Contemporanea

Sonntag aus Licht

Karlheinz Stockhausen, Sonntag aus Licht

Colonia, Staatenhaus, 9 e 10 aprile 2011

Stockhausen e l’utopia del teatro cosmico

Sonntag aus Licht (Domenica da Luce) è un’opera di Karlheinz Stockhausen articolata in cinque scene e un congedo finale, su libretto scritto e assemblato dallo stesso compositore. È l’ultima, in ordine di composizione, delle sette opere che costituiscono il monumentale ciclo Licht (Luce). La prima rappresentazione scenica completa avvenne soltanto nel 2011, oltre tre anni dopo la morte di Stockhausen.

Nel complesso universo simbolico di Licht, ogni opera è associata a un giorno della settimana. La domenica rappresenta l’unione mistica tra Eva e Michele, dalla quale nasce la nuova vita del lunedì. La settimana non possiede quindi un vero principio o una vera conclusione, ma assume la forma di una «spirale eterna», secondo la concezione cosmologica elaborata dal compositore.

Le diverse parti di Sonntag aus Licht furono commissionate separatamente e conobbero inizialmente esecuzioni autonome in forma concertistica. La prima scena, Lichter—Wasser (Luci—Acque), fu composta tra il 1998 e il 1999 su commissione della Südwestrundfunk per il Festival di Donaueschingen. La prima esecuzione ebbe luogo il 16 ottobre 1999 presso il Baar Gymnasium di Donaueschingen.

La seconda scena, Engel-Prozessionen (Processioni degli angeli), venne commissionata dal Groot Omroepkoor, il coro della radio olandese di Hilversum, e dal suo direttore artistico Jan Zekveld. Composta nel 2000, fu presentata per la prima volta il 9 novembre 2002 al Concertgebouw di Amsterdam, sotto la direzione di James Wood e David Lawrence, con le coreografie di Machteld van Bronkhorst.

La musica della terza scena, Licht-Bilder (Immagini di luce), nacque invece da una commissione del Centre de Création Musicale Iannis Xenakis di Parigi, mentre la componente visiva fu sostenuta dal Zentrum für Kunst und Medientechnologie di Karlsruhe. La prima si svolse il 16 ottobre 2004 al Festival di Donaueschingen. Tra gli interpreti figuravano Suzanne Stephens al corno di bassetto, Kathinka Pasveer al flauto, Hubert Mayer come tenore e Marco Blaauw alla tromba. Stockhausen stesso curò la proiezione del suono.

La quarta scena, Düfte-Zeichen (Segni di profumi), fu commissionata da Peter Ruzicka per il Festival di Salisburgo del 2003. Composta nei primi mesi del 2002, venne eseguita per la prima volta il 29 agosto 2003 alla Perner Insel di Hallein, nei pressi di Salisburgo. L’organico comprendeva numerosi cantanti, un sintetizzatore e un complesso sistema di diffusione sonora controllato dallo stesso Stockhausen.

Particolarmente originale è la concezione delle due versioni di Hoch-Zeiten (Tempi supremi o Matri-moni), rispettivamente per coro e orchestra. Le due composizioni devono essere eseguite contemporaneamente in sale differenti, creando un’esperienza musicale parallela. Commissionate per il Festival de Música de Canarias, furono presentate il 1º febbraio 2003 a Las Palmas de Gran Canaria, con il coro e l’orchestra sinfonica della radio della Germania occidentale. La prima tedesca seguì a Colonia il 14 febbraio.

L’ultimo elemento completato fu il Sonntags-Abschied (Congedo della domenica), adattamento per cinque sintetizzatori di Hoch-Zeiten für Chor, realizzato nel 2003. La prima esecuzione avvenne il 1º agosto 2004 a Kürten. All’interno dell’opera il brano è concepito per essere diffuso attraverso cinque canali nel foyer o all’esterno della sala, eventualmente accompagnato da proiezioni visive. Stockhausen ne elaborò anche altre versioni, tra cui Strahlen, per percussionista e nastro a dieci canali, e Klavierstück XIX, per sintetizzatore e nastro a cinque canali.

Proben zu Karlheinz Stockhausens LICHT-BILDER aus dem Zyklus SONNTAG aus LICHT / Oper Koeln in Zusammenarbeit mit der musikFabrik / Hubert Mayer, Tenor / Marco Blaauw, Trompete / Chloe L Abbe, Floete / Fie Schouten, Bassklarinette / Benjamin Kobler, Synthesizer / Kathinka Pasveer, Klangregie / Carlus Padrissa (La Fura dels Baus), Roland Olbeter und Franc Aleu, szenisches Konzept / Carlus Padrissa (La Fura dels Baus), Inszenierung / Roland Olbeter, Buehne / Franc Aleu, Video / Chu Uroz, Kostueme / Dr. Thomas Ulrich, Dramaturgie / Andreas Grueter, Licht / Igor Kavulek, Ton / Athol Farmer, Choreographie / 07.04.2011 / Staatenhaus am Rheinpark / Koeln

In Sonntag aus Licht, Stockhausen pone al centro il Sistema solare e le relazioni tra i pianeti che orbitano intorno al Sole. La Terra e la vita sono rappresentate come il risultato dell’unione tra luce e acqua, elementi protagonisti della prima scena. L’intera opera celebra poi l’evoluzione della vita — vegetale, animale e umana — inserendola in una dimensione cosmica dominata da pianeti, satelliti e costellazioni. Più che sull’azione drammatica tradizionale, Sonntag si fonda su una concezione rituale e meditativa, nella quale assumono particolare importanza il movimento nello spazio, la luce e la disposizione degli interpreti.

Scena 1: Lichter—Wasser costituisce la prima scena e il saluto iniziale (Gruss) dell’opera. Dopo un duetto tra il soprano, che rappresenta Eva, e il tenore, identificato con Michele, entrano gli orchestrali, distribuendosi tra il pubblico disposto in settori triangolari. Ogni musicista possiede una lampada e un bicchiere d’acqua. Diciassette strumenti dal registro acuto sono associati a luci blu e alla formula musicale di Michele, mentre dodici strumenti più gravi, illuminati di verde, corrispondono alla formula di Eva. La musica attraversa lo spazio secondo due strati simultanei e dodici successive onde sonore, collegate simbolicamente ai pianeti e ai satelliti del Sistema solare. I loro nomi, le caratteristiche astronomiche e i significati simbolici entrano anche nei testi cantati. La scena termina con l’uscita degli strumentisti e un nuovo duetto di Eva e Michele.
Scena 2: In Engel-Prozessionen, sette gruppi angelici attraversano fisicamente lo spazio cantando le lodi di Dio in sette lingue. I cori rappresentano gli Angeli dell’Acqua, della Terra, della Vita, della Musica, della Luce, del Cielo e, infine, della Gioia, associati rispettivamente ai sette giorni della settimana. Le lingue impiegate comprendono hindi, cinese, spagnolo, inglese, arabo, swahili e tedesco. A differenza della prima scena, dove il movimento del suono è ottenuto con musicisti immobili, qui la spazializzazione diventa concreta attraverso gli spostamenti dei cantanti.
Scena 3: Licht-Bilder è affidata a due coppie: flauto e corno di bassetto, associati a Eva, e tenore e tromba, associati a Michele. Il tenore celebra Dio attraverso le sue creazioni, dalle pietre fino agli esseri spirituali, mentre immagini luminose accompagnano la musica. Il materiale deriva dalle formule musicali di Eva e Michele elaborate per l’intero ciclo Licht. Le figure sonore delle due coppie vengono progressivamente separate e poi ricongiunte per sette volte, creando grandi sezioni corrispondenti ai giorni della settimana. Anche i movimenti scenici degli interpreti sono rigorosamente composti e integrati con trasformazioni elettroniche del suono. 
Scena 4: La quarta scena, Düfte-Zeichen, ricapitola simbolicamente i sette giorni di Licht, associando ciascuno a un profumo, un’area geografica e una determinata combinazione vocale. Il lunedì corrisponde a Cúchulainn e all’Irlanda; il martedì al Kyphi egiziano; il mercoledì al mastice greco; il giovedì alla Rosa Mystica italo-tedesca; il venerdì a Tate Yunanaka e al Messico; il sabato all’oud indiano; la domenica all’incenso africano. Eva appare infine come Madre Terra, interpretata da un contralto, mentre Michele assume le sembianze di un soprano bambino. I due cantano un duetto mistico, al termine del quale Eva conduce Michele verso un altro mondo.
Scena 5: Hoch-Zeiten viene eseguita simultaneamente in due sale: in una si trovano cinque gruppi corali, nell’altra cinque sezioni orchestrali. Ogni gruppo procede a una velocità indipendente, producendo una complessa sovrapposizione di tempi musicali. Successivamente l’esecuzione viene ripetuta e i due pubblici si scambiano di sala. Nella versione orchestrale compaiono inoltre cinque duetti e due trii che richiamano momenti caratteristici delle sette opere di Licht. Le citazioni seguono l’ordine di composizione delle opere — giovedì, sabato, lunedì, martedì, venerdì, mercoledì e domenica — trasformando Hoch-Zeiten in una sorta di memoria musicale dell’intero ciclo. 
Il Sonntags-Abschied riprende sostanzialmente Hoch-Zeiten per coro, adattandolo per cinque sintetizzatori, che riproducono anche gli aspetti fonetici delle parti vocali originali. La composizione è destinata alla diffusione registrata su cinque canali nel foyer e all’esterno del teatro mentre il pubblico lascia lo spettacolo. Il congedo prolunga così l’esperienza di Sonntag oltre lo spazio scenico, concludendo l’opera come un rituale sonoro che gradualmente si dissolve nell’ambiente circostante.

Era prevista inoltre una scena denominata Luciferium, da eseguire separatamente e contemporaneamente al resto dell’opera. In essa Lucifero sarebbe stato simbolicamente escluso dall’azione e rinchiuso in una sorta di prigione dalla quale avrebbe potuto soltanto ascoltare. Il progetto, tuttavia, non fu mai portato a termine.

Proben zu Karlheinz Stockhausens HOCH-ZEITEN fuer Chor aus dem Zyklus SONNTAG aus LICHT / Oper Koeln in Zusammenarbeit mit der musikFabrik / Kathinka Pasveer, Klangregie / Carlus Padrissa (La Fura dels Baus), Roland Olbeter und Franc Aleu, szenisches Konzept / Carlus Padrissa (La Fura dels Baus), Inszenierung / Roland Olbeter, Buehne / Franc Aleu, Video / Chu Uroz, Kostueme / Dr. Thomas Ulrich, Dramaturgie / Andreas Grueter, Licht / Igor Kavulek, Ton / Athol Farmer, Choreographie / 06. und 08.04.2011 / Staatenhaus am Rheinpark / Koeln

La prima rappresentazione scenica di Sonntag aus Licht ebbe luogo postuma a Colonia, il 9 e 10 aprile 2011, nello Staatenhaus della fiera cittadina. La produzione della Cologne Opera coinvolse, tra gli altri, Kathinka Pasveer e Peter Rundel nella direzione musicale e Carlus Padrissa, membro della compagnia catalana La Fura dels Baus, nella regia. 

La scelta dello spazio risultò determinante. All’interno dell’edificio furono realizzate due sale dalle caratteristiche opposte: una circolare, luminosa e simile a un planetario, e una rettangolare, più oscura, dotata anche di una superficie coperta d’acqua. Lo spettatore non assisteva semplicemente allo spettacolo, ma veniva collocato al suo interno, circondato da musicisti, cantanti, danzatori, luci, proiezioni e suoni in movimento. La concezione spaziale di Stockhausen trovava così una realizzazione particolarmente efficace.

Sul piano musicale, la produzione raggiunse risultati notevoli. L’Ensemble Musikfabrik, sotto la direzione di Peter Rundel, insieme a Kathinka Pasveer, responsabile anche della regia del suono, affrontò con precisione una partitura di straordinaria difficoltà. Particolarmente suggestiva risultava Lichter—Wasser, dove le onde sonore attraversavano fisicamente lo spazio, creando la sensazione di una musica priva di un centro stabile. Anche Engel-Prozessionen sfruttava efficacemente la mobilità dei cori, trasformando il movimento degli interpreti in parte integrante della composizione. La critica dell’epoca sottolineò soprattutto l’altissimo livello dell’esecuzione musicale.

Più controverso appariva l’apparato visivo. La Fura dels Baus tradusse l’immaginario cosmico e religioso di Stockhausen attraverso proiezioni, strutture meccaniche, acqua, fuoco, costumi futuristici e immagini monumentali. In Düfte-Zeichen, profumi, elementi naturali e movimenti coreografici trasformavano il teatro in una sorta di cerimonia multisensoriale. L’effetto era spesso spettacolare, ma talvolta l’abbondanza di immagini rischiava di rendere troppo letterale il simbolismo della partitura, sovrapponendo alla musica un universo visivo ridondante.

Proben zu Karlheinz Stockhausens DUEFTE-ZEICHEN aus dem Zyklus SONNTAG aus LICHT / Oper Koeln in Zusammenarbeit mit der musikFabrik / Csilla Csoevari, Sopran / Hubert Mayer, Tenor / Maike Raschke, Sopran / Alexander Mayr, Tenor / Jonathan de la Paz Zaens, Bariton / Michael Leibundgut, Bass / Noa Frenkel, Alt / Benjamin Kobler, Synthesizer / Kathinka Pasveer, Klangregie / Carlus Padrissa (La Fura dels Baus), Roland Olbeter und Franc Aleu, szenisches Konzept / Carlus Padrissa (La Fura dels Baus), Inszenierung / Roland Olbeter, Buehne / Franc Aleu, Video / Chu Uroz, Kostueme / Dr. Thomas Ulrich, Dramaturgie / Andreas Grueter, Licht / Igor Kavulek, Ton / Athol Farmer, Choreographie / 06. und 08.04.2011 / Staatenhaus am Rheinpark / Koeln

Il momento più radicale rimaneva Hoch-Zeiten, con coro e orchestra simultaneamente distribuiti nelle due sale e il pubblico chiamato a cambiare spazio per ascoltare entrambe le prospettive. Qui l’utopia teatrale di Stockhausen emergeva nella sua forma più pura: non un’opera da osservare frontalmente, ma un’esperienza da attraversare.

La produzione di Colonia fu dunque insieme concerto, installazione, rito e spettacolo totale. Non tutte le soluzioni sceniche possedevano la stessa forza, ma l’impresa riuscì a dimostrare che Sonntag aus Licht non era soltanto un progetto visionario sulla carta. Nella vastità dello Staatenhaus, il cosmo musicale di Stockhausen diventava concretamente spazio, luce, movimento e suono, offrendo al pubblico un’esperienza tanto eccessiva quanto difficilmente dimenticabile.

Lo spettacolo, caratterizzato da un imponente apparato scenico, audiovisivo e coreografico, comportò tuttavia costi molto elevati: il deficit prodotto, unito alla riduzione dei finanziamenti comunali, contribuì successivamente alle dimissioni del direttore dell’Opera di Colonia Uwe Erik Laufenberg.

Montag aus Licht

Karlheinz Stockhausen, Montag aus Licht

Parigi, Philharmonie, 29 novembre 2025

Nascita, metamorfosi e teatro cosmico in Stockhausen

Montag aus Licht (Lunedì da Luce) è una delle sette opere che costituiscono Licht. Die sieben Tage der Woche, lo syterminato ciclo teatrale composto da Karlheinz Stockhausen tra il 1977 e il 2003. A ciascuna giornata della settimana corrisponde un’opera autonoma, inserita tuttavia in un sistema unitario di relazioni musicali, drammaturgiche e simboliche. Montag, terza giornata del ciclo in ordine di composizione, fu realizzato tra il 1984 e il 1988 su libretto dello stesso Stockhausen e occupa una posizione specifica nella cosmologia di Licht: è il giorno di Eva, figura associata alla femminilità, alla maternità, alla fertilità e, soprattutto, alla nascita.

L’opera richiede un apparato esecutivo di notevoli dimensioni: ventuno solisti, comprendenti quattordici voci, sei strumentisti e un attore, ai quali si aggiungono mimi, coro misto, coro di bambini e una “moderne Orchester”. Questa pluralità di mezzi risponde alla concezione stockhauseniana del teatro musicale come forma multidimensionale, nella quale il parametro sonoro non può essere separato dal gesto, dal movimento, dalla luce, dal colore e dall’organizzazione dello spazio scenico. Anche la proiezione del suono nello spazio diventa parte integrante della composizione.

Come tutte le opere di Licht, Montag deriva dalla cosiddetta Superformel, una struttura melodica fondamentale costituita dalla sovrapposizione delle tre formule associate ai protagonisti dell’intero ciclo: Michael, Eva e Lucifer. La formula non funziona semplicemente come un tema nel senso tradizionale, ma come principio generatore capace di determinare molteplici aspetti della composizione, dalle altezze alle durate, dalle proporzioni formali all’articolazione degli eventi scenici. In Montag assume naturalmente particolare rilievo la formula di Eva, che diviene il principale riferimento musicale e simbolico della giornata.

La struttura complessiva comprende un saluto, tre atti e un congedo. All’interno degli atti, il materiale è organizzato in scene e ulteriori articolazioni definite dal compositore “situazioni”. La drammaturgia si allontana quindi dalla concezione narrativa dell’opera tradizionale: non procede principalmente attraverso una concatenazione causale di eventi, ma mediante immagini, rituali, trasformazioni sonore e associazioni simboliche. Il teatro diviene così la manifestazione visibile di processi già inscritti nell’organizzazione musicale.

Il Montags-Gruß (Saluto del lunedì) accoglie il pubblico nel foyer prima dell’inizio dello spettacolo. Una composizione elettronica quadrifonica crea l’impressione di un ambiente subacqueo attraverso la sovrapposizione di suoni dilatati di corno di bassetto, rumori d’acqua e sonorità liquide. Dodici fotografie della cornista di bassetto, ritratta in pose corrispondenti alle dodici altezze della formula speculare di Eva, stabiliscono fin dall’ingresso una relazione fra suono, immagine e spazio.
Il primo atto, “Evas Erstgeburt” (Il primo parto di Eva), presenta Eva attraverso tre soprani, che assumono differenti identità della Madre cosmica. In In Hoffnung (In attesa), alcune donne preparano al rito della nascita una gigantesca statua femminile collocata sulla spiaggia, lavandola e ungendola alla luce della luna. Parallelamente, la musica attraversa nove cicli periodici dai quali emerge progressivamente la formula musicale. In Die Heinzelmännchen la statua partorisce un coro di bambini dalle sembianze fantastiche. Le successive Geburts-Arien (Arie della nascita) accompagnano la prosecuzione del parto, interrotta dall’apparizione di Lucifero, che giudica ripugnanti le creature appena nate. Nel Knaben-Geschrei i bambini, incapaci di cantare, producono grida e rumori infantili. La collera di Lucifero, Luzifers Zorn, determina il fallimento della prima nascita e impone il ritorno delle creature nel grembo materno. Das große Geweine (Il grande pianto) conclude l’atto con un lamento collettivo, tradotto musicalmente da glissandi dei sintetizzatori e del coro che evocano singhiozzi e pianti.
Il secondo atto, “Evas Zweitgeburt” (Il secondo parto di Eva), inaugura un nuovo processo generativo. Nella Mädchenprozession un coro di ragazze vestite da gigli entra portando candele, mentre alcune donne rompono il ghiaccio del mare e lo sciolgono in grandi recipienti. La scena richiama rituali processionali di fertilità osservati da Stockhausen in Giappone e presenti, sotto forme differenti, in numerose tradizioni religiose. Segue Befruchtung mit Klavierstück (Fecondazione con pezzo pianistico), in cui un pianoforte, simbolicamente suonato da un pappagallino ondulato, esegue Klavierstück XIV e feconda Eva. Nella successiva Wiedergeburt (Rinascita) vengono generati sette bambini, associati ai sette giorni della settimana. Evas Lied (Canto di Eva), concepito essenzialmente come un concerto per corno di bassetto e sintetizzatori, sviluppa quindi una successione di situazioni rituali. Cœur de Basset emerge dal petto della statua e insegna ai bambini i rispettivi canti dei giorni della settimana; l’acqua ottenuta sciogliendo il ghiaccio viene utilizzata per irrigare la terra, mentre Eva si moltiplica simbolicamente in diverse figure di corniste di bassetto. L’atto culmina in una danza di iniziazione, interrotta dall’arrivo di un temporale e dall’improvviso oscuramento della scena.
Il terzo atto, “Evas Zauber” (La magia di Eva), sviluppa il tema della seduzione e della trasformazione. In Botschaft (Messaggio), Eva contempla la propria immagine riflessa e viene annunciato l’arrivo di un musicus dotato di poteri magici. In Ave compare un flautista, con il quale Eva instaura un dialogo musicale. La figura si trasforma infine nel Kinderfänger, il Pifferaio magico, che conduce progressivamente i bambini lontano dalla scena. Nella conclusiva Entführung (Rapimento), il Pifferaio guida i bambini verso il cielo mentre le loro voci salgono progressivamente di registro. La statua di Eva si trasforma nell’Evaberg, una montagna popolata da alberi, animali e corsi d’acqua, mentre i bambini appaiono come giganteschi uccelli bianchi. 
Il Montags-Abschied (Congedo del lunedì), diffuso nel foyer mentre il pubblico lascia il teatro, prolunga questa ascensione sonora: le voci dei bambini-uccelli continuano a innalzarsi e a circolare nello spazio, suggellando simbolicamente il loro trasferimento, attraverso la musica, verso mondi superiori.

Il nucleo concettuale di Montag è la nascita. Il lunedì, lunae dies, è tradizionalmente legato alla Luna e, attraverso di essa, al principio femminile. Nella simbologia elaborata da Stockhausen, il colore essoterico della giornata è il verde brillante, mentre opale e argento ne costituiscono i colori esoterici. La Luna rimanda alla fertilità, alla ciclicità e alle forze generatrici della natura. Stockhausen privilegia deliberatamente gli aspetti positivi e creativi di questa tradizione simbolica, lasciando in secondo piano le connotazioni più oscure del femminile lunare, associate nella mitologia anche a figure come Ecate.

La nascita viene dunque trattata non soltanto come evento biologico, ma come principio musicale e cosmologico. Proliferazione, trasformazione e rigenerazione trovano una corrispondenza nei procedimenti compositivi e nella moltiplicazione delle presenze vocali e strumentali. Particolarmente significativa è la presenza del coro di bambini, che inserisce la dimensione dell’infanzia direttamente nella materia sonora dell’opera.

Montag aus Licht rappresenta pertanto un esempio emblematico della concezione stockhauseniana del Musiktheater. Musica strumentale ed elettronica, vocalità, gesto, spazio, colore e azione scenica partecipano a una medesima organizzazione formale. Il principio femminile incarnato da Eva diviene così simultaneamente personaggio, formula musicale e categoria cosmologica: attraverso di esso, Montag mette in scena la nascita come processo di continua generazione e trasformazione della materia sonora e della vita.

La prima rappresentazione scenica di Montag aus Licht ebbe luogo al Teatro alla Scala di Milano il 7 maggio 1988. L’accoglienza fu complessivamente piuttosto riservata, riflettendo la difficoltà di ricondurre l’opera ai criteri tradizionalmente utilizzati per valutare il teatro musicale. Al centro delle discussioni vi furono soprattutto le dimensioni monumentali dello spettacolo, la durata, la complessità dell’apparato simbolico e la concezione fortemente personale dell’universo di Licht. Montag appariva infatti non tanto come un’opera lirica nel senso convenzionale, quanto come un vasto rituale scenico-musicale, costruito secondo un sistema autonomo di corrispondenze fra suono, gesto, parola, colore e spazio.

Proprio questa concezione totalizzante costituì contemporaneamente uno degli aspetti più discussi e uno dei maggiori motivi di interesse. La proliferazione di immagini simboliche, l’elemento fantastico e talvolta grottesco, l’impiego di cori infantili, sintetizzatori e strumenti solistici, insieme alla spazializzazione elettroacustica, producevano uno spettacolo difficilmente assimilabile alle consuetudini operistiche. La drammaturgia, inoltre, non si fondava su uno sviluppo narrativo lineare, ma su una successione di situazioni rituali e trasformazioni musicali, richiedendo allo spettatore di accettare la particolare logica interna elaborata dal compositore.

Accanto alle perplessità suscitate dalla monumentalità e dall’universo cosmologico dell’opera, emergeva tuttavia il riconoscimento della radicalità del progetto. Particolare interesse destavano l’integrazione fra mezzi acustici ed elettronici, la complessità dell’organizzazione esecutiva e la funzione strutturale attribuita allo spazio sonoro. La produzione scaligera mostrava così come Montag intendesse superare la distinzione fra composizione musicale e realizzazione scenica: musica, teatro, movimento e tecnologia partecipavano a una medesima concezione formale. La ricezione del 1988 restituisce pertanto l’immagine di un’opera capace di provocare forti resistenze ma, nello stesso tempo, di imporsi come uno degli esperimenti più radicali del teatro musicale del secondo Novecento.

A quasi quarant’anni dalla prima rappresentazione scenica al Teatro alla Scala, Montag aus Licht è tornato integralmente sulla scena alla Philharmonie de Paris, nell’ambito del Festival d’Automne à Paris. La nuova produzione, affidata a Le Balcon sotto la direzione musicale di Maxime Pascal e con la regia, le scene e i costumi di Silvia Costa, testimonia la progressiva storicizzazione del ciclo Licht e, al tempo stesso, la persistente attualità della concezione teatrale di Stockhausen.

Il confronto con la produzione scaligera del 1988 evidenzia soprattutto una diversa relazione con le indicazioni sceniche del compositore. Alla Scala la realizzazione, alla quale Stockhausen partecipò personalmente come responsabile della proiezione sonora, era strettamente legata alla sua concezione originaria dello spettacolo. La produzione parigina ha invece affrontato Montag come un’opera ormai appartenente a un repertorio storico, rendendo possibile una maggiore autonomia interpretativa della regia. Silvia Costa ha evitato una riproduzione letterale dell’apparato scenico previsto da Stockhausen, ricercando equivalenti visivi capaci di conservare i nuclei simbolici dell’opera. La gigantesca figura di Eva, per esempio, è stata ripensata attraverso immagini legate alla gravidanza e allo sviluppo embrionale, mantenendo al centro della drammaturgia i temi della generazione, della maternità e della trasformazione.

Sul piano musicale rimane invece determinante la complessa concezione spaziale della partitura. La direzione di Maxime Pascal, il lavoro di Le Balcon e la proiezione sonora curata da Florent Derex hanno affrontato l’integrazione fra voci, strumenti, elettronica e spazio come elemento strutturale dell’opera. La distanza fra le due produzioni mostra così un significativo cambiamento nella ricezione di Montag: ciò che nel 1988 poteva apparire come la manifestazione radicale e problematica dell’universo personale di Stockhausen può essere oggi affrontato come un patrimonio teatrale autonomo, suscettibile di nuove letture registiche. La produzione del 2025 dimostra quindi come Licht possa progressivamente entrare nel repertorio contemporaneo senza perdere la propria eccezionalità, trasformandosi da progetto strettamente legato alla presenza del suo autore in un’opera aperta a nuove interpretazioni.

Mittwoch aus Licht

Karlheinz Stockhausen, Mittwoch aus Licht

Birmingham, Argyle Works, 22 agosto 2012

(registrazione video)

Tra utopia cosmica, teatro totale e vertigine sonora

Composta da Karlheinz Stockhausen tra il 1995 e il 1997, Mittwoch aus Licht è il sesto dei sette lavori concepiti per il monumentale ciclo Licht anche se fu l’ultimo a raggiungere il palcoscenico in forma completa, nel 2012. L’opera è articolata in un saluto, quattro scene e un congedo e concentra alcuni dei temi più caratteristici dell’universo stockhauseniano: la dimensione cosmica, la spiritualità, il rapporto fra esseri umani e tecnologia, la spazializzazione del suono, la molteplicità delle lingue e soprattutto l’idea della musica come esperienza capace di oltrepassare i confini del normale spettacolo teatrale.

Il mercoledì di Licht è il giorno della riconciliazione, dell’amore e della cooperazione. Non sorprende quindi che Mittwoch presenti una struttura profondamente diversa da quella del melodramma tradizionale. Non esiste una vicenda lineare nel senso consueto, né un gruppo stabile di personaggi impegnati in un conflitto psicologico. L’opera procede piuttosto attraverso una successione di visioni: un parlamento sospeso sopra le nuvole, musicisti che affrontano audizioni mentre fluttuano nell’aria, un quartetto d’archi distribuito fra quattro elicotteri in volo e infine un’assemblea intergalattica incaricata di scegliere un nuovo presidente.

L’esperienza comincia già con il Mittwochs-Gruß, il “Saluto del mercoledì”. Nel foyer risuona la musica elettronica proveniente da Michaelion, mentre l’ambiente è animato da elementi associati all’aria e al volo: correnti, aquiloni, palloncini e colombe. Prima ancora che inizi la prima scena, dunque, Stockhausen introduce il pubblico in uno spazio nel quale il quotidiano viene progressivamente sostituito da una realtà fantastica.
La prima scena, Welt-Parlament, è ambientata in un Parlamento mondiale riunito sopra le nuvole. I delegati arrivano attraverso ascensori trasparenti in un grattacielo o in una sorta di cupola di vetro sospesa nel cielo. L’argomento della seduta è tanto semplice quanto smisurato: l’amore. I parlamentari discutono cantando in lingue sconosciute, dalle quali emergono occasionalmente parole comprensibili. Ognuno propone la propria interpretazione dell’amore e il Presidente commenta gli interventi. Alla dimensione utopica Stockhausen sovrappone però un umorismo quasi farsesco: un custode interrompe la seduta annunciando che un’automobile parcheggiata illegalmente sta per essere rimossa. Il Presidente scopre che l’auto è proprio la sua e abbandona precipitosamente l’assemblea. Un soprano di coloratura viene quindi eletta presidente provvisoria e il dibattito continua fino alla proclamazione collettiva del tema centrale: il mercoledì come giorno della riconciliazione e dell’amore.
In Orchester-Finalisten, seconda scena, undici strumentisti partecipano a un’audizione per ottenere un posto in orchestra. Ma anche una situazione apparentemente ordinaria viene proiettata da Stockhausen in una dimensione fantastica: i musicisti suonano sospesi nell’aria, associati a differenti paesaggi e immagini. L’oboe appare sopra una cattedrale, il violoncello sopra un aeroporto vicino al mare, il clarinetto sopra un porto; il fagotto è legato a un treno a vapore, il violino a una riserva di uccelli, mentre tuba, flauto, trombone, viola, tromba e contrabbasso vengono inseriti in scenari popolati da animali, mezzi di trasporto e luoghi lontani. La competizione musicale assume così la forma di un catalogo visionario del mondo. Nel assolo conclusivo il contrabbassista cade in una sorta di crisi ossessiva fatta di raschiamenti e gemiti, dalla quale viene liberato dall’apparizione di una misteriosa mummia che colpisce un gong cinese. Terminate le audizioni, un cornista entra improvvisamente suonando un segnale e tutti gli strumentisti si sollevano in un finale collettivo. La componente elettronica, proiettata nello spazio in forma octofonica, rende l’ambiente sonoro parte integrante della drammaturgia.
La terza scena è il celebre Helikopter-Streichquartett, probabilmente l’episodio più noto dell’intera opera. I quattro componenti del quartetto vengono presentati al pubblico da un moderatore, quindi raggiungono quattro elicotteri distinti, seguiti dalle telecamere. Una volta decollati, cominciano a suonare mentre immagini e suoni vengono trasmessi in diretta nell’auditorium. La separazione fisica dei musicisti diventa paradossalmente il presupposto per una nuova forma di unità. I quattro esecutori, distanti chilometri l’uno dall’altro, realizzano una composizione polifonica sincronizzata, reagendo contemporaneamente al rumore delle pale e ai movimenti degli elicotteri. I rotori non sono quindi un semplice sfondo: entrano nell’esperienza musicale e si intrecciano con tremoli, ritmi e gesti degli archi. Dopo l’atterraggio, musicisti e piloti tornano nella sala, dove vengono intervistati dal moderatore e rispondono anche alle domande del pubblico.
Con Michaelion, quarta e ultima scena, la prospettiva si allarga definitivamente all’universo. Il Michaelion è un quartier generale galattico nel quale delegati provenienti da stelle differenti devono eleggere un nuovo Presidente, un “operatore della galassia” capace di tradurre messaggi universali incomprensibili agli altri. Il favorito è Lucicamel, personaggio che si presenta sotto forma di cammello bactriano accompagnato da un trombonista vestito di bianco. La sua apparizione dà origine ad alcune delle situazioni più grottesche dell’opera: Lucicamel produce sette globi planetari di colori diversi, si fa lucidare gli zoccoli, viene tentato da una bottiglia di champagne, danza con il trombonista e partecipa persino a una corrida nella quale interpreta il toro. Alla fine il costume viene aperto e dal cammello emerge Luca, vestito come un monaco Zen. Acclamato Presidente e Operatore, assume il compito di interpretare i messaggi cosmici. Da questo momento la scena diventa una vertiginosa combinazione di comunicazioni radiofoniche, lingue e stili vocali. L’Operatore risponde ai problemi sottoposti dai delegati e il coro attraversa tradizioni e idiomi diversi, dal Noh e dal Kabuki fino all’italiano, al francese, allo zulu, al bavarese, al cinese e ad altre varietà linguistiche. Infine sei delegati ricevono altrettanti globi planetari e vengono inviati verso angoli lontani dell’universo. L’Operatore resta solo mentre la sua figura svanisce progressivamente e sopra di lui rimane il firmamento notturno.
Il Mittwochs-Abschied, il congedo, accompagna infine l’uscita degli spettatori con musica elettronica proiettata octofonicamente e immagini legate agli undici eventi spaziali di Orchester-Finalisten. Lo spettacolo, in altre parole, non termina con un semplice sipario: continua ad avvolgere il pubblico mentre questo abbandona lo spazio teatrale.

Anche la storia compositiva riflette questa struttura per episodi. Le quattro scene nacquero infatti separatamente. Welt-Parlament fu composto fra la fine del 1994 e il marzo 1995 e debuttò a Stoccarda nel febbraio 1996; Orchester-Finalistenebbe la sua prima rappresentazione nello stesso anno al Carré Theatre di Amsterdam; il celeberrimo Helikopter-Streichquartett era già stato presentato dall’Arditti Quartet nel giugno 1995 all’Holland Festival; Michaelion, composto nel 1997 e dedicato all’Arcangelo Michele, debuttò invece a Monaco nel luglio 1998.

La natura autonoma delle scene aiuta a comprendere perché siano trascorsi tanti anni prima che Mittwoch aus Lichtvenisse rappresentato integralmente. Stockhausen non immagina semplicemente una partitura da eseguire, ma un universo scenico nel quale musica, spazio, movimento, elettronica, immagini e azioni teatrali diventano inseparabili. Lo spettatore non è chiamato soltanto ad ascoltare: deve entrare fisicamente in questo mondo e accettarne le regole, sospese continuamente fra solennità spirituale e comicità surreale.

La prima rappresentazione integrale di Mittwoch aus Licht arriva soltanto il 22 agosto 2012, giorno in cui Stockhausen avrebbe compiuto 84 anni. A realizzarla fu la Birmingham Opera Company negli Argyle Works di Digbeth, a Birmingham, una ex fabbrica trasformata per l’occasione in uno spazio teatrale.  La regia è di Graham Vick, la direzione musicale di Kathinka Pasveer, le scene di Paul Brown, le luci di Giuseppe di Iorio e le coreografie di Ron Howell.

La scelta di una fabbrica fu decisiva. Con una capienza di circa cinquecento persone e due enormi sale fra le quali gli spettatori si spostavano, gli Argyle Works permisero di superare la separazione convenzionale fra palcoscenico e platea. La Birmingham Opera Company schierò inoltre circa cento performer volontari, impegnati insieme a cantanti e strumentisti e spesso mescolati direttamente al pubblico.

Ne risultò non tanto una “messa in scena” quanto una vera esperienza immersiva. Il carattere itinerante della produzione trasformava lo spettatore in una presenza interna all’universo di Mittwoch. Ed è forse proprio qui che la regia di Vick trovava il suo risultato più convincente: invece di cercare di normalizzare l’eccentricità di Stockhausen, la assumeva come principio teatrale, conservando l’equilibrio fra mistero, comicità e aspirazione spirituale che attraversa l’intera opera.

La direzione di Kathinka Pasveer rivela una realizzazione brillante della partitura. La bellezza della proiezione sonora è evidente fin dai primi momenti e l’allestimento una promenade teatrale estatica e priva di fretta, nella quale il sogno di Stockhausen è stato realizzato con intelligenza, affetto e senso dell’umorismo.

Uno dei nodi fondamentali di Mittwoch è il confine fra invenzione visionaria e provocazione spettacolare. Quattro elicotteri necessari per un quartetto d’archi possono apparire come l’apoteosi dell’eccesso; ma nella logica di Stockhausen rappresentano anche la trasformazione concreta dello spazio in parametro musicale. La distanza, il rumore meccanico, il volo, la trasmissione audiovisiva e la sincronizzazione degli interpreti diventano materiale della composizione. È proprio questa ambivalenza a rendere il lavoro ancora oggi tanto affascinante quanto divisivo.

La produzione di Birmingham dimostra così che l’apparente impossibilità di Mittwoch aus Licht costituisce precisamente la sua forza. L’opera pretende che il teatro diventi parlamento, cielo, aeroporto, universo, stazione radio e luogo rituale; che strumenti ed elicotteri producano insieme un paesaggio sonoro; che il sublime possa convivere con un cammello cosmico, una multa per divieto di sosta e una bottiglia di champagne. Dietro questa superficie stravagante, tuttavia, rimane una domanda sorprendentemente semplice: è possibile creare unità senza cancellare le differenze?

Più che raccontare una storia, Mittwoch aus Licht costruisce dunque un’esperienza: un teatro dell’ascolto e dello spazio nel quale l’assurdo diventa uno strumento per immaginare nuove forme di comunicazione. La produzione di Birmingham ebbe il merito di comprendere che Stockhausen non chiedeva di rendere credibile il suo universo, ma di renderlo possibile, anche soltanto per la durata dello spettacolo. Nel momento in cui musicisti isolati in quattro elicotteri riescono a suonare insieme e delegati di mondi differenti cercano una lingua comune, la bizzarria scenica rivela il nucleo utopico dell’opera: la possibilità che esseri, linguaggi e spazi lontanissimi possano, almeno attraverso la musica, trovare una forma di riconciliazione.

Venere e Adone

Salvatore Sciarrino, Venere e Adone

Venezia, Teatro La Fenice, 26 giugno 2026

★★★★☆

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Sciarrino riscrive il mito in punta di suono

 

In Venere e Adone Sciarrino reinterpreta il mito come meditazione su amore e morte, eliminando la narrazione tradizionale a favore di un teatro fatto di silenzi e suoni rarefatti. Centrale è il Mostro, vittima dell’amore. La direzione di Kent Nagano, il cast e la regia di Georges Delnon valorizzano una partitura di straordinaria intensità percettiva.

Salvatore Sciarrino intrattiene da sempre un rapporto privilegiato con la Fenice. Nel 1977 il teatro veneziano ospita l’esecuzione in forma di concerto della sua prima opera, Amore e Psiche. Nel 1979 è la volta di Cailles en sarcophage, presentata poi in forma scenica l’anno successivo, Aspern nel 2013 e La porta della legge nel 2014. Dopo Milano, in cui debutta Ti vedo, ti sento, mi perdo (2017), torna a Venezia con Luci mie traditrici nel 2019, vent’anni dopo la prima di Schwetzingen. Ora Venere e Adone vi approda in prima nazionale con gli stessi interpreti della produzione alla Hamburgische Staatsoper del maggio 2023 confermando un legame artistico che attraversa mezzo secolo.

Con Venere e Adone, significativamente sottotitolato Naufragio di un mito, Salvatore Sciarrino torna al teatro musicale con una delle opere più radicali e, al tempo stesso, più coerenti del suo percorso creativo. L’opera non rappresenta soltanto la quindicesima tappa del catalogo teatrale del compositore siciliano, ma appare piuttosto come una summa della sua poetica sonora, della sua riflessione sul mito e della sua concezione del teatro come spazio di apparizioni acustiche più che narrative.

Sciarrino affronta ancora una volta un soggetto mitologico, ma lo priva di ogni monumentalità. In Venere e Adone non c’è nulla dell’opera intesa come grande macchina drammatica: il compositore elimina ogni retorica eroica e trasforma la vicenda in un paesaggio mentale fatto di frammenti, respiri, silenzi e vibrazioni minime. La storia di Venere e Adone — ispirata soprattutto all’Adone di Giovan Battista Marino — viene così svuotata della sua funzione narrativa tradizionale per diventare una meditazione sull’eros, sulla violenza e sulla morte.

La vicenda (1) si apre con un prologo corale che introduce il mito e lascia già emergere la misteriosa figura del Mostro, il cinghiale destinato a uccidere Adone. Sull’Olimpo Vulcano rivela a Marte che Venere ha abbandonato entrambi per un giovane mortale; ferito nell’orgoglio, il dio della guerra convince Amore a intervenire contro il rivale. Intanto Venere e Adone vivono il loro breve idillio amoroso, continuamente interrotto dalle meditazioni del Mostro, creatura solitaria che osserva gli eventi senza comprenderne il senso.

Quando Adone decide di partire per la caccia, la tragedia diventa inevitabile. Colpito anch’esso dalla freccia di Amore, il cinghiale non aggredisce il giovane per ferocia ma per un impulso amoroso che non sa dominare. Nel momento dello scontro i due si scambiano misteriosamente le anime: Adone rimane prigioniero del corpo del Mostro, mentre Venere, ignara dell’accaduto, trasforma in anemone il corpo che crede appartenere al suo amante. L’opera si chiude con una domanda destinata a restare senza risposta: a trionfare è stato l’amore o la morte?

La scelta più sorprendente dei librettisti — Sciarrino stesso e Fabio Casadei Turroni — riguarda proprio il ruolo del Mostro, il cinghiale che uccide Adone. Nella tradizione iconografica e letteraria è una presenza marginale, quasi un semplice strumento del destino. Sciarrino, invece, lo colloca al centro dell’opera, facendone la figura più umana e vulnerabile. Marino gli attribuiva già una certa complessità psicologica; Sciarrino porta quell’intuizione alle estreme conseguenze. Il Mostro diventa una creatura ferita dall’amore, vittima esso stesso di Cupido, incapace di comprendere la propria natura. Non è un assassino mosso dalla ferocia, ma un essere tragicamente travolto dal desiderio. In questo rovesciamento prospettico risiede il nucleo filosofico dell’opera: l’amore non salva, ma distrugge; eros e morte finiscono per coincidere fino a diventare indistinguibili.

L’interrogativo finale — «Chi ha vinto, amore o morte?» — resta volutamente aperto. Non c’è catarsi, né soluzione morale. Sciarrino lascia lo spettatore in uno stato di sospensione, come se il mito fosse un relitto riemerso dal passato per continuare a interrogare il presente.

Musicalmente, Venere e Adone rappresenta una delle formulazioni più pure del linguaggio sciarriniano. L’opera sembra nascere ai margini dell’udibile: clarinetti che emettono note fantasmatiche, archi sfregati sul ponticello, percussioni lontane, armonici che appaiono e scompaiono come fenomeni atmosferici. Tutto concorre a creare uno spazio sonoro rarefatto e instabile. Respiri, fruscii, mormorii, brusii, cinguettii: un universo di suoni appena percettibili, da cui gli strumenti emergono per poi ritornare nel silenzio. La dinamica scende spesso fino al pianississimo, interrotta soltanto da improvvise esplosioni orchestrali che infrangono una trama sonora altrimenti sottilissima. Ne nasce un vero ecosistema acustico, nel quale l’ascoltatore è costretto a ridefinire continuamente la propria soglia percettiva.

Sciarrino lavora da decenni sull’idea di «amplificare il silenzio», e in quest’opera tale principio raggiunge uno dei suoi esiti più compiuti. I celebri «crescendo dal nulla» e «diminuendo nel nulla», disseminati nella partitura, non sono semplici effetti dinamici, ma autentici dispositivi drammaturgici. Ogni apparizione sonora sembra sul punto di dissolversi, come se la musica fosse costantemente minacciata dall’estinzione. L’orchestra non accompagna l’azione: evoca piuttosto lo spazio invisibile nel quale i personaggi si muovono.

Questa rarefazione estrema non coincide però con l’immobilità. Uno degli aspetti più impressionanti della scrittura di Sciarrino è proprio la capacità di generare tensione attraverso mezzi minimi. Dopo lunghi tratti quasi impercettibili, improvvise esplosioni orchestrali irrompono con una violenza tanto più sconvolgente quanto più inattesa. Nel Prologo, ad esempio, il fragile equilibrio sonoro viene improvvisamente lacerato da un gesto orchestrale brutale, quasi una tempesta che nasce da un soffio. È il tipico contrasto sciarriniano fra fragilità e caos: una musica apparentemente contemplativa che custodisce, sotto la propria superficie, il rischio costante della catastrofe.

Interessante, a questo proposito, è il confronto con Kaija Saariaho proposto da Alex Ross sul New Yorker nel giugno 2023. Non si tratta di stabilire una graduatoria fra due compositori, bensì di mettere a confronto due modi profondamente diversi di concepire il suono. Ross osserva come entrambi possiedano una firma sonora immediatamente riconoscibile.

Le loro poetiche, tuttavia, divergono profondamente. Saariaho modella una materia sonora luminosa, continua e cangiante, nella quale il timbro si trasforma in un flusso ininterrotto. Pur provenendo anch’essa dalla ricerca sul timbro e dall’eredità del modernismo, la sua scrittura orchestrale produce un effetto immersivo, nel quale il suono sembra espandersi senza soluzione di continuità.

Sciarrino percorre invece la strada opposta. Costruisce il proprio linguaggio ai limiti dell’udibile, creando un ambiente sonoro quasi vuoto, attraversato da eventi minimi che acquistano forza proprio grazie alla loro estrema fragilità. Se la musica di Saariaho tende ad avvolgere l’ascoltatore, quella di Sciarrino lo costringe invece a tendere costantemente l’orecchio, trasformando l’ascolto in un atto di attenzione assoluta.

Anche il trattamento delle voci contribuisce a questa poetica della sottrazione. I personaggi non «cantano» nel senso operistico tradizionale; emergono piuttosto dalla trama orchestrale come apparizioni intermittenti. Le linee vocali sono scarne, spesso sillabiche, percorse da inflessioni prossime al parlato. I duetti fra Venere e Adone si sviluppano in un flusso rapido e nervoso, mentre il coro interviene con formule spezzate e quasi rituali. Tutto appare ridotto all’essenziale, come se Sciarrino volesse liberare l’opera da ogni residuo decorativo per ricondurla a un nucleo archetipico.

La direzione di Kent Nagano è uno degli elementi decisivi della riuscita dello spettacolo. Una partitura di questo tipo esige un controllo assoluto delle dinamiche, dei timbri e delle proporzioni interne, perché basta il minimo squilibrio a compromettere il delicatissimo equilibrio sonoro costruito da Sciarrino. Nagano dimostra una conoscenza profonda di questo linguaggio, mantenendo sempre trasparente la fitta rete di micro-eventi orchestrali. Talvolta i tempi appaiono leggermente più tesi di quanto suggerirebbe la dimensione onirica della partitura; ma proprio questa tensione impedisce alla rarefazione di trasformarsi in inerzia contemplativa. Il risultato è particolarmente convincente nella scena IV, dove le sorprendenti parodie dello stile settecentesco che accompagnano il secondo duetto fra Venere e Adone acquistano un rilievo teatrale di rara efficacia.

Anche sul piano vocale Sciarrino si muove in una direzione lontanissima dalla tradizione operistica. Più che volume o espansione sonora, richiede agli interpreti un controllo assoluto del fiato, precisione d’intonazione anche nelle dinamiche più estreme, nitidezza della dizione e capacità di passare con naturalezza dal parlato al canto. La voce diventa così uno strumento da camera, destinato a fondersi con il tessuto orchestrale anziché dominarlo. Quella di Sciarrino è una vocalità fatta di mezze voci, filati, sillabazione nitidissima, emissioni rarefatte e controllo rigoroso del respiro. È proprio questa combinazione di raffinatezza tecnica, precisione dinamica e intensità trattenuta a rendere Layla Claire e Randall Scotting interpreti particolarmente adatti ai ruoli di Venere e Adone.

Layla Claire possiede un timbro luminoso, caratterizzato da grande omogeneità fra i registri, eccellente controllo del pianissimo, legato naturale e una dizione italiana di rara accuratezza, qualità ideali per la scrittura di Sciarrino. La sua Venere non è una dea passionale nel senso verista del termine, ma una figura sospesa, che seduce attraverso il colore della voce più che mediante l’espansione sonora. Sul piano espressivo Claire mantiene un equilibrio ammirevole fra sensualità trattenuta, malinconia e costante fragilità. La sua interpretazione evita ogni enfasi e privilegia un fraseggio di raffinata impronta cameristica.

Affidando Adone a un controtenore, Sciarrino ottiene un effetto di ambiguità timbrica lontanissimo dalla tradizione dell’eroe tenorile. Randall Scotting esibisce un timbro morbido e vellutato, un’emissione estremamente stabile nel registro acuto e una notevole capacità di sfumare continuamente il suono, anche nelle linee vocali più frammentate. Il suo Adone appare giovanile, inconsapevole, privo di qualsiasi retorica eroica. Lo stesso Scotting ha osservato come Sciarrino descriva il personaggio soprattutto come un ragazzo pieno di vitalità, interessato alla caccia e all’amore più che alle imprese gloriose: un tratto che emerge con particolare evidenza nella grande scena venatoria.

Molto convincente è anche Evan Hughes nel ruolo del Mostro, autentico fulcro drammatico dell’opera. Pur disponendo di un tempo scenico relativamente limitato — i suoi primi quattro interventi sono “a parte”, fuori scena — la sua presenza costituisce il contrappeso ideale alla rarefazione vocale dei due protagonisti. Hughes possiede un timbro scuro, profondamente risonante, sostenuto da un registro grave di notevole autorevolezza. Sciarrino non sfrutta queste qualità come massa sonora, ma come presenza inquietante che emerge lentamente dal silenzio. Fondamentale è il controllo dinamico: anche nei pianissimi più estremi Hughes conserva sempre un nucleo sonoro saldo e perfettamente definito. La dizione è incisiva: ogni parola è scolpita con chiarezza senza mai sconfinare nella declamazione. Sul piano interpretativo evita accuratamente di trasformare il Mostro in una figura puramente minacciosa; al contrario, ne restituisce tutta la tragica umanità.

Il Marte di Matthias Klink, il Vulcano di Cody Quattlebaum — due figure tratteggiate con un sottile gusto caricaturale —, la Fama affidata a Nicholas Mogg e Vera Talerko e il quartetto vocale del Prologo e dell’Epilogo (Livia Rado, Francesca Gerbasi, Paolo Mascari e Francesco Milanese) completano un cast di livello eccellente.

Con la rarefatta scenografia di Varvara Timofeeva, gli eleganti costumi di Marie-Thérèse Jossen, il raffinatissimo disegno luci di Carsten Sander — che riprende il lavoro realizzato da Bernd Gallasch per la produzione di Amburgo — e i suggestivi video di Marcus Richardt, la regia di Georges Delnon si distingue per l’eleganza visiva e per la capacità di costruire una successione di tableaux di grande forza evocativa.

Il teatro di Sciarrino pone tuttavia un problema fondamentale alla regia contemporanea: come rappresentare scenicamente un’opera che sembra rifiutare l’idea stessa di azione? La sua drammaturgia è anzitutto acustica; accade nell’ascolto prima ancora che nello spazio scenico. Qualunque eccesso visivo rischia quindi di tradirne la natura. Delnon evita questa trappola con intelligenza, scegliendo la via della sottrazione anche sul piano teatrale. Le immagini non illustrano la musica, ma ne amplificano il carattere allusivo, lasciando che sia il suono a guidare lo sguardo dello spettatore. Proprio questa irriducibilità rende Venere e Adone una delle esperienze teatrali più singolari degli ultimi anni.

Sciarrino continua a occupare una posizione isolata nel panorama musicale contemporaneo: pur provenendo dall’avanguardia del secondo Novecento, non ha mai condiviso né il culto della complessità seriale né l’estetica spettacolare che caratterizza una parte della produzione contemporanea. Il suo teatro procede nella direzione opposta: riduzione, fragilità, sottrazione. È una musica che obbliga l’ascoltatore a rallentare, a modificare radicalmente la propria percezione del tempo e dello spazio sonoro.

In questo senso Venere e Adone non è soltanto un’opera sul mito classico. È anche una riflessione sul destino stesso del melodramma. Sciarrino sembra interrogarsi su ciò che può sopravvivere dell’opera dopo la dissoluzione delle sue convenzioni storiche. La risposta non consiste in un recupero nostalgico del passato, ma nella ricerca di una nuova intensità percettiva. Eliminando quasi tutto — volume, gesto, narrazione, spettacolo — il compositore tenta di riportare il teatro musicale alla sua condizione più originaria: il mistero di un suono che nasce dal silenzio e nel silenzio subito si dissolve.

Alla fine resta soprattutto questa impressione: non quella di aver assistito a una narrazione, ma a un fenomeno naturale, a una lenta metamorfosi sonora. Come il fiore nato dal sangue di Adone, anche la musica di Sciarrino sembra sbocciare per un istante sull’orlo del nulla, prima di ritornarvi definitivamente.

Lo dimostra anche la risposta del pubblico che, nonostante qualche sporadica defezione durante lo spettacolo, al termine dei sessantacinque minuti ha tributato un caloroso successo a tutti gli interpreti. Gli applausi più convinti sono andati a Evan Hughes ma soprattutto a Kent Nagano, autentico artefice del delicatissimo equilibrio sonoro di questa straordinaria partitura.

(1) Prologo. Il coro espone velatamente la vicenda cui assisteremo. Tra le strofe si ode la voce del Mostro.
Scena I. Vulcano (l’artefice, marito di Venere) e Marte (il guerriero, amante di Venere, nonché padre illegittimo di Amore) si incontrano in un luogo non meglio definito — forse sulla vetta dell’Olimpo. Si odono soltanto il vento e lo stridio dei rapaci che volteggiano nel cielo. Vulcano avverte Marte che la bella Venere ha un nuovo amante, giovane e ancora imberbe — un cucciolo d’uomo. Marte stenta a crederci e Vulcano, il marito tradito, lo prende in giro: le corna di Marte son più lunghe delle proprie perché l’amato è un mortale. A parte I. Il Mostro si sveglia come dal nulla da cui proviene. Non sa chi è. Giace nella sua tana lontano da tutto, ma ascolta tutto.
Scena II. Nascosti in Libano, Venere e Adone si amano. A parte II. Il Mostro percepisce la propria diversità.
Scena III. Sempre sull’Olimpo. Marte chiama a sé Amore perché punisca il giovane amante. Amore non intende tradire sua madre, che se la sta spassando con Adone, solo per fare contento suo padre. Tuttavia, Marte riesce a convincere il figlio a far scivolare una delle sue frecce nella faretra di Adone. A parte III Il. Mostro origlia, ma disdegna gli intrighi.
Scena IV. Trascorsa la notte d’amore, Adone vuole andare a caccia prima dell’alba. Venere cerca di dissuaderlo e lui decide di non andare. Però la dea è irritata e lo sgrida come se fosse un bambino. Alla fine, lo caccia fuori dal letto. A parte IV. Il Mostro sente i cani e il frastuono della caccia, benché riluttante sa che gli tocca difendersi.
Scena V. Adone vuole abbattere il cinghiale e portare la testa in dono a Venere, a mo’ di trofeo, ma lei gli ha detto che bisogna amare da lontano e questa saggezza lo turba profondamente.
Scena VI. La Fama, cantata a due voci, subentra nella narrazione: Adone si addentra nella boscaglia e libera i cani. Vede il cinghiale, si spaventa. Tra l’azzannare dei cani e le frecce che si spezzano a contatto della sua pelle, il Mostro getta un’occhiata su Adone, per poi ignorarlo del tutto. Vorrebbe tanto tornare nel fango della sua caverna. Ma viene trafitto dall’ultima freccia (la freccia di Amore): lo pervade una tenerezza sconosciuta, che gli cambia lo spirito. Colto dal desiderio di baciare Adone, lo insegue e finisce per sbranarlo; ma ecco che, attraverso gli occhi, i due si scambiano le anime. Adone vede con gli occhi del Mostro il proprio corpo dilaniato, mentre il cinghiale vede la propria figura orrida attraverso gli occhi della sua vittima. «Ma davvero l’ho baciato con così tanta foga?», si chiede. La Fama chiama Venere: deve accorrere per vedere quanto sta soffrendo il suo amato. La dea arriva subito, scaccia l’incolpevole cinghiale e trasforma colui che crede essere Adone in un anemone, a perpetuo ricordo del suo sfortunato amante. Prigioniero di un corpo irsuto, Adone chiama Venere, ma la sua voce non può raggiungerla.
Epilogo. A questo punto, tutti ci chiediamo: chi ha vinto? L’amore o la morte? Se vince l’amore, siamo tutti in pericolo, belli o brutti. L’amore ci inganna, assume forme illusorie e scatena tempeste. Per gli amanti sarebbe più prudente trovare riparo in un porto sicuro.

Nureev

Il’ja Demutskij, Nureev

Berlino, Deutsche Oper, 21 marzo 2026

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Nureev secondo Serebrennikov: il ritratto di un uomo che scelse la libertà


Nureev di Kirill Serebrennikov è molto più di un balletto biografico: attraverso una drammaturgia costruita come un’asta postuma, ripercorre la vita del grande danzatore dalla Russia sovietica alla fuga in Occidente, dal successo mondiale alla malattia. Tra danza, teatro e immagini di forte impatto, emerge il ritratto di un artista ribelle che fece della libertà la propria ragione di vita.

Con Nureev, Kirill Serebrennikov firma uno degli spettacoli più affascinanti e controversi degli ultimi anni. Non si tratta semplicemente di un balletto biografico dedicato a Rudol’f Nureev (1938-1993), ma di un’opera totale in cui danza, teatro, musica, cinema e arti visive si fondono in una riflessione sul rapporto tra arte, libertà e potere. Il suo approdo a Berlino assume inoltre un valore simbolico particolare: nato al Teatro Bol’šoj di Mosca nel 2017, lo spettacolo è stato progressivamente emarginato fino a scomparire dal repertorio russo dopo l’inasprimento delle politiche contro la comunità LGBTQ+, di cui Nureev è oggi una delle figure simbolo.

La drammaturgia si apre con un’asta postuma degli oggetti appartenuti al danzatore. Bauli, costumi, fotografie, opere d’arte e mobili scorrono davanti agli occhi del pubblico mentre un banditore ne illustra il valore. Ogni oggetto diventa una chiave che apre una porta sul passato, trasformando la scena in un grande archivio della memoria.

Da qui lo spettacolo procede per frammenti, ricordi e associazioni visive. L’infanzia nella Russia sovietica, gli studi di danza e i primi successi al Kirov emergono attraverso una successione di quadri montati quasi cinematograficamente. Sul fondale scorrono le immagini della storia sovietica: il ritratto dello zar Nicola II lascia il posto a Lenin, poi a Stalin e infine a Chruščëv, mentre prende forma il carattere inquieto e ribelle del giovane Nureev. Pannelli mobili, passerelle, proiezioni e strutture che appaiono e scompaiono rapidamente trasformano continuamente lo spazio scenico. Più che a un balletto tradizionale, si ha spesso la sensazione di assistere a un grande film dal vivo.

Tra i momenti più intensi spicca la celebre fuga all’aeroporto di Le Bourget nel 1961. Qui la danza arretra per lasciare spazio a una tensione quasi cinematografica: agenti sovietici, polizia francese, amici e collaboratori circondano il ballerino mentre deve decidere in pochi istanti se tornare in Unione Sovietica o chiedere asilo politico. È il momento in cui la sua vicenda personale assume un significato universale, diventando simbolo della scelta tra obbedienza e libertà.

La seconda parte racconta il trionfo occidentale di Nureev. Sfilano le tournée internazionali, i grandi teatri, la mondanità degli anni Sessanta e Settanta, il sodalizio artistico con Margot Fonteyn e il culto mediatico che lo trasforma in una celebrità globale. La coreografia di Yuri Possokhov intreccia costantemente vocabolario classico e gestualità contemporanea, riflettendo la natura stessa del protagonista: un artista sospeso tra tradizione e modernità, tra Oriente e Occidente.

Serebrennikov dedica ampio spazio anche alla dimensione privata. Sul palco compaiono apertamente le relazioni sentimentali del ballerino, in particolare quella con Erik Bruhn, insieme alla vita notturna parigina e agli ambienti della comunità gay. Non mancano immagini provocatorie: danzatori in drag, scene di forte sensualità e soprattutto la gigantesca fotografia di nudo realizzata da Richard Avedon, che domina la scena come una presenza costante. Sono proprio queste immagini ad aver reso lo spettacolo tanto scomodo quanto rivoluzionario nel contesto culturale russo. L’omosessualità di Nureev non viene mai attenuata o relegata a semplice nota biografica, ma è presentata come elemento imprescindibile della sua identità artistica e umana. In questo senso Nureev diventa anche una riflessione sulla censura e sull’impossibilità di separare l’artista dalla sua vita.

Progressivamente la vitalità sfrenata lascia spazio alla fragilità. Il corpo si indebolisce, il successo non basta più a tenere lontana la malattia e la danza si fa più rarefatta e malinconica. Figure provenienti dai grandi balletti interpretati da Nureev riemergono come fantasmi della memoria, popolando un paesaggio mentale sospeso tra sogno e rimpianto.

Particolarmente significativo è il finale. Yuri Possokhov rielabora la celeberrima “discesa delle Ombre” da La Bayadère, introducendo però anche uomini nel corpo di ballo e trasformando quella processione in un omaggio al ruolo rivoluzionario che Nureev ebbe nell’elevare la figura del danzatore maschile nel balletto classico. Il riferimento è particolarmente toccante perché La Bayadère rappresentò il suo vero testamento artistico: nonostante la malattia, Nureev lavorò fino all’ultimo alla produzione parigina del 1992 e apparve in scena per gli applausi finali in una delle sue ultime apparizioni pubbliche. Il finale diventa così una visione d’addio che collega la morte dell’artista alla sua eredità creativa.

In questa sequenza conclusiva assume particolare rilievo una misteriosa “vecchia signora” che attraversa quasi tutto il balletto. Non si tratta di un personaggio storico identificabile, ma di una figura simbolica che accompagna Nureev lungo la sua esistenza, come una personificazione del destino, della memoria o della morte. Presenza silenziosa e costante, collega le diverse epoche della vita del protagonista. Il gesto finale dei gigli bianchi è particolarmente eloquente: fiore tradizionalmente associato al commiato e presente anche ai funerali di Nureev, diventa qui il segno di una sorta di rituale di congedo che accompagna il danzatore verso la sua trasfigurazione artistica.

Straordinaria la prova di David Soares nel ruolo del protagonista. Lontano da ogni imitazione calligrafica, il danzatore costruisce un personaggio credibile e profondamente teatrale, attraversando tutte le età della vita di Nureev, dall’arroganza luminosa della giovinezza alla vulnerabilità degli ultimi anni.

Nureev non è costruito come un balletto di ruoli tradizionali: più che una successione di variazioni e pas de deux, è una grande macchina teatrale che coinvolge oltre duecento artisti tra corpo di ballo, attori, figuranti e musicisti. I personaggi appaiono e scompaiono come frammenti della memoria del protagonista, all’interno di un enorme collage scenico. Dopo David Soares, le presenze che restano maggiormente impresse sono quelle di Iana Salenko come Margot Fonteyn elegante e aristocratica, Martin ten Kortenaar intenso e malinconico Erik Bruhn e Polina Semionova (Natalia Makarova), che offre alcuni dei momenti più lirici e toccanti.

Uno degli aspetti più riusciti dello spettacolo è dunque la sua natura profondamente ibrida. La partitura di Il’ja Demutskij, eseguita sotto la direzione di Dominic Limburg alla guida dell’Orchester der Deutschen Oper Berlin, accompagna un racconto in costante movimento, mentre la regia costruisce una successione di immagini di grande forza visiva, capaci di alternare fasto, provocazione e malinconia.

 

Particolarmente interessante è l’impiego delle tre voci soliste – il mezzosoprano Aleksandra Meteleva, il controtenore Iwan Borodulin e il baritono Navasard Hakobyan – che non incarnano personaggi tradizionali, ma funzionano come autentiche “voci della memoria”. Il mezzosoprano è associato alle origini e alla solitudine del protagonista, evocando anche attraverso una suggestiva ninna nanna tatara le radici familiari e il senso di sradicamento dopo la fuga in Occidente. Il controtenore emerge nella scena di Le Roi Soleil, quando Nureev viene identificato con Luigi XIV in una visione di grande teatralità barocca. Il baritono interviene invece come presenza narrativa e simbolica, contribuendo alla dimensione riflessiva dell’opera. I testi sono cantati prevalentemente in russo e francese, mentre le parti recitate alternano inglese e francese.

Talvolta la componente narrativa e verbale tende a prevalere sulla danza, appesantendo il racconto con alcuni passaggi esplicativi che interrompono il flusso coreografico. Si tratta tuttavia di un limite marginale di fronte all’ambizione complessiva del progetto.

Alla fine resta la sensazione di aver assistito a qualcosa che supera i confini del balletto biografico. Nureev è insieme ritratto d’artista, affresco storico, manifesto politico e meditazione sulla libertà. Berlino accoglie questo spettacolo non come un semplice recupero di repertorio, ma come una vera dichiarazione culturale. Più che la storia di un grande ballerino, emerge il destino di un uomo che scelse di vivere secondo le proprie regole, pagandone il prezzo fino in fondo. Ed è forse proprio per questo che la figura di Rudol’f Nureev continua ancora oggi a parlarci con straordinaria forza.


La tomba di Rudol’f Nureev nel cimitero russo di Sainte-Geneviève-des-Bois (Parigi)

 

Antigone

Pascal Dusapin, Antigone

Parigi, Philharmonie, 8 ottobre 2025

★★★★

(video streaming)

Dusapin: anatomia musicale di un mito che continua a sanguinare

Sull’orlo del silenzio, l’Antigone di Pascal Dusapin trasforma la tragedia di Sofocle in un intenso teatro dell’ascolto. Attraverso una scrittura musicale rarefatta e inquieta, il conflitto tra Antigone e Creonte diventa lo scontro insanabile tra coscienza e potere. La direzione di Klaus Mäkelä e la regia essenziale di Netia Jones esaltano una tragedia moderna, severa e profondamente umana. Una tragedia per il nostro tempo.

Commissione congiunta con la Dresdner Philharmonie, l'”operatorio” Antigone di Pascal Dusapin è su libretto dello stesso compositore, tratto dalla traduzione tedesca di Hölderlin della tragedia di Sofocle, di cui segue sostanzialmente la struttura drammatica. È articolato in una successione di scene che possono essere lette come cinque atti teatrali continui, collegati da interludi orchestrali senza vere cesure tradizionali.

Atto I – Il decreto di Creonte. La guerra civile a Tebe è terminata. I due figli di Edipo, Eteocle e Polinice, si sono uccisi combattendo l’uno contro l’altro per il potere. Creonte, nuovo sovrano della città, proclama che Eteocle, difensore di Tebe, sarà onorato con solenni funerali; Polinice, considerato traditore, dovrà invece restare insepolto. Antigone apprende il decreto e ne rimane sconvolta. Convinta che le leggi divine impongano di onorare i morti, decide di seppellire il fratello nonostante il divieto. La sorella Ismene cerca di dissuaderla, temendo le conseguenze, ma Antigone sceglie di agire da sola.
Atto II – La trasgressione. Durante la notte Antigone compie il rito funebre sul corpo di Polinice. Le guardie scoprono che qualcuno ha infranto l’ordine del re. Dopo una seconda visita al cadavere, Antigone viene sorpresa sul luogo e arrestata. Condotta davanti a Creonte, non nega nulla. Anzi, rivendica apertamente il proprio gesto, dichiarando che l’obbedienza agli dèi vale più dell’obbedienza agli uomini. Lo scontro tra i due è violentissimo. Creonte difende l’autorità dello Stato, mentre Antigone difende la coscienza e la pietà familiare. Nessuno dei due è disposto a cedere.
Atto III – La condanna. Creonte decide di punire Antigone. Ismene tenta di condividere la colpa della sorella, ma Antigone rifiuta. Entra in scena Emone, figlio di Creonte e promesso sposo di Antigone. Emone cerca di convincere il padre che il popolo è dalla parte di Antigone e che la clemenza sarebbe segno di saggezza. Creonte interpreta queste parole come una sfida alla sua autorità e conferma la sentenza. Antigone verrà rinchiusa viva in una grotta sepolcrale, lasciata al proprio destino.
Atto IV – L’ultima marcia di Antigone. Antigone viene accompagnata verso la sua tomba. È uno dei momenti più intensi dell’opera: la giovane donna saluta la luce, la vita e il matrimonio che non potrà mai celebrare. Non rinnega però la propria scelta. Accetta la morte come conseguenza necessaria della fedeltà ai propri principi. La grotta viene chiusa e Antigone resta sola. 
Atto V – La profezia e la rovina. Compare il vecchio indovino Tiresia. Egli avverte Creonte che gli dèi sono indignati: il corpo di Polinice è stato oltraggiato e una grave sciagura colpirà la sua famiglia. Per la prima volta Creonte vacilla. Decide quindi di revocare la condanna: prima fa seppellire Polinice e poi corre a liberare Antigone. Ma è ormai troppo tardi. 
Epilogo – La catastrofe. Quando Creonte raggiunge il sepolcro, trova Antigone morta: si è impiccata. Accanto a lei c’è Emone. Disperato, il giovane si uccide. La notizia giunge alla regina Euridice, moglie di Creonte. Anche lei si toglie la vita e Creonte rimane completamente solo. Il re comprende infine che la sua ostinazione e il suo orgoglio hanno provocato la distruzione della propria casa. La tragedia si chiude con la sua desolazione e con la consapevolezza che nessun potere umano può imporsi impunemente contro ciò che è giusto e sacro.

Fin dalle prime battute emerge un linguaggio musicale teso, scabro e inquieto, nel quale l’orchestra non accompagna semplicemente l’azione, ma ne diventa la coscienza segreta. Le linee vocali, lontane dalla tradizione melodica dell’opera ottocentesca, seguono il ritmo della parola e della declamazione tragica, costruendo un flusso continuo che mantiene costante la tensione teatrale.

Di grande intensità la direzione di Klaus Mäkelä alla testa dell’Orchestre de Paris, dove ogni strumento riceve un trattamento quasi solistico, valorizzato anche dall’eccellente ripresa video. Ottimi gli interpreti: Christel Loetzsch è un’Antigone di grande statura che affronta magistralmente la difficile parte vocale; Tómas Tómasson è l’inflessibile Creonte; Anna Prohaska è Ismene; Jarrett Ott restituisce con efficacia la lunga parte del Messaggero; Thomas Atkins dà voce a Emone; Edwin Crossley-Mercer a Tiresia nella sua breve ma significativa presenza; la voce del controtenore Serge Kakudji si fa ammirare nel ruolo del Corifeo.

La regia di Netia Jones, che firma anche costumi e scenografia, valorizza l’essenzialità del dramma evitando ogni inutile decorativismo. L’impianto scenico è costituito da una struttura di prismi — il palazzo del re Creonte — posta su una piattaforma rettangolare che si incunea nell’orchestra. Su quell’estremità, una decina di microfoni su treppiede fungono da tramite comunicativo con la città. Sobrie proiezioni lasciano affiorare ombre sulla bianca geometria dei prismi.

Spoglio e simbolico, lo spazio concentra l’attenzione sul conflitto tra individuo e potere, tra coscienza e ragion di Stato. La tragedia procede così con una forza inesorabile, come un meccanismo che nessuno dei protagonisti riesce più a fermare. Particolarmente riuscita la progressione verso l’atto finale, dove la musica sembra restringere progressivamente il respiro dei personaggi fino alla catastrofe conclusiva. La morte di Antigone, il suicidio di Emone e quello di Euridice non rappresentano soltanto la rovina di una famiglia, ma il crollo dell’intero ordine costruito da Creonte.

Il risultato è uno spettacolo di rara intensità emotiva e intellettuale, che conferma Pascal Dusapin come una delle voci più autorevoli del teatro musicale contemporaneo. Lontana da ogni modernizzazione forzata, questa Antigone dimostra come i grandi miti greci continuino a interrogare il nostro presente, ricordandoci che il conflitto tra legge e coscienza, tra potere e umanità, rimane ancora oggi irrisolto.

Medusa

Iain Bell, Medusa

Bruxelles, Théâtre Royal de la Monnaie, 15 maggio 2026

★★★★★

(video streaming)

La tragedia della vittima trasformata in mostro

Iain Bell conferma il suo teatro musicale intenso e narrativo. Medusa rilegge il mito come tragedia del trauma e della violenza subita, sostenuta da una scrittura orchestrale viscerale e cinematografica. Determinanti la regia di Lydia Steier, la direzione di Michiel Delanghe e l’interpretazione di Claudia Boyle.

Negli ultimi quindici anni Iain Bell si è affermato come una delle figure più riconoscibili del teatro musicale contemporaneo, non tanto per una ricerca d’avanguardia radicale quanto per la capacità di costruire opere di forte impatto emotivo e drammatico. Il centro della sua scrittura resta la voce: Bell concepisce il canto come il luogo privilegiato in cui il conflitto psicologico prende forma sonora. La sua musica è moderna senza essere sperimentale in senso estremo; dialoga con il Novecento, soprattutto con Britten e Berg, ma mantiene sempre una chiarezza narrativa che la rende immediatamente comunicativa.

Da Britten eredita l’attenzione alla parola e al teatro, mentre da Berg deriva una tensione più inquieta e febbrile, visibile soprattutto nei momenti di maggiore pressione emotiva. Bell evita però la frammentazione astratta tipica di molta opera contemporanea: i suoi personaggi restano riconoscibili, immersi in vicende che si sviluppano secondo una forte continuità drammatica. La sua musica non dissolve il racconto, lo amplifica.

Opere come A Harlot’s Progress, A Christmas Carol, In Parenthesis, Jack the Ripper: The Women of Whitechapel e Stonewall mostrano con chiarezza le linee portanti della sua poetica: interesse per i temi della marginalità, del trauma, della memoria e della violenza sociale. Bell lavora quasi sempre su figure ferite o poste ai margini, trasformando il teatro musicale in uno spazio di esposizione emotiva e psicologica. Anche nei lavori concertistici e nei cicli vocali emerge questa centralità della voce come strumento di umanizzazione del dolore.

Rispetto ad altri compositori contemporanei, la sua posizione appare volutamente distante dalle tendenze più radicali. Se confrontato con Thomas Adès, Bell rivela subito una differenza sostanziale: Adès costruisce spesso architetture musicali di estrema complessità ritmica e timbrica, dominate da deformazioni ironiche e da una tensione quasi allucinata. Bell preferisce invece un flusso emotivo più diretto, meno frantumato, in cui il canto rimane il centro assoluto dell’azione teatrale.

Anche il confronto con George Benjamin è illuminante. Benjamin lavora sulla miniatura sonora, sulla precisione estrema del dettaglio orchestrale, creando mondi rarefatti e controllatissimi. Bell si muove nella direzione opposta: espande il gesto musicale, cerca una teatralità più esplicita e passionale, punta sull’impatto drammatico immediato piuttosto che sulla sottrazione.

Il contrasto con Philip Glass è forse ancora più netto. Il minimalismo di Glass costruisce un tempo ipnotico e rituale in cui la narrazione tende a dissolversi nella ripetizione. Bell resta invece profondamente legato a una concezione narrativa classica: i suoi personaggi cambiano, si consumano, si confrontano con eventi traumatici e trasformazioni interiori. La musica accompagna costantemente questa evoluzione psicologica senza mai rinunciare a una cantabilità quasi da musical.

In questo percorso si inserisce Medusa, presentata in prima mondiale al La Monnaie di Bruxelles, forse una delle opere più compiute della maturità di Bell. Il lavoro, realizzato insieme alla librettista e regista Lydia Steier, rilegge il mito classico come una tragedia del trauma e della disumanizzazione femminile. La figura di Medusa viene sottratta alla dimensione puramente mostruosa della tradizione iconografica e restituita alla sua origine di vittima. Non è il male incarnato, ma una donna devastata dalla violenza e trasformata in creatura terrificante dal dolore subito.

Atto primo. Scena I. In riva al mare. Stheno ed Euryale sono irritate dopo una lunga notte passata a vegliare con ansia sulla sicurezza di Medusa: dal mare giungono voci maschili che la chiamano per nome. A differenza delle sue sorelle, Medusa non si rende conto di alcun pericolo; va a prendere fichi, pane e miele per la colazione. Stheno ed Euryale discutono su cosa fare quando si rendono conto che Poseidone, il signore dei mari, ha messo gli occhi su Medusa. Euryale suggerisce di allontanarsi dal mare. L’orgogliosa Stheno, avendo ucciso così tanti uomini, pensa ancora di poterla proteggere. Medusa vede il suo nome scritto sulla sabbia della spiaggia, e le sue sorelle le dicono a malincuore che Poseidone la sta cercando. Ma Medusa non capisce: tutto ciò che sente dal mare è una ninna nanna cantata da una madre che cerca di calmare la sua “Starchild”. Stheno decide che Medusa deve andarsene, che lo voglia o no. Anche Euryale spera che sua sorella sia al sicuro nel tempio di Atena. La ninna nanna riecheggia di nuovo. Medusa ora crede che provenga da Atena, come se la dea le promettesse protezione. Scena II. Medusa è ora una novizia nel tempio di Atena. Le sacerdotesse intonano un inno di lode alla dea. La gran sacerdotessa accusa Medusa di ripensare alla sua vita passata, invece di dedicarsi anima e corpo ad Atena. Le ordina quindi di custodire da sola la fiamma della dea quella notte, per purificare la sua anima. Quando cala l’oscurità, Medusa si sente sola. All’improvviso, la fiamma si spegne e appare Poseidone. Egli afferma di aver portato in salvo a riva la bambina della ninna nanna e ora esige la verginità di Medusa come ricompensa. Lei si difende con ferocia, ma il dio del mare la sottomette con violenza e la violenta. Medusa viene lasciata a terra nel tempio. Vedendo il sangue sulle sue cosce, implora le sue sorelle di venire a prenderla. Atena scopre che il suo tempio è stato profanato e scatena la sua ira contro Medusa. La gran sacerdotessa e le altre sacerdotesse accorrono. Medusa spiega di essere stata rapita con la forza. La dea non accetta quella spiegazione: tutti sapevano che Poseidone stava arrivando; quindi, in un certo senso, Medusa ha lasciato che tutto accadesse. Poiché le offerte e le preghiere ormai non servono a nulla, Atena è determinata a punire tutti. La sacerdotessa, l’unica autorizzata a rivolgersi alla dea, d’ora in poi vivrà muta e folle. Gli occhi delle altre sacerdotesse si scioglieranno. Sulla pelle di Medusa si formano delle squame ruvide, i suoi capelli diventano un groviglio di serpenti contorti e il suo sguardo trasformerà in pietra qualsiasi mortale che la guardi. Atena fa crollare il tempio mentre le sacerdotesse corrono in preda al panico e Medusa subisce la sua metamorfosi.
Atto secondo. Sono passati diciassette anni da quando Medusa è stata trasformata dalla maledizione di Atena. Stheno ed Euryale hanno creato una dimora per Medusa su un’isola desolata, dove le tre sopravvivono grazie a ciò che il mare porta loro: navi nemiche e i loro carichi. Il terreno è disseminato dei corpi pietrificati di giovani soldati che attraccano ogni giorno nella speranza di massacrare la “mostruosa” Medusa e portare a casa con sé il suo sangue. In compagnia di Euryale, Medusa riflette sul proprio destino e su quello dei giovani pietrificati. A causa della lussuria di Poseidone e della punizione di Atena, lei stessa è stata trasformata per sempre: in qualcosa di sublime, forse? Rimarrà la stessa per sempre, senza invecchiare, senza conoscere l’amore né la maternità. Agli occhi di Euryale, Medusa è ora immortale e invincibile. Steno non ha tempo per tali considerazioni; come fa ogni giorno, ha fermato la nave che si avvicinava alle loro coste e ha ucciso l’equipaggio. Ci vorrà un giorno perché il sangue venga lavato via, in attesa che arrivi un nuovo carico di “giovani eroi” da ogni angolo del mondo. Il contenuto della stiva permetterà a loro tre di vivere bene per un po’. Medusa canticchia tra sé e sé la familiare ninna nanna, con grande fastidio di Stheno. Un senso di futilità la travolge: ha ucciso migliaia di uomini, eppure non è riuscita a salvare Medusa. Medusa è l’unica rimasta. Ora si sentono le parole della ninna nanna: «La luna ti cerca in questa culla sulle onde». All’improvviso appare un giovane guerriero numida. È venuto per uccidere Medusa, ma la vista dei corpi pietrificati e smembrati lo sconvolge. Medusa gli attira il volto verso di sé. Quando i loro sguardi si incrociano, anche lui si trasforma in pietra. Percependo un odore stranamente familiare che la avvolge, Medusa cerca di calmare i serpenti sibilanti attorno alla sua testa. «Datemi pace, vili serpenti; lasciatemi pensare». Prevede l’arrivo di qualcosa di nuovo, che allo stesso tempo le sembra familiare. Lo Starchild si sta avvicinando – e Medusa capisce che i loro destini sono intrecciati. Lei aspetta. Come gli altri prima di lui, questo giovane vuole ucciderla. Cerca di avvicinarsi a lei senza farsi vedere, ma Medusa lo ha sentito e gli si rivolge. Inizialmente, lui è convinto di trovarsi di fronte a un mostro. E sebbene non provi alcun piacere nel suo compito, la sua testa è il prezzo da pagare per salvare sua madre da un matrimonio forzato. Medusa gli dice che si aspettava il suo arrivo… Lo confonde il fatto che lei sembri conoscerlo così bene – che canti la ninna nanna di sua madre e lo chiami Starchild. A poco a poco, la sua incredulità e il suo disgusto svaniscono e, sotto l’aspetto mostruoso di squame e serpenti, vede la sua umanità. Vuole interrompere la sua missione, ma Medusa lo ferma. Cosa ne sarebbe allora di sua madre? Medusa gli chiede il suo nome; «Perseo», le risponde lui. In lontananza, Stheno ed Euryale avvertono dell’arrivo di un’altra nave, mentre Medusa prepara Perseo: lui se ne andrà da qui vivo e salverà sua madre. Per farlo, deve prima trafiggere il cuore di Medusa e poi tagliarle la testa. Il tempo sta per scadere, poiché le sue sorelle saranno meno clementi. Medusa vuole essere dimenticata e liberarsi dalla maledizione dell’eternità. Prima di morire, gli dice: «Figlio delle stelle, tu sei la mia salvezza».

L’idea centrale dell’opera è profondamente contemporanea: la mostruosità non è una condizione originaria, ma la conseguenza di una ferita che la società preferisce non guardare. Bell e Steier trasformano così il mito in una riflessione sulla colpevolizzazione della vittima, sulla deformazione dell’identità attraverso il trauma e sull’incapacità collettiva di riconoscere il dolore altrui. I serpenti che avvolgono Medusa smettono di essere un semplice elemento decorativo e diventano metafora dei pensieri traumatici: ossessioni che mordono la coscienza, che impediscono pace, silenzio e riposo.

 

 

 

La forza dello spettacolo nasce soprattutto dalla compattezza con cui musica, regia e interpretazione concorrono alla costruzione di questo universo emotivo. La scrittura orchestrale di Bell è ampia, cinematografica, continuamente tesa. L’orchestra non accompagna semplicemente la scena: sembra abitare la mente della protagonista. Sibili, pulsazioni ossessive, improvvisi accumuli sonori e sospensioni improvvise restituiscono musicalmente il funzionamento stesso del trauma, il ritorno incessante del ricordo, l’impossibilità di liberarsene. La tensione resta costante per tutta l’opera e raramente la partitura concede veri spazi di distensione.

Fondamentale, in questo senso, il lavoro del direttore Michiel Delanghe alla guida della La Monnaie Symphony Orchestra. La sua direzione mantiene sempre la musica in stato di allerta, scolpendo con precisione i contrasti dinamici e i grandi crescendo drammatici. Colpisce soprattutto la capacità di tenere unita la componente cinematografica della partitura con la necessità teatrale del respiro vocale. La musica non commenta mai dall’esterno: agisce direttamente sulla scena, diventando parte integrante della drammaturgia.

Il cast rappresenta uno dei punti di forza della produzione. Claudia Boyle affronta il ruolo di Medusa con impressionante intensità fisica ed emotiva. La sua interpretazione evita qualsiasi semplificazione vittimistica e costruisce un personaggio continuamente sospeso fra fragilità umana e deformazione mostruosa. Vocalmente il ruolo è impervio: Bell costringe la linea di canto a continui sbalzi fra lirismo e frattura espressiva, fra slancio melodico e improvvisi irrigidimenti. Boyle riesce a mantenere sempre saldo il controllo della linea vocale, anche nei passaggi più estremi, come le agilità della prima scena del secondo atto, affrontate con grande sicurezza tecnica.

Ma ciò che colpisce maggiormente è la sua presenza scenica. Il corpo stesso della cantante sembra progressivamente deformarsi sotto il peso del trauma. Ogni gesto appare contratto, difensivo, quasi animalesco, mentre la voce cerca continuamente una tenerezza che la musica le impedisce di raggiungere pienamente. È una Medusa profondamente umana proprio perché devastata.

Straordinaria anche Anu Komsi nel ruolo della High Priestess. La sua scena di follia vocale è uno dei vertici della serata: Bell le affida una scrittura spezzata, nervosa, piena di scarti improvvisi, che Komsi domina con impressionante libertà espressiva. Il risultato è perturbante e teatrale al tempo stesso.

Mary Elizabeth Williams conferisce ad Athena una presenza scenica potente e minacciosa. La dea non appare mai astratta o simbolica: è una figura concreta di potere e controllo, quasi una macchina crudele che partecipa alla distruzione di Medusa con glaciale inevitabilità. Bell le assegna una scrittura vocale ampia e autoritaria che Williams rende con notevole solidità.

Molto interessante anche il Poseidon di Konstantin Gorny. La regia evita qualsiasi monumentalità mitologica e lo trasforma in una figura maschile contemporanea, brutalmente realistica nella propria violenza. È probabilmente una delle intuizioni più intelligenti dello spettacolo: Poseidon non è un dio lontano, ma un uomo riconoscibile nella sua volontà di dominio.

Il Perseo interpretato da Josh Lovell rappresenta invece l’unico vero spazio di umanità possibile all’interno dell’opera. Perseo è il primo personaggio che guarda Medusa senza desiderio di possesso o puro terrore. Comprende lentamente che dietro la creatura mostruosa sopravvive ancora una persona ferita. Lovell restituisce molto bene questa dimensione empatica con un canto luminoso e misurato, capace di creare un necessario contrasto con la violenza dominante del resto dell’opera.

Importante anche il contributo di Paula Murrihy e Angela Denoke nel ruolo delle sorelle di Medusa, figure che ampliano ulteriormente il senso di una femminilità ferita e perseguitata.

Dal punto di vista visivo, Lydia Steier costruisce insieme allo scenografo Flurin Borg Madsen un universo cupo e simbolico dominato da superfici nere mobili e statue pietrificate disseminate sul palco. Lo spazio scenico appare instabile, quasi mentale, continuamente trasformato dalle luci di Elana Siberski. Sono soprattutto le ombre e i tagli luminosi a creare l’atmosfera: il palcoscenico diventa di volta in volta mare, abisso, tempesta o luogo interiore del trauma.

La regia insiste molto sulla fisicità dei corpi e sulla tensione coreografica. Ogni movimento appare spinto verso un limite di violenza o di contrazione nervosa. In questo contesto la scena dello stupro di Poseidone assume un ruolo centrale. È una sequenza durissima, trattata senza compiacimento ma anche senza attenuazioni. Steier rifiuta ogni estetizzazione della violenza e costringe lo spettatore a confrontarsi direttamente con l’origine del trauma di Medusa.

Magnifici anche i costumi di Katharina Schlipf, come quello della protagonista, in cui i serpenti vengono evocati attraverso cavi fosforescenti che trasformano il corpo di Medusa in un sistema nervoso esposto, pulsante, continuamente attraversato dal dolore.

Medusa privilegia chiaramente l’impatto teatrale ed emotivo rispetto alla sperimentazione sonora più radicale, ma è proprio in questa scelta che emerge con forza la personalità artistica di Bell. La sua è un’opera che vuole comunicare immediatamente, coinvolgere lo spettatore sul piano umano prima ancora che intellettuale. E proprio per questo riesce a trasformare il mito classico in qualcosa di profondamente contemporaneo: una riflessione sulla violenza, sul trauma e sulla facilità con cui la società trasforma le vittime in mostri pur di non guardare le proprie responsabilità.

The Death of Klinghoffer

foto © Michele Monasta

John Adams, The Death of Klinghoffer

Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, 19 aprile 2026

★★★★

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Trionfale avvio del Festival del Maggio Musicale Fiorentino con un’urticante opera contemporanea

L’opera lirica può confrontarsi con la storia recente: Adams lo dimostra con The Death of Klinghoffer, trasformando il terrorismo in riflessione civile. Il libretto di Goodman offre una visione plurale, mentre la musica unisce minimalismo e lirismo. La produzione fiorentina diretta da Renes e firmata Guadagnino convince per intensità, coro protagonista e forte impatto emotivo complessivo.

Cinema, letteratura e arti visive hanno da sempre avuto il coraggio – o l’urgenza – di confrontarsi con le zone più controverse e dolorose della contemporaneità. Perché proprio l’opera lirica dovrebbe tirarsi indietro?

È da questa domanda, tanto semplice quanto provocatoria, che prende forma uno dei lavori più discussi del repertorio operistico recente: la partitura con cui John Adams, nel 1991, decide di affrontare uno degli episodi più traumatici della cronaca internazionale degli anni Ottanta. Non si tratta soltanto di una scelta tematica audace, ma di una vera dichiarazione di fiducia nelle possibilità espressive del teatro musicale, capace – secondo il compositore americano – di farsi strumento di riflessione civile oltre che estetica.

Adams non era nuovo a incursioni nella storia contemporanea. Già con Nixon in China aveva dimostrato come eventi politici relativamente recenti potessero essere trasfigurati in materia operistica senza perdere complessità. Tuttavia, in questo caso, la materia trattata è di tutt’altra natura: più cruda, più divisiva, ancora aperta nella memoria collettiva. Il fatto stesso che l’opera abbia suscitato proteste fin dalle sue prime rappresentazioni è indicativo della sensibilità del tema. Non pochi contestatori, spesso senza aver assistito allo spettacolo, accusarono il lavoro di offrire una piattaforma ai terroristi e di adottare una prospettiva ritenuta offensiva, soprattutto per aver concesso voce musicale anche a chi si era reso responsabile di atti atroci.

Il punto di partenza è noto: il dirottamento della nave da crociera “Achille Lauro” nell’ottobre 1985 da parte di un commando palestinese. Un episodio che, per la sua drammaticità e per le implicazioni politiche internazionali, segnò profondamente l’opinione pubblica. Il culmine della tragedia fu l’assassinio di Leon Klinghoffer, passeggero ebreo americano, disabile, ucciso e gettato in mare con la sua sedia a rotelle. La vicenda si intrecciò poi con una complessa crisi diplomatica che coinvolse Stati Uniti e Italia all’aeroporto militare di Sigonella, trasformando un atto terroristico in un caso geopolitico di vasta portata.

Il libretto, firmato da Alice Goodman, costruisce l’opera non come una semplice ricostruzione narrativa, bensì come una meditazione stratificata sugli eventi. Il suo è un testo impregnato di filosofia, politica, richiami biblici e senso della trascendenza: un testo che ci chiede di immedesimarci nell’alterità, di metterci nei panni degli altri, di comprenderne le ragioni, di sentirci appartenenti alla comunità umana senza lasciare spazio a posizioni di integralismo concettuale.

Il modello dichiarato del testo è quello delle Passioni bachiane: una struttura in cui azione, riflessione e commento convivono. I personaggi si esprimono attraverso lunghi monologhi, mentre il coro assume il ruolo di coscienza collettiva, osservando e interpretando senza intervenire direttamente nell’azione. Fin dall’inizio, due cori paralleli – uno palestinese e uno ebraico – stabiliscono un equilibrio formale che diventa subito dichiarazione poetica: entrambe le prospettive meritano ascolto, entrambe partecipano al dramma. Ed è proprio questa simmetria a risultare insopportabile per alcuni spettatori, incapaci di accettare una rappresentazione che non si schieri in modo univoco.

Se si guarda a The Death of Klinghoffer dal punto di vista strettamente musicale, emerge subito come Adams costruisca l’opera più come un grande oratorio drammatico che come un’opera lirica tradizionale: la narrazione non procede per numeri chiusi o arie autonome, ma attraverso un flusso continuo in cui episodi solistici, interventi corali e tessuto orchestrale sono strettamente integrati.

Uno dei punti di accesso più chiari è l’iniziale “Chorus of Exiled Palestinians”, il primo di ben sette interventi corali presenti nel lavoro. Qui Adams imposta subito il linguaggio dell’opera: una pulsazione regolare negli archi, costruita su figure ripetitive tipiche del minimalismo, sostiene una progressione armonica lentissima. Tuttavia, a differenza del minimalismo di Steve Reich o Philip Glass, la ripetizione non è mai statica. Le cellule ritmiche vengono continuamente deformate — piccoli spostamenti d’accento, variazioni di orchestrazione, aggiunta o sottrazione di note — creando una sensazione di moto interno. Il coro entra con una scrittura prevalentemente omofonica, quasi liturgica, ma l’armonia non è tonale in senso tradizionale: si tratta piuttosto di campi armonici che si espandono e si contraggono lentamente, con accordi arricchiti e sovrapposizioni modali. L’effetto è sospeso, contemplativo, e richiama esplicitamente la dimensione dell’oratorio.

Nel “Chorus of Exiled Jews”, che fa da controparte strutturale, il procedimento è analogo ma non identico. Adams modifica il colore: l’orchestrazione è più scura, con un uso più marcato degli archi gravi e dei legni, e l’armonia tende a essere leggermente più densa. Qui si percepisce bene una delle tecniche centrali dell’opera: la variazione timbrica come elemento formale. Non è tanto il materiale tematico a cambiare radicalmente, quanto il modo in cui viene illuminato. Questo tipo di scrittura crea una forte unità ciclica: i cori non sono semplici intermezzi, ma pilastri strutturali che incorniciano e commentano l’azione.

Passando alle sezioni solistiche, si può osservare la scena di Klinghoffer nel secondo atto (“Aria of the Falling Body”). Qui la scrittura vocale si distacca dalla dimensione corale e diventa più individuale, ma senza mai cadere nel virtuosismo operistico tradizionale. La linea vocale è ampia, sostenuta da un’orchestra che non accompagna semplicemente, ma costruisce uno spazio sonoro intorno alla voce. Gli archi mantengono un moto ondulatorio, mentre gli accordi si spostano lentamente sotto la superficie, creando una tensione armonica continua. Si percepisce qui una certa eredità tardo-romantica, quasi mahleriana, soprattutto nel modo in cui il tempo si dilata e la melodia sembra emergere da un flusso orchestrale più ampio.

Un altro aspetto rilevante è il trattamento del ritmo. In molte pagine dell’opera, Adams costruisce la musica su pattern ostinati, ma evita la rigidità grazie a frequenti cambi di metro e a una scrittura che sfuma i punti di accento. Questo è evidente nelle scene dei dirottatori, dove il materiale ritmico è più frammentato, con figure sincopate e irregolari che creano tensione. Tuttavia, anche qui, la discontinuità è sempre inserita in un contesto di continuità: non ci sono vere cesure, ma piuttosto trasformazioni graduali.

Dopo la produzione di Ferrara del 2002 con la regia di Denis Krief e la direzione musicale di Jonathan Webb, The Death of Klinghoffer non è mai più stato riproposto in Italia. Coraggiosa – e, possiamo anticipare, totalmente vincente – l’idea del teatro fiorentino di scegliere questo titolo per l’inaugurazione dell’88° Festival del Maggio Musicale. A ricreare la partitura è Lawrence Renes, che ha lavorato a stretto contatto con Adams e ne ha diretto Doctor Atomic registrato in DVD.

Nell’orchestra sono utilizzati anche strumenti elettronici, due sintetizzatori, e il sound design di Mark Grey, che mixa suoni digitali, orchestra e voci, tutto microfonato per ricreare una modalità d’ascolto contemporanea. Renes, perfettamente a suo agio, guida un’orchestra magistralmente duttile e attenta, restituendo tanto il tono onirico quanto il ritmo travolgente di certe pagine. Nelle sue opere Adams trova sempre momenti di stupefacente forza emotiva: in Doctor Atomic è l’aria “Batter my heart”, su testo di John Donne (quando Oppenheimer è solo con l’ordigno che ha creato e la sua coscienza); qui è l’“Aria of the Falling Body”, una sorta di gymnopédie con cui Leon Klinghoffer canta la propria morte, momento che Peter Sellars ha definito “Klinghoffers Tod”, parafrasando quello del Sigfrido wagneriano.

La performance di Laurent Naouri fa di questa pagina uno dei culmini emotivi della serata: la sua caratterizzazione del personaggio eponimo è un mirabile equilibrio di umanità, ironia, disperazione, rabbia e affetto per la moglie, cui lo strumento vocale presta tutta la sua duttilità. L’altra pagina di grande intensità è il monologo finale della moglie: una intensa Susan Bullock dà vita a una Marilyn che accusa il Capitano della morte del marito, per poi concludere con «They should have killed me. I wanted to die».

Figura complessa quella del Comandante, chiamato a confrontarsi con tre fronti: i passeggeri, il commando terrorista, i messaggi da terra. Il basso-baritono Daniel Okulitch ne offre un’efficace interpretazione vocale, unita a una convincente presenza scenica.

Qui a Firenze l’avevamo lasciato come l’iconico Segretario di Der junge Lord di Henze e ora lo ritroviamo nelle vesti di Mamoud, il più introverso dei terroristi: Levent Bakirci ha un lungo monologo nel primo atto e qui ammiriamo la capacità dell’interprete nel realizzare in musica le metriche e il ritmo dei versi della Goodman in un qualcosa che non è recitativo, non è aria, ma semplicemente lo stile di Adams. 

La figura della Nonna Svizzera trova in Marina Comparato un’autorevole definizione, mentre Andreas Mattersberger, Roy Cornelius Smith, Joshua Bloom, Marvick Monreal e Hanetka Hoșko completano il cast rispettivamente come Primo ufficiale, Molqi, Rambo, Yazmir e Ballerina inglese. E poi c’è il coro, preparato da Lorenzo Fratini, vero protagonista delle pagine forse più decisive dell’opera, capace di lavorare con intensità espressiva e incisività anche fuori scena.

Questa produzione fiorentina è affidata a Luca Guadagnino, alla sua seconda regia operistica dopo un Falstaff veronese del 2011. Da sempre appassionato alla musica di Adams, il regista l’ha già utilizzata nel suo film Io sono l’amore.

Dopo l’ideazione originale di Peter Sellars, la lettura oratoriale di Krief, quella fortemente politica di Tom Morris (English National Opera, 2012) e quella anche troppo  spettacolare di Phelim McDermott (Metropolitan Opera, 2014), questa di Guadagnino ha una maggior fluidità cinematografica, dà grande attenzione alle luci – di Peter van Praet, assiduo collaboratore di Robert Carsen – e alla composizione visiva, pur con qualche ingenuità. Una miscela di elementi simbolici e realistici è alla base della sua scenografia: passerelle e praticabili suggeriscono i ponti della Achille Lauro; un cielo stellato è poetico rimando a una pace che sembra irraggiungibile; un fondale scabro non può non ricordare la terra martoriata di Gaza o dei tanti altri teatri di guerra.

Potenza evocativa, intensità emotiva e purezza formale si fondono in uno spettacolo che dopo una prima parte molto statica raggiunge il vertice emotivo nella seconda parte e al termine scatena gli applausi di una sala gremita. Quasi quindici minuti di standing ovation premiano il lavoro di cantanti, coro, direttore, orchestra tutta e degli artefici dell’apparato visivo. Un Guadagnino visibilmente commosso invita sul palco anche Alice Goodman, autrice del libretto, oggi convertita a pastora anglicana. Con le coreografie di Ella Rotschild sono festeggiatissimi anche gli artisti danzatori, ulteriore elemento portante di uno spettacolo destinato a rimanere nella memoria.

Cronaca di un amore. Callas e Pasolini

foto © Gianni Cravedi

Davide Tramontano, Cronaco di un amore. Callas e Pasolini

Piacenza, Teatro Municipale, 27 marzo 2026

★★★★☆

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Cronaca di due solitudini

Cronaca di un amore di Davide Tramontano rilegge l’incontro tra Maria Callas e Pier Paolo Pasolini evitando ogni biopic. Tra assenza e incomunicabilità, trasforma la loro relazione in riflessione sull’amore impossibile. Scrittura fluida, personaggi frammentati e regia simbolica costruiscono un teatro che non racconta, ma interroga, lasciando aperta la domanda sul senso dell’amare.

C’è qualcosa di vertiginosamente attuale — e insieme irrimediabilmente novecentesco — in Cronaca di un amore. Callas e Pasolini, la nuova opera approdata al Teatro Municipale di Piacenza su commissione e affidata al talento, sorprendentemente maturo, del ventiseienne Davide Tramontano. Un titolo che si inserisce con tempismo tra due anniversari che pesano come ombre lunghe sulla cultura italiana: il cinquantenario della morte di Pier Paolo Pasolini nel 2025 e quello di Maria Callas nel 2027. Ma guai a pensare a un’operazione commemorativa. Qui non si celebra: si scava.

Secondo lavoro teatrale del compositore dopo l’atto unico Mother, quest’opera in due atti, su libretto di Alberto Mattioli, prende le mosse da un episodio noto — l’incontro tra Callas e Pasolini sul set di Medea nel 1969 — per smontarlo pezzo dopo pezzo. Niente ricostruzione filologica, nessuna patina da biopic lirico: Cronaca di un amore rifugge il didascalico, al contrario, si muove per sottrazione, per vuoti, per silenzi. E soprattutto per ascolto. Non tanto delle parole pronunciate, quanto di quelle che restano sospese, mancate, impossibili.

Atto primo. Luglio 1969. Nella laguna di Grado sono in corso le riprese di Medea, un film di Pier Paolo Pasolini, protagonista Maria Callas. È la scena in cui Medea-Maria, sconvolta dal tradimento di Giasone, deve correre in tondo, come invasata. L’impegno di Callas, che indossa un costume con due chili e mezzo di gioielli in un caldo soffocante, è tale che non sente lo «stop» del regista e continua a correre all’impazzata, fino a svenire. Il regista e i macchinisti la soccorrono. Rimasto solo, Pasolini riflette sulla dedizione della sua attrice, sul fascino che emana e sulla strana attrazione che lo lega a lei. Viene poi raggiunto dal Ragazzo, con cui ha una lunga relazione. Costui, imbarazzato, lo informa che vorrebbe troncarla perché intende sposarsi. Più tardi, nel suo camerino, Callas sta preparandosi per uscire a cena con Pasolini: dopo la fine del suo matrimonio e dei nove anni di relazione con Onassis, si è resa conto di essersi innamorata del regista, ma è piena di ferite e di timori. Arriva Pasolini, i due parlano e si scoprono sempre più attratti l’uno dall’altra, finché si scambiano un bacio sulla bocca.
Atto secondo. Sempre Grado. Sta per iniziare una festa campestre che celebra la fine delle riprese. Maria e Pier Paolo chiacchierano apparentemente sereni. Pasolini le regala un anello, una corniola incastonata all’uso romano. Entra la Madre di lui per annunciare che gli ospiti stanno arrivando. Pasolini va ad accoglierli, Callas mostra il regalo alla Madre: per entrambe, è un anello di fidanzamento. La Madre, rimasta sola, confida allora la sua gioia per le nozze, che le sembrano ormai decise, fra il figlio e la cantante. Alla festa, Pasolini si è appartato, pensieroso, e viene raggiunto dal Ragazzo che commenta sarcastico il futuro matrimonio dell’amante, di cui tutti già parlano. Qualche settimana dopo, terminato il film, Callas parla angosciatissima al telefono: il tempo passa, Pasolini non fa la proposta di matrimonio e lei non capisce perché. È passato altro tempo, e nel doppio monologo conclusivo apprendiamo che i due sono stati insieme in vacanza su un’isola greca, e poi in viaggio in Africa e Yemen. Ma il loro amore è finito. Maria e Pier Paolo hanno capito, entrambi, di essere condannati alla solitudine. 

Il primo merito dell’opera è proprio questo: evitare la trappola, sempre in agguato, del museo in musica. Non c’è traccia di agiografia, né per la diva né per il poeta. Niente cartoline callassiane, nessun santino pasoliniano. Piuttosto, la vicenda reale — quel legame enigmatico e mai davvero compiuto — viene trasfigurata in una riflessione sull’amore impossibile. «Vero benché impossibile», come lo definisce Tramontano stesso. Un amore che forse proprio nella sua impossibilità trova una forma più autentica, più radicale.

La scelta drammaturgica di Mattioli è, in questo senso, decisiva. La “cronaca” evocata dal titolo è un depistaggio sottile, quasi ironico. Qui non si racconta una storia: si mette in scena una distanza. Il cuore pulsante dell’opera non è il dialogo, ma il mancato incontro. Due monologhi paralleli, due linee emotive che si avvicinano senza mai toccarsi davvero. E il finale — quel “non duetto” che lascia i protagonisti irrimediabilmente soli — suona come una dichiarazione poetica limpida, quasi crudele nella sua onestà.

Tramontano costruisce una partitura che sfugge tanto al melodramma tradizionale quanto alle rigidità di certa avanguardia accademica. La sua scrittura è fluida, mobile, attraversata da continui slittamenti tra presente e memoria, tra realtà e proiezione. L’orchestra non accompagna: agisce. È materia viva, pensiero che si fa suono, emozione che si incarna in timbro. Si percepisce una lezione novecentesca interiorizzata — da Britten in avanti — ma mai esibita, mai manieristica. Il risultato è una tessitura sonora che respira, si contrae, si dissolve.

Le due figure centrali trovano una definizione musicale precisa. Maria Callas — la diva, la figura pubblica, la donna circondata da lusso e solitudine — si muove in una vocalità più lirica, sospesa, quasi evanescente. Pasolini, invece — antiborghese, scandaloso, radicale — è affidato a una dimensione più declamata, concreta, a tratti aspra. Se la Callas sembra galleggiare in una musicalità eterea, Pasolini affonda in una materia sonora più densa, più terrestre. Due mondi che si sfiorano senza mai fondersi.

Nella trama musicale emergono, qua e là, echi operistici che funzionano come tracce di memoria. Citazioni vocali della Lucia di Lammermoor o de La sonnambula, oppure richiami orchestrali più nascosti, come il tema di «Amami Alfredo» affidato all’oboe — una presenza discreta, quasi subliminale. L’Orchestra Filarmonica Italiana, sotto la direzione attenta e sensibile di Enrico Lombardi, restituisce una gamma timbrica sempre trasparente, scolpita con finezza, senza mai sovrastare. La sua direzione non si limita a sostenere, ma dialoga costantemente con la scena, costruendo un tessuto sonoro che lascia spazio alle voci senza mai impoverirsi. L’intesa tra orchestra e cantanti è evidente: respiri comuni, attacchi condivisi, una sensazione di flusso continuo che rende giustizia alla scrittura mobile di Tramontano.

Ma è forse nella gestione dell’assenza che l’opera trova la sua cifra più originale. Assenza fisica, certo — un amore mai consumato — ma anche simbolica: l’impossibilità di coincidere con sé stessi. Tramontano parla apertamente di «drammaturgia dell’assenza», e il concetto si traduce in scena con coerenza. La Callas non è mai solo la Callas: è Maria, una donna che desidera essere amata per ciò che è, non per ciò che rappresenta. Pasolini, dal canto suo, non è il poeta corsaro, ma un uomo attraversato da contraddizioni, incapace di abitare fino in fondo le proprie relazioni.

Entrambi appaiono come figure scisse, incomplete, segnate da tensioni irrisolte. E proprio per questo profondamente umane. L’opera evita ogni psicologismo facile, ogni tentazione di spiegare o chiudere i personaggi in una definizione rassicurante. Li lascia aperti, vulnerabili, esposti. La Callas emerge come una figura fragile, segnata da delusioni e da una ricerca ostinata di autenticità. Pasolini è colto nel suo rapporto complesso con il desiderio, con la solitudine, con l’impossibilità di amare secondo codici “normativi”.

In questo gioco di rifrazioni, i personaggi secondari assumono un ruolo tutt’altro che marginale. La Madre e il Ragazzo non sono semplici comprimari, ma proiezioni, specchi deformanti, chiavi interpretative. La Madre introduce una dimensione quasi psicoanalitica: il legame con Pasolini diventa lente attraverso cui leggere la sua incapacità di relazione. Il Ragazzo, invece, incarna una fisicità concreta, una dimensione erotica che sfugge tanto a Pasolini quanto alla Callas. Insieme, costruiscono un sistema di relazioni che oscilla tra realismo e simbolo.

Eppure, nonostante l’ancoraggio a figure iconiche del Novecento, Cronaca di un amore parla con forza al presente. Non c’è nostalgia, non c’è compiacimento retrospettivo. Al contrario, l’opera interroga il nostro modo contemporaneo di vivere le relazioni. In un’epoca di connessioni incessanti e comunicazioni immediate, mette in scena l’incomunicabilità più radicale. Un paradosso solo apparente: perché l’amore, sembra suggerire il libretto, resta sempre un territorio di fraintendimento, di proiezione, di distanza.

Il tema dell’“amore diverso”, segnato da ostacoli sociali e culturali, attraversa l’opera senza mai trasformarsi in manifesto. Il rapporto tra Callas e Pasolini diventa un prisma attraverso cui osservare le tensioni tra desiderio individuale e norme collettive. Ma tutto passa attraverso una scrittura che privilegia la complessità, che rifiuta la semplificazione.

Sul piano teatrale, l’opera dimostra una notevole capacità di alternare registri. Accanto ai momenti più rarefatti e introspettivi, emergono episodi di forte intensità drammatica — come i duetti tra Pasolini e il Ragazzo — in cui la musica si fa più nervosa, più incisiva, quasi tagliente. Qui il teatro prende il sopravvento, e le contraddizioni del protagonista si manifestano con una crudezza disarmante.

Carmela Remigio si getta con il consueto entusiasmo e grande generosità nella parte della Divina riproponendo praticamente sé stessa. Rinuncia a “fare la Callas”, nessuna ricerca del timbro callassiano, nessun manierismo da grande tradizione per restituire, invece, una donna, un essere umano attraversato da crepe, esitazioni, desideri non risolti. Modellando le frasi, lavorando per sfumature più che per slanci riesce ad aderire alla scrittura di Tramontano, che chiede alla voce non tanto di imporsi quanto di insinuarsi, di abitare gli interstizi tra parola e suono.

Bruno Taddia si integra nella struttura molteplice del personaggio, dei diversi Pasolini in scena, mantenendo una coerenza profonda pur attraversando registri differenti: non li separa in compartimenti stagni, ma li lascia filtrare l’uno nell’altro, come accade nella coscienza reale. Particolarmente riusciti sono i momenti nei duetti con il Ragazzo, dove Taddia lascia emergere senza filtri le contraddizioni del personaggio. Qui la sua vocalità si fa più tagliente, più scoperta, e il controllo della linea cede volutamente il passo a una maggiore urgenza espressiva. Didier Pieri delinea con grande efficacia la figura del Ragazzo mentre Caterina Meldolesi pone la sua bella voce al servizio della figura della Madre. Entrambi con le loro performance danno ragione all’importanza tutt’altro che secondaria dei due personaggi.

La regia, firmata da Davide Livermore e Mercedes Martini, coglie con precisione queste ambivalenze costruendo uno spazio scenico che è insieme concreto e mentale. In scena agiscono diversi alter ego dei protagonisti: due Callas (la diva e la donna), quattro Pasolini (il poeta, il regista, il pensatore, l’uomo ferito). Una moltiplicazione che visualizza la frammentazione interiore dei personaggi. Il Ragazzo richiama esplicitamente le fattezze e i modi di Ninetto Davoli, mentre la Madre assume i contorni semplici e concreti di Susanna Colussi.

La scenografia di Eleonora Peronetti ripropone quella già apprezzata per Il lutto di addice ad Elettra creando un ambiente quasi astratto. Le immagini, spesso filtrate e stratificate, dialogano con la musica amplificandone le risonanze. L’apporto video di D-Wok rinuncia alla consueta spettacolarità digitale per puntare su fotografie in bianco e nero: un archivio visivo che diventa memoria condivisa. I costumi di Anna Verde e le luci di Aldo Mantovani completano un impianto scenico coerente, mai invadente.

In definitiva, Cronaca di un amore si impone come una proposta interessante nel panorama della nuova musica italiana. Non tanto per una presunta “novità” linguistica — che pure esiste — quanto per la sua ambizione: utilizzare il teatro musicale come strumento di indagine, non di rappresentazione. Un teatro che non racconta, ma interroga. Che non offre risposte, ma apre domande.

E forse è proprio qui il suo punto di forza. L’opera non pretende di dirci cosa sia stato davvero l’amore tra Callas e Pasolini. Non scioglie il nodo, non chiude il cerchio. Ci lascia invece davanti a un interrogativo semplice e vertiginoso: è possibile amare senza possedere? È possibile incontrarsi davvero, o ogni relazione è destinata a restare, almeno in parte, incompiuta?

Quando, nel finale, i due protagonisti restano soli — «sola/o», all’unisono — non c’è catarsi, né consolazione. Solo un silenzio denso, carico, abitato. Un silenzio che continua a risuonare ben oltre l’ultima nota. E che, forse, è la risposta più onesta che il teatro possa offrire.

Mother

foto © Gianni Cravedi

Davide Tramontano, Mother

Piacenza, Teatro Municipale,  21 giugno 2024

(registrazione video)

Un debutto sotto il segno del mare: Tramontano e la sfida della tragedia

Una delle più rare e, per molti versi, sorprendenti incursioni teatrali di Ralph Vaughan Williams è Riders to the Sea, trasposizione musicale dell’omonimo dramma del 1904 di John Millington Synge. Testo capitale del teatro irlandese moderno, Riders to the Sea condensa in poche, scabre pagine una materia tragica di impressionante densità: destino, perdita, dignità umana. Una tragedia senza orpelli, dove l’azione è ridotta all’essenziale e il vero protagonista è il tempo che conduce inesorabilmente verso la morte.

Quando Vaughan Williams decide di metterlo in musica — l’opera vedrà la luce sulle scene nel 1937 — ne rispetta con ammirevole fedeltà l’impianto, trasferendone la forza primitiva in un linguaggio sonoro che è tipicamente suo: ampio, atmosferico, intriso di lirismo, ma anche profondamente radicato nella modalità e nelle inflessioni della musica popolare britannica e irlandese.

A quasi novant’anni di distanza, lo stesso testo ritorna a nuova vita musicale in Mother, opera prima del giovanissimo Davide Tramontano (classe 2000), presentata al Teatro Municipale di Piacenza che l’ha commissionata. Già il titolo segnala uno scarto significativo: Mother, non più Cavalieri del mare. Non il movimento, non l’azione: il centro emotivo della vicenda — la madre — diventa fulcro semantico e drammaturgico. È una scelta che orienta fin da subito la prospettiva dell’ascolto, invitando a leggere l’opera come un lungo, ininterrotto attraversamento del dolore materno.

I temi restano quelli, immutabili e archetipici, del fatalismo, della contrapposizione tra uomo e natura, della perdita come destino inscritto nell’ordine delle cose. Ma Tramontano li filtra attraverso una sensibilità contemporanea, più incline all’indagine psicologica che alla rappresentazione oggettiva. Il libretto, firmato dallo stesso compositore, procede per sottrazione: elimina il superfluo, concentra l’azione, affila il discorso fino a renderlo essenziale. Non vi è alcun colpo di scena — né potrebbe esservi, trattandosi di una tragedia già tutta annunciata — ma una progressiva emersione dell’inevitabile. Il mare, ancora una volta, non è semplice sfondo: è simbolo di destino, forza indifferente e insieme matrice di vita e di morte.

In questo contesto, la scrittura musicale di Tramontano si rivela sorprendentemente consapevole. Nei circa cinquanta minuti dell’opera – quindici più di Vaughan Williams – il giovane compositore evita con intelligenza tanto il rifugio in un accademismo rassicurante quanto la tentazione di una rottura linguistica fine a sé stessa. La sua partitura si colloca in un territorio intermedio, dove la tradizione novecentesca — in particolare quella mitteleuropea — dialoga con una sensibilità timbrica e strutturale più attuale. Non è arbitrario evocare la lezione di Alban Berg: non tanto per una diretta filiazione stilistica, quanto per la comune attenzione alla dimensione psicologica del suono, alla sua capacità di farsi veicolo di stati interiori.

Uno degli elementi più riusciti è l’uso dei motivi ricorrenti. Lontani da qualsiasi rigidità wagneriana, essi si presentano come cellule mobili, instabili, che emergono e si trasformano nel corso dell’opera quasi fossero ricordi o ossessioni. Non identificano in modo univoco personaggi o situazioni, ma contribuiscono a costruire una rete di rimandi interni che rafforza la coesione del discorso musicale. Altrettanto notevole è l’equilibrio tra continuità e frammentazione. Tramontano rinuncia alla tradizionale articolazione in numeri chiusi, optando per un flusso musicale ininterrotto; e tuttavia questo flusso è costantemente inciso da fratture, sospensioni, improvvisi addensamenti sonori. La musica sembra letteralmente “respirare” con i personaggi: si interrompe nei momenti di paura, si tende nella crisi, si rarefà nel dolore. È un organismo vivo, che reagisce alle sollecitazioni del dramma piuttosto che imporgli una forma precostituita.

Sul piano armonico, il linguaggio è chiaramente post-tonale, ma non privo di punti di riferimento. Affiorano centri gravitazionali percepibili, sufficienti a orientare l’ascolto senza mai stabilizzarlo completamente. Le dissonanze, lungi dall’essere decorative o provocatorie, funzionano come autentici vettori espressivi, spesso associati alla presenza — reale o simbolica — del mare e alla percezione incombente della perdita.

Il timbro, poi, assume un ruolo decisivo. L’orchestrazione — arricchita da discreti ma significativi interventi elettronici — non si limita ad accompagnare le voci, ma costruisce un vero e proprio spazio sonoro. Gli impasti strumentali evocano ambienti, suggeriscono stati d’animo, danno corpo a presenze invisibili. Il mare, ancora una volta, non è descritto ma trasfigurato: risuona nella materia stessa del suono, come una forza che permea ogni cosa.

Se un limite si può individuare, esso risiede forse proprio nella compattezza dell’opera: la concentrazione drammatica, se da un lato garantisce una tensione costante, dall’altro riduce lo spazio per momenti di respiro o per un maggiore sviluppo dei personaggi secondari. Ma è un limite relativo, quasi fisiologico, in un lavoro che fa della densità la propria cifra.

Particolarmente curata è la scrittura vocale, che rivela un’attenzione non comune alla prosodia. La linea di canto si colloca spesso al confine con il parlato, seguendo da vicino l’andamento del testo, con ritmi irregolari e frasi che sfuggono alla respirazione tradizionale. Ne deriva una vocalità anti-virtuosistica, ma estremamente esigente, in cui il senso deve essere costruito parola per parola. Ancora una volta, il riferimento a Berg — e in particolare a Wozzeck — appare più pertinente di quello al melodramma italiano.

In questo quadro, il ruolo di Maurya emerge come vero fulcro dell’opera, un banco di prova tanto tecnico quanto interpretativo. Alla prima piacentina, Caterina Meldolesi ne ha offerto un’interpretazione di grande intensità, affrontando con sicurezza una scrittura impervia e restituendo con rara efficacia la complessità emotiva del personaggio. La sua è una presenza scenica totalizzante, capace di sostenere un arco drammatico continuo senza cedimenti, fino a una scena finale in cui voce e teatro trovano una sintesi di notevole forza espressiva.

Accanto a lei, un cast ben assortito — tra cui Corina Baranovschi, Liu Ziyu e Jing Mingyu — ha contribuito a mantenere alta la tensione complessiva, senza cedimenti individuali ma soprattutto con una lodevole coesione d’insieme. La direzione di Daniele Balleello si è distinta per precisione e sensibilità, restituendo con chiarezza la complessità della partitura e valorizzando il suono ricco e ben amalgamato dell’ensemble del Conservatorio Nicolini.

Forte si è dimostrata l’integrazione musica–scena con la regia di Roberto Recchia in cui l’apparato scenografico è ridotto al minimo: le poche suppellettili (un letto, un tavolo, alcune sedie) di una casa dove domina la povertà (non ci sono neanche i chiodi per la bara!). Uno schermo sul fondo, dove si proietta il testo tradotto in italiano, rimanda sobrie immagini video che richiamano il mare, ma sono le luci di Michele Cremona a definire con il loro mutare continuo l’atmosfera carica di tensione del dramma.

Nel complesso, Mother si impone come un debutto di notevole interesse: un’opera che non si limita a promettere, ma già realizza molto, rivelando in Tramontano una voce autentica e una visione artistica lucida. In dialogo ideale con il precedente di Vaughan Williams, dimostra come un medesimo testo possa generare esiti profondamente diversi, eppure ugualmente necessari.