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Antonín Dvořák, Rusalka
Napoli, Teatro di San Carlo, 3 dicembre 2024
★★★★☆
Da Partenope a Rusalka: Napoli, città sirena
Al San Carlo torna Rusalka di Dvořák nella radicale lettura di Dmitrij Černjakov, che abbandona la fiaba per un dramma contemporaneo sull’amore e sull’identità. Tra animazioni, spazi visionari e suggestioni wagneriane, domina Asmik Grigorian, straordinaria protagonista per intensità scenica e vocale. Dan Ettinger dirige con energia una partitura ricca di colori, mentre il pubblico tributa alla cantante un autentico trionfo.
A duemilasettecento anni dalla fondazione mitica di Partenope – quella più antica, il nucleo marinaro raccolto attorno all’attuale Castel dell’Ovo, mentre Neapolis sarebbe arrivata circa due secoli più tardi – due sirene sembrano contendersi curiosamente l’immaginario della Napoli contemporanea. Una è la Parthenope cinematografica di Paolo Sorrentino; l’altra viene da molto più lontano, dalle acque malinconiche della mitologia slava: è la Rusalka di Antonín Dvořák, che a dodici anni dalla precedente edizione torna al Teatro di San Carlo per inaugurare la stagione, ultima apertura dell’era Lissner.
L’accostamento è suggestivo, ma chi si aspettasse dalla seconda sirena ninfee, boschi incantati, lune riflesse nell’acqua e languori da fiaba romantica è destinato a una rapida delusione. Dmitrij Černjakov mette subito le cose in chiaro: «Rusalka, ovvero la fiaba che non vedrete». E aggiunge, con l’aria di chi chiude definitivamente la porta della cameretta dei bambini: siamo adulti e il tempo delle favole è finito.
Niente male come dichiarazione programmatica per un’opera che nasce precisamente come fiaba. Ma Černjakov è uno di quei registi che non si accontentano di trasportare un titolo nel presente cambiando gli abiti ai personaggi: vuole capire quale verità psicologica possa sopravvivere una volta evaporati laghi stregati, spiriti acquatici e magie. Nel libretto di Jaroslav Kvapil quasi nessuno possiede un vero nome: ci sono il Principe, la Principessa straniera, il Cacciatore, le Ninfe, come vuole la logica universale del racconto fantastico. Černjakov compie il movimento opposto: trasforma gli archetipi in persone, assegna loro biografie, legami, nevrosi.
Rusalka è così una giovane atleta di una squadra di nuoto sincronizzato. Le Ninfe sono le sue compagne; il mondo acquatico diventa una piscina; Vodník, lo Spirito delle Acque dell’originale, è l’istruttore che governa quel piccolo universo femminile e costituisce il principale riferimento maschile della ragazza. Almeno finché nella sua vita non irrompe il Principe. Letteralmente: il giovane, al volante di una Ferrari, la investe lungo una strada di una città contemporanea. È un incontro amoroso decisamente poco convenzionale, ma perfettamente adeguato a un regista che preferisce il trauma al colpo di fulmine.

D’altra parte Rusalka contiene fin dall’inizio qualcosa di profondamente wagneriano. L’opera si apre quasi come Das Rheingold: tre creature femminili dell’acqua cantano, giocano e provocano una voce maschile grave. E, soprattutto, anche qui tutto nasce da una rinuncia. Alberich rinuncia all’amore per conquistare il potere; Rusalka compie il sacrificio inverso e non meno devastante: per ottenere l’amore rinuncia alla parola, alla propria natura e all’affetto delle sorelle.
In entrambi i casi il prezzo sarà terribile. Nel Ring l’amore negato genera la maledizione dell’oro; in Dvořák l’amore desiderato fino alla perdita di sé conduce alla morte e a un’infelicità senza fine. Dietro l’incanto melodico di Rusalka pulsa dunque una materia tutt’altro che infantile: il desiderio di diventare altro per essere amati, la violenza dell’adattamento, l’impossibilità di appartenere davvero al mondo dell’altro.
È precisamente questo il territorio di Černjakov.
Nella sua lettura tutti i personaggi gravitano attorno alla protagonista e quasi tutti appartengono, direttamente o indirettamente, alla sua storia personale. L’operazione funziona sorprendentemente bene, salvo quando il regista decide di trasformare il Guardiacaccia e lo Sguattero nei genitori di Rusalka. Qui la drammaturgia forza inutilmente il libretto e introduce un rapporto familiare che rimane poco sviluppato: una bizzarria in un impianto interpretativo altrimenti lucidissimo.
La rinuncia all’iconografia fiabesca non costituisce, naturalmente, una novità assoluta. Registi come David Pountney e Robert Carsen hanno già dimostrato quanto Rusalka possa vivere magnificamente lontano dal naturalismo da libro illustrato; mentre il tentativo di Emma Dante alla Scala di preservare, reinventandolo, un immaginario più esplicitamente favolistico aveva dato risultati meno persuasivi. Černjakov sceglie una terza strada e trasforma l’opera in qualcosa di simile a una graphic novel animata.

Con la drammaturgia di Tatiana Werestschagina, la vicenda scorre infatti attraverso i disegni di Alexey Poluboyarinov, animati da Maria Kalatozishvili su un gigantesco schermo che occupa l’intero boccascena. All’interno delle immagini si aprono finestre nelle quali compaiono i cantanti in carne e ossa. Il risultato potrebbe facilmente ridursi a un giocattolo tecnologico; accade invece il contrario. La sincronizzazione fra gesto, musica, animazione e presenza fisica raggiunge livelli di virtuosismo impressionanti e richiama inevitabilmente il celebre Flauto magico di Barrie Kosky e Suzanne Andrade: anche qui il cantante sembra entrare nel disegno, mentre il disegno diventa prolungamento del cantante.
Ma Černjakov non rimane prigioniero dello schermo. Quando il palcoscenico finalmente si apre nella sua vastità, evita sia il realismo illustrativo sia quel vuoto scenico diventato ormai una maniera della regia contemporanea. Costruisce invece prospettive instabili attraverso mezzi quasi elementari: quinte che scorrono lateralmente, superfici che salgono e precipitano, tubi al neon sospesi che scendono dall’alto creando profondità inquietanti. Le luci di Gleb Filshtinsky completano la metamorfosi e trasformano lo spazio in un luogo mentale, dove l’architettura sembra continuamente modellata dalle paure di Rusalka.
Anche i costumi di Elena Zaytseva giocano abilmente sul contrasto. All’inizio domina una quotidianità quasi dimessa: costumi da bagno, felpe, tute sportive. Poi arriva la festa e tutto esplode in una fantasia grottesca, vagamente felliniana. È qui che Rusalka, incapace di trovare il proprio posto nel mondo del Principe, compare goffamente travestita proprio da sirena: parrucca biondo platino, scaglie dorate, enorme coda. L’immagine è comica solo per un istante. Subito dopo diventa crudele. La donna che ha sacrificato la propria identità per essere accettata viene ridotta dagli altri alla caricatura di ciò che era.
Una costruzione teatrale tanto sofisticata richiede interpreti che sappiano recitare almeno quanto cantare, e Černjakov stesso riconosce che lo spettacolo sarebbe difficilmente concepibile senza artisti di grande personalità scenica. Il primo nome è inevitabilmente quello di Asmik Grigorian.
Già indimenticabile Rusalka nella splendida produzione di Christof Loy vista a Madrid quattro anni fa, il soprano lituano affronta qui un personaggio completamente diverso e lo abita con la consueta, impressionante totalità. La serata le riserva perfino un incidente degno del teatro vissuto: durante la prima scena con Vodník, nella foga dell’azione Gábor Bretz le assesta involontariamente una testata. Dalla platea si sente distintamente il suo «Ahi!» e per qualche secondo si teme il peggio. Grigorian controlla il naso, verifica che non ci sia sangue e continua.
Poco dopo canta il celeberrimo “Canto alla Luna”.
E lo canta con una malinconia che sembra trasformare l’incidente in un dettaglio remoto. Nella sua interpretazione la pagina perde qualsiasi compiacimento lirico: non è un’oasi melodica collocata lì perché il pubblico possa riconoscere “il pezzo famoso”, ma una confessione attraversata da un’inquietudine quasi profetica. La tragedia finale sembra già contenuta nelle prime frasi, come se Rusalka intuisse che il desiderio appena formulato contiene anche la propria condanna.
Grigorian possiede la qualità rarissima di far coincidere gesto teatrale e gesto musicale. Nel secondo atto, dove per lunghi tratti è privata della parola, il suo silenzio diventa eloquente quanto il canto. Uno sguardo, un movimento delle mani, un irrigidimento del corpo raccontano ciò che la voce non può dire. Quando finalmente la parola ritorna, alla fine dell’atto, il timbro sembra essersi scurito insieme al personaggio. Nei successivi duetti con Ježibaba e con il Principe la tensione diventa quasi insostenibile.
E tuttavia sarebbe ingiusto lasciarsi abbagliare dalle sue eccezionali capacità attoriali dimenticando la cantante. La voce conserva un timbro sontuoso, capace di piegarsi alle più sottili inflessioni della parola; il fraseggio è analitico senza risultare cerebrale, la proiezione sicura, gli acuti luminosi. L’immedesimazione è totale, ma sempre governata da un’intelligenza musicale rigorosa.
Adam Smith disegna un Principe disinvolto e molto terreno, perfettamente inserito nell’universo contemporaneo di Černjakov, anche se alcuni acuti risultano faticosi. Più compiuto il Vodník di Gábor Bretz, vocalmente autorevole e scenicamente incisivo. Anita Rachvelishvili è una Ježibaba spietata e modernissima: non abita una capanna nel bosco, ma uno studio al quale si accede citofonando, e al posto di filtri fumanti pratica l’ipnosi. Il suo registro grave, sonoro e carnoso, conferisce alla figura un’autorità quasi minacciosa.
Impeccabile, tanto vocalmente quanto scenicamente, la Principessa straniera di Ekaterina Gubanova, presenza elegante e tagliente. Peter Hoare rende efficace il curioso Guardiacaccia-padre, nonostante l’incongruenza drammaturgica già ricordata; meno persuasiva vocalmente Maria Riccarda Wesseling come Sguattero-madre. Ben caratterizzate le tre Ninfe di Julietta Aleksanyan, Iulia Maria Dan e Valentina Pluzhnikova, così come il Cacciatore di Andrey Zhilikhovsky.
Sul podio Dan Ettinger legge la partitura in una chiave romanticamente drammatica. L’orchestra del San Carlo non è sempre irreprensibile, soprattutto negli ottoni, ma offre una tavolozza ricca e mobile. Ettinger alterna con efficacia le zone di intima introspezione alle improvvise esplosioni orchestrali, mantenendo sempre vivo il senso del teatro. Ne emerge con chiarezza la natura particolare della musica di Dvořák: strutturalmente nutrita di Wagner, ma attraversata da una vena poetica, melodica e popolare che appartiene profondamente al mondo boemo.
È proprio questa ambiguità a rendere Rusalka un capolavoro tanto affascinante. Sotto la superficie della fiaba vive un dramma modernissimo sull’identità. Una donna desidera entrare nel mondo dell’uomo che ama e, per riuscirci, accetta di perdere la propria voce. Una volta entrata in quel mondo scopre però che la rinuncia non basta: essere diversa la rende estranea, essere se stessa la rende inaccettabile. Černjakov non deve aggiungere molto per trasformare la fiaba in una storia contemporanea. Gli basta prenderla sul serio.
Il pubblico del San Carlo lo comprende e accoglie lo spettacolo con convinzione, riservando ovazioni soprattutto ad Asmik Grigorian. Due giorni prima, nella stessa sala, il soprano aveva incantato con un recital dedicato alle liriche di Rachmaninov un pubblico purtroppo assai meno numeroso. Qui riceve il trionfo che merita.
Così, nella città che da quasi tremila anni lega la propria identità al corpo e al canto di una sirena, Černjakov porta in scena una creatura acquatica alla quale viene chiesto precisamente di rinunciare alla voce. La coincidenza è troppo bella per non coglierla. La Partenope di Napoli e la Rusalka boema appartengono a mitologie lontanissime, ma entrambe raccontano qualcosa del potere del desiderio e dell’ambigua attrazione esercitata da ciò che non può essere posseduto.
Černjakov aveva promesso una Rusalka senza fiaba. Mantiene la parola. Toglie il lago, la luna romantica, il bosco e gli incantesimi. Ma, eliminando il meraviglioso, scopre qualcosa di ancora più perturbante: la fiaba non scompare affatto. Siamo noi a esserci finiti dentro.

(anche su Le Salon Musical)
⸪