Rigoletto

Giuseppe Verdi, Rigoletto

★★★☆☆

Bregenz, Seebühne, 19 luglio 2019

(registrazione video)

Rigoletto iperattivo al circo

Rigoletto al circo non è una novità, ci aveva già pensato Robert Carsen nel 2013 al Festival di Aix-en-Provence, ma se là l’ambientazione voleva mettere a nudo la scandalosa crudezza della vicenda, qui a Bregenz per la prima volta sul palcoscenico galleggiante sul lago di Costanza e davanti a una folla di 7000 turisti, le intenzioni sono ben diverse: il gigantismo e la spettacolarità la fanno da padroni e la musica assume un ruolo di secondo piano. Non si parla certo di scavo psicologico e i personaggi sono burattini di uno spettacolo solo “da vedere”.

Costata otto milioni di euro, la scenografia di Philipp Stölzl cattura tutta l’attenzione dello spettatore con un’esibizione di grandiosità, arditezze tecnologiche, fantasmagorie luminose e acrobazie unica nel panorama lirico mondiale.

A fior dell’acqua ci sono tre piattaforme: una per la testa (alta 14 metri) e due per le mani (9 metri). Il colletto e le maniche sono le basi su cui si muovono gli interpreti, il coro e la folla di figuranti. La testa di clown ha una grande mobilità, con gli occhi e la bocca che si aprono e chiudono per cambiare l’espressione. Quando il naso viene asportato assieme ai bulbi oculari e ad alcuni denti questa si trasforma in un teschio sardonicamente ghignante. Le dita della mano destra si muovono liberamente (tanto che a un certo punto fanno anche il dito medio…) e il polso ruota di 360°: esse formano la casa/rifugio/prigione di Rigoletto dove Gilda – Biancaneve alla Disney ma con le scarpette rosse della Dorothy de Il mago di Oz – è sequestrata con un cavo di sicurezza alla vita che è parimenti una precauzione del padre possessivo. La mano sinistra invece trattiene un pallone che si alzerà come un aerostato con Gilda nella cesta a gorgheggiare il «Caro nome». Stölzl si occupa anche del gioco luci, impressionante per efficacia e spettacolarità. I costumi di Kathi Maurer sono fatti per essere ammirati a cento metri di distanza, certo non per sottolineare la psicologia dei personaggi. Con alcuni piccoli adattamenti questo potrebbe essere uno degli spettacoli del Cirque du Soleil!

La registrazione vista alla televisione taglia la parte prima dello spettacolo in cui una banda travestita da clown e giocolieri (gli studenti del Voralberger Landeskonservatorium) è passata tra il pubblico a straziare Dein ist mein ganzes Herz (Tu che m’hai preso il cor) di Lehár, ironico omaggio al passato del Festival di Bregenz inizialmente votato all’operetta, per poi affrontare la “pira” del Trovatore e infine la musica iniziale del Rigoletto. Intanto in cima alla testa sul lago era comparso un omino che in varie lingue ha invitato il pubblico a divertirsi e a scattare tutte le fotografie che vuole (!). Un clown appeso a un filo arriva sulla piattaforma. È Rigoletto. Lo spettacolo può incominciare.

Il poliedrico regista – oltre al film North Face (2008) ha girato video di Madonna e altre celebrità pop – mostra tutta la sua ricchezza visionaria con una lettura non esente da un ossessivo horror vacui: non c’è nota della partitura che non abbia un confronto visivo, non c’è aria o cabaletta che non sia accompagnata da una controscena, tanto che è difficile concentrarsi sulle prestazioni dei cantanti e dell’orchestra.

Ma cominciamo da quest’ultima. Se non sapessimo chi ne è alla guida, i primi minuti di musica farebbero pensare a un direttore di area germanica per il quale Verdi è il solito compositore di zum-pa-pa: la musica della festa tocca momenti di grande volgarità (voluta, certamente) e in seguito sembrerà sospinta da un trasporto che pare tener conto dei tempi contingentati degli spettacoli di Bregenz. Qui senza grandi tagli, la partitura è esposta con ritmi, appunto, irruenti e colori molto accesi. Chissà però se è tutto nelle intenzioni di Enrique Mazzola a capo dei Wiener Symphoniker o piuttosto si deve molto alla regia audio, al fatto che l’orchestra sia a centinaia di metri di distanza, senza contatto visivo diretto con i cantanti distanti laggiù in mezzo al lago e col loro microfonino. In queste condizioni è già miracoloso il fatto che non ci sia scollamento tra “buca” e “palcoscenico”, ma disquisire su dinamiche e colori mi sembra piuttosto velleitario essendo sottigliezze strumentali e pianissimi livellati dalla captazione prima e dalla amplificazione sonora dopo.

Quasi la stessa cosa si può dire delle voci, aiutate sia dal microfono a pochi centimetri dalla bocca sia dai filtri che in tempo reale “migliorano” la voce e ne addolciscono le asperità. Qui, però, c’è in più la prestazione fisica dei cantanti: Gilda si deve esibire in numeri di autentica acrobazia, sospesa com’è a venti metri sul vuoto. Nella serata del 19 luglio tocca a Mélissa Petit, soprano di Saint-Raphaël, coniugare acrobazie sonore e trapezistiche uscendone indenne ma senza lasciare un ricordo indelebile per quanto riguarda espressività ed emozione. Gilda è l’unico personaggio che non appartenga direttamente al mondo del circo – il Duca è il direttore, Rigoletto il clown, Sparafucile il lanciatore di coltelli, Maddalena la sua assistente, Monterone un prestigiatore, Marullo e Borsa due clown truccati come Klaus Nomi, scimmie assassine ammaestrate, fenomeni da baraccone, domatori… il regista non si fa mancare nulla – ma sembra anche lei una delle bambole meccaniche.

Più facile le richieste sceniche del Duca, che deve solo indossare variopinti costumi con “Duca” stampato dietro, come tutti. Il personaggio del Duca non ha nulla di riprovevole in questo mondo artificiale e in un certo senso asessuato. Stephen Costello, tenore di Philadelphia, è vocalmente vigoroso, il timbro è chiaro e piacevole, gli acuti precisi e luminosi, la dizione un disastro.

Il baritono bulgaro Vladimir Stoyanov cura maggiormente la dizione e delinea un Rigoletto plausibile ma senza eccessi (forse avrei evitato di fargli baciare i piedi della figlia, herr Stölzl), dalla vocalità autorevole ma abbastanza monocorde. Il basso-baritono ungherese Miklós Sebestyén è uno Sparafucile molto simpatico e dalla voce tutt’altro che cavernosa. Per risparmiare un po’, i due ruoli di Giovanna e Maddalena sono affidati a una sola cantante, l’austriaca Katrin Wundsam. Efficaci i comprimari e il Coro Filarmonico di Praga istruito da Lukáš Vasilek.

Bregenz si contende con l’Arena di Verona il primato di maggior festival lirico estivo all’aperto, ma la cittadina austriaca ha un enorme vantaggio rispetto a quella veneta: per quanto costoso, qui c’è un solo allestimento che viene utilizzato per oltre cinquanta recite distribuite in due anni. Questo significa oltre 300 mila spettatori negli spalti e il decuplo davanti allo schermo televisivo nei paesi di lingua tedesca. Credo che a Bregenz la situazione economica sia ben diversa e non si parli di commissariamento.