Contemporanea

Das Floß der Medusa (La zattera della Medusa)

Théodore Géricault, Le radeau de la Méduse, 1819

Hans Werner Henze, Das Floß der Medusa (La zattera della Medusa)

★★★☆☆

Amsterdam, 26 marzo 2018

(live streaming)

«Or discendiam qua giù nel cieco mondo»

Scritto in memoria di Che Guevara che era stato assassinato pochi mesi prima, l’“oratorio volgare e militare” di Henze Das Floß der Medusa (La zattera della Medusa) vide la prima esecuzione alla radio di Amburgo il 9 dicembre 1968 con le voci di Edda Moser e Dietrich Fischer-Dieskau, mentre una versione scenica si ebbe nel 1972 a Norimberga con la regia di Wolfgang Weber. Il compositore rivide la partitura nel 1990.

Ernst Schnabel è l’autore del testo, basato su un fatto realmente accaduto: nel 1816 sulle coste dell’Africa avviene il naufragio della fregata “Medusa”. Su una zattera alla deriva nel mare aperto ci sono 154 naufraghi. Abbandonati al loro destino sono uomini del terzo mondo, vittime della disumanità ed egoismo di chi appartiene al mondo dei ricchi e dei potenti che si sono salvati sulle scialuppe. Tra i pochi sopravvissuti c’è il mulatto Jean-Charles, la figura che scruta l’orizzonte sventolando uno straccio rosso nella drammatica tela di Géricault ora al Louvre, il quadro le cui dimensioni e soggetto avevano destato scandalo fra gli stessi colleghi pittori e che era diventato un casi politico per la sua forza di denuncia. Gli echi della tragedia erano filtrati attraverso la cortina di omertà ufficiale e avevano suscitato in Francia e in Europa un’ondata di sdegno che arroventò vieppiù la febbre rivoluzionaria del tempo.

Il lavoro di Henze consiste nella lettura cantata del diario di bordo. La scena è divisa in due parti, di cui una è destinata ai vivi, l’altra ai morti. Caronte, voce recitante con sottofondo di percussioni, fa da intermediario tra i due mondi, che sono separati l’uno dall’altro anche nella scelta degli strumenti: ai vivi sono associati gli strumenti del respiro (i fiati), mentre i morti, che al momento di entrare nel nuovo regno intonano l’italiano antico della Commedia dantesca, sono accompagnati solo dagli archi. La Morte, soprano, ammalia con i suoi vocalizzi.

Ecco la struttura del lavoro: I parte: L’imbarco per il naufragio; Prologo di Caronte; Motto; Comando e ruoli dell’equipaggio; Giornale di bordo; Una risposta; Tentativi di salvataggio; L’abbandono della nave; Ballata del tradimento; Canto per voci nuove; Ordini per il secondo giorno; II parte: La nona notte ed il mattino; Verifica della situazione; Motto; Appello sotto la luna; I conti con la morte; La ballata dell’uomo sulla zattera; Fuga dei sopravvissuti e annuncio del salvataggio; Finale.

L’oratorio fu presentato nel settembre 1986 al Teatro Nuovo di Torino per Settembre Musica, quell’anno centrato sul compositore tedesco a cui venne dedicato un volume monografico curato da Enzo Restagno.

Cinquant’anni dopo la sua creazione l’oratorio acquista una tragica contemporaneaità nella messa in scena di Romeo Castellucci per la Nationale Opera di Amsterdam. Il parallelo con i migranti che ogni giorno rischiano la vita nel Mediterraneo trova nei mezzi visivi di questo spettacolo – una commistione di opera, teatro e video – una grande evidenza, ma iconograficamente importante è anche la raffigurazione del quadro di Géricault, richiamato nello stesso prologo. Nell’allestimento di Castellucci il mare, «paradigma metaforico dello spirito umano», è costantemente presente nel video proiettato sulla tela che separa il pubblico e Caronte dal coro e dai cantanti. Nel video vediamo un giovane, il campione di nuoto senegalese Mamadou Ndiaye, attraversare una via di una città dell’Africa per raggiungere il mare e qui lasciarsi trascinare dalle onde fino a essere – forse – salvato. Il sipario che conclude lo spettacolo è fatto del tessuto dorato con cui si proteggono dal freddo gli scampati dalle onde.

C’è poi il personaggio della Morte «come spuntato fuori da un’allegoria medievale, che punta l’obiettivo contro di me, contro di te, spettatore. È una critica muta ma in grado di metterti a nudo». La Morte in impermeabile giallo e macchina da presa inquadra la sala del teatro che però risulta vuota: «qui non c’è più nessuno slogan da poter gridare. Anche gli slogan si sono consumati. È stato detto tutto, anche le ideologie si consumano. Non c’è più una bandiera rossa che legittimi un grido, piuttosto il silenzio siderale dell’occhio che mostra una sala deserta. Di fronte alla responsabilità dello sguardo ci siamo dileguati. Questa storia allora parla del nostro rapporto con lo sguardo, il nostro personale naufragio comespettatori. Oggi non ci sono più le classi sociali di Henze, ma fa il suo ingresso la “classe dello spettatore”, uno spettatore 24 ore al giorno. Uno spettatore assuefatto al dolore degli altri». (Romeo Castellucci)

Agli spettrali vocalismi della Morte espressi con facilità dal soprano Lenneke Ruiten, risponde il racconto affannato di Jean-Charles, il baritono Bo Skovhus, mentre Dale Duesing interpreta Caronte, narratore dai tratti brechtiani. Tutti e tre si dimostrano eccellenti interpreti. L’enorme massa orchestrale e gli imponenti cori sono diretti con drammatica evidenza da Ingo Metzmacher che fa dell’aspetto musicale la parte più convincente di questa proposta.

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Miseria e nobiltà

foto © Bepi Caroli

Marco Tutino, Miseria e nobiltà

★★★☆☆

Genova, 23 febbraio 2018

In tempo di elezioni, quasi di referendum…

L’opera e il cinema si alleano, o meglio l’opera attinge al cinema per attrarre pubblico: «miti così interiorizzati attenuano la diffidenza che spesso tiene lontano il pubblico dalle nuove opere o dall’opera in generale, perché di certo tutti conoscono la trama della Ciociara meglio di quella del Trovatore» afferma Marco Tutino, autore di Miseria e nobiltà, in prima mondiale al Teatro Carlo Felice di Genova. D’altronde lo faceva già Verdi ai suoi tempi scegliendo i soggetti dei suoi lavori dalla letteratura più popolare di allora, fosse l’Hugo dell’Ernani o il Dumas della Signora delle camelie. Oggi i compositori guardano al cinema, contemporaneo o del passato. Due esempi tra i tanti: Jake Heggie con Dead Man Walking (dal film di Tim Robbins) e Giorgio Battistelli con Miracolo a Milano e Divorzio all’italiana.

Prima de La ciociara Tutino si era già ispirato a The Servant di Pinter portato sullo schermo da Losey e ora la sua sedicesima opera si basa piuttosto liberamente sull’omonima commedia del 1887 di Eduardo Scarpetta portata sulle scene teatrali anche da Eduardo De Filippo e al cinema da Mario Mattoli nel 1954. Il libretto è scritto a sei mani: il compositore stesso, Luca Rossi che ha steso la nuova sceneggiatura e Fabio Ceresa, il versificatore. La vicenda è ambientata al tempo del referendum del giugno 1946, in un’Italia stremata dal fascismo e dalla guerra e in preda alla fame più nera. I personaggi della commedia sono ampiamente sfoltiti, le famiglie in angustie sono una sola, quella di Felice Sciosciammocca e del figlio Peppiniello, e decisive sono le presenze qui di Bettina e Don Gaetano.

Atto primo. Napoli, giugno ’46, i giorni del referendum monarchia-repubblica. Felice Sciosciammocca, scrivano, cerca di sfamare sé stesso e il figlio Peppiniello con poca fortuna. Era maestro di scuola, ma ha perduto il lavoro per aver rifiutato la tessera del Fascio e ora i due vivono in un basso, con donne e uomini anche più disperati di loro. Felice è costretto a impegnare anche l’ultimo bene, il cappotto, per trovare qualcosa da mangiare per il figlio e per sé. Arriva Gemma, prima ballerina del San Carlo, circondata dagli ammiratori, tra cui il principe Ottavio di Casador, che cerca invano di sedurla. Lui è già sposato e lei non vuole essere una fra tante. Ottavio si arrende, chiede soltanto come pegno una spilla che Gemma gli concede pur di concludere il corteggiamento. In realtà lei è innamorata proprio del figlio del principe, Eugenio, e il problema sta lì: il padre di Gemma, don Gaetano Semmolone, borghese arricchitosi durante la guerra con la borsa nera, per acconsentire alle nozze pretende di conoscere il futuro consuocero, che però non accetterebbe mai la mèsalliance tra il figlio e una ballerina. Così Eugenio ha escogitato un piano. Felice Sciosciammocca era il suo maestro di scuola, è un uomo buono: forse li aiuterà. Come? Fingendo di essere suo padre, impersonando il principe davanti a Gaetano. Ma a questa proposta Felice risponde un secco no: Casador è stato la rovina della sua vita, mai e poi mai, accetterà d’impersonarlo. Intanto Peppiniello incontra Bettina, la fantesca di casa Semmolone e riesce a impietosirla facendosi regalare del pane; le fa leggere una lettera della madre emigrata in America e mentre Bettina si commuove e lui mangia, qualcuno gli ruba il cappotto che avrebbe dovuto impegnare. Felice lo sgrida furibondo, altrettanto furioso Peppiniello si ribella, scappa di casa abbandonando il padre che non riesce a rincorrerlo perché travolto da un corteo di camerieri che allestiscono un pranzo luculliano. Tutto il basso si avvicina famelico, ma viene fermato da Gemma, che spiega il mistero. Il cibo l’ha portato lei, sarà davvero per tutti, ma a condizione che Sciosciammocca accetti d’impersonare il principe. Felice tenta di resistere al ricatto, ma vinto dalla fame e dalla pressione del popolo, cede e acconsente. Atto secondo. Peppiniello si è rifugiato dalla buona fantesca Bettina, che lo fa assumere da don Gaetano come sguattero, poco prima che arrivi Felice, impennacchiato nei panni del principe di Casador. All’inizio va tutto bene, ma quando Felice scopre Bettina la commedia rischia di saltare. Bettina in realtà è sua moglie, che non è mai emigrata in America, ma è stata cacciata di casa molti anni prima perché aveva tradito Felice proprio con il principe di Casador. Indignato e furioso, Felice sta per abbandonare tutto, ma Gemma ed Eugenio lo convincono a restare. La cena viene poi interrotta dall’arrivo del vero principe, che ha fiutato la truffa. Per un po’ Felice regge, riesce a convincere Gaetano d’esser lui l’aristocratico, ma quando la radio annuncia la vittoria della Repubblica non si trattiene, esulta e così si smaschera. Un nobile che esulta per la repubblica? La partita sembra persa, Ottavio trionfa e rivela a Felice che Bettina gli si era concessa per far riavere a lui il lavoro di maestro. Cosa che naturalmente il principe aveva promesso e non mantenuto. Ottavio spiega al figlio che è così che ci si comporta con certe ragazze e per convincerlo che anche Gemma è una poco di buono mostra la spilla che lei gli ha dato. Ma a questo punto è Gaetano che esplode. Insultare sua figlia in casa sua? La spilla? Apre un cassetto, rovescia decine di spille identiche: Gemma le tiene proprio per liquidare i corteggiatori. E quanto alle nozze, darà il suo consenso ai ragazzi, infischiandosene del principe e delle sue opinioni: perché se quella è la nobiltà, a lui non interessa. Il principe di Casador ha perso, i due futuri sposi si abbracciano innamorati mentre Felice raggiunge Bettina: ora che conosce il motivo del tradimento si pente e i due si ritrovano, perdonandosi a vicenda. Dalle stanze della servitù arriva anche Peppiniello, il padre cerca di spiegargli che le lettere della madre dall’America in realtà erano scritte da lui, ma Peppiniello lo anticipa: lo sapeva, aveva riconosciuto la sua calligrafia. Ma la madre, allora dov’è? Molto vicina, sorride Felice. E così Peppiniello scopre che Bettina è in realtà sua madre. In quel momento irrompe il popolo in festa per la Repubblica e Gaetano si avvicina a Ottavio e gli propone un patto: il principe ha tanti terreni, lui tanto denaro, l’Italia tutta da costruire. Perché non mettersi in affari? Ottavio capisce, sorride: ma certo, perché no? Felice li osserva, scettico e disincantato: cambiar tutto per non cambiare nulla. Ma in questo paese, conclude, non c’è niente da fare, nel cuore di tutti ci saranno sempre un poco di miseria e un poco di nobiltà.

La vicenda farsesca della commedia scarpettiana qui diventa una storia drammatica che intreccia la storia famigliare dei personaggi con la Storia in un momento cruciale in cui l’Italia passa dalla monarchia alla repubblica. Felice Sciosciammocca perde ogni carattere di maschera per diventare un personaggio a tutto tondo, quasi tragico: è un insegnante che ha perso il lavoro perché ha rifiutato la tessera del Fascio ma non la dignità, e quando gli propongono la mascherata si oppone fieramente. Cederà solo sotto la pressione di Gemma e del vicinato che si avventa con voracità sugli spaghetti nella famosa scena, qui allargata a tutto il quartiere, con cui si conclude il primo atto. Felice sarà poi l’unico a esultare per i risultati del referendum con il liberatorio grido «Gooooal!». Uno a zero per la democrazia.

Lo scenografo Tiziano Santi allestisce una Napoli dell’immediato dopoguerra ancora in mezzo alle rovine dei bombardamenti, ma già protesa verso una ricostruzione della città, raffazzonata e precaria fin che si vuole ma che è specchio della ricostruzione del paese: Felice vive tra i ruderi di un antico palazzo, i vicini sfruttano ogni spazio disponibile e una coperta tesa su una corda restituisce una parvenza di intimità. Con pochi mattoni si tira su un muro e una latta di conserva diventa il focolare. La regista Rosetta Cucchi concerta magistralmente tutto questo brulichio di personaggi e non si fa mancare controscene come quella del parto e della successiva “vendita” del neonato a una coppia agiata, mentre i bambini con la loro spensieratezza giocano per strada ma sanno diventare anche complici di un furto, come quello del “paltò del Re” con cui Felice intendeva sfamare la sua misera famiglia. I costumi di Gianluca Falaschi, appropriati come sempre, hanno la punta di colore e di ostentazione negli abiti di Gemma, la prima ballerina del San Carlo, o in quelli del finto principe.

Lo stile del compositore è ben riconoscibile anche in questo Miseria e nobiltà: la ricca orchestra spesso raddoppia le voci in scena e distende un manto melodico che ancora si continua a definire neo-pucciniano, ma che ormai è un marchio del compositore milanese che ha in Menotti e Rota i riferimenti musicali. Tutino si diverte a far cantare una gustosa citazione, quella del tema della canzone Musica proibita di Gastaldon (più conosciuta per i versi «Vorrei baciare i tuoi capelli neri, | le labbra tue e gli occhi tuoi severi») quando il principe, quello vero, cita a sua volta le gozzaniane «rose che non colsi» per far colpo sulla ballerina. Altre citazioni sono più nascoste, ma nell’insieme più che le melodie sono i colori della musica napoletana ad affiorare nella partitura, come i ritmi di tarantella del finale o i valzerini che sottolineano i momenti lirici. Non meno importante è l’uso dei leitmotiv, come quello struggente che accompagna il messagio di speranza di «ci aspetta un mondo nuovo».

Francesco Cilluffo è un profondo conoscitore e convinto patrocinatore della musica del periodo verista, o meglio del teatro di narrazione (opposto a quello anti-tradizione, sperimentale o d’avanguardia) e affronta per la terza volta la concertazione di un’opera di Tutino dopo The Servant e Le braci. È quindi la persona pià adatta a ricreare con passione e competenza l’atmosfera sonora di quest’opera che infatti riceve una buona accoglienza dal compassato pubblico genovese, però non raggiunge l’entusiasmo dimostrato nei confronti della sua opera precedente, La ciociara: là c’era una vicenda con un andamento fortemente drammatico, un taglio cinematografico, un personaggio e un’interprete che hanno connotato in maniera indelebile lo spettacolo. Qui, quello che si perde dell’aspetto farsesco non viene del tutto rimpiazzato dal dramma e anche se ci si commuove alla lettura della lettera di Bettina, non resta molto altro nelle orecchie e nel cuore di quanto abbiamo sentito. Forse sarebbe necessario un secondo ascolto.

Molto impegnati ed efficaci gli interpreti tra cui ricordiamo il protagonista Alessandro Luongo (Felice), Valentina Mastrangelo (Bettina, la più festeggiata dal pubblico), Francesca Sartorato (Peppiniello), Martina Belli (Gemma), Fabrizio Paesano (Eugenio), Andrea Concetti (Ottavio) e Nicola Pamio (contadino/cameriere). Alfonso Antoniozzi riesce come al solito a ritagliare per sé un ruolo a sua misura come quello di Don Gaetano, un personaggio su cui si addensa un umorismo amaro e cinico.

tutte le foto © Bepi Caroli

The Second Violinist

Donnacha Dennehy, The Second Violinist

★★★☆☆

Dublino, 2 ottobre 2017

(video streaming)

Violini e violenza

Avevano avuto successo in Irlanda con The Last Hotel (2015) e ora il compositore Donnacha Dennehy e la scrittrice Enda Walsh uniscono ancora una volta le loro forze per questa nuova produzione, The Second Violinist.

Martin, il secondo violino di un’orchestra, parimenti innamorato della musica di Gesualdo da Venosa (1) e del birdwatching, sta per crollare: non si presenta alle prove, non si stacca da violenti video giochi, non risponde ai messaggi telefonici e aggiorna il continuazione il suo profilo sui social – da «violinista entusiasta» a «compositore d’opera» a «solo». Nel momento più nero della sua disperazione una voce gli risponde dallo schermo del computer. La sua vicenda si intreccia con quella di Matthew e Amy, una giovane coppia sposata, i quali incontrano Hannah di cui si innamora Amy. Ora è Matthew in crisi e, come aveva fatto Gesualdo, uccide le due amanti.

Nella regia della stessa Walsh, in scena vediamo uno schermo led di tredici metri su cui si passano parole e immagini, tra cui quelle di sempre cangianti forme di storni in volo; al livello superiore c’è il bosco in cui Martin forse si vuole smarrire, ma invece resta sempre invischiato nella sua doppia vita digitale.

Con un attore muto, tre solisti e un coro di sedici voci, la complessa composizione è diretta da Ryan McAdams a capo di 14 musicisti che dipanano una densa e scura colonna sonora che lascia poco spazio alla vocalità e incorpora suoni amplificati, violente percussioni, frequenti pizzicati, accordi morchiosi nel registo medio, in quello alto clusters di suoni dissonanti e note al di sopra del registro acuto per il violino e il flauto.

L’inserimento del motivo del mottetto gesualdiano Tristis anima mea e un ritmo musicale incessante costruiscono un forte senso di tensione che trova una calma momentanea quando nella storia sembra che Matthew abbia ritrovato l’amore per la vita e per la musica, ma nessuno può esserne certo.

Questo è il punto debole del lavoro, che non sembra voler uscire dall’indeterminatezza: dopo i primi minuti si rimane in attesa di un qualcosa che non avviene e la crisi esistenziale del musicista Matthew si intreccia con quella degli altri personaggi senza arrivare a un punto di rivelazione.

(1) Gesualdo sembra stregare i compositori contemporanei: solo due anni fa era stata la volta di Sciarrino con il suo Luci mie traditrici.

La ciociara

Marco Tutino, La ciociara

★★★★☆

Cagliari, 24 novembre 2017

(ripresa televisiva)

All’opera ci si emoziona. Anche a quella contemporanea.

Con il titolo Two Women, l’opera di Marco Tutino, su libretto di Fabio Ceresa e dello stesso compositore e ispirata al film La ciociara (1960) di Vittorio De Sica a sua volta basato sul romanzo omonimo di Alberto Moravia, ebbe la prima alla San Francisco Opera il 19 giugno 2015.

Concepita come coproduzione con il Teatro Regio di Torino, avrebbe dovuto debuttare in Europa nella città subalpina, ma un meschino gioco di veti incrociati ha cancellato l’impegno torinese e la presentazione avviene invece al Lirico di Cagliari, un teatro che negli ultimi anni ha dimostrato un’intelligenza e una lungimiranza che talora difettano a molte fondazioni liriche del continente.

Ripristinato il titolo originale, che sarebbe stato enigmatico e impronunciabile per il pubblico d’oltre oceano, La ciociara è riuscita nell’impresa di gremire il teatro di una città di 150 mila abitanti per ben otto repliche e con un successo travolgente, cosa impensabile in Italia per un’opera contemporanea.

Estate del 1943. Cesira è una giovane vedova che vive a Roma insieme alla figlia Rosetta durante la seconda guerra mondiale. Per sfuggire ai bombardamenti e alle insidie di una città allo sbando, Cesira affida il proprio negozio a Giovanni – un vecchio amico del marito trafficante al mercato nero e al cui assalto sessuale cede durante uno dei bombardamenti – e intraprende un difficile viaggio per rifugiarsi insieme alla figlia in Ciociaria, dove era nata. Arrivate non senza difficoltà, Cesira fa la conoscenza di Michele, un giovane intellettuale antifascista che ha trovato rifugio anche lui in quei posti. Il giovane, puro e idealista, si innamora di lei e Cesira lo ricambia. Anche Rosetta gli si affeziona. Michele viene arrestato dai tedechi e ucciso da Giovanni che è passato dalla parte dei fascisti. Nel paese razziato le due donne vengono assalite da un gruppo di Goumier (1) che le violentano. Rosetta ne esce traumatizzata e si chiude in una astiosa apatia. Alla Liberazione ricompare Giovanni, che ancora una volta ha cambiato casacca: ora si spaccia per amico degli americani. Cesira lo accusa di tradimento e di aver ucciso Michele, ma è lei stessa a fermare la folla che vuole fare giustizia sommaria sulla spia: «Basta sangue». Solo dopo, nel ricordo di Michele, madre e figlia si riavvicinano.

Filmati d’epoca in bianco e nero e mappe del teatro di guerra sono proiettati sul sipario durante l’ouverture. Definito il contesto storico, lo spettacolo vira nella vicenda particolare di Cesira e dei suoi sforzi per sopravvivere e salvare la figlia dagli orrori della guerra. Nell’allestimento dell’americana Francesca Zambello le scene realistiche di Peter Davison hanno come sfondo le efficaci proiezioni di S. Katy Tucker che esaltano la drammaticità della storia. Le scene hanno un montaggio quasi cinematografico, come quando la violenza sulle due donne si alterna all’uccisione di Michele, con le luci che evidenziano i due fatti mentre avvengano a pochi metri di distanza sullo stesso palcoscenico.

Come nella Tosca anche qui abbiamo l’amore, contrastato dal baritono, tra il soprano e il tenore, ma non è solo per questo che il nome di Puccini viene alla mente in questo nuovo lavoro di Tutino. Una grande orchestra accompagna i numerosi sbocchi melodici con cui i personaggi danno sfogo ai loro sentimenti. Così è per la morte di Michele, un Cavaradossi che al ricordo della vita che sta per perdere esplode in una melodia struggente, quasi una romanza. Gli interludi orchestrali, i concertati, i duetti sono sempre sostenuti da un’orchestrazione ricca, temi sempre nuovi si rincorrono e giocano con i timbri di una strumentazione raffinata che però quando è ora sa caricarsi di pathos rilasciando sulla scena note lancinanti. Di fronte alla rarefazione di molti lavori del teatro contemporaneo, quello che più colpisce ne La ciociara è l’opulenza dei mezzi impiegati che richiamano il musical in uno stile però che vuole proporsi come neo-verista, nel senso di voler affrontare “col cuore” una tematica forte da esprimere con mezzi che coinvolgano, giustamente, il pubblico più vasto. E se non mancano le raffinatezze e le dotte costruzioni armoniche, il messaggio è affidato soprattutto alla melodia e al suo impatto emotivo. Non c’è da vergognarsi se si esce da questo spettacolo con gli occhi lucidi.

Grande merito di ciò va anche alle due interpreti femminili. La Cesira di Anna Caterina Antonacci resterà tra i personaggi più memorabili del teatro musicale moderno: senza mai ricorrere a sguaiatezze, la cantante utilizza le sue eccelse qualità sceniche e vocali per delineare con intensità una madre coraggiosa. La sontuosa linea vocale si piega a esprimere una sofferta dolcezza nella ninna nanna per confortare la figlia, così come nel grido appassionato con cui nel finale rinfaccia la mancanza di umanità e compassione alla folla abbrutita. E bravissima è Lavinia Bini, Rosetta, in cui le qualità liriche e luminose della voce si adattano perfettamente al ruolo della ragazza che passa nel modo più tragico da adolescente innocente a donna violata.

Troppo impegnativo invece il ruolo di Michele per Aquiles Machado, tenore lirico più che drammatico, che infatti nel registro acuto denuncia qualche difficoltà. Nella parte dello spregevole (ma, ahimè molto italiano…) Giovanni si cala con efficacia Sebastian Catana, mentre Roberto Scandiuzzi come il maggiore tedesco von Bock dà ulteriore prova della sua impeccabile presenza ed eleganza vocale. Ben realizzati dai rispettivi interpreti sono anche gli altri personaggi secondari introdotti nel libretto e assenti nel romanzo originale.

La direzione di Giuseppe Finzi mantiene sempre desta la tensione emotiva e drammatica che si scioglie per contrasto in poche oasi di serenità, come quella della canzone che celebra la fine della guerra, quella romantica La strada nel bosco che aveva tra gli autori C.A. Bixio ed era uscita proprio nel 1943 in una pellicola di Bragaglia cantata da Gino Bechi. Canzone che De Sica aveva voluto anche nel suo film per accompagnare l’immagine degli occhi in lacrime di Sophia Loren.

Il prossimo appuntamento con un’opera di Tutino sarà tra pochi mesi a Genova: un’altra città di mare, infatti, vedrà il debutto di Miseria e nobiltà. Ancora una volta sarà il vecchio cinema italiano ad ispirare il compositore di oggi.

(1) Corpo speciale delle truppe coloniali francesi che fecero breccia nella linea Gustav oltre la quale si erano arroccati i tedeschi. Come compenso ebbero via libera nel saccheggiare i villaggi che attraversavano. Migliaia di donne e bambine furono violentate (“marocchinate” si disse allora con un disgustoso eufemismo) durante quell’avanzata e molti uomini persero la vita nel vano tentativo di proteggerle.

Figaro Gets a Divorce

 

Elena Langer, Figaro Gets a Divorce

★★★★☆

Ginevra, 22 settembre 2017

(video streaming)

Figaro, parte terza

Tutti conosciamo la prima e la seconda parte della trilogia di Pierre de Beaumarchais – Le barbier de Séville, ou La précaution inutile e La folle journée, ou Le mariage de Figaro. Il Barbiere è stato messo in musica prima da Paisiello e poi da Rossini, il Figaro per antonomasia è quello di Mozart.

Ma la terza parte? L’autre Tartuffe, ou La mère coupable è di certo la meno conosciuta, eppure è stata messa in musica due volte: da Darius Milhaud nel 1966 e da Inger Wilkstöm nel 2006 e adesso ispira il libretto di David Pountney, basato anche su Figaro läßt sich schneiden (Figaro divorzia) commedia in tre atti del 1937 di Ödön von Horváth, da cui prende il titolo in inglese. Intonato da Elena Langer è ora in scena al Grand Théâtre di Ginevra dopo aver debuttato nel febbraio 2016 a Cardiff per la Welsh National Opera.

Cos’è dunque successo in casa Almaviva dopo le nozze di Figaro? Che ne è dei lontani echi della Rivoluzione Francese? E che cosa dice il nome di Figaro a un compositore moderno?

A queste domande risponde la compositrice Elena Langer, inglese ma nata in Russia nel 1974, che ha scritto brevi opere per l’Almeida Theatre di Londra, tra cui un’Ariadne (2002), mentre un suo successivo lavoro sul caso di un paziente affetto da Alzheimer, The Lion’s Face, fu allestito anche al Covent Garden nel 2010.

In Figaro Gets a Divorce si racconta del Conte in fuga con tutta la sua famiglia da una rivoluzione in un paese e un’epoca non specificati. Essi vengono catturati al confine da un enigmatico Maggiore che li tiene sotto il suo potere. Il Maggiore informa Angelika e Serafin che in effetti sono fratello e sorella, essendo Angelika frutto di una relazione del Conte con Barbarina mentre Serafin è il risultato di una notte tra la Contessa e Cherubino, quest’ultimo è creduto ucciso in battaglia. Il Maggiore spera di sposare Angelika che invece ama Serfain non sapendo trattarsi di suo “fratello”. Figaro lascia il Conte e tenta di rimettersi come barbiere, ma litiga con Susanna poiché lei vuole un figlio e Figaro si rifiuta di prenderne in considerazione la possibilità in tempi così difficili. Susanna allora lascia Figaro e incontra Cherubino, ora noto come “il Cherubino”. Proprietario di uno squallido bar che paga il pizzo al Maggiore, così come Figaro, Cherubino impiega Susanna come cantante nel suo locale. La Contessa rifiuta di essere ricattata dal Maggiore e confessa al Conte, uscito di prigione per debiti di gioco, di Serafin. Anche Susanna confessa di essere stata messa incinta da Cherubino. Figaro aiuta la famiglia a fuggire dalle grinfie del Maggiore nel castello del conte, ma uccide Cherubino. Il Maggiore, che è un doppio giochista che lavora anche per le forze della rivoluzione, li intrappola tutti nel castello e ne organizza l’omicidio. Tuttavia Figaro, Susanna, Angelika e Serafin riescono a scappare attraverso un passaggio segreto mentre il conte e la contessa rimangono indietro «to face the music».

Lo spettacolo fa parte di una originale proposta del teatro di Ginevra che presenta l’intera trilogia (Rossini, Mozart, Langer) in tre giorni consecutivi con la stessa scenografia di Ralph Koltai ma con tre registi diversi – Sam Brown per il Figaro barbiere e celibe, Tobias Richter per il Figaro che si sposa e David Pountney per il suo divorzio. Tutti e tre gli spettacoli sono disponibili in streaming su arte.tv.

Con i costumi di Sue Blane, Pountney ambienta l’azione del terzo episodio in un’epoca che ricorda gli anni ’30 del secolo passato esaltando in tal modo la drammaticità della vicenda che infatti in originale non è una commedia, bensì un “dramma morale”. Qui non c’è spazio e tempo per travestimenti e nascondimenti e il Maggiore incarna la minaccia che in qualsiasi momento può distruggere dall’esterno le speranze di felicità. Ma altrettanto pericolosa è la minaccia dall’interno, dalla famiglia o da noi stessi.

L’eclettica partitura della Langer suggerisce il mezzo cinematografico per il taglio delle scene, i riferimenti al cabaret, al jazz e ai temi di ballo in uno stile musicale che non pretende di richiamare le opere del passato: quando la Contessa sconfortata intona «I have lost everything» non si può non pensare a «Dove sono i bei momenti», ma musicalmente non c’è nulla che lo ricordi nella lucida esecuzione di Justin Brown se non la ricchezza dell’orchestrazione.

Ottimo il cast impegnato. Primo fra tutti il Maggiore di Alan Oke sia quando canticchia sornione mentre ricatta Figaro che gli fa la barba con un affilato rasoio alla gola, sia quando sibila tra i denti in un quasi sprechgesang le sue melliflue minacce. David Stout e Marie Arnet sono la coppia in crisi di Figaro e Susanna, mentre il controtenore Andrew Watts presta la voce a uno scafato Cherubino.

Jackie O

★★★☆☆

Un’opera pop

Commissionata dalla Houston Grand Opera, Jackie O è stata messa in scena nel 1997 al Cullen Theatre di Houston, TX. Lontano dalle avanguardie –  l’autore sembra quasi fare il verso al Philip Glass della scena iniziale del suo Einstein on the Beach quando fa qui intonare le cifre che compongono il numero 1968 – esplora con la sua musica le possibili interazioni fra i vari linguaggi musicali: l’opera lirica tradizionale, il musical, il rock e il jazz.

Tastierista rock, pianista jazz, studente di composizione in università e conservatori americani ed europei, Michael Daugherty è un musicista americano fortemente influenzato dalla cultura pop. Suoi lavori sono stati ispirati dalle figure di Elvis Presley, Diego Rivera, Frida Kahlo e, nel caso di questa opera, da Jacqueline Bouvier prima moglie di J.F.Kennedy e poi di Aristotele Onassis.

I singoli personaggi sono connotati da specifici stili musicali, come dice lo stesso compositore: «Ciascun personaggio ha un mondo sonoro tutto suo. Le arie di Jackie sono esotiche, malinconiche e molto espressive. In contrapposizione, le arie di Onassis ricordano Las Vegas, Dean Martin o i Rat Pack degli anni sessanta. Lo stile di Maria Callas è operistico ma, dato che negli anni sessanta la diva stava perdendo la voce, canta, melodrammaticamente, nel registro basso, e in qualche occasione ricorre persino al parlato. Liz Taylor ha frasi corte e di tipo blues, mentre la Principessa Grace intona alla Doris Day. L’aria di Andy Warhol, come la sua arte, è una serie di ripetizioni modulate. Il coro ha una parte di rilievo in tutta l’opera».

Il testo di Jackie O è di Wayne Koestenbaum, prolifico saggista e scrittore americano acuto analizzatore dei fenomeni mediatici (Moira Orfei in Aigues-Mortes, The Anatomy of Harpo Marx), di pop art (innumerevoli scritti su Andy Warhol) e di opera lirica (The Queen’s Throat: Opera, Homosexuality and the Mistery of Desire). Jackie under my Skin: Interpreting an Icon è la fonte primaria del libretto.

Il DVD della Dynamic è la registrazione dello spettacolo messo in scena a Bologna dal regista Damiano Michieletto nel giugno 2008.

Il primo atto inizia con Jacqueline Kennedy, non ancora Onassis, sola in scena in tailleur Chanel color pesca, mentre un lungo e teso assolo di violoncello accompagna le immagini in bianco e nero del suo matrimonio con J.F.Kennedy fino all’agguato a Dallas nel 1963. Subito dopo l’atmosfera cambia e il palcoscenico del Comunale di Bologna si trasforma in un happening in cui si celebrano il 1968 e le sue icone: Liz Taylor, Grace Kelly, Andy Warhol tutti in attesa di Jackie («Jackie’s coming!») sotto una enorme lattina di Campbell Tomato Soup che si trasformerà in seguito in alcova, bar, … Assieme a un divano rosso di pelle sarà l’unico elemento della scenografia di Paolo Fantin.

Siamo nella Factory di Warhol e toni jazzistici si alternano a songs melodici, a riff di sassofono, a ritmi di danza. Maria Callas e Onassis entrano in scena in un duetto con accompagnamento di ottoni e la donna si lamenta di essere trascurata dall’armatore («You made my toes curl. You made me forget high Cs. I almost stopped wanting applause»). L’uomo le risponde con un «Addio del passato» e poi conquista Jackie con una Habanera sulle parole «I am curious (yellow)» titolo del film di Vilgot Sjöman (Jag är nyfiken, en film i gult, 1967) che i due si apprestano ad andare a vedere insieme («Don’t look back»).

Nel secondo atto siamo sullo yacht “Christina” dell’armatore. È passato un anno dal suo matrimonio con Jacqueline. Onassis e i suoi amici playboy elencano in ordine alfabetico tutti i possibili nomi di cocktail («Stiff drink») in una moderna versione di una scena operistica di brindisi. Jackie si dimostra sempre più melanconica, tanto che Onassis promette a Maria Callas di andarla a trovare al Lido di Venezia. Le due donne intanto si incontrano («The flame duet») durante una passeggiata sull’isola di Skorpios, proprietà privata dell’armatore, e si riconciliano. Jackie comunica con la voce del suo ex marito che le perdona le sue passate infedeltà («Jack’s song») e la donna decide di ritornare in America («The new frontier is here»). Lo spettacolo si conclude con le immagini dell’attacco dell’11 settembre alle Twin Towers.

Presentata con enorme successo negli USA, dove ogni anno centinaia di titoli nuovi prendono la via delle scene, qui, dove siamo abituati a cartelloni basati sui soliti trenta titoli, il lavoro di Daugherty ha avuto una tiepida accoglienza nonostante l’impegno del maestro Christopher Franklin alla testa dell’orchestra del Comunale, la regia scorrevole di Michieletto e i validi interpreti, tra cui ricordiamo i due italiani Simone Alberghini, Onassis che si esprime spesso in falsetto, ed Enea Scala, la voce del fantasma di JFK. La protagonista ha la voce di Fiona Mc Andrew.

Ti vedo, ti sento, mi perdo

Salvatore Sciarrino, Ti vedo, ti sento, mi perdo

★★★★☆

648126338.png  Qui la versione in italiano

Milan, 14 November 2017

Sciarrino and the memory of Baroque

La Scala Opera Season ends with a world première by a living composer, the Sicilian Salvatore Sciarrino. As the subtitle “Waiting for Stradella” suggests, his fifteenth work for the stage takes its source of inspiration from the composer Alessandro Stradella.

The same was for one of his previous works, Luci mie traditrici (Oh My Betraying Eyes, 1998) inspired by the life of another Italian composer, Carlo Gesualdo da Venosa. Both musicians share a tragic story: Gesualdo murdered his wife and her lover in a jealous rage while Stradella was stabbed by assassins hired by the husbands of his innumerable mistresses….

continues on bachtrack.com

Ti vedo, ti sento, mi perdo

Salvatore Sciarrino, Ti vedo, ti sento, mi perdo

★★★★☆

BandieraInglese  Click here for the English version

Milano, 14 novembre 2017

Sciarrino e la memoria del barocco

Coprodotto con la Staatsoper di Berlino anche Ti vedo, ti sento, mi perdo continua la fascinazione dell’arte barocca subita dal musicista settantenne. Come dice il sottotitolo “In attesa di Stradella” questo suo 15esimo lavoro per la scena ha come fonte di ispirazione il compositore Alessandro Stradella.

Così era stato anche per una delle sue opere precedenti, Luci mie traditrici (1998) ispirato alla vita di un altro compositore italiano, Carlo Gesualdo da Venosa. Entrambi i musicisti sono accomunati da una vicenda tragica: Gesualdo divenne assassino della moglie e del suo amante per gelosia, Stradella fu pugnalato da sicari mandati dai mariti delle sue innumerevoli amanti…

continua su bachtrack.com

Sonata d’autunno

Sebastian Fagerlund, Höstsonaten

Helsinki, 23 settembre 2017

(video streaming)

Direttamente ispirata dal film di Ingmar Bergman del 1978 conosciuto in tutto il mondo come Sonata d’autunno (Autumn Sonata, Sonate d’automne, Sonata de otoño, Herbstsonate, Осенняя соната, Aki no sonata…) meno che in Italia dove diventa invece Sinfonia d’autunno (facendo perdere così il carattere intimo e cameristico della vicenda), la nuova opera del compositore finlandese Sebastian Fagerlund debutta alla Finnish National Opera.

La librettista Gunilla Hemming si è basata fedelmente sullo script del film in cui Charlotte, che ha trascurato per molti anni le figlie a causa della sua carriera di pianista, fa visita a Eva, che ha perso un figlio. Nella casa trova con sua sorpresa anche Helena, l’altra figlia disabile. Eva si è presa cura della ragazza in tutto questo tempo dopo averla fatta uscire dall’istituzione in cui l’aveva sistemata la madre. La tensione tra le due donne lentamente sale fino a che in una conversazione notturna danno libero sfogo a tutte le cose che avrebbero voluto dirsi.

Höstsonaten è la seconda opera di Fagerlund, un compositore conosciuto soprattutto per i suoi lavori strumentali dove la musica orientale e lo heavy metal si mescolano in uno stile post-modernista. Il Concerto per clarinetto del 2006, quello per violino del 2012 e per chitarra del 2013 sono tra i suoi più recenti successi.

Messo in scena da Stéphane Braunschweig, che firma anche la bella scenografia, l’opera è diretta da John Storgårds. La parte di Charlotte Andergast, che nel film fu interpretata da Ingrid Bergman, qui sulle tavole della Suomen Kansallisooppera di Helsinki è cantata da Anne Sofie von Otter. Erika Sunnegårdh e Helena Juntunen sono rispettivamente Eva e Helena (Liv Ulmann e Lena Nyman nel film) mentre Tommi Hakala dà voce al personaggio del marito Viktor.

Peccato che dopo tre settimane e a un giorno dal termine della sua disponibilità su Opera Platform ancora manchino i sottotitoli (l’opera è cantata in svedese) non permettendo di apprezzare ed analizzare il lavoro come meriterebbe.

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Sophie’s Choice

★★★☆☆

Il terribile segreto di Sophie Zawistowska

Scomparso nel 2009 a settantatré anni, Nicholas Maw è stato un compositore inglese che dopo la Royal Academy of Music di Londra ha studiato a Parigi con Nadia Boulanger e Max Deutsch, allievo a sua volta di Schönberg. Dopo la carriera di insegnante nelle più prestigiose università inglesi si era trasferito negli USA dove poi è mancato.

Il suo stile neo-romantico e post-modernista (Maw ha sempre rifiutato il linguaggio dell’atonalità) è ben riconoscibile e per questo le critiche sul compositore sono sempre state divise tra chi ha apprezzato l’esuberanza della sua orchestrazione e chi ha trovato la sua musica un pastiche di linguaggi tonali. La musica di Maw si collega con continuità alle esperienze di fine Ottocento saltando a piè pari le avanguardie della prima metà del Novecento, avvicinandosi come stile a quello della musica da film in questa sua Sophie’s Choice (La scelta di Sophie), terza e ultima opera per il teatro dopo One Man Show del 1964 e The Rising of the Moon del 1970. Se l’orchestrazione si prende talora qualche libertà armonica, le voci sono invece sempre impegnate in un recitativo-arioso strettamente tonale, che non sfocia però mai in una melodia, un tema riconoscibile. Unici momenti “lirici” sono quelli della lettura delle poesie di Emily Dickinson o delle note del tango che invadono la casa in uno dei pochi momenti di serenità vissuti dai tormentati personaggi.

Commissionata da Radio 3 e dalla Royal Opera, Sophie’s Choice, dramma in quattro atti, ebbe la prima il 21 dicembre 2002 al Covent Garden. Le critiche si appuntarono soprattutto sul libretto, scritto dal compositore stesso ma mancante della qualità letteraria del romanzo di Styron che dava equilibrio e forma alla vicenda. L’opera ebbe comunque un ottimo riscontro di pubblico e fu allestita subito dopo a Berlino, Vienna e Washington, dove venne eseguita in una versione ridotta che tagliava di un’ora le quasi quattro originali. Il soggetto è ovviamente l’omonimo romanzo di William Styron del 1979 da cui tre anni dopo Alan J. Pakula trasse il film che avrebbe reso celebre l’attrice Meryl Streep.

La vicenda è raccontata, molti anni dopo, da Stingo, narratore sempre presente in scena. Al suo arrivo nel 1947 a Brooklyn dalla Virginia, speranzoso di sfondare come scrittore, il giovane trova sistemazione in una bizzarra casa dipinta di rosa, la cui proprietaria, Yetta, gli affitta una camera. La tranquillità è turbata dai rapporti spesso tempestosi di altri due inquilini della casa, la coppia composta da Sophie Zawistowska, una donna polacca, e Nathan Landau, un intellettuale ebreo, brillante, raffinato, ma ossessionato dall’olocausto e con oscillazioni d’umore sconcertanti. Una gita tutti insieme a Coney Island sarà l’unico momento di spensieratezza per i tre. Stingo si affeziona sempre più a Sophie e dopo aver scoperto che ha un numero tatuato sul braccio riesce a farle raccontare del passato che lei ha sempre celato. Affiora così una tragica realtà. Il padre, professore all’università di Cracovia, esaltato dalla figlia come uomo buono e giusto, era invece un sostenitore dello sterminio degli ebrei e anche lei si sente complice, avendo aiutato il padre a scrivere e pubblicare i suoi libelli antisemiti. Il fatto che il padre fosse un filonazista non basta però a risparmiargli la vita quando avviene l’invasione della Polonia e presto anche Sophie viene arrestata per contrabbando di cibo e mandata ad Auschwitz con i due figli. Qui in un certo senso collabora nuovamente con i nazisti diventando la segretaria del comandante del campo. La sua è una lunga confessione che avviene con drammatici flashback, mentre il rapporto a tre continua, a volte tranquillo a volte tempestoso, secondo il variare degli umori di Nathan che, come viene rivelato a Stingo dal fratello medico, è affetto da schizofrenia paranoide ed è cocainomane. Dopo l’ultima violenta scenata di Nathan, Sophie e Stingo partono per la Virginia. In viaggio il giovane propone alla donna di sposarlo. Sophie allora confessa il suo ultimo terrificante segreto: all’arrivo ad Auschwitz fu costretta a decidere quale dei due figli salvare e in preda alla disperazione le venne di gridare «Prendete la bambina!» dannando così la sua coscienza per sempre al tormento. Quella notte a Washington dapprima si concede a Stingo, ma poi lo lascia, ritorna da Nathan e insieme si suicidano. Nelle mani inerti di Sophie è il libro di poesie della Dickinson.

Diretta da Simon Rattle e con la regia di Sir Trevor Nunn, la registrazione BBC della prima è stata pubblicata nel 2010 su doppio DVD per commemorare il compositore a un anno dalla morte. In un’intervista nel bonus dei dischi il maestro Rattle esprime il suo entusiasmo per l’opera e non c’è da dubitare della sua sincerità vista la passione con cui concerta il lavoro, ma la lunghezza e la mancanza di una vera drammaticità non rendono particolarmente allettante l’opera. Come nel film il momento di maggior pathos è quello del racconto della “scelta” – e ci mancherebbe anche che non lo fosse! – ma per il resto non c’è una vera tensione drammatica anche a causa del prolisso libretto e della musica che avvolge tutta la vicenda con una melassa orchestrale sempre poderosa. Funzionale la scenografia di Rob Howell: proiezioni e una piattaforma rotante con i diversi ambienti naturalisticamente ricostruiti e accurati costumi.

Interpreti eccellenti quelli che hanno creato i ruoli: Angelika Kirschschlager è una vocalmente pregevole e intensa Sophie che traduce in amorevole tenerezza verso i due uomini il tormento del passato; Rod Gilfry è come sempre impeccabile e sa illuminare gli aspetti ora affascinanti ora feroci del personaggio di Nathan; parimenti efficaci anche Gordon Gietz e Dale Duesing, rispettivamente Stingo e il narratore. Come comandante Höss si fa notare il tenore finlandese Jorma Silvasti.

Due tracce audio, ma mancano i sottotitoli in italiano come avviene ormai spesso nella maggior parte dei DVD, anche di quelli italiani.