Contemporanea

Figaro Gets a Divorce

 

Elena Langer, Figaro Gets a Divorce

★★★★☆

Ginevra, 22 settembre 2017

(video streaming)

Figaro, parte terza

Tutti conosciamo la prima e la seconda parte della trilogia di Pierre de Beaumarchais – Le barbier de Séville, ou La précaution inutile e La folle journée, ou Le mariage de Figaro. Il Barbiere è stato messo in musica prima da Paisiello e poi da Rossini, il Figaro per antonomasia è quello di Mozart.

Ma la terza parte? L’autre Tartuffe, ou La mère coupable è di certo la meno conosciuta, eppure è stata messa in musica due volte: da Darius Milhaud nel 1966 e da Inger Wilkstöm nel 2006 e adesso ispira il libretto di David Pountney, basato anche su Figaro läßt sich schneiden (Figaro divorzia) commedia in tre atti del 1937 di Ödön von Horváth, da cui prende il titolo in inglese. Intonato da Elena Langer è ora in scena al Grand Théâtre di Ginevra dopo aver debuttato nel febbraio 2016 a Cardiff per la Welsh National Opera.

Cos’è dunque successo in casa Almaviva dopo le nozze di Figaro? Che ne è dei lontani echi della Rivoluzione Francese? E che cosa dice il nome di Figaro a un compositore moderno?

A queste domande risponde la compositrice Elena Langer, inglese ma nata in Russia nel 1974, che ha scritto brevi opere per l’Almeida Theatre di Londra, tra cui un’Ariadne (2002), mentre un suo successivo lavoro sul caso di un paziente affetto da Alzheimer, The Lion’s Face, fu allestito anche al Covent Garden nel 2010.

In Figaro Gets a Divorce si racconta del Conte in fuga con tutta la sua famiglia da una rivoluzione in un paese e un’epoca non specificati. Essi vengono catturati al confine da un enigmatico Maggiore che li tiene sotto il suo potere. Il Maggiore informa Angelika e Serafin che in effetti sono fratello e sorella, essendo Angelika frutto di una relazione del Conte con Barbarina mentre Serafin è il risultato di una notte tra la Contessa e Cherubino, quest’ultimo è creduto ucciso in battaglia. Il Maggiore spera di sposare Angelika che invece ama Serfain non sapendo trattarsi di suo “fratello”. Figaro lascia il Conte e tenta di rimettersi come barbiere, ma litiga con Susanna poiché lei vuole un figlio e Figaro si rifiuta di prenderne in considerazione la possibilità in tempi così difficili. Susanna allora lascia Figaro e incontra Cherubino, ora noto come “il Cherubino”. Proprietario di uno squallido bar che paga il pizzo al Maggiore, così come Figaro, Cherubino impiega Susanna come cantante nel suo locale. La Contessa rifiuta di essere ricattata dal Maggiore e confessa al Conte, uscito di prigione per debiti di gioco, di Serafin. Anche Susanna confessa di essere stata messa incinta da Cherubino. Figaro aiuta la famiglia a fuggire dalle grinfie del Maggiore nel castello del conte, ma uccide Cherubino. Il Maggiore, che è un doppio giochista che lavora anche per le forze della rivoluzione, li intrappola tutti nel castello e ne organizza l’omicidio. Tuttavia Figaro, Susanna, Angelika e Serafin riescono a scappare attraverso un passaggio segreto mentre il conte e la contessa rimangono indietro «to face the music».

Lo spettacolo fa parte di una originale proposta del teatro di Ginevra che presenta l’intera trilogia (Rossini, Mozart, Langer) in tre giorni consecutivi con la stessa scenografia di Ralph Koltai ma con tre registi diversi – Sam Brown per il Figaro barbiere e celibe, Tobias Richter per il Figaro che si sposa e David Pountney per il suo divorzio. Tutti e tre gli spettacoli sono disponibili in streaming su arte.tv.

Con i costumi di Sue Blane, Pountney ambienta l’azione del terzo episodio in un’epoca che ricorda gli anni ’30 del secolo passato esaltando in tal modo la drammaticità della vicenda che infatti in originale non è una commedia, bensì un “dramma morale”. Qui non c’è spazio e tempo per travestimenti e nascondimenti e il Maggiore incarna la minaccia che in qualsiasi momento può distruggere dall’esterno le speranze di felicità. Ma altrettanto pericolosa è la minaccia dall’interno, dalla famiglia o da noi stessi.

L’eclettica partitura della Langer suggerisce il mezzo cinematografico per il taglio delle scene, i riferimenti al cabaret, al jazz e ai temi di ballo in uno stile musicale che non pretende di richiamare le opere del passato: quando la Contessa sconfortata intona «I have lost everything» non si può non pensare a «Dove sono i bei momenti», ma musicalmente non c’è nulla che lo ricordi nella lucida esecuzione di Justin Brown se non la ricchezza dell’orchestrazione.

Ottimo il cast impegnato. Primo fra tutti il Maggiore di Alan Oke sia quando canticchia sornione mentre ricatta Figaro che gli fa la barba con un affilato rasoio alla gola, sia quando sibila tra i denti in un quasi sprechgesang le sue melliflue minacce. David Stout e Marie Arnet sono la coppia in crisi di Figaro e Susanna, mentre il controtenore Andrew Watts presta la voce a uno scafato Cherubino.

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Jackie O

★★★☆☆

Un’opera pop

Commissionata dalla Houston Grand Opera, Jackie O è stata messa in scena nel 1997 al Cullen Theatre di Houston, TX. Lontano dalle avanguardie –  l’autore sembra quasi fare il verso al Philip Glass della scena iniziale del suo Einstein on the Beach quando fa qui intonare le cifre che compongono il numero 1968 – esplora con la sua musica le possibili interazioni fra i vari linguaggi musicali: l’opera lirica tradizionale, il musical, il rock e il jazz.

Tastierista rock, pianista jazz, studente di composizione in università e conservatori americani ed europei, Michael Daugherty è un musicista americano fortemente influenzato dalla cultura pop. Suoi lavori sono stati ispirati dalle figure di Elvis Presley, Diego Rivera, Frida Kahlo e, nel caso di questa opera, da Jacqueline Bouvier prima moglie di J.F.Kennedy e poi di Aristotele Onassis.

I singoli personaggi sono connotati da specifici stili musicali, come dice lo stesso compositore: «Ciascun personaggio ha un mondo sonoro tutto suo. Le arie di Jackie sono esotiche, malinconiche e molto espressive. In contrapposizione, le arie di Onassis ricordano Las Vegas, Dean Martin o i Rat Pack degli anni sessanta. Lo stile di Maria Callas è operistico ma, dato che negli anni sessanta la diva stava perdendo la voce, canta, melodrammaticamente, nel registro basso, e in qualche occasione ricorre persino al parlato. Liz Taylor ha frasi corte e di tipo blues, mentre la Principessa Grace intona alla Doris Day. L’aria di Andy Warhol, come la sua arte, è una serie di ripetizioni modulate. Il coro ha una parte di rilievo in tutta l’opera».

Il testo di Jackie O è di Wayne Koestenbaum, prolifico saggista e scrittore americano acuto analizzatore dei fenomeni mediatici (Moira Orfei in Aigues-Mortes, The Anatomy of Harpo Marx), di pop art (innumerevoli scritti su Andy Warhol) e di opera lirica (The Queen’s Throat: Opera, Homosexuality and the Mistery of Desire). Jackie under my Skin: Interpreting an Icon è la fonte primaria del libretto.

Il DVD della Dynamic è la registrazione dello spettacolo messo in scena a Bologna dal regista Damiano Michieletto nel giugno 2008.

Il primo atto inizia con Jacqueline Kennedy, non ancora Onassis, sola in scena in tailleur Chanel color pesca, mentre un lungo e teso assolo di violoncello accompagna le immagini in bianco e nero del suo matrimonio con J.F.Kennedy fino all’agguato a Dallas nel 1963. Subito dopo l’atmosfera cambia e il palcoscenico del Comunale di Bologna si trasforma in un happening in cui si celebrano il 1968 e le sue icone: Liz Taylor, Grace Kelly, Andy Warhol tutti in attesa di Jackie («Jackie’s coming!») sotto una enorme lattina di Campbell Tomato Soup che si trasformerà in seguito in alcova, bar, … Assieme a un divano rosso di pelle sarà l’unico elemento della scenografia di Paolo Fantin.

Siamo nella Factory di Warhol e toni jazzistici si alternano a songs melodici, a riff di sassofono, a ritmi di danza. Maria Callas e Onassis entrano in scena in un duetto con accompagnamento di ottoni e la donna si lamenta di essere trascurata dall’armatore («You made my toes curl. You made me forget high Cs. I almost stopped wanting applause»). L’uomo le risponde con un «Addio del passato» e poi conquista Jackie con una Habanera sulle parole «I am curious (yellow)» titolo del film di Vilgot Sjöman (Jag är nyfiken, en film i gult, 1967) che i due si apprestano ad andare a vedere insieme («Don’t look back»).

Nel secondo atto siamo sullo yacht “Christina” dell’armatore. È passato un anno dal suo matrimonio con Jacqueline. Onassis e i suoi amici playboy elencano in ordine alfabetico tutti i possibili nomi di cocktail («Stiff drink») in una moderna versione di una scena operistica di brindisi. Jackie si dimostra sempre più melanconica, tanto che Onassis promette a Maria Callas di andarla a trovare al Lido di Venezia. Le due donne intanto si incontrano («The flame duet») durante una passeggiata sull’isola di Skorpios, proprietà privata dell’armatore, e si riconciliano. Jackie comunica con la voce del suo ex marito che le perdona le sue passate infedeltà («Jack’s song») e la donna decide di ritornare in America («The new frontier is here»). Lo spettacolo si conclude con le immagini dell’attacco dell’11 settembre alle Twin Towers.

Presentata con enorme successo negli USA, dove ogni anno centinaia di titoli nuovi prendono la via delle scene, qui, dove siamo abituati a cartelloni basati sui soliti trenta titoli, il lavoro di Daugherty ha avuto una tiepida accoglienza nonostante l’impegno del maestro Christopher Franklin alla testa dell’orchestra del Comunale, la regia scorrevole di Michieletto e i validi interpreti, tra cui ricordiamo i due italiani Simone Alberghini, Onassis che si esprime spesso in falsetto, ed Enea Scala, la voce del fantasma di JFK. La protagonista ha la voce di Fiona Mc Andrew.

Ti vedo, ti sento, mi perdo

Salvatore Sciarrino, Ti vedo, ti sento, mi perdo

★★★★☆

648126338.png  Qui la versione in italiano

Milan, 14 November 2017

Sciarrino and the memory of Baroque

La Scala Opera Season ends with a world première by a living composer, the Sicilian Salvatore Sciarrino.

As the subtitle “Waiting for Stradella” suggests, his fifteenth work for the stage takes its source of inspiration from the composer Alessandro Stradella. The same was for one of his previous works, Luci mie traditrici (Oh My Betraying Eyes, 1998) inspired by the life of another Italian composer, Carlo Gesualdo da Venosa. Both musicians share a tragic story: Gesualdo murdered his wife and her lover in a jealous rage while Stradella was stabbed by assassins hired by the husbands of his innumerable mistresses….

continues on bachtrack.com

Ti vedo, ti sento, mi perdo

Salvatore Sciarrino, Ti vedo, ti sento, mi perdo

★★★★☆

BandieraInglese  Click here for the English version

Milano, 14 novembre 2017

Sciarrino e la memoria del barocco

Coprodotto con la Staatsoper di Berlino anche Ti vedo, ti sento, mi perdo continua la fascinazione dell’arte barocca subita dal musicista settantenne. Come dice il sottotitolo “In attesa di Stradella” questo suo 15esimo lavoro per la scena ha come fonte di ispirazione il compositore Alessandro Stradella. Così era stato anche per una delle sue opere precedenti, Luci mie traditrici (1998) ispirato alla vita di un altro compositore italiano, Carlo Gesualdo da Venosa. Entrambi i musicisti sono accomunati da una vicenda tragica: Gesualdo divenne assassino della moglie e del suo amante per gelosia, Stradella fu pugnalato da sicari mandati dai mariti delle sue innumerevoli amanti…

continua su bachtrack.com

Sonata d’autunno

Sebastian Fagerlund, Höstsonaten

Helsinki, 23 settembre 2017

(video streaming)

Direttamente ispirata dal film di Ingmar Bergman del 1978 conosciuto in tutto il mondo come Sonata d’autunno (Autumn Sonata, Sonate d’automne, Sonata de otoño, Herbstsonate, Осенняя соната, Aki no sonata…) meno che in Italia dove diventa invece Sinfonia d’autunno (facendo perdere così il carattere intimo e cameristico della vicenda), la nuova opera del compositore finlandese Sebastian Fagerlund debutta alla Finnish National Opera.

La librettista Gunilla Hemming si è basata fedelmente sullo script del film in cui Charlotte, che ha trascurato per molti anni le figlie a causa della sua carriera di pianista, fa visita a Eva, che ha perso un figlio. Nella casa trova con sua sorpresa anche Helena, l’altra figlia disabile. Eva si è presa cura della ragazza in tutto questo tempo dopo averla fatta uscire dall’istituzione in cui l’aveva sistemata la madre. La tensione tra le due donne lentamente sale fino a che in una conversazione notturna danno libero sfogo a tutte le cose che avrebbero voluto dirsi.

Höstsonaten è la seconda opera di Fagerlund, un compositore conosciuto soprattutto per i suoi lavori strumentali dove la musica orientale e lo heavy metal si mescolano in uno stile post-modernista. Il Concerto per clarinetto del 2006, quello per violino del 2012 e per chitarra del 2013 sono tra i suoi più recenti successi.

Messo in scena da Stéphane Braunschweig, che firma anche la bella scenografia, l’opera è diretta da John Storgårds. La parte di Charlotte Andergast, che nel film fu interpretata da Ingrid Bergman, qui sulle tavole della Suomen Kansallisooppera di Helsinki è cantata da Anne Sofie von Otter. Erika Sunnegårdh e Helena Juntunen sono rispettivamente Eva e Helena (Liv Ulmann e Lena Nyman nel film) mentre Tommi Hakala dà voce al personaggio del marito Viktor.

Peccato che dopo tre settimane e a un giorno dal termine della sua disponibilità su Opera Platform ancora manchino i sottotitoli (l’opera è cantata in svedese) non permettendo di apprezzare ed analizzare il lavoro come meriterebbe.

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Sophie’s Choice

★★★☆☆

Il terribile segreto di Sophie Zawistowska

Scomparso nel 2009 a settantatré anni, Nicholas Maw è stato un compositore inglese che dopo la Royal Academy of Music di Londra ha studiato a Parigi con Nadia Boulanger e Max Deutsch, allievo a sua volta di Schönberg. Dopo la carriera di insegnante nelle più prestigiose università inglesi si era trasferito negli USA dove poi è mancato.

Il suo stile neo-romantico e post-modernista (Maw ha sempre rifiutato il linguaggio dell’atonalità) è ben riconoscibile e per questo le critiche sul compositore sono sempre state divise tra chi ha apprezzato l’esuberanza della sua orchestrazione e chi ha trovato la sua musica un pastiche di linguaggi tonali. La musica di Maw si collega con continuità alle esperienze di fine Ottocento saltando a piè pari le avanguardie della prima metà del Novecento, avvicinandosi come stile a quello della musica da film in questa sua Sophie’s Choice (La scelta di Sophie), terza e ultima opera per il teatro dopo One Man Show del 1964 e The Rising of the Moon del 1970. Se l’orchestrazione si prende talora qualche libertà armonica, le voci sono invece sempre impegnate in un recitativo-arioso strettamente tonale, che non sfocia però mai in una melodia, un tema riconoscibile. Unici momenti “lirici” sono quelli della lettura delle poesie di Emily Dickinson o delle note del tango che invadono la casa in uno dei pochi momenti di serenità vissuti dai tormentati personaggi.

Commissionata da Radio 3 e dalla Royal Opera, Sophie’s Choice, dramma in quattro atti, ebbe la prima il 21 dicembre 2002 al Covent Garden. Le critiche si appuntarono soprattutto sul libretto, scritto dal compositore stesso ma mancante della qualità letteraria del romanzo di Styron che dava equilibrio e forma alla vicenda. L’opera ebbe comunque un ottimo riscontro di pubblico e fu allestita subito dopo a Berlino, Vienna e Washington, dove venne eseguita in una versione ridotta che tagliava di un’ora le quasi quattro originali. Il soggetto è ovviamente l’omonimo romanzo di William Styron del 1979 da cui tre anni dopo Alan J. Pakula trasse il film che avrebbe reso celebre l’attrice Meryl Streep.

La vicenda è raccontata, molti anni dopo, da Stingo, narratore sempre presente in scena. Al suo arrivo nel 1947 a Brooklyn dalla Virginia, speranzoso di sfondare come scrittore, il giovane trova sistemazione in una bizzarra casa dipinta di rosa, la cui proprietaria, Yetta, gli affitta una camera. La tranquillità è turbata dai rapporti spesso tempestosi di altri due inquilini della casa, la coppia composta da Sophie Zawistowska, una donna polacca, e Nathan Landau, un intellettuale ebreo, brillante, raffinato, ma ossessionato dall’olocausto e con oscillazioni d’umore sconcertanti. Una gita tutti insieme a Coney Island sarà l’unico momento di spensieratezza per i tre. Stingo si affeziona sempre più a Sophie e dopo aver scoperto che ha un numero tatuato sul braccio riesce a farle raccontare del passato che lei ha sempre celato. Affiora così una tragica realtà. Il padre, professore all’università di Cracovia, esaltato dalla figlia come uomo buono e giusto, era invece un sostenitore dello sterminio degli ebrei e anche lei si sente complice, avendo aiutato il padre a scrivere e pubblicare i suoi libelli antisemiti. Il fatto che il padre fosse un filonazista non basta però a risparmiargli la vita quando avviene l’invasione della Polonia e presto anche Sophie viene arrestata per contrabbando di cibo e mandata ad Auschwitz con i due figli. Qui in un certo senso collabora nuovamente con i nazisti diventando la segretaria del comandante del campo. La sua è una lunga confessione che avviene con drammatici flashback, mentre il rapporto a tre continua, a volte tranquillo a volte tempestoso, secondo il variare degli umori di Nathan che, come viene rivelato a Stingo dal fratello medico, è affetto da schizofrenia paranoide ed è cocainomane. Dopo l’ultima violenta scenata di Nathan, Sophie e Stingo partono per la Virginia. In viaggio il giovane propone alla donna di sposarlo. Sophie allora confessa il suo ultimo terrificante segreto: all’arrivo ad Auschwitz fu costretta a decidere quale dei due figli salvare e in preda alla disperazione le venne di gridare «Prendete la bambina!» dannando così la sua coscienza per sempre al tormento. Quella notte a Washington dapprima si concede a Stingo, ma poi lo lascia, ritorna da Nathan e insieme si suicidano. Nelle mani inerti di Sophie è il libro di poesie della Dickinson.

Diretta da Simon Rattle e con la regia di Sir Trevor Nunn, la registrazione BBC della prima è stata pubblicata nel 2010 su doppio DVD per commemorare il compositore a un anno dalla morte. In un’intervista nel bonus dei dischi il maestro Rattle esprime il suo entusiasmo per l’opera e non c’è da dubitare della sua sincerità vista la passione con cui concerta il lavoro, ma la lunghezza e la mancanza di una vera drammaticità non rendono particolarmente allettante l’opera. Come nel film il momento di maggior pathos è quello del racconto della “scelta” – e ci mancherebbe anche che non lo fosse! – ma per il resto non c’è una vera tensione drammatica anche a causa del prolisso libretto e della musica che avvolge tutta la vicenda con una melassa orchestrale sempre poderosa. Funzionale la scenografia di Rob Howell: proiezioni e una piattaforma rotante con i diversi ambienti naturalisticamente ricostruiti e accurati costumi.

Interpreti eccellenti quelli che hanno creato i ruoli: Angelika Kirschschlager è una vocalmente pregevole e intensa Sophie che traduce in amorevole tenerezza verso i due uomini il tormento del passato; Rod Gilfry è come sempre impeccabile e sa illuminare gli aspetti ora affascinanti ora feroci del personaggio di Nathan; parimenti efficaci anche Gordon Gietz e Dale Duesing, rispettivamente Stingo e il narratore. Come comandante Höss si fa notare il tenore finlandese Jorma Silvasti.

Due tracce audio, ma mancano i sottotitoli in italiano come avviene ormai spesso nella maggior parte dei DVD, anche di quelli italiani.

Weiße Rose

 

Udo Zimmermann, Weiße Rose

★★★★☆

Vienna, 30 giugno 2017

(video streaming)

Il coraggio della gioventù

Ci voleva un grande coraggio per resistere al Nazismo nella Germania del 1942. Questo coraggio l’ebbe un gruppo di studenti poco più che ventenni dell’Università di Monaco: i fratelli Hans e Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf. Assieme formarono la “Weiße Rose” (Rosa bianca) per opporsi in modo non violento al Nazismo. Ad essi si unì in seguito il professore Kurt Heber per la stesura di sei opuscoli in cui si incitavano i tedeschi alla resistenza passiva contro il regime nazista. Il settimo non fu distribuito perché i volantini caddero nelle mani della Gestapo e tutti quanti furono arrestati e giustiziati nel 1943. (1)

Venticinque anni dopo, i fatti vengono adattati dal compositore Udo Zimmermann, che era nato a Dresda proprio in quell’anno, per un’opera da camera in un atto con due voci soliste che raccontano gli ultimi istanti di vita dei due fratelli. E col fratello del compositore, Ingo Zimmermann, avviene la stesura del libretto.

Presentata nel 1967, Weiße Rose ha subito una revisione nel 1986 con l’ampiamento dell’organico ed è in questa versione con dodici strumentisti che viene presentata all’Armel Opera Festival in un allestimento di Anna Drescher, regista insignita nel 2015 dello EOP (European Opera-directing Prize).

La musica dura e atonale di Udo Zimmermann dipinge bene la solitudine dei due giovani in attesa della morte, ma non mancano sprazzi di struggente liricità che esprimono la nostalgia per la breve vita, mentre certi passaggi marziali la loro indomita determinazione. Parlato, canto a bocca chiusa, una vocalità cangiante e la gestualità danno teatralità a una vicenda altrimenti statica, appena interrotta da momenti che qui assumono un loro forte significato: lo scambio quasi ossessivo delle giacche, una mela sbucciata e mangiata, i giochi fra fratelli. La scena vuota e buia si riempie solo di lunghe strisce di carta che scendono dall’alto e poi di fogli sparsi a richiamare i volantini gettati all’università per l’ultima volta. Proiettate sulle strisce immagini che si deformano accentuano l’angoscia di due giovani vite che stanno per essere stroncate, angoscia in parte alleviata dalla fede cristiana che professano. Momenti di rassegnazione – «Ich bin zu schwach» (sono troppo debole) intonano a un certo punto in un lugubre duetto scandito dalle percussioni – si alternano fino all’ultimo a momenti di resistenza, anche  contro le pareti che si chiudono inesorabili su loro. Ma hanno ancora la forza di leggere un’ultima volta i loro scritti mentre avanza il terribile ritmo di marcia degli scarponi delle SS. Le ultime note che udiamo sono però quelle del quintetto di Schubert Die Forelle (La trota) che escono da un gracchiante 78 giri.

Musicalmente sono gli insoliti impasti di voci e strumenti a caratterizzare questo intenso lavoro di Zimmermann. Assieme all’orchestra sinfonica di Biel Solothurn (Svizzera) diretta da Kaspar Zehnder, due validi solisti: Wolfgang Resch e Marion Grange.

(1) In Italia nel 1971 la vicenda è stata oggetto di uno sceneggiato televisivo in due puntate di Alberto Negrin e poi di un libro di Paolo Ghezzi del 1993.

 ⸪

Operetka

Michał Dobrzyński, Operetka

★★★☆☆

Vienna, 2 luglio 2017

(video streaming)

Nudità contro vestiti: il grottesco di Gombrowicz in musica

Fedele al suo intento di scoprire nuove opere, l’Armel Opera Festival presenta l’inedito lavoro di un giovane compositore polacco, Michał Dobrzyński, classe 1980. Si tratta di Operetka, che mette in musica l’omonimo lavoro teatrale di Witold Gombrowicz, scrittore e drammaturgo nato in Polonia nel 1904 e morto nel 1969. Uno dei temi che ha affrontato nei suoi lavori è quello del contrasto fra le classi sociali nel suo paese, tema che ritroviamo in questa pièce del 1967 la cui gestazione è durata quindici anni. Come racconta Gombrowicz stesso nella prefazione: «Mi ha sempre affascinato la forma dell’operetta, a mio modo di vedere una delle più felici che il teatro abbia prodotte. Se l’opera ha qualcosa di goffo, d’irrimediabilmente pretenzioso, l’operetta, nella sua sublime idiozia, nella sua celeste sclerosi, vola sulle ali del canto, della danza, del gesto, della maschera ed è, secondo me, teatro perfetto, perfettamente teatrale. Nessuna meraviglia dunque che io mi sia lasciato tentare».

«Operetta è, come molte altre grandi opere, e anche a differenza di altrettante, continuamente contraddittoria: questa sorta di Valhalla, abitato dai numerosi personaggi che danno vita ad una sfrenata danza di morte, è un “gran teatro del mondo”, solo che del Siglo de oro non c’è più nulla, neanche metaforicamente. Come nel racconto di Poe in cui la Casa Usher lascia intravedere una fessurazione poco prima di precipitare rovinosamente, nell’opera di Gombrowicz scorgiamo sin dall’inizio una stortura, una sotterranea sovversione, una tragedia che si approssima. E che si sostanzia nelle ultime scene, di orgia funesta, di suprema bestialità, di canto paradossale». (Alessandro Puglisi)

Il lavoro mette in scena il contrasto tra il fatuo mondo dei ricchi e la sua vuotezza spirituale, con il pathos della storia vera, gli orrori e le sofferenze reali. «In questi tempi socialisto-democratici ed ateisto-socialistici, l’abito è diventato il baluardo più potente delle classi superiori. Le sfumature, le sottigliezze, i mezzi-toni, gli arabeschi enigmatici in cui si smarriscono i non iniziati, son il nostro modo, il modo delle classi superiori, di isolarci dalle classi inferiori» dice un personaggio.

Ma lasciamo allo stesso Gombrowicz di “raccontarci” la vicenda.

«L’azione. Atto primo. Epoca anteriore alla prima guerra mondiale, diciamo intorno al 1910. Dandy e gaudente navigato, il conte Agenore, figlio del principe Himalay, progetta la conquista di Albertina la carina. Ma come fare la conoscenza di Albertina senza esserle stato presentato? Agenore architetta il seguente intrigo: assoldato allo scopo, una giovane canaglia, un mariuolo, si avvicinerà ad Albertina addormentata su una panca e le sgraffignerà qualcosa… portamonete, medaglione… Agenore coglierà il mariuolo sul fatto, cosicché, senza infrangere le regole del saper vivere, potrà presentarsi alla fanciulla. Ma che succede? Albertina avverte nel sonno la mano del mariuolo e sogna una carezza non dovuta al furto, ma all’amore… e non destinata al medaglione ma al suo corpo. D’ora innanzi, la fanciulla, eccitata e rapita, vagheggerà la nudità… e non perderà occasione di addormentarsi per sentire ancora quel contatto denudante. Maledizione! Agenore, il conte Agenore, vestito da capo a piedi, detesta la nudità, va pazzo per i vestiti! Per sedurre la ragazza non fa affidamento sulla nudità, ma sull’eleganza dei suoi modi, del suo abbigliamento! Non desidera spogliarla, bensì al contrario vestirla dai sarti, dalle modiste piú costosi… Ma chi arriva dritto dritto da Parigi in visita al castello Himalay? Il celebre Flor in persona, maestro universale e dittatore della moda maschile e femminile. Si organizza un gran ballo al castello, con una presentazione di modelli durante la quale il maestro lancerà le sue nuove creazioni. Sicché, mentre Albertina sogna la nudità, la Moda, lo Chic, le Toilettes regnano sovrane sotto la direzione di Flor! Il maestro però è incerto e timoroso: quale moda decretare, quale silhouette lanciare coi tempi che corrono, inafferrabili, decadenti, sinistri, e se non si capisce in quale direzione si eserciti la pressione della Storia? Hufnagel, conte e scudiero, gli prodiga i suoi consigli. Pro-poniamo agli invitati — egli dice — di collaborare. Facciamo una mascherata: coloro che desiderano partecipare al grande torneo della nuova moda metteranno un sacco sopra gli abiti che avranno escogitato. Al segnale convenuto, i sacchi cadranno. La giuria premierà le migliori creazioni e Flor, arricchito dai suggerimenti dei concorrenti, proclamerà la moda per gli anni a venire. Maledizione! Hufnagel non è né Hufnagel, né conte, né scudiero! No, è Giuseppe, ex maggiordomo del principe Himalay, un tempo licenziato, divenuto agitatore e militante rivoluzionario! Ah! Ah! Ah! Introdotto al castello sotto falso nome dal professore (marxista), questo terrorista mascherato, col pre-testo del ballo in maschera, desidera introdurre al castello una Moda piú sanguinosa, un Costume piú terrificante… Vuole seminare la rivolta tra il servidorame che, finora, ha lucidato e spazzolato gli stivali… Vuole la Rivoluzione!

«Atto secondo. Ballo al castello Himalay. Arrivano, nei sacchi, gli invitati che partecipano al concorso della nuova moda. Agenore accompagna Albertina. Sovraccarica di abiti (infatti Agenore, invece di spogliarla, la veste) e sempre soggiogata dal contatto del mariuolo, si addormenta continuamente… e sogna la nudità… invoca la nudità nel sonno. Tutto ciò fa andare fuori dei gangheri Agenore e il suo rivale, Firulet. Agenore è venuto al ballo con il suo mariuolo al guinzaglio. Per tenerlo sott’occhio, affinché non debba combinarne una delle sue? O è geloso di quel libero contatto di ladro, oppure è tentato, forse eccitato all’idea che il mariuolo possa rovistare dappertutto con le sue dita di ladro? Anche Firulet, il rivale, tiene un mariuolo al guinzaglio. Incapaci di rispondere all’appello onirico di Albertina, Agenore e Firulet si scherniscono l’un l’altro, e un tragico desiderio di autodistruzione lí spinge al duello. Infine, quando il ballo risplende con tutto il fulgore delle toilettes e delle maschere, i rivali disperati liberano i mariuoli e li lanciano tra la folla: che se la spassino, rubino, frughino! Caos. Panico. I mariuoli rubano per diritto e per traverso, mentre gli invitati, che non sanno chi li tocchi, chi li solletichi, si mettono a pigolare, a farneticare! Finite le buone maniere e la sfilata dei modelli, siamo in piena rovina! Hufnagel, lo scudiero-terrorista, parte al galoppo alla testa del servidorame… È la rivoluzione.

«Atto terzo. Rovine del castello Himalay. La rivoluzione. Il vento della Storia… È passato un certo tempo. Siamo dopo la seconda guerra mondiale, dopo la rivoluzione. I vestiti degli uomini sono a brandelli… Fra i sibili del vento, alla luce dei lampi, appaiono i piú bizzarri travestimenti: il principe-lampada, il curato-donna, un’uniforme nazista, una maschera antigas… Tutti si nascondono, non si sa piú chi uno sia… Hufnagel, lo scudiero, alla testa dello squadrone del servidorame, galoppa inseguendo i fascisti e i borghesi. Maestro Flor, disorientato, sbalordito, si sforza di raccapezzarsi in questa nuova Rivista delle Mode. Comincia il processo dei fascisti arrestati. Invano Flor esige una procedura legale, normale. Tempesta! Tempesta! Il vento soffoca tutto, trascina tutto! Ma che succede? Compaiono Agenore e Firulet, cacciando le farfalle. Dietro di loro, una bara portata da due becchini. Raccontano la loro triste storia: al famoso ballo, Albertina è scomparsa, si sono ritrovati soltanto i numerosi resti del suo guardaroba! Anche i mariuoli sono spariti. Convinti che Albertina sia stata denudata, violentata e assassinata, Agenore e Firulet sono allora andati pel vasto mondo con quella bara, alla ricerca del corpo nudo di Albertina, per seppellirlo. A questo punto, tutti depongono nella bara i propri fallimenti e le proprie sofferenze. Ma che succede? Quando, finalmente, maestro Flor, al colmo della disperazione, maledicendo l’Abbigliamento degli uomini, e la Moda, e le Maschere, depone nella bara la santa, l’ordinaria, l’eternamente sfuggente Nudità umana, ecco che dalla bara si alza, nuda, Albertina! Come ha fatto a trovarsi nella bara? Chi ve l’ha nascosta? I due becchini lasciano cadere la maschera: sono i mariuoli! Loro hanno rapito Albertina al ballo, l’hanno spogliata, nascosta nella bara… Nudità eternamente giovane, giovinezza eternamente nuda, nudità eternamente giovane, giovinezza eternamente nuda… ».

Il lavoro di Dobrzyński è un’opera buffa e come l’originale da cui deriva è in tre atti in cui si alternano brani parlati a numeri cantati. Lo stile atonale lucidamente ricreato da Przemysław Fiugajskie a capo dell’Opera Sinfonietta ha come modello il Naso di Šostakovič di cui riprende lo stile grottesco, già comunque presente nella pièce teatrale, ma la prosa allucinata e visionaria di Gombrowicz qui trova solo un pallido corrispettivo in questo allestimento dell’Opera da Camera di Varsavia al MuTh (Musik&Theater) di Vienna. Il regista Jerzy Lach porta al parossismo la differenza fra le due classi sociali preminenti, con l’aristocrazia costretta nei corsetti delle regole e delle norme, stretti come la loro apertura mentale. Lo stile dei loro abiti è pomposo come il loro parlare e stravagante come il ripetuto gestire. La recitazione, i ricchissimi costumi (il costumista non è citato nella locandina dello spettacolo) e la scenografia tutta specchi di Jerzy Rudzky compongono uno spettacolo comunque visivamente attraente. Omogenea la compagnia polacca formata da efficaci cantanti-attori.

Prima Donna

 

Rufus Wainwright, Prima Donna

★★☆☆☆

Budapest, 28 giugno 2017

(video streaming)

Dal pop all’opera nel nome della Callas

Il cantante Rufus Wainwright, autore dell’indimenticabile Going To A Town, tenta nuove strade con il Metropolitan di New York che gli commissiona un’opera. La sua scelta di utilizzare il francese per il testo incontra però l’opposizione del sovrintendente Peter Gelb ed è quindi il Manchester International Festival che si incarica di presentare la sua prima opera lirica, un omaggio all’ultima primadonna, Maria Callas. Su libretto del cantante stesso e di Bernadette Colomine, sua amica da sempre, il 10 luglio 2009 il Palace Theatre di Manchester vede dunque il debutto del suo lavoro. L’autore si presenta alla prima travestito da Giuseppe Verdi (barba, sciarpa bianca e cilindro) e il marito Jörn Eisbrodt da Giacomo Puccini (completo color crema e paglietta), come si può vedere in questo documentario di quasi un’ora e mezza che svela i segreti della composizione e molto altro.

Ulteriori repliche si hanno al Sadler’s Wells Theatre di Londra, a Toronto (2010) e a New York (2012). Una nuova versione, che include un video di Francesco Vezzoli con l’artista Cindy Sherman, è stata poi presentata a Parigi nel 2015 e un doppio album della Deutsche Grammophon ne riporta la registrazione audio, Prima Donna: A Symphonic Visual Concert

Prima Donna viene ora ripresa nel corso dell’Armel Opera Festival 2017 al teatro Thália della capitale ungherese. Vajda Gergely direttore e Alföldi Róbert regista mettono in scena la giornata di una matura cantante lirica, Régine Saint-Laurent (nome che omaggia il soprano Régine Crespin e ricorda il Saint-Laurent Boulevard, locale di travestiti di Montréal assiduamente frequentato dall’autore), che si confronta con i fantasmi del suo passato, soprattutto la solitudine, mentre si prepara con ansia al suo ritorno in scena dopo sei anni di silenzio dall’ultima sua performance nell’Aliénor d’Aquitaine. Siamo al 14 luglio 1970 a Parigi e non è difficile scorgere nella vicenda un’eco della vita dell’ultima divina del palcoscenico, anche se si spera che i suoi ultimi tempi non siano stati squallidi come quelli che vediamo in scena qui – almeno non il maglione liso e sformato che indossa Régine.

Diviso in due atti di 23 e 12 scene rispettivamente, il lavoro ha la forma di una serie di arie solistiche o meglio songs, quasi senza dialoghi, che passano dal lirico al drammatico – notevole «À ton âge, François» che precede l’arrivo del giornalista che deve intervistare Madame o l’aria dei vocalizzi della cantante o l’ultima «Les feux d’artifice». Ma non mancano i duetti, come il lungo «Dans ce jardin», e momenti puramente orchestrali, come le ouverture ai due atti, la “meditation”, l’interludio finale e la “brief percussion firework music”. I personaggi sono, oltre a Régine, la cameriera Marie, il maggiordomo Philippe e il giornalista André di cui Madame si innamora e che per un momento sogna di avere accanto a sé nel nuovo debutto, prima di rinunciare definitivamente al progetto: Règine ha una mezza intenzione di gettarsi dalla finestra, ma finisce invece per ammirare i fuochi d’artificio.

Come ha detto l’autore le sue canzoni sono sempre state solo una preparazione alla scrittura di un’opera, o meglio diremmo che le sue canzoni sono tutte piccole opere. Lo stile del lavoro ha Puccini, Massenet, Richard Strauss, Poulenc come numi tutelari. La figura di Régine può sì richiamare alla lontana la Marschallin del Rosenkavalier, ma la musica è molto più semplice e senza sviluppo, il che rende il lavoro poco profondo nonostante la piacevolezza delle melodie e la ricca strumentazione che però spesso sopraffà le voci in scena. D’altronde l’autore non ha avuto una formazione accademica e il lavoro di scrittura della partitura è stato fatto interamente al computer. Né è di aiuto il libretto, piatto e senza una vera tensione drammatica.

Bruttino l’impianto scenico dell’allestimento ungherese, che ha elementi principali in un tappeto tondo con le lucine e una tenda che, come un sipario, viene aperta e chiusa incessantemente, ma senza motivo. Dei quattro interpreti si fa notare solo il bravo soprano coreano Je Ni Kim nella parte della cameriera Marie che si esprime con agio in un registro perigliosamente acuto.

Dopo aver visto una produzione così modesta, viene il sospetto che l’appassionato lavoro di Wainwrigt sia più adatto a una versione concertistica.

L’ombre de Venceslao

Martin Matalon, L’ombre de Venceslao

★★★☆☆

Tolosa, 7 aprile 2017

(video streaming)

Suoni dalla pampa

La pièce inedita di Copi (1) L’ombre de Venceslao, scritta nel 1977, un anno dopo il golpe militare del generale Videla, fu messa in scena l’anno seguente da Jérome Savary e nel 1999 venne tradotta in francese da Jorge Lavelli.

Venceslao vive nella pampa argentina ed è sposato con Hortensia che presto muore lasciandolo con i suoi due figli, Lucio e China. Venceslao ha un’amante, Mechita, da cui ha avuto un figlio, Rogelio. Questi ha una relazione incestuosa con la sorellastra, la sposa e i due si trasferiscono a Buenos Aires proprio quando avviene il colpo di stato contro Perón. Nei locali fumosi della città China incontra un ballerino con cui fugge dopo che questi gli ha avvelenato il marito. Prima lei stessa aveva avvelenato, per sbaglio, il figlio. Venceslao e Mechita si sono nel frattempo trasferiti alle cascate di Iguazú («dove c’è sempre l’arcobaleno»). In preda a una crisi esistenziale Venceslao si impicca e da quel momento la sua ombra perseguiterà i sopravvissuti.

Nella monotonia della pampa argentina si svolgono le storie solitarie di sei personaggi abbarbicati alle esigenze primitive del sesso e della sopravvivenza in una natura ostile (piove sempre!). Uno dopo l’altro faranno tutti una brutta fine: il vecchio impotente che va a Iguazú in bicicletta, i due fratellastri che si sposano, il gaucho infoiato (il Venceslao del titolo), la donna che non ne disdegna le avances, il ballerino senza scrupoli. Un cavallo che non sta più in piedi, un pappagallo impertinente e una scimmia anche troppo umana completano la stravagante compagnia.

Le misere vicende dei gauchos erranti adesso hanno i suoni ora nostalgici ora violentemente strappati del bandoneón e le minacciose ondate percussive della partitura di Martin Matalon, porteño classe 1958. L’opera più recente del compositore è stata presentata in prima mondiale a Rennes nell’ottobre 2016 con la regia dello stesso Lavelli, prima di una consistente serie di repliche nei teatri francesi, argentini e cileni. Questa è la registrazione avvenuta al Théâtre du Capitole di Tolosa.

Le 32 brevi scene sono distribuite in due parti collegate da un interludio atonale per quatto bandoneonisti. La vocalità copre vari registi tra cui quello di falsetto e di soprano coloratura, utilizza spesso il parlato e lo sprechgesang, prende talora a prestito lo sperimentalismo di Boulez (alcuni passaggi ricordano il suo Marteau sans Maître) e fa un uso discreto dell’elettronica. Raramente si concede uno spunto melodico, ma tango, samba e jazz hanno la loro parte e lo stile musicale si accompagna alla perfezione al surrealismo e allo humour noir del testo, come nel racconto dell’avvelenamento del bambino o nella morte in diretta di Rogelio.

Lavelli costruisce un universo scarno e di un realismo che forse Copi avrebbe voluto più trasgressivo e grottesco. Pochi elementi scenici e un discreto gioco attoriale rendono comunque lo spettacolo accattivante.

Ernest Martinez Izquierdo dirige con precisione la complessa partitura cercando di mantenere l’equilibrio sonoro tra la tempesta di suoni dell’orchestra e le voci in scena. Che sono quelle del baritono Thibaut Desplantes nel ruolo titolare, Sarah Laulan (sensuale Mechita) ed Estelle Poscio (che si incarica dei virtuosismi canori di China). Ziahd Nehme (Rogelio) e Mathieu Gaerdon (il vecchio Largui) affrontano con disinvoltura gli ampi scarti di registro dei loro ruoli.

(1) Pseudonimo di Raúl Damonte Botana (1939-1987), drammaturgo, attore, scrittore e fumettista argentino esiliato a Parigi per fuggire alla dittatura militare.