Libri

Visconti

 

Vittoria Crespi Morbio, Visconti. Cinema Teatro Opera

352 pagine, Grafiche Step Editrice, 2019

 

Sembra incredibile, ma è scarsa la biografia su Luchino Visconti, uno dei più rilevanti personaggi della cultura novecentesca italiana. Colma in parte questa lacuna il bellissimo libro fotografico, ma ricco di testi illuminanti, edito nella collana “7 Dicembre” (il giorno dell’apertura della stagione lirica milanese…) dalla associazione degli Amici della Scala.

Il sottotitolo esplicita gli ambienti espressivi di questo grande regista che lo scritto di Vittoria Crespi Morbio racconta suddividendoli in questi capitoli: Lo sguardo di Euridice; Dal documento allo spettacolo, Il lavoro dell’attore; Il melodramma; La scuola di Jean Renoir; Ossessione; La terra trema; Bellissima; Ritorno al neorealismo?; Visconti in teatro; Senso; Il gattopardo; Teatro musicale; Le notti bianche; Il lavoro; Due titoli; Alla ricerca di Marcel Proust; La trilogia tedesca; L’ultimo Visconti. In appendice la bibliografia, una nota biografica, una cronologia e un indice degli spettacoli.

«Sembrano tre attività molto diverse fra loro, e capita spesso che qualcuno mi chieda quale delle tre, io preferisca», scrive Visconti in un articolo su “L’Europeo” del 1966, «Non lo so, a dire la verità. Cinema, teatro, lirica: io direi che è sempre lo stesso lavoro. Malgrado l’enorme diversità dei mezzi usati. Il problema di far vivere lo spettacolo è sempre uguale. C’è più indipendenza e libertà nel cinema ovviamente, e nel cinema il discorso diventa sempre molto personale. […] Ma bisogna anche dire che il cinema non è mai arte. È un lavoro di artigianato, qualche volta di prim’ordine, più spesso di secondo o di terzo ordine. […] Così continuo a correre di qua e di là, impegnandomi in questi tre generi. Quando faccio il cinema sogno spesso di riprendere la prosa, e facendo la prosa mi capita spesso di pensare a una nuova messinscena lirica. Si tratta di tre attività che a volte mi sembrano, senza esserlo affatto, dei “violons d’Ingres».

Per la prima volta viene offerto al pubblico un corredo iconografico enorme che va da quel primo ritratto fotografico di un fascinoso Luchino trentenne a Parigi (1936) ai fotogrammi de L’innocente, il suo ultimo film, del ’76. Purtroppo ce n’è una sola della Manon Lescaut del 1973 a Spoleto: l’unica sua regia lirica che abbia visto dal vivo.

Mahler

Quirino Principe, Mahler

2002 Bompiani, 1034 pagine

 

Il sottotitolo “La musica tra Eros e Thantos” dice molto sul taglio scelto da Quirino Principe: non tanto una biografia del compositore, quanto una guida a «come ascoltare Mahler, o come non ascoltarlo là dove la sua musica non lo merita», come scrive l’autore nel corposo preambolo di 40 pagine. Il suo intento è quello di illuminare un territorio, quello mahleriano, fino ai margini, dove confina con il paesaggio freudiano, la desolazione kafkiana e l’orrore puro di Poe, il dominio dell’espressionismo e delle avanguardie artistiche del Novecento.

Nonostante l’attuale popolarità, è relativamente scarsa la bibliografia dedicata al compositore e quasi tutta in lingua tedesca: si va dalle coeve biografie di Richard Specht (1905-10), Guido Adler (1911-16) e Arthus Neisser (1918) agli studi di Mosco Carner (1944), Adorno (1960), Schönberg (1960), Henri Louis de La Grange (1969), Deryck Cooke (1980). In italiano ci sono i testi di Ugo Duse (1962), Giuseppe Pugliese (1976) e Gianfranco Zaccaro (1978). Fondamentale è poi il saggio di Paul Bekker Die Sinfonie von Beethoven bis Mahler (1992) mai tradotto in italiano!

Il libro di Principe colma dunque una lacuna nella storiografia musicale. Si sviluppa in sette capitoli (I. Ebrei di Boemia; II. Martirio e vocazione; III. Vecchi maestri e nuove musiche; IV. Sentieri di Rovi; V. Ahasvero; VI. Il mondo, la sfera e le visioni; VII. I confini del crepuscolo) e un epilogo. Il titolo del quinto capitolo si riferisce al nome del leggendario “ebreo errante”, la cui figura di uomo vagabondo e condannato al nomadismo dalle stesse divinità permea in parte il carattere di Mahler, irrequieto spirito oscillante tra ebraismo e cristianesimo, misticismo e panico ateismo.

Ricca l’appendice: A. Tavola genealogica; B. Notizie sulle opere mahleriane (comprese quelle perdute, distrutte o incompiute); C. Recenti edizioni delle opere mahleriane; D. Testi dei Lieder; E. Tonalità dei Lieder per le diverse voci; F. Scelta di poesie di Gustav Mahler; G. Bibliografia.

 

 

Il Novecento

Elvio Giudici, Il Novecento e la musica americana

2019 Il Saggiatore, 1562 pagine

Con questo quinto volume si completa il monumentale catalogo dell’opera lirica in DVD di Elvio Giudici. Britten, Janáček, Puccini e Strauss la fanno da padroni, ma c’è anche spazio per Kaija Saariaho o Tan Dun, e per tutti i contemporanei che Giudici inserisce nel capitolo “Il teatro musicale angloamericano” (Adams, Adès, Benjamin, Bernstein, Birtwistle, Corigliano, Dove, Glass, Heggie, Menotti, Turnage…).

Come sempre illuminanti le note, come quella che precede appunto quest’ultimo capitolo collettivo: «È un discorso che sarebbe vecchio se solo lo si fosse fatto quand’era il caso, ovvero anni e anni fa. Invece, ignorando quel che accade al di là dell’Atlantico (da qualche tempo, anche al di là della Manica), molti ancora si gingillano col quesito se il melodramma non sia ormai “morta cosa”, se ogni entrata in teatro non equivalga a visitare un museo e via salmodiando. Non è affatto morto, il melodramma. Non lo è, per lo meno, ove se ne ricordi e conseguentemente se ne accetti – come costuma farsi nei paesi anglosassoni – quella sua intrinseca accezione di teatro una volta pacificamente accettata con le ovvie conseguenze. […] Lo è, invece, se esso viene praticato avendo come referente solo la sparuta intellighenzia di musicologi che su di esso discettano. E che in genere liquidano tutto quanto esuli dai ristrettissimi ambiti apoditticamente indicati come “giusti” appiccicando etichette di comodo e comodamente spregiative quali “musica di consumo”, “musica da film”, “musical travestito” e via spocchiosando. Fino al classico “americanata” che tutto pare riassumerle fungendo da sinonimo di pattumiera, nella quale finisce non solo il nutritissimo teatro musicale americano, ma anche la poca o punta attenzione prestata al meno consistente ma forse ancor più agguerrito teatro musicale inglese».

Opera

Kate Bailey Ed., Opera: Passion, Power and Politics

2017 V&A Publishing, 304

Catalogo della mostra al Victoria and Albert Museum (30 settembre 2017- 25 febbraio 2018) diretta da Tristram Hunt.

Un’introduzione del regista Kasper Holten, direttore della Royal Opera House londinese dal 2001 al 2017, precede gli otto capitoli in cui la mostra era articolata:

  1. Venezia, Claudio Monteverdi, L’incoronazione di Poppea, il teatro La Fenice e un contributo di Danielle De Niese;
  2. Londra, Georg Friedrich Händel, Rinaldo, il teatro della Royal Opera House e un contributo di Robert Carsen;
  3. Vienna, Wolfgang Amadeus Mozart, Le nozze di Figaro, il teatro della Staatsoper e un contributo di Antony Pappano;
  4. Milano, Giuseppe Verdi, Nabucco; il teatro alla Scala e un contributo di Plácido Domingo;
  5. Parigi, Richard Wagner, Tannhäuser, il teatro dell’Opéra Garnier e un contributo di Michael Levine;
  6. Dresda, Richard Strauss, Salome, il teatro Semperoper e un contributo di Simone Young;
  7. Leningrado, Dmitrij Šostakovič, Lady Macbeth del distretto di Mcensk, il teatro Michailovskij e un contributo di Graham Vick
  8. L’opera oggi e domani.

Il ricchissimo apparato iconografico fa rimpiangere meno il non aver visto l’esposizione.

Richard Wagner’s Music Dramas

 

Carl Dahlhaus, Richard Wagner’s Music Dramas

1979 Cambridge University Press, 162 pagine

Richard Strauss

 

Giangiorgio Satragni, Richard Strauss dietro la maschera, gli ultimi anni

2015 EDT, 426 pagine

Il libro di Satragni è un punto fermo sulla biografia e l’opera del compositore tedesco, oggetto delle critiche malevoli quanto superficiali di cui è stato vittima soprattutto dalla storiografia italiana.

Partendo dalla funzione del mito, presente in tre delle sue opere della maturità (Die ägyptische Helena, Daphne, Die Liebe der Danae), l’autore analizza i lavori per teatro dei suoi ultimi anni per evidenziare  la profonda visione del mondo, dell’arte e della storia da parte del musicista. «Nella filosofia come nelle arti, le creazioni estreme di un autore rappresentano spesso la chiave per interpretare il suo intero lascito: perché ciò non dovrebbe valere anche per Richard Strauss ? La luce radente del tramonto o i limpidi raggi lunari possono, nel suo caso, illuminare quanto se non più di uno sfolgorante mezzogiorno».

Korngold and His World

AA.VV., Korngold and His World

Daniel Goldmark and Kevin C. Karnes ed.

2019 Princeton University Press, 329 pagine

Questo recentissimo volume dimostra l’interesse per un compositore la cui fortuna ha avuto alti e bassi vertiginosi. La fortuna che sta riscoprendo il compositore Erich Korngold in questi ultimi anni – con le sue opere messe in scena nei teatri di tutto il mondo, prima fra tutte Die tote Stadt, ma anche Das Wunder der Heliane e Violanta – non si deve solo alla curiosità di un autore la cui carriera ha dovuto prendere una via ben diversa da quella progettata a causa degli eventi storici che l’hanno portato ad abbandonare la Germania per trasferirsi in California e lì scrivere apprezzate colonne sonore per i film di Hollywood, ma proprio per la specificità della sua musica. Una musica ricca di fascinose idee melodiche che hanno fatto presa su un pubblico che si è scoperto meno tollerante alla sperimentazione atonale, dodecafonica, seriale e minimalista con cui si sono espressi i compositori per il teatro musicale per buona parte del Novecento.

È testimonianza di questa rinascita il folto numero di testi a lui dedicati, soprattutto in lingua inglese. Come questa raccolta di saggi appena pubblicata e curata da Daniel Goldmark, professore alla Case Western Reserve University di Cleveland e autore di testi sulla musica dei film di animazione, e Kevin C. Karnes, della Emory University di Atlanta e autore di libri su Brahms, Arvo Paart, Wagner e la musica viennese di fine secolo.

Il libro contiene i seguenti saggi:

  • Korngold Father and Son in Vienna’s Prewar Public Eye (David Brodbeck);
  • “You must return to life”: Notes on the Reception of Das Wunder der Heliane and Johnny spielt auf (Charles Youmans);
  • Acoustic Space, Modern Interiority and Korngold’s Cities (Sherry Lee and Sadie Menicanin);
  • Korngold and Jewish Identity in Concert (Lily E. Hirsch);
  • New Opportunities in Film: Korngold and Warner Bros. (Ben Winters):
  • “The caverns of the human mind are full of strange shadows”: Disability Representation, Henry Bellaman, and Korngold’s Musical Subtexts in the Score for Kings Row (Neil Lerner);
  • American and Austrian Ruins in Korngold’s Symphony in F-sharp (Amy Lynn Wlodarski).

Seguono altrettante pagine dedicate ai documenti: note, interviste, articoli dell’epoca. Conclude il libro una coda: Before and After Auschwitz, Korngold and the Art and Politics of the Twentieth Century (Leon Botstein).

I saggi non costituiscono una esaustiva biografia del musicista, ma fanno luce sui vari aspetti della sua carriera, soprattutto come compositore di musiche da film, quello di maggior interesse per il pubblico americano.

Delitto al Conservatorio

Franco Pulcini, Delitto al Conservatorio

2019 Marcos y Marcos, 320 pagine

«Il pianoforte è un mostro che strilla quando gli tocchi i denti»

Senza scomodare Sherlock Holmes, Hercules Poirot, il commissario Maigret o il più recente commissario Montalbano, si può dire che la serialità sia congenita al genere letterario dell’indagine criminale. È con l’iterazione dei casi delittuosi e la diversa strategia risolutiva impiegata dall’investigatore che meglio si definiscono la personalità di quest’ultimo e l’ambiente in cui opera.

Non fa eccezione il personaggio di Abdul Calí, che già abbiamo incontrato in Delitto alla Scala e che ora ritroviamo in Delitto al Conservatorio, due territori che conosce bene l’autore Franco Pulcini il quale, oltre che musicologo e saggista, è stato insegnante al Conservatorio di Milano ed è direttore editoriale del Teatro alla Scala. Oltre che romanziere di successo.

Strutturato in un’aria con da capo e trenta variazioni (tante quante sono le “Goldberg”), questa volta ci spostiamo di pochi chilometri dal Teatro per entrare nel Conservatorio Giuseppe Verdi, anche se il delitto vero e proprio è avvenuto non molto distante da lì, al 26 di via Goldoni. Un maestro di pianoforte, definito da chi lo conosce bene «uno stronzo, intrigante, avido aguzzino», è stato ucciso in una maniera perlomeno originale: morso da un velenosissimo serpente tropicale fattogli recapitare direttamente in casa. Le indagini si svolgono nell’ambiente dei concorsi pianistici, in particolare del Piano World Cup–Prodigy Child, concorso pianistico internazionale per bambini prodigio, un’istituzione che è diventata un’industria che mette in moto pubblicità, televisioni, fabbriche di pianoforti, borse di studio, lauti guadagni. Una valanga di denaro insomma. Un concorso che è dominato dalla presenza di giovanissimi pianisti provenienti per lo più dall’oriente: una volta solo dalla Russia, poi dal Giappone, ora dalla Cina e dalle due Coree, paesi in cui la disciplina educativa si mescola ai desideri di rivincita nazionale e dove i genitori delle povere vittime «reincarnazioni del padre di Mozart, si sentono in dovere di ignorare lo sviluppo psichico del bambino, ogni sua autonomia e libertà di espressione in favore di una concentrazione assoluta sul pianoforte» da padroneggiare a scapito del mondo e anche di loro stessi. Cinque sono i finalisti del concorso e la favorita è la piccola Zi Ming-li, sette anni e un caratterino deciso, ma anche piena delle ingenuità e dolcezze di quell’età.

Fin da subito il caso si rivela di difficile soluzione, le tracce sono evanescenti e il movente sembra volersi attestare tra i soliti: gelosie e soldi, dove le gelosie sono sia professionali sia passionali. Molto altro non si può dire per non fare spoiler di una vicenda dal ritmo incalzante e dalle molte sorprese. Come per Montalbano, anche per Calí la ricerca dell’omicida si intreccia alla vita personale del commissario, che nel frattempo tra i due romanzi è convolato a nozze e ora è in attesa del primo figlio. Ma è soprattutto la descrizione di questo folle ambiente a destare curiosità nel lettore e a convincerlo che, come nel precedente Delitto alla Scala, motivazioni quasi impensabili per la gente normale possano scatenare furie omicide: se nel primo romanzo erano le invidie per la riscoperta di un capolavoro di Monteverdi dato per perduto, qui a far mettere in marcia il meccanismo sono le percentuali da attribuire ai partecipanti al concorso in base alle loro età così da premiare i più giovani rispetto a quelli che hanno avuto più tempo per studiare e maturare. Sulla discussione se sia più equo il 30% o il 15% o il 10% si innescano interessi internazionali, rivalità professionali e conseguenti ingenti movimenti di denaro. Pulcini intreccia con sapienza le vicende e condisce di arguzie musicali le pagine di lettura piacevole e intelligente che ti lasciano la voglia di iniziare il prossimo titolo, con un delitto alla scuola di ballo. Ma speriamo che la serie non si esaurisca lì.

Ravel e l’anima delle cose

Enzo Restagno, Ravel e l’anima delle cose

2009 Il Saggiatore, 676 pagine

Come in tutti gli altri suo saggi, Enzo Restagno mescola brillantezza di scrittura ed erudizione con molti esempi musicali a corredo dell’approfondita analisi del suo lavoro.

Musicista congeniale agli interessi dell’autore, che ha sempre privilegiato la musica moderna – famosi e imprescindibili sono stati ai tempi di Settembre Musica i suoi contributi editi dalla EDT sul compositore celebrato ogni anno dal festival torinese – la lettura che egli fa di Maurice Ravel è quella di un compositore di grande attualità senza il quale la musica moderna non sarebbe quella che è stata. In numerosi fitti capitoli il testo è diviso in due parti: nella prima il contesto in cui si è formato e ha vissuto il compositore, allievo al Conservatoire di Fauré, fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Sono gli anni che vanno dai Jeux d’eau L’heure espagnole, da Gaspard de la nuit a La valse. Nella seconda abbiamo gli anni di quello che Rostagno chiama esprit nouveau, quelli di Cocteau, Picasso, Satie, da L’enfant et les sortilèges al successo americano al Boléro, il lavoro per il quale, fino a non molti decenni fa, Ravel era univocamente riconosciuto.

«La sua allure così spontaneamente elegante, la gentilezza senza pari e l’intelligenza che riluceva in ogni gesto facevano di lui un dandy che poteva anche parere un “précieux dégouté” [così lo aveva definito Satie], “impassibile e crudele” secondo la definizione di una maitresse à penser come Madame de Saint-Marceax, oppure “nero, elegante e ricco” come piacque descriverlo a Jules Renard nel suo Journal». Elegante compositore che sapeva trasformare il sublime in sottile ironia, rendendo la musica infinitamente più problematica e ricca. Tante sono le definizioni di questo unicum della musica del Novecento.

La musica al rovescio

Mauro Meli, La musica al rovescio

2016 Ponte alle Grazie, 320 pagine

La fotografia in copertina, rappresentante l’interno di un violino in cui la luce entra dalle due effe intagliate nella tavola armonica, fa parte della campagna di immagine dei Berliner Philharmoniker affidata all’agenzia Mierswa & Kluska. Allude in maniera suggestiva al taglio del libro, ossia la visione  da parte di chi sta al di dentro, come dice il sottotitolo: “La musica classica e il teatro d’opera raccontati da un grande direttore artistico”.

«Di mestiere faccio l’organizzatore musicale e teatrale», scrive nella prima pagina l’autore. Mauro Meli è tra coloro che rendono possibili – programmando, trovando i fondi, scritturando gli artisti, comunicando, coordinando e dirigendo – i cartelloni dei grandi teatri lirici italiani. Per trent’anni, da Como a Ferrara, da Cagliari a Milano a Parma ha organizzato festival, stagioni d’opera e tournée con i nomi più prestigiosi. Ogni breve capitolo è centrato su una delle figure i cui nomi vanno, in ordine alfabetico, da Claudio Abbado ai Wiener Philharmoniker.

«Vorrei che da queste pagine emergesse un messaggio positivo, ovvero che quello della musica e del teatro è un mondo bellissimo. Claudio Abbado mi ha insegnato che nella musica bisogna cercare il magico, ma per fare qualcosa di bello bisogna metterci tanto lavoro, tanta ricerca e tanto studio». Questo per ricordarcelo, o per dirlo a chi non lo sa.