Mese: febbraio 2019

Mediterraneo Requiem

Torino, Duomo, 25 febbraio 2019

Gabriel Fauré, Requiem

Gli arpeggi che sostengono l’ineffabile linea di canto del Sanctus realizzati al pianoforte da Carlo Caputo hanno la liquida mobilità e l’iridescenza delle onde del mare. Di quel Mare Nostrum che è diventato la tomba di innumerevoli migliaia di esseri umani.

Ci voleva la sensibilità degli artisti per ricordarci questa tragedia rimossa che si svolge sotto i nostri occhi tutti i giorni. Una sensibilità che si scontra con l’ipocrisia dei governi e della nostra colpevole indifferenza. Motivo di conforto è però il grande numero di persone che si sono radunate nel duomo torinese per rispondere all’appello di musicisti ed attori.

Le parole strazianti e accusatorie di Virgilio, Bruce Chatwin, Bob Dylan, Igiaba Scego, Tesfalidet Tesform ed Erri De Luca sono state lette da Davide Livermore, Giancarlo Judica Cordiglia, Muna Khorzom, Olivia Manescalchi, Ikram Mohamed e Sax Nicosia e contrappuntate dalla bellezza pura del Bach al violino di Fabio Biondi il quale è salito poi sul podio per dirigere il Requiem op. 48 di Fauré nella versione per soli, coro, e pianoforte. Con le voci dei coristi delle associazioni liriche italiane (teatro Comunale di Bologna,  Lirico di Cagliari, Maggio Musicale Fiorentino, Scala di Milano, Regio di Parma, Opera di Roma, Santa Cecilia di Roma, Regio di Torino, Fenice di Venezia e Arena di Verona) le tinte pastello della serena pagina di Fauré hanno assunto un colore più vivo. Con Valentina Escobar (purissima voce bianca) e Roberto De Candia la serata, organizzata con il contributo del Teatro Baretti, la Pastorale dei Migranti dell’Arcidiocesi di Torino, il Comitato Nazionale Fondazioni Liriche Sinfoniche e il Programma Italia di Emergency ha risposto a una ineludibile esigenza della società civile che non si rispecchia più nei governi di questo continente che ha dimenticato il suo passato.

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Karl V.

Tiziano Vecellio, La Gloria, 1554

Ernst Křenek, Karl V.

★★★★☆

Monaco, Nationaltheater, 23 febbraio 2019

(diretta streaming)

Un imperatore e i fantasmi del suo passato

Nel Giudizio Finale (anche conosciuto come La Gloria) di Tiziano, la grande tela che Carlo V d’Asburgo voleva destinare alla sua cappella funeraria e ora al Museo del Prado, si vede sulla destra in alto una figura inginocchiata avvolta in un semplice sudario, con la corona per terra e le riconoscibili fattezze del capo del Sacro Romano Impero. L’imperatore stesso, coadiuvato da un’equipe di teologi, contribuì in maniera determinante all’elaborazione dell’iconografia del dipinto. Dopo aver ottenuto il dipinto dal Vecellio, l’imperatore non se ne separò più portandolo con sé a Yuste nel 1555, dove morì contemplandolo nel 1558.

Questo è lo spunto del Karl V. di Ernst Křenek (Krenek quando fu naturalizzato americano nel 1938). Il compositore e direttore d’orchestra austriaco che ebbe il suo primo unico successo con l’opera jazz Jonny spielt auf (1927) tradotta in 18 lingue. Nessu altro suo lavoro incontrerà lo stesso successo.

«Dopo l’atto unico Der Diktator (1928) e il successivo Leben des Orest [1930], Křenek torna ad analizzare una figura di uomo politico, in una sorta di meditazione retrospettiva che passa al setaccio le speranze e gli errori di una vita; accantonati sia il modulo della Zeitoper sia quello neoclassico, l’interesse si concentra su uno spaccato di storia particolarmente nodale per i paesi tedeschi ripercorrendo, attraverso la biografia di Carlo V, le vicende della Riforma. […] Karl V. è frutto della passione storica di Křenek e del tentativo di conciliare l’attività creativa con le imposizioni dettate dal regime, eludendo in apparenza i temi di attualità. In realtà la riflessione politica dissimula in chiave rinascimentale una serie di interrogativi ben radicati nella contemporaneità; e proprio per dar voce a queste connessioni con il presente Křenek scavalca il fosso dell’atonalità e opta per il linguaggio dodecafonico, che gli pare in quel momento il più valido a garantire unità a una partitura». (Elisabetta Fava)

Col numero d’opus 73 e su libretto proprio, Karl V.  era stato commissionato a Křenek da Clemens Krauss e sarebbe dovuto andare in scena nella stagione 1933-34 all’Opera di Stato di Vienna, ma la produzione fu cancellata quando nella Germania nazista il nome del compositore fu aggiunto alla lista dei musicisti di “arte degenerata” non perché ebreo, ma perché Jonny spielt auf era stata considerata «eine frechen, jüdisch-negerischen Besudelung» (una spudorata contaminazione giudeo-negroide). Karl V. fu presentato la prima volta solo cinque dopo a Praga quando l’autore si era già rifugiato negli USA.

In 19 scene suddivise in due parti si svolge un dialogo tra l’imperatore Carlo V sul suo letto di morte e il confessore. Al dialogo si mescola uno scarno materiale drammatico relativo alle guerre che ha intrapreso, l’ansia per l’oro delle Americhe, l’ossessione a cristianizzare il mondo intero. L’elenco dei personaggi rende bene la complessità e l’impegno del lavoro: oltre a Carlo ecco infatti Giovanna la pazza (la madre), Eleonora (la figlia), Isabella (la moglie), Francesco Borgia (un gesuita), il conquistador Pizarro, François I re di Francia, Frangipani, Lutero, il sultano Solimano, Juan de Regla (il confessore), un astrologo, quattro spiriti/ore, la voce del papa Clemente VII ecc.

Parte prima. Carlo V sente la morte avvicinarsi e deposte le insegne regali si rifugia nel convento di Yuste dove chiama il suo confessore Juan de Regla con cui ripercorre le tappe del suo operato politico: dapprima la ribellione di Lutero, con cui l’imperatore fu forse troppo blando e diplomatico, poi i difficili rapporti con l’infido Francesco I, infine la minaccia dei Turchi, sobillati dallo stesso re di Francia, cui pure Carlo aveva dato in sposa la sorella. Dopo la sciagura del sacco di Roma, Carlo rimase vedovo e la sofferenza personale incominciò a renderlo più sensibile riguardo alle persecuzioni inflitte agli eretici.
Parte seconda. Lutero lamenta la politicizzazione della sua parola. Il confessore si mostra sempre più commosso di fronte al dramma del vecchio imperatore, ma il gesuita Borgia lo rimprovera, ricordandogli che l’indecisione di Carlo ebbe come conseguenza l’avvento rovinoso della lega di Smalcalda: l’imperatore riuscì in seguito a imporre ai tedeschi il cattolicesimo a viva forza, ma ormai vacillava in lui definitivamente la fiducia nella sua missione storica e morale e l’abdicazione nelle mani del fratello Fernando I segna irreparabilmente il crollo dei suoi antichi ideali, e insieme la frantumazione dell’impero.

Nel 2008 la produzione di Bregenz diretta da Lothar Koenig e messa in scena da Uwe Eric Laufenberg era stata registrata su DVD mentre ora sono Erik Nielsen e Carlus Padrissa de La Fura dels Baus a presentarne una nuova edizione per la stagione della Bayerische Staatsoper che la trasmette in diretta dal suo sito. È la seconda volta qui sul palcoscenico del Nationaltheater di Monaco di Baviera dopo il 1965.

Nella messa in scena di Padrissa il palcoscenico è invaso dall’acqua. Anche l’altro elemento, il fuoco, viene spesso utilizzato. Specchi, videografica, proiezioni, acrobati appesi sono i mezzi già altre volte sperimentati dalla compagnia catalana e rendono spettacolare un lavoro che è quasi assente di drammaturgia e che non si affida alla bellezza e piacevolezza della musica: un rigoroso stile dodecafonico accompagna tutto lo svolgimento della vicenda.

All’inizio una voce fuori campo elenca le terre in cui si estende l’impero «su cui non tramonta mai il sole». Con una fanfara di ottoni non molto dissimile da quella della “maledizione” di Rigoletto inizia un coro (Dio stesso) che chiede ragione al vecchio imperatore delle sue azioni prima del giudizio finale. In alcuni momenti minacciosi ritmi di marcia accompagnano i cori che inneggiano alla Germania, ma spesso l’orchestra ha una trasparenza che lascia il predomino della scena alle voci, cantate e parlate. Infatti il confessore e altre parti secondarie sono attori recitanti.

Con i costumi di Lita Cabellut, come il re Ubu disegnato da Jarry, Carlo ha sull’abito (poco più di un camicione) una spirale, qui con le ore dell’orologio: l’ossessione del tempo che scorre e il moltiplicarsi delle figure sugli specchi e sulla superficie dell’acqua sono elementi costanti della lettura di Padrissa. Nel libretto gli orologi diventano addirittura quattro personaggi nel finale quando la voce fuori campo dell’inizio scandisce sarcasticamente il motto dell’imperatore: «plus ultra». Anche gli altri personaggi hanno costumi molto marcati, come il gesuita Borgia con una fotografia di un teschio.

Instancabile Bo Skovhus dà vita con efficacia alla figura di Carlo V mentre Wolfgang Ablinger-Sperrhacke è il fatuo François I e Michael Kraus un autorevole Lutero. Tra le interpreti femminili si fa notare per doti vocali Anne Schwanewilms, la moglie Isabella. A capo dell’orchestra Erik Nielsen dipana con lucidità le aride armonie della partitura.

I Capuleti e i Montecchi

Vincenzo Bellini, I Capuleti e i Montecchi

★★★★☆

Zurigo, Opernhaus, 16 luglio 2015

(video streaming)

I Corleone e i Montecchi

Così presenta il librettista Felice Romani il lavoro: «Son note le ragioni per cui ho dovuto ridurre un antico mio melodramma, intitolato Giulietta e Romeo, [del 1825, per Nicola Vaccai] non so se più bene o più male, nella forma in cui viene adesso rappresentato. Una sola io ne dirò, forse da pochi avvertita, e si è quella, ch’io dovea tor di mezzo tutto ciò che avrebbe potuto dar luogo a confronti fra la vecchia e la recente musica; confronti a cui certamente avrebbe ripugnato la modestia del giovine compositore [Bellini]. Chi sa quanto costi camminare su tracce di già segnate, e sostituire nuovi concetti ai già scritti, che pur sempre ricorrono al pensiere, scuserà di leggieri i difetti di cui per certo abbonderà il mio lavoro. Costretti dall’angustia del tempo, tanto io che il maestro, ad un’estrema brevità, e persuasi ad omettere parecchie scene di recitativi che avrebbero giustificato l’andamento del dramma, abbiam diviso l’azione in quattro parti, perché negli intervalli che passano fra le une e le altre, la mente dello spettatore supplisce a quello che non appare: nulla dimeno le due prime parti si fanno di séguito per servire all’usanza d’oggi dì, e alla terza soltanto si cala il sipario per agevolare la decorazione. Mi sia perdonato cotesto arbitrio, se non altro, perché non prolunga lo spettacolo».

Anche Bellini aveva utilizzato musiche sue, in particolare della Zaira, l’opera infelicemente naufragata l’anno prima a Parma. Dopo un mese e mezzo di lavoro, un tempo insolitamente breve per Vincenzo Bellini, I Capuleti e i Montecchi debuttavano con grande successo a Venezia e alla fine di quello stesso anno aprivano la stagione della Scala. La parte di Romeo, scritta per la tessitura della Grisi, veniva per l’occasione abbassata dal compositore per essere adatta al mezzosoprano Amalia Schültz Oldosi ed è in questa versione che viene generalmente rappresentata, come ora a Zurigo con Joyce DiDonato. Riversata in seguito in DVD, la produzione è affidata alle cure di Fabio Luisi per la parte musicale e a Christof Loy per la messa in scena.

Se doveva essere soprattutto un tributo per la diva americana debuttante nel teatro zurighese, lo spettacolo ha invece riservato altre felici sorprese. Se del Romeo della DiDonato già si conosceva lo spessore interpretativo espresso in altre produzioni e qui ampiamente confermato, del giovanissimo soprano russo Olga Kulchynska poco si sapeva se non che debuttava nella parte e sostituiva la prevista Anita Hartig. Perfetto il physique du rôle ma anche il timbro, fresco e luminoso, e quella impercettibile incertezza nel rendere il ruolo di Giulietta di cui evidenzia la fragilità, qui succuba del padre – da cui è stata forse violentata da giovane ma da cui comunque non riesce a ottenere una risposta affettiva – e vittima delle guerre fra clan. Altra sorpresa è il Tebaldo di Benjamin Bernheim dal bellissimo timbro, dalla gloriosa potenza vocale e dallo stile ineccepibile. Per tutti e tre i personaggi principali presenza scenica e dizione sono oltre la perfezione. A un livello inferiore si situano di conseguenza il Lorenzo di Roberto Lorenzi e soprattutto il meno efficace Alexei Botnarcius, Capellio truccato da Don Vito Corleone. Livello assoluto di eccellenza anche per la direzione di Luisi che accompagna con sensibile equilibrio le voci in scena, fa risaltare gli assoli dei fiati e i marosi orchestrali dei momenti drammatici.

Come sempre intrigante la lettura di Loy. Durante la lunga ouverture a sipario aperto gli ambienti di casa Capuleti ruotano su una piattaforma disseminati dei cadaveri delle faide famigliari. Giulietta in tre diverse età, con l’abito bianco con cui doveva andare sposa a Tebaldo, gioca ossessivamente con una ciocca di capelli: è infatti sopravvissuta alla morte di Romeo e continua, anche da vecchia, a essere prigioniera della casa paterna da cui non ha mai avuto il coraggio di fuggire, nemmeno sotto la pressante richiesta dell’amato. Romeo è una cantante en travesti nell’opera di Bellini e il tema del travestimento ritorna nella messa in scena di Loy allorché scopriamo che alcuni coristi maschi sono travestiti da donna, così come lo è a un certo punto il personaggio muto che appare con Romeo e che, angelo della morte, gli prepara il veleno: una figura efebica, come il Tadzius di Morte a Venezia, onnipresente e che osserva con distacco i personaggi, quando non agisce attivamente uccidendo dietro le scene Tebaldo.

Il vorticare della scenografia di Christian Schmidt dà un ritmo quasi cinematrografico alla vicenda oltre a suggerire l’inutile lotta per la vita di questi personaggi incatenati al loro destino. Uno spettacolo di grande impatto visivo ed emozionale.

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OPERNHAUS

Opernhaus

Düsseldorf (1956)

1342 posti

Un teatro d’opera fu costruito a Düsseldorf nel 1875 come Teatro Municipale per poi diventare Teatro d’Opera nel 1921 per distinguersi da un altro teatro che presentava soprattutto operette. I bombardamenti del 1943 distrussero parzialmente l’edificio. Sorte ancora peggiore fu seguita dall’analogo teatro d’opera di Duisburg, distrutto completamente dalla guerra e ricostruito nel 1950.

L’opera di ricostruzione dell’opera di Düsseldorf iniziò nel 1954 e la nuova sala aperta il 22 aprile 1956 col Fidelio di Beethoven. È in questo periodo che le città di Düsseldorf e Duisburg formarono congiuntamente la Deutsche Oper am Rhein che fu inaugurata dall’Elektra di Strauss a Düsseldorf e dal Falstaff di Verdi a Duisburg. Dal 2015 il suo direttore generale è Christoph Meyer, il direttore musicale principale Axel Kober e il direttore ospite principale è Antonino Fogliani. Nel 2006 e 2007 è stato eseguito un profondo lavoro di restauro dell’edificio e la prima opera ad essere eseguita nella nuova sede è stata La traviata diretta dallo statunitense John Fiore.

Il re pastore 

Wolfgang Amadeus Mozart, Il re pastore

★★★☆☆

Venezia, Teatro La Fenice, 15 febbraio 2019

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A Venezia un’altra possibilità per l’adolescente Mozart

Seconda proposta veneziana del giovane Mozart da parte dell’infaticabile Federico Maria Sardelli.

Il re pastore è l’ultimo dei lavori di circostanza dopo l’Ascanio in Alba, scritto per le nozze dell’arciduca Ferdinando a Milano, e Il sogno di Scipione, destinato all’arcivescovo Colloredo. Qui l’occasione è il passaggio a Salisburgo del Principe Elettore Massimiliano III celebrato nella magnanimità dei personaggi maschili di quest’opera: i despoti dell’epoca dei lumi hanno sempre amato sentirsi decantare le loro virtù personali in parallelo a quelle degli umili pastori – modestia, fedeltà e sollecitudine per il proprio gregge – così da legittimare il diritto naturale ad esercitare il potere…

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Il sogno di Scipione

Wolfgang Amadeus Mozart, Il sogno di Scipione

★★★★☆

Venezia, Teatro Malibran, 14 febbraio 2019

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Il giovane Mozart torna a Venezia, quasi 250 anni dopo

Vicino al Ponte dei Barcaroli, nel sestiere di San Marco, al numero 1830, troviamo una lapide del 1971 che ricorda il soggiorno di Mozart quindicenne a Venezia duecento anni prima.

I Mozart vi erano infatti giunti per il carnevale del 1771 e furono ospiti della famiglia Wider che aveva ben sei figlie, che il giovane Mozart chiamava le “perle” e sulle quali nelle sue lettere fece chiare allusioni erotiche. Pochi mesi dopo Mozart, tornava a Salisburgo per poi di ripartire di nuovo per l’Italia dove iniziava la composizione de Il sonno di Scipione, una “festa teatrale” in un atto…

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La Gioconda

Amilcare Ponchielli, La Gioconda

★★☆☆☆

Bruxelles, Théâtre Royal de la Monnaie, 12 febbraio 2019

(diretta streaming)

Aqua alta a Bruxelles

Una delle crtiche più frequenti verso le riegie “moderne” è che l’attualizzazione è inutile poiché il messaggio è sempre comprensibile per il pubblico. Io invece dubito che una Gioconda ambientata tradizionalmente all’epoca (la Venezia del Seicento) possa veicolare un messaggio forte, come quello della messa in scena di Olivier Py ora alla Monnaie di Bruxelles, a un pubblico distratto e avvezzo alle nefandezze che gli vengono servite all’ora di cena dai telegiornali. La minaccia di bruciare con la benzina la povera madre cieca, denudata e maltrattata ha un impatto così violento perché fa appello ad immagini di una cruda realtà contemporanea.

Nella Gioconda di Py non c’è Venezia, ma l’acqua comunque c’è – scura, putrida, da «canal morto» – in cui tutti sguazzano con i loro mantelli e abiti neri. La scenografia di Pierre-André Weisz costruisce infatti un ambiente chiuso e claustrofobico illuminato da Bertrand Killy da lividi neon o da una luce rossa nel duetto Laura-Gioconda e verde nella scena della festa. Siamo in un tunnel senza uscita in cui si compie il destino sadicamente previsto da Victor Hugo (nel suo Angelo, Tyran da Padoue) e poi da Arrigo Boito, il librettista che qui si firma Tobia Gorro. L’atmosfera di oppressione e delazione è completata dai costumi dello stesso Pierre-André Weisz, le solite divise parafasciste nere per la maggior parte dei personaggi e per il coro. Fin dall’inizio domina una maschera di clown dell’orrore («l’orribile sua faccia» esclama Gioconda di Barnaba) simile a quella dell‘It di Stephen King, indossata prima da un uomo nudo in una vasca da bagno durante l’ouverture, poi dallo scagnozzo di Barnaba, poi da tutto il coro, infine ingigantita fino a riempire tutta la scena con Barnaba che fa capolino da un suo occhio prima della tragica scena finale.

Passione e morte denotano anche le coreografie, qui anonime, nel senso di non firmate, della celeberrima “danza delle ore”, con i ballerini che sguazzano nell’acqua sollevando grandi spruzzi, la parte migliore di un balletto fatto di stupri, ammazzamenti e bare che arrivano vuote e ripartono piene.

Nella lambiccata regia di Py – a un certo punto entra in scena una donna nuda con una padella di fritto – non mancano momenti incisivi, come la pioggia di scintille nella scena che conclude il secondo atto per rappresentare la nave di Enzo che affonda tra le fiamme, ma nel complesso convince poco poiché non prende partito con la drammaturgia di quest’opera strampalata.

A capo dell’orchestra Paolo Carignani rende con precisione la magniloquente partitura ma non manca di cesello nelle pagine più liriche. Tutti debuttanti nelle rispettive parti sono i cantanti: Béatrice Uria-Monzon è grande attrice e delinea perfettamente la figura di Gioconda anche se l’emissione è affetta da un vibrato eccessivo e da un registro medio non ben proiettato; Silvia Tro Santafé è una Laura appassionata che rende con grande temperamento e con il suo caratteristico colore brunito e vibrato stretto; Stefano La Colla è un Enzo più eroico che romantico, talora l’intonazione è traballante e gli acuti forzati; Franco Vassallo incarna Barnaba con grande efficacia ma senza esagerare nei toni truculenti cui propenderebbe il personaggio sadico e crudele; Ning Liang è la madre cieca, voce un po’ troppo chiara, talora più chiara della figlia; nel marito tradito e vendicativo Alvise si impegna con onore Jean Teitgen.

Serse

Georg Friedrich Händel, Xerxes

★★★☆☆

Düsseldorf, Opernhaus, 29 gennaio 2019

(video streaming)

Xerxes = Sex Rex

Serse è un unicum nella carriera teatrale di Händel: un lavoro che ha il tono leggero della commedia e una forma musicale che al posto delle lunghe arie con da capo presenta brevi arie quasi sempre prive della ripresa e intervallate da fitti recitativi. Lo scarso successo ottenuto dal lavoro spingerà il compositore verso gli oratorii.

Presentato nel 2015 arriva alla Deutsche Oper am Rhein l’allestimento di Stefan Herheim che ricrea il settecentesco King’s Theatre a Haymarket dove l’opera venne presentata il 15 aprile 1738. Ma non è solo nella scenografia di Heike Scheele – fondali, sipari, quinte, tutto scrupolosamente dipinto – e nei fantasiosi e ironici costumi di Gesine Völlm che il regista norvegese realizza la sua lettura vagamente camp: ci presenta anche le rivalità delle prime donne, il backstage dello spettacolo con i macchinisti, le comparse e le interazioni con gli strumentisti in orchestra, i quali si prestano simpaticamente al gioco. Qui la realtà si mescola alla finzione teatrale e il coro finale sarà cantato dai coristi in abiti di tutti i giorni davanti al sipario che si è chiuso sul mondo fittizio dell’opera.

Il regista evidenzia con divertimento le vicende amorose coinvolgenti improbabili personaggi storici che ai tempi di Händel dovevano fare il verso a personaggi dell’epoca. Anche il prorompente erotismo del protagonista titolare è messo in burla quando viene ribattezzato Sex Rex nella lunga scena del “coito a distanza” con Amastre. E qui il da capo della sua aria «Più che penso alla fiamma del core» è de rigueur. I da capo diventano poi ben quattro, e ogni volta con un’arma diversa proposta da Atalanta per uccidere la rivale Romilda in un’esilarante escalation durante l'”aria di furore” «Se bramate d’amar chi vi sdegna». In italiano sono cantate l’iniziale «Ombra mai fu» e poche altre arie, altrimenti è utilizzata la versione in tedesco di Eberhard Schmidt, ulteriormente adattata dal regista, in quanto la produzione è coprodotta con la Komische Oper che ammette solo opere nella lingua locale.

Nonostante alcuni tagli, la lunghezza e la ripetizione delle schermaglie amorose porta a una certa stanchezza anche perché in scena ci sono sì interpreti validi e professionali, ma certamente non trascinanti. Arsamene è Terry Wey, Amastre Katarina Bradić, Ariodate Torben Jürgens, Romilda Heidi Elisabeth Meier, Atalanta Anke Krabbe ed Elviro Hagen Matzeit. L’unico nome di rilievo è quello di Valer Sabadus sempre preciso nelle agilità e scenicamente divertito e divertente, ma la cui esilità della voce fatica a superare gli strumenti della Neue Düsseldorf Hofmusik diretta con gusto da Konrad Junghänel.

THÉÂTRE MARIGNY

Théâtre Marigny

Parigi (1894)

1024 posti

L’edificio, nella sua architettura attuale a forma circolare fu progettato nel 1880 da Charles Garnier, lo stesso architetto che progettò anche l’Opera di Parigi. A partire dal 1910, sotto la direzione di Léon Volterra e Abel Deval, il teatro conobbe un periodo di grande successo, fatto che portò all’ampliamento della sala, nel 1925.

Tutto iniziò quando il comune di Parigi accordò, nel 1835, la concessione per la costruzione di una sala (che venne chiamata Folies-Marigny) ad un fisico-prestigiatore, Lacaze, per i suoi spettacoli di “fisica divertente, fantasie e curiosità”. Nel 1946, Léon Volterra lasciò la direzione a favore di sua moglie Simone Marigny Volterra. La nuova direttrice impiegò i dissidenti della Comédie Française, che dettero vita all’interno alla compagnia teatrale Renaud-Barrault, l’inizio di un periodo eccezionale per il prestigio del teatro. Nel periodo tra il 1965 e il 1978, la direzione viene affidata al trio Elvira Popescu, Hubert de Malet e Robert Manuel. Sono anni nei quali le sala viene riorganizzata, diventando la più lussuosa ed elegante della capitale. Nel 1978, sotto la guida di Jean Bodson vennero effettuati dei lavori di ristrutturazione della sala, del corridoio e viene creato un nuovo spazio, la sala Gabriel, un piccolo teatro della capienza di 311 posti intitolata all’ex direttrice Elvire Popesco, e nella programmazione delle due sale trovarono spazio diversi tipi di spettacoli: oltre a opere teatrali classiche e contemporanee, anche concerti e one man show.