Powder Her Face

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Thomas Adès, Powder Her Face

★★★★☆

Bruxelles, 2 ottobre 2015

(video streaming)

«The only people who were ever good to me were paid for it» (1)

L’opera da camera per quindici strumentisti di Thomas Adès Powder Her Face fu commissionata dall’Almeida Opera di Islington (un sobborgo di Londra) per il Cheltenham Music Festival del luglio 1995.

L’arguto libretto di Philip Hensher è basato sulla vita di Ethel Margaret Whigham (1912-1993), “The Dirty Duchess”, esponente dell’alta società divenuta famosa per il suo divorzio nel 1963 dal suo secondo marito, l’11° duca di Argyll, che portò alla ribalta della cronaca vicende scandalose e salaci polaroid della sospettata infedeltà della duchessa.

«Powder Her Face […] si presta a un’infinità di giochi di parole. Il primo significato è quello che il lettore trova nella nuova traduzione del libretto di Emanuele Bonomi [“Incipriale il viso”]: la ‘polvere’, come al solito, è cipria, e la nostra Duchessa si trucca sia nella scena quarta sia nell’ottava e ultima (anche se in ambedue i casi mette solo il rossetto). Sono momenti cruciali della vicenda, in cui l’impagabile protagonista dà sfogo alle sue vivaci attitudini amatorie nel primo caso, mentre nel secondo, giunta oramai al capolinea della sua esistenza, vorrebbe far valere le sue doti di seduttrice nei confronti del direttore dell’hotel, onde evitare lo sfratto per morosità. Se però si passa dal grado zero a un livello superiore, la ‘polvere’ potrebbe anche essere di un tipo utile a sostenere meglio la vita mondana, ad esempio cocaina. E infine, salendo ancora, potrebbe non essere ‘polvere’ ma un’altra sostanza, più organica e direttamente legata alle abitudini sessuali della nobildonna». (Michele Girardi) (2)

Il lavoro è ripartito in otto scene dai rilevanti scatti temporali come un unico flashback. Atto primo: scena I (1990), II (1934), III (1936), IV e V (1953). Atto secondo: scena VI (1955), VII (1970), VIII (1990). Oltre alla duchessa ci sono tre personaggi che si travestono per interpretarne altri: così l’elettricista sarà la duchessa en travesti (scena I), lo gigolò di turno (II), il prete (III), il cameriere (IV), il ficcanaso del tribunale (VI), il fattorino dell’hotel (VII). Analogamente la cameriera (I e VIII) sarà l’amica (II), la cameriera dei duchi (III), l’amante del duca (V), la ficcanaso (VI) la giornalista (VII). Mentre il direttore d’albergo (VIII) assumerà le vesti del duca (II e V), di addetto alla lavanderia (IV), di ospite dell’hotel (IV) e di giudice (VI).

«L’impressione che lascia a tutta prima Powder Her Face è certamente quella di un lavoro scintillante, esuberante ed eccessivo, strabocchevole di musica dalle più svariate fattezze, tra l’altro assai ben scritta e fascinosa. L’accostamento al teatro musicale per Adès deve aver rappresentato l’accesso alla stanza dei giochi (proibiti), una specie di paese dei balocchi dove tutto è possibile, dove trasgredire è lecito e incoraggiato; una specie di mondo alla rovescia dove si può fare quello che altrove non si può fare, dove il musicista di estrazione colta può scrivere musica d’arte anche impiegando le canzoni, il tango, lo swing, il jazz e dunque confessando a sé stesso e al suo pubblico le sue taciute frequentazioni altre […] La partitura di Powder Her Face predispone l’impiego di quattro solisti, come da libretto, per le parti della Duchessa (soprano drammatico), della cameriera (soprano leggero), dell’elettricista (tenore) e del direttore dell’hotel (basso) e un’orchestra di soli quindici esecutori di inusuale assemblaggio […] La risultante è un’iridescente pasta fonica, piuttosto duttile al suo interno, capace di moltiplicare sé stessa in una incredibile varietà di rivoli e rivoletti sonori, timbri ed effetti speciali risultanti dal gioco momentaneo della combinazione inusuale e dall’altrettanto inusuale incastro con le parti vocali». (Daniela Tortora)

Il precoce capolavoro del compositore inglese (classe 1971) ha avuto numerose rappresentazioni: nel 1998 è stato allestito negli USA dalla Brooklyn Academy; nel 1999 è all’Aldeburgh Festival con la regia di David Alden; nel 2003 è messo in scena a Boston da Nic Muni; nel 2008 è prodotto da Carlos Wagner alla Royal Opera House dove viene ripreso nel 2010; nel 2012 è alla Fenice con la regia di Pier Luigi Pizzi; nel 2013 ritorna a New York alla City Opera con la messa in scena di Jay Scheib e infine nel 2015 è al Wielki di Varsavia nelle mani di Mariusz Treliński, l’altro geniale regista polacco assieme a Krzystof Warlikowski. Quest’ultimo spettacolo viene trasmesso in video streaming dalle Halles de Schaerbeek di Bruxelles, essendo chiusa per restauri la sala di place de la Monnaie.

Invece delle scenografie glamour di Pizzi, di quelle iperrealiste di Scheib o di quelle surrealiste di Carlos Wagner, Treliński immerge la vicenda in un mondo sordido che ha i colori lividi delle scenografie di Boris Kudlička e dei video di Bartek Macias. Una lunga parete del corridoio dell’hotel a sinistra, in mezzo una piattaforma girevole con il bagno della duchessa, la hall del Savoy o la camera da letto.

La famosa scena IV qui non presenta una fellatio, ma un violento sexual intercourse contro una MG rossa in quanto non è ambientata in una camera d’albergo, bensì in una stazione di servizio anni ’50. Anche per il resto l’allestimento si prende molte libertà col libretto dalle note minuziosissime, come se Powder Her Face fosse già un classico su cui elaborare una propria personale lettura.

I quindici esecutori diretti da Alejo Pérez sono impegnati con una quantità di strumenti di poco superiore, mentre il percussionista deve maneggiare: «2 campane tubolari dal suono grave (assieme a una bacinella piena d’acqua), rullante, grancassa, grancassa a pedale, bongo molto piccolo, timpani (2 caldaie), rototom di 15 cm, coppia di piatti, 2 piatti sospesi (uno molto piccolo di 20 cm), piatto sizzle, hit-hat, 3 temple blocks (da medi a piccoli), 3 brake drums sospesi, tamburino [basco], triangolo, tam-tam, vibraslap, washboard, cabaça, grande mulinello di una canna da pesca, frusta, [effetto del] ruggito del leone, popgun [effetto del colpo di bottiglia], raganella, rottami di ferro (lattine, coprimozzi d’auto, tegami: tanti più oggetti diversi possibili), bidone di metallo pieno di stoviglie e posate (per gettarci dentro quattro tazze), campanello elettrico, due microfoni (che sfregano la membrana del rullante da entrambi i lati)»…

I quattro personaggi hanno tutti ottimi interpreti: nella dolente duchessa si cala con partecipazione il soprano Allison Cook; Kerstin Avemo presta la sua vocalità di coloratura per la cameriera e le sue trasformazioni; altrettanto impervia è la parte del duca-direttore-giudice di Peter Coleman-Wright, mentre Leonardo Capalbo ha la prestanza fisica e la giusta presenza vocale per l’elettricista-gigolò-ecc.

Di scarsa qualità le immagini della trasmissione di Opera Platform, da bassa risoluzione nonostante i 720p indicati e con fastidiosi effetti di aliasing.

(1) Le sole persone che sono state buone con me erano pagate per questo.

(2) Un’ottima introduzione e una dettagliata analisi dell’opera si possono trovare nel ricco programma di sala della Fenice, come sempre meritoriamente messo on line, da cui sono tratte le citazioni.

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