Biennale Arte di Venezia 2024

Osmar Mismar, Unidentified Lovers in a Mirror, 2023

Biennale Arte di Venezia (parte II, Arsenale)

Venezia, Giardini, 26 giugno 2024

Donne e queer

Adriano Pedrosa, il direttore della 60esima edizione della Biennale Arte di Venezia, è brasiliano e gay dichiarato. Evidente è la sua scelta verso artisti “stranieri” e appartenenti alle minoranze queer o femminili.

Le donne ancora devono lottare per diritti elementari in certi paesi, come è il caso dell’Arabia Saudita la cui artista Manal Al Dowayan nella su installazione combina la caratteristiche geologiche e sonore del deserto con le voci delle donne del suo paese. Monumentali sculture a forma di petalo prendono la forma delle rose del deserto, le concrezioni tipiche dei deserti sabbiosi come quello che lambisce la sua città Dharhan. Sulla superficie si leggono testi sulle donne saudite ricavati da media locali e internazionali: una cacofonia di pregiudizi che formano l’archivio di una rappresentazione distorta e limitata delle voci femminili. Shifting sands: a battle song è un richiamo alla solidarietà, un’esperienza designata a ispirare coraggio: «Spero che quest’opera d’arte arricchirà le donne», dice l’artista, «a guardare sé stesse e a portare la loro comunità a trovare la voce e lo spazio in questa nuova fase storica che per l maggior parte deve ancora essere scritta».

Manal Al Dowayan, Sussurra il vento e si leva la voce, 2024

Osmar Mismar, artista libanese, riscopre la tecnica musiva ponendo l’accento sulla modernità: che cosa sono le tessere del mosaico se non pixel di un’immagine digitale? E su questo gioca quando “scombina” le tessere dei volti dei suoi personaggi per renderli irriconoscibili. Sia che si tratti di due amanti che si abbracciano in un tondo, un’immagine esplicita di vita queer ritenuta innaturale in Libano, oppure di due giovani che proteggono con sacchi di sabbia un dipinto dalla furia della guerra rendendo così omaggio alle azioni eroiche dei guardiani di un museo archeologico in Siria.

Osmar Mismar, Ahmad and Akram Protecting Hercules, 2019-20,

Dal medio oriente alla Cina: Xiyadie (pseudonimo scelto dall’artista e che significa farfalla siberiana) recupera l’arte popolare della sua regione, ossia i ritagli di carta per documentare l’evoluzione della vita queer in Cina a partire dagli anni Ottanta ritraendo scene d’amore sullo sfondo di luoghi dove i pratica il cruising o in spazi domestici. In Sewn (Cucito) Xiyadie descrive la difficoltà di accettare la propria sessualità intrappolato in un matrimonio eterosessuale: i suoi pantaloncini gialli pendono da una gamba mentre cuce il proprio pene con un grande ago e con un filo fatto di sperma e sangue. La stanzetta è dominata da una porta e da un tetto tradizionali cinesi. Su una parete una fotografia del suo primo amore. Con Kaiyang (2021) Xiyadie presenta a Venezia il suo lavoro più ambizioso largo tre metri in cui ritrae il famoso bagno turco Kaiyang di Pechino. La sua utopia queer.

Xiyadie, Kaiyang, 2021