La casa de Bernarda Alba

Miquel Ortega, La casa de Bernarda Alba

★★★☆☆

Madrid, Teatro de la Zarzuela, 18 novembre 2018

(registrazione video)

Il «drama de mujeres» di Federico García Lorca è messo in musica

Questa volta la sala della Calle de Jovellanos non risuona dei temi così idiomatici della zarzuela o dell’operetta spagnola, bensì del dramma scritto da Lorca nel giugno 1936, due mesi prima del suo assassinio, e andato in scena solo nel 1945 a Buenos Aires.

Questa è la storia di donne praticamente imprigionate da una madre prepotente e dura, che le costringe in gioventù a un lutto rigoroso per otto anni. Lo scrittore ha usato questa trama per criticare i doppi standard, la religiosità soffocante, l’ipocrisia, la violenza, il desiderio represso, il controllo della sessualità femminile e la relegazione delle donne a uno status secondario e insignificante. Bernarda Alba è rimasta vedova per la seconda volta all’età di 60 anni e decide di vivere i successivi otto anni nel lutto più rigoroso. Le cinque figlie di Bernarda – Angustias (39 anni), Magdalena (30), Amelia (27), Martirio (24) e Adela(20), la nonna María Josefa e due domestiche (una di 50 anni e l’altra, Poncia, di 60, la stessa età di Bernarda) vivono con lei. In tutto, otto donne.

Atto primo. La vicenda si apre con la morte del secondo marito di Bernarda Alba, Antonio María Benavides. La gente va a casa della vedova a fare le condoglianze, anche se a lei si dimostra insofferent enei loro riguardi. Le sorelle parlano dell’eredità che il padre ha lasciato loro: Angustias, la maggiore e figlia del primo marito, ha la parte più cospicua e ha anche la fortuna di essere corteggiata da Pepe el Romano, anche se lei ha 39 anni e lui 25 l esta dietro solo per i soldi. La madre impone alle figlie un rigoroso periodo di lutto di otto anni per la morte del padre, il che significa che devono ricamare e stare in casa il più a lungo possibile senza poter parlare con nessuno, tranne Angustias, perché il suo matrimonio è vicino. Adela, la figlia più giovane, libera la nonna, María Josefa, che è rinchiusa perché sta perdendo la testa. La povera donna affronta sua figlia Bernarda e le dice che vuole sposarsi per andarsene.
Atto secondo. Tutte le sorelle, tranne Adela, stanno preparando il corredo per il matrimonio di Angustias. Adela non dorme e dice di non sentirsi bene. Si dice che Pepe el Romano e Angustias si vedono al cancello e che lui torna a casa verso l’una e mezza di notte. Ma Poncia e Martirio sanno che parte più tardi. Più avanti, Angustias dice che una delle sorelle ha rubato una fotografia di Pepe che teneva sotto il cuscino: è stato Martirio. Dice che voleva fare uno scherzo a sua sorella. Ma Poncia sa che tra le figlie ci sono rancori passati e il desiderio mal indirizzato gioca brutti scherzi. Inoltre, Martirio è stata corteggiata da un ragazzo della famiglia Humanes, anche se la relazione è finita. L’atto si conclude quando una giovane ragazza del villaggio, che ha partorito senza essere sposata e ha ucciso il neonato, viene perseguitata e lapidata dalla gente. Adela è l’unica a chiedere clemenza per lei.
Atto terzo. È notte, Bernarda chiede ad Angustias di parlare con Martirio di quello che è successo con la fotografia in modo che possano fare pace. La figlia dice a sua madre che il suo ragazzo non verrà quella sera perché non è in città. Adela vuole stare fuori tutta la notte, affascinata dalle stelle, ma Bernarda manda tutte le figlie a letto. Le cameriere rimangono sveglie a parlare delle cose che sono successe nella casa fino a quando Adela le interrompe. Non si aspettava di trovarle sveglie, ma dice che ha sete. Esce nel cortile. Martirio la insegue e la chiama: Adela torna e la sorella urla per quello che scopre, ossia la sua tresca con Pepe el Romano. Questo scatena l’ira di Bernarda che cerca un fucile per uccidere l’uomo. Pensando che la madfre abbi aammazzato Pepe, Adela scappa e si chiude in una stanza e si suicida. Sua madre la vede e afferma che sua figlia è morta vergine.

Degli innumerevoli adattamenti in musica del dramma di Federico García Lorca, soprattutto balletti, questo è il primo come opera in spagnolo. Aribert Reimann aveva fatto una sua versione, Bernarda Albas Haus, su libretto in tedesco presentata a Monaco di Baviera nel 2000 mentre nel 2006 ebbe la prima a New York The House of Bernarda Alba di Michael John LaChiusa. È il compositore Miquel Ortega, nato a Barcellona nel 1963, a cimentarsi con questo testo preparatogli da Julio Ramos, giovane artista scomparso nel 1995. Ramos si è fedelmente attenuto al testo originale solo sopprimendo alcune scene e alcuni personaggi secondari.

La composizione ha avuto una lunga gestazione, come racconta l’autore: «La mia memoria non è così lontana da poter ricordare quando sono rimasto affascinato da Federico García Lorca. Ricordo che al liceo presi una copia de La casa di Bernarda Alba in un’edizione che ne conteneva un’ampia analisi. Avevo già composto qualche opera, se quello che facevo a quell’età poteva essere chiamato comporre, e l’idea di tradurre questo lavoro in musica mi ossessionava. Anni dopo, alla fine degli anni ’80, chiesi al mio librettista, Bruno Bruch, di scrivere un libretto adattato da Bernarda per trasformarlo in un’opera. Dopo qualche riluttanza accettò di intraprendere il lavoro di adattamento con dei cambiamenti, tra cui quello che il personaggio di María Josefa fosse interpretato da un’attrice. Bruno, un grande conoscitore del genere operistico, sapeva che c’erano precedenti in diverse opere classiche per personaggi parlati e riteneva che questo avesse una grande forza drammatica. Ero d’accordo con lui. A metà del 1991 Bruno aveva quasi tutto il libretto pronto e ho iniziato a metterlo in musica. Purtroppo, Bruno Bruch si ammalò gravemente e poco dopo aver iniziato la composizione del libretto morì nel 1995, quando ero solo a metà del secondo atto. Aveva 35 anni e, consapevole dell’avvicinarsi della sua fine, mi chiese di inserire nel libretto il suo vero nome, Julio Ramos, e non lo pseudonimo artistico con cui tutti lo conoscevamo. Ho finito la musica nel 1999, ma l’orchestrazione in una versione per orchestra sinfonica non avrebbe visto la luce fino alla metà del 2006, quando avevamo già in mano un progetto per la prima al Teatro dell’Opera di Brasov (Romania) nel dicembre 2007. La mia prima idea per l’orchestrazione di Bernarda fu di farla per orchestra da camera, seguendo l’esempio di Benjamin Britten in alcune delle sue opere, opere che già ammiravo all’epoca, ma dopo aver iniziato a lavorare in quel formato fui informato che c’era la possibilità, come ho detto, di presentarla in anteprima a Brasov e il teatro preferì usare l’intero organico sinfonico». L’opera arrivò in Spagna solo due anni dopo ai Festival di Santander e di Perelada.

Ora, al Teatro de la Zarzuela viene presentata nella versione per orchestra da camera, quella dell’idea originale, diretta da Rúben Fernández Aguirre. Il lavoro inizia in modo molto suggestico, con il rintocco delle campane e le armonie cupe degli archi e dei legni che accompagnano i preparativi per la visita delle vicine cordoglianti mentre fuori scena si sente la voce della vecchia María Josefa che chiama la figlia, inutilmente. Il pianoforte scandisce l’ingresso della vedova e delle figlie e il lamento iniziale della serva e del coro non è lontano dal carattere andaluso, ma subito dopo, l’intervento di Bernarda riporta lo stile vocale a un declamato neo-verista che non abbandonerà l’opera. L’impianto tonale non è messo in discussione se non in alcuni punti e si possono individuare vari Leitmotive tra cui quelli che appartengono a Bernarda: il primo quando appare per la prima volta sulla scena, il secondo è quello del suo potere nella casa, che appare poco dopo nella stessa scena, il terzo quello della crudeltà, che suonerà quando proclama la “sentenza” degli otto anni di lutto. Tre forme distinte sono anche quelle del motivo di Pepe el Romano, personaggio che non appare mai ma è onnipresente. C’è poi un motivo ansioso quasi sempre legato ad Adela e a Martirio, che è una specie di ostinato di note ripetute che salgono e scendono. Un altro motivo di carattere leggermente andaluso è quello della premonizione del dramma, breve, molto caratteristico, che viene quasi sempre suonato sul corno. Infine il tema, più che motivo, di María Josefa, molto melodico, che si muove in una progressione continua, occupando gran parte della scena finale del primo atto e un frammento del suo intervento nel terzo atto. Frequenti sono i momenti di danza inseriti nel flusso narrativo, soprattutto il tango, con il suo tono malinconico quando una delle figlie esprime la sua nostalgia per il mondo esterno.

Una particolarità di questa ripresa dell’opera è il ruolo vocale di Poncia, affidato a una voce maschile, un’idea particolarmente interessante e ben realizzata dal baritono Luis Cansino. Le rimanenti interpreti formano un insieme coeso ma ben differenziato: Nancy Fabiola Herrera, dai tratti del volto marcati da un’espressione di disgusto per la vita, sostiene con efficiacia scenica e vocale la parte di Bernarda; Carmen Romeu è una tormentata Adela; Carol García è Martirio; Marifé Nogales Amelia; Belén Elvira Magdalena; Berna Perlas Angustias, la figlia maggiore, e Milagros Martín la seconda serva. Nel ruolo parlato di Maria Josefa impone la sua forte presenza scenica Julieta Serrano, indimenticabile interprete dei film di Almodóvar.

La regia di Bárbara Lluch, le scene Ezio Frigerio, i costumi di Franca Squarciapino e le belle luci di Vinicio Cheli creano uno spettacolo realistico, forse troppo, tutto vissuto in un unico ambiente su due piani che rappresenta l’ampio patio di una casa colonica, non troppo distante da quello suggerito da Lorca: «Habitación blanquísima del interior de la casa de Bernarda. Muros gruesos. Puertas en arco con cortinas de yute rematadas con madroños y volantes. Sillas de anea. Cuadros con paisajes inverosímiles de ninfas o reyes de leyenda» (Stanza imbiancata nella casa di Bernarda. Pareti spesse. Porte ad arco con tende di juta rifinite con corbezzoli e ruches. Sedie fatte di giunco. Dipinti con paesaggi improbabili di ninfe o re della leggenda).