme successo e contribuì a consolidare la fama precoce di Korngold, giovane prodigio espresso dal fatato ambiente musicale austro-germanico di Mahler e di Richard Strauss. La partitura, che fu eseguita dall’autore in una riduzione per pianoforte alla presenza di Puccini nell’occasione di una sua visita a Vienna nel 1920, fu giudicata dal musicista italiano “la più forte speranza della nuova musica tedesca”. Padrone di tutte le tecniche e linguaggi musicali, Korngold si cimenterà in seguito nella confezione di abili arrangiamenti di operette, in composizioni orchestrali e cameristiche, e in un’altra opera di ispirazione espressionistica, Das Wunder der Heliane». (Francesco Cavallone)

Dopo un periodo d’oblio, Die tote Stadt fu riproposta a Vienna nel 1967. Era finalmente venuto il momento di apprezzare di nuovo il neo romanticismo di quegli anni ’20 del secolo scorso. Ora il lavoro di Korngold gode di un nuovo interesse: dopo allestimento visionario di Pier Luigi Pizzi a Venezia (2009), quello intrigante di Kasper Holten a Helsinki (2010), quello recente e cerebrale di Mariusz Treliński a Varsavia (2017) e in attesa del Graham Vick alla Scala, Robert Carsen debutta alla Komische Oper con una produzione che riprende temi già visti nei suoi allestimenti. Nella scenografia di Michael Levine la stanza, elemento unico di tutti e tre i quadri, non è molto diversa da quella della sua Rusalka, anche se è montata sulla solita piattaforma rotante e si apre per far entrare la processione, e al funerale di Marie compaiono gli amati ombrelli. L’omicidio di Marietta mostrato all’inizio non è pura immaginazione della mente di Paul: è avvenuto realmente e quando Frank arriva nel finale ha il camice bianco di uno psichiatra per portarlo via. Come sempre negli allestimenti di Carsen grande importanza ha il gioco luci, qui mirabile e affidato al solito Peter van Praet oltre che a Carsen stesso. I costumi di Petra Reinhardt e Rebecca Howell si richiamano all’epoca della Repubblica di Weimar con un tocco di lustrini nella scena della commedia dell’arte con Marietta che scende dall’alto a cavallo del lampadario in una pioggia di paillettes dorate.

Un Paul lirico e scenicamente convincente è quello di Aleš Briscein, heldentenor dalla linea di canto luminosa e a suo agio negli acuti e nei passaggi in falsetto, ma senza la voluttà vocale che ci si aspetta da questa musica che confina con l’operetta – Richard Tauber, uno dei maggiori interpreti del ruolo di Paul, era anche un meraviglioso cantante d’operetta – e la ripresa finale di «Glück, das mir verblieb» oltre che correttamente intonata dovrebbe suscitare brividi di struggimento negli ascoltatori, cosa che qui non avviene. In parte si può dire la stessa cosa anche per la Marietta di Sara Jakubiak, vocalmente e scenicamente efficace, ma che non lascia un ricordo indelebile del personaggio. Günter Papendell è autorevole come Frank, meno convincente come Fritz nella serenata. Nella fossa orchestrale Ainārs Rubiķis offre una lettura tersa dell’opulenta partitura, con tempi attenuati nei momenti lirici e senza eccedere nelle perorazioni più infuocate, ma giocando abilmente con i timbri strumentali, come nei momenti in cui le percussioni danno un colore straniante a quanto avviene in scena. Il giovane direttore lèttone dimostra una grande personalità. Da tenere d’occhio.

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