Libri

The Queen’s Throat

Wayne Koestenbaum, The Queen’s Throat

1994 Penguin’s Books, 272 pagine, £12.23

Pubblicato nel 1994 The Queen’s Throat: Opera, Homosexuality and the Mystery of Desire  è un testo di riferimento per chi vuol capire la fascinazione/ossessione che l’opera esercita sul mondo queer.

Il testo è suddiviso in capitoli ognuno dedicato a un argomento esposto con passione e ironia. L’elenco dei titoli dice tutto:

  1. Opera Queens.
  2. The shut-in fan: opera at home.
  3. The codes of diva conduct
  4. The Callas cult.
  5. The queen’s throat, or how to sing.
  6. The unspeakable marriage of words and music.
  7. A pocket guide to queer moments in opera.

È stato definito un dialogo appassionato tra una forma d’arte e un modo di vivere, una cornucopia di stravaganze e rimandi autobiografici come quando racconta che «da piccolo consideravo l’opera imbarazzante. E ancora oggi lo penso: quando sono bloccato nel traffico ho sempre timore che quello nella corsia di fianco mi senta mentre ascolto Montserrat Caballé cantare “Tu che le vanità” o Maria Callas “Convien partir”. Temo sempre che si metta a ridere di me o mi strisci la fiancata dell’auto. Paranoia? […] Quando invece ascolto Madonna lascio i finestrini aperti. Con la Callas li chiudo. Ho timore di estrinsecare i miei gusti. E quando il MET trasmette dalla radio il sabato pomeriggio, mi trovo una qualunque scusa per un  viaggio in macchina senza meta. Considero il pedale dell’acceleratore un’estensione della gola della diva e nei crescendo e nelle ascese all’acuto, accelero come per empatia, simulazione».

 

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Vivaldi, la quinta stagione

Orlando Perera, Vivaldi, la quinta stagione

2010 Daniela Piazza Editore, 220 pagine, €20.00

Che cosa vuol dire abitare a pochi metri da un tesoro inestimabile? «Chi scrive è vedi caso l’essere umano che vive più vicino di ogni altro ai manoscritti superstiti, conservati al secondo piano della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino» scrive Orlando Perera, che continua: «Per la diversa altezza dei soffitti, corrisponde al quarto piano della casa dirimpetto, cioè al mio alloggio. Altri abitano nel palazzo, ma secondo i miei calcoli ho un vantaggio di almeno cinque-sei metri sull’inquilino del piano di sotto…».

Da questo “vantaggioso” punto di osservazione Orlando Perera in questo suo saggio ci racconta del processo storico che ha portato alla odierna Vivaldi renaissance. In sedici agili capitoli l’erudito giornalista tocca tutti i punti dell’avventura vivaldiana nel suo paese, dalla “sala manoscritti e rari” (cap. I) in cui sono custodite, tra le altre, venti delle ventuno opere superstiti, a “Vienna” (cap. VII) in cui si conclude la vicenda terrena del prete rosso, dal “buio” (cap. VIII) che inghiotte Vivaldi e la sua opera, a “Foà e Giordano, Forza d’Amor Paterno” (cap. XI) dedicato alle due figure di mecenati grazie ai quali viene ricostituito l’inestimabile fondo, da “Ezra Pound, To dig out Vivaldi” (cap. XII) in cui viene messa in luce la seduzione esercitata dalla musica vivaldiana sul discusso poeta americano, a “Barocco Rock” (cap. XIV) in cui la popolarità del compositore veneziano subisce un’impennata a partire dagli anni ’50, popolarità che Perera definisce “La quinta stagione” (ca. XV), al finale dedicato alla “Vivaldi Edition”, una coproduzione di grande impegno tra l’Istituto dei Beni Culturali e la casa discografica Naïve che sta pubblicando le musiche “ritrovate”.

Nella presentazione al saggio, Alberto Basso ha un monito che chissà se sarà ascoltato: «Mi piace considerare lo scritto di Orlando Perera non solamente come un messaggio lanciato ad un vasto pubblico, ma anche e forse soprattutto come ammonizione, avvertenza e sollecitazione ai responsabili della vita culturale, e non solo musicale, cittadina, perché essi ne colgano nei giusti modi la portata e ne sostengano le sacrosante ragioni».

Maschi all’opera

Marco Emanuele, Maschi all’opera

2016 Mimesis/LGBTI, 504 pagine, €30.00

“Soggetti eccentrici nel teatro di Benjamin Britten” è il sottotitolo di questo poderoso testo in cui il musicologo Marco Emanuele prende spunto dai personaggi delle opere del compositore inglese per indagare le «maschilità trasversali rispetto alla Norma» parlando soprattutto «della Norma stessa e dei miti eterosessuali». La sua analisi si avvale degli studi sul genere partendo dal punto di vista gay e arrivando a quello queer: il primo a partire dagli anni ’70 si è consolidato negli ambienti accademici e culturali nordamericani, il secondo dalla fine degli ’80 esprime una critica alla rigida identità proposta dai movimenti gay tradizionali. Il primo non era arrivato alle discipline musicali, mentre con il secondo fin dagli anni ’90 ci sono state indagini sulla ricezione dell’opera, sulla drammaturgia musicale, sulle identità di genere e sessuali del compositore, del musicologo, del regista e del cantante.

In cinque approfonditi capitoli Emanuele prende in esame cinque personaggi del teatro britteniano, cinque tenori “antitenori”, lontani cioè dalla rappresentazione romantica e wagneriana, «ipotesi di una mascolinità eccentrica»: “la maschilità e la devianza sociale” di Peter Grimes; “la costruzione della maschilità” di Albert Herring; “il corpo e il desiderio” in Billy Budd; “l’educazione e i fantasmi maschili” nel Turn of the Screw; “la dissoluzione dell’identità maschile” in Death in Venice. In quest’opera, che è il testamento spirituale e artistico di Britten, «raggiungere l’accettazione del femminile e del maschile è un’ulteriore tappa nel percorso di conquista del sé e liberazione che compie il personaggio. […] Non a caso questa è anche l’unica opera in cui l’amore “osa dire il suo nome”. Lo dice, però, senza parole: nella lunga trenodia finale, che si snoda sui temi che incarnano i personaggi dell’amante e dell’amato. […] Al termine di Death in Venice gli amanti sembrano parlarsi, incontrarsi e, sulla nota acuta finale, ai limiti dell’udibile, congiungersi per sempre».

Il mestiere dell’aria che vibra

Marco Tutino, Il mestiere dell’aria che vibra

2017 Ponte alle Grazie, 254 pagine, €18.00

Il mestiere dell’aria che vibra è il mestiere che Marco Tutino, uno dei maggiori compositori italiani di oggi, ha scelto per la propria vita. Da giovane era indeciso tra il cantautore folk, l’attore brechtiano, il militante politico o il flautista, ma l’illuminazione arriva una sera dei primi anni Settanta alla Scala quando, seduto in  loggione col padre, viene folgorato dalla musica di Giuseppe Verdi e opta per la musica, quella forma d’arte che fa vibrare l’aria.

In questa sua biografia Tutino racconta la passione per il proprio lavoro, la genesi delle sue opere (Pinocchio, Cirano, Vite immaginarieLa lupa, Federico IIIl gatto con gli stivali, Vita, Senso, Le bel indifférent, The ServantLe braci, Two women), i segreti del palcoscenico e la sua storia di musicista e di sovrintendente poco avvezzo ai compromessi. Sullo sfondo sfilano le grandi opere del repertorio lirico internazionale, complete di istruzioni per l’uso.

Il sottotitolo “una visita guidata nei segreti della musica e dell’opera lirica” è esattamente quello che troverà il lettore tra le pagine di questo testo.

L’affare Vivaldi

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Federico Maria Sardelli, L’affare Vivaldi

2015 Sellerio Editore, 298 pagine, €14.00

La vicenda del ritrovamento delle opere lasciate da Vivaldi alla sua morte è talmente inverosimile che solo la realtà poteva inventarla. A raccontare questa incredibile storia è il musicologo-esecutore-direttore Federico Maria Sardelli che mettendo insieme i documenti esistenti sulla vicenda ricostruisce una vicenda così intricata.

I dodici densi capitoli si alternano cronologicamente fino a convergere ai nostri giorni: quelli dispari riguardano le traversie veneziane (1740, 1741, 1778, 1780) e genovesi (1893), quelli pari gli avvenimenti del secolo scorso in Piemonte negli anni del fascismo.

Il compositore veneziano morì il 28 luglio 1741 mentre era a Vienna, ma il suo tesoro di manoscritti in calle dei Fabbri era già atto prontamente messo in salvo dal fratello un anno prima. Quando nell’agosto 1741 vengono sequestrati tutti i beni a causa dei tanti debiti lasciati dall’abate Antonio Vivaldi, nell’appartamento in cui si aggirano come fantasmi le due sorelle c’è ben poca roba e i due armadi “dipinti alla cinese” in cui il compositore custodiva la sua musica inedita risultano vuoti. I preziosi manoscritti erano stati portati in un posto sicuro e ora potevano essere venduti al senatore Jacopo Soranzo, bibliofilo e collezionista – il primo di una catena di proprietari che a un certo punto dividerà a metà il lotto ereditato. La riunione e la ricomparsa del tesoro, che ha permesso di riscoprire un autore che era stato quasi totalmente dimenticato, è raccontata con estrema arguzia e brillante erudizione dall’autore, esperto di musica barocca e tra i massimi studiosi delle opere del prete rosso.

È anche la storia dei tanti tesori che abbiamo qui in Italia e che troppo spesso trascuriamo. Ed è una storia di uomini “giusti”, di menti illuminate. Fortunatamente è una storia a lieto fine, una delle non molte.

 

 

 

Il Settecento

Elvio Giudici, Il Settecento

2016 Il Saggiatore, 823 pagine, €40.00

Il secondo tomo dell’ambiziosa opera del Giudici sulla catalogazione e analisi delle registrazioni video commercialmente disponibili delle opere liriche si sviluppa con un numero di pagine ancora più considerevole del primo ed è dominato dalla figura di Mozart che, da sola, occupa il 70% delle 824 pagine del volume. Nel caso del Don Giovanni l’autore analizza in 54 pagine ben trenta diverse edizioni video. Altrettante solo le pagine dedicate al Flauto magico (venti edizioni) e addirittura 99 per le ventinove edizioni de Le nozze di Figaro. Ma anche al resto non viene meno l’impegno di approfondimento dell’autore: per il Fidelio, l’unica opera di Beethoven, sono ben 57 le pagine di analisi.

Per ragioni puramente contingenti Pergolesi riceve un’attenzione molto maggiore di Paisiello, nonostante il fatto che quest’ultimo sia autore di un numero decuplo di opere. Ma il fatto è che al compositore jesino la città nel tricentenario della sua nascita ha dedicato un festival con la rappresentazioni di tutte le sue opere in pregevolissime produzioni prontamente riversate su disco e quindi disponibili.

Gli altri compositori di cui vengono prese in esame le edizioni video sono: Cherubini, Cimarosa, Gluck, Haydn, Salieri e Spontini. Non mancano nomi meno noti come Carl Heinrich Graun, Giovanni Battista Martini, François-André Danican Philidor e Vicente Martin y Soler cui la sorte ha voluto che fosse registrato su DVD almeno un loro lavoro.

Anche in questo volume il Giudici riprende la questione della messa in scena dell’opera lirica con parole molto chiare: «ogni messinscena è […] una sorta di traduzione che lo spettatore legge attraverso la gestualità e la voce degli attori […] Siccome gli spettatori contemporanei non possono provare le stesse reazioni di quelli settecenteschi nei confronti di eventuali aspetti sovversivi e innovatori di certi testi (quelli di Da Ponte ad esempio, che poi nel caso di Don Giovanni e Nozze sono a loro volta traduzioni) può essere d’aiuto ricrearli non rielaborando il testo, bensì adoperando un linguaggio contemporaneo. Altrimenti detto, può essere utile separare la fedeltà nei confronti dello stile di rappresentazione dalla fedeltà alla drammaturgia di base e proprio allo scopo di evidenziare quest’ultima in modo il più evidente possibile a un pubblico di oggi, si può venir meno ai rigidi schemi visuali impiegati al suo nascere. È quanto […] hanno fatto e ancor più stanno oggi facendo un numero sempre maggiore di registi».

Il Seicento


Elvio Giudici, Il Seicento

2016 Il Saggiatore, 502 pagine, €35.00

Con il sottotitolo “L’Opera. Storia, teatro, regia” è il primo volume di una monumentale storia dell’opera raccontata attraverso gli allestimenti registrati in video, testo che prosegue l’ambizioso lavoro iniziato dal Giudici nel catalogare l’opera lirica dei nostri tempi su supporto discografico. Ma se ovviamente il precedente L’opera in cd e video, guida all’ascolto di tutte le opere liriche si basava nella quasi totalità su registrazioni audio, questi nuovi volumi prendono in esame i DVD, il nuovo mezzo per poter fruire più compiutamente dei tesori di questo genere – in attesa che i video streaming disponibili in rete non facciano passare in secondo piano anche questo mezzo.

Nel primo tomo la disamina dell’autore riguarda la nascita dell’opera, da Monteverdi a Cavalli, per includere poi gli autori di quell’epoca che viene convenzionalmente definita Opera Barocca, epoca che si inoltra ben addentro nel Settecento con le figure di Händel e Vivaldi, passando prima per Lully, Rameau e Purcell, per citare solo i maggiori. Il tutto è reso possibile dall’attuale rinascita, per lo meno al di fuori dell’Italia, dell’interesse per questo repertorio, evidenziato da una quantità crescente di allestimenti nei teatri di tutto il mondo con produzioni che impegnano i migliori registi della nostra epoca e direttori che hanno approfondito la prassi esecutiva di queste antiche opere. Ciò è dimostrato dalla mole di recensioni che hanno come oggetto ad esempio il teatro händeliano: del solo Giulio Cesare in Egitto si hanno ben 42 pagine, oltre alla copertina.

Nel saggio introduttivo il Guidi prende in considerazione i problemi legati all’esecuzione  delle opere di questo repertorio e ai conseguenti problemi filologici, come l’uso degli strumenti originali o il ricorso alle voci dei controtenori .

Delitto alla Scala

Franco Pulcini, Delitto alla Scala

2016 Ponte alle Grazie, 419 pagine, €16.00

La fiction italiana si arricchisce di un nuovo investigatore: dopo il Salvo Montalbano di Andrea Camilleri, il più recente Bruno Jordan di Massimo Polidoro e molti altri – per non parlare dei pensionati del Bar Lume di Marco Malvaldi – arriva in libreria l’inchiesta dell’ispettore Abdul Calì, un siculo-tunisino che deve risolvere l’enigma con morto che pregiudica la prima della Scala di un futuro 7 dicembre.

Franco Pulcini (1952, Torino), dopo la laurea conseguita con Massimo Mila e Giorgio Pestelli, è stato critico musicale dell’Unità, ha collaborato alla RAI e a varie riviste musicali ed è insegnante di Storia della Musica al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano. Autore tra gli altri di importanti saggi su Janáček, di cui è stato il primo esegeta italiano, e Šostakovič (entrambi pubblicati dalla EDT) Pulcini non è nuovo al genere narrativo anche se i suoi due precedenti romanzi, Lei è una grande e Il maltempo dell’amore, sono usciti come eBook. Delitto alla Scala non è solo il suo primo romanzo a essere pubblicato in formato cartaceo presso una grande casa editrice, ma è anche il primo a essere ambientato in quel mondo dell’opera che l’autore conosce bene, essendo Direttore Editoriale del Teatro alla Scala.

Il delitto del titolo è quello del direttore d’orchestra Oscar Marni, un’eminenza della musica antica malgrado la giovane età, che deve concertare un titolo mitico della storia della musica, quella Arianna di Claudio Monteverdi il cui manoscritto ritenuto da sempre perduto sembra essere stato ritrovato. Dell’opera è conosciuta solo una pagina, quello struggente “Lasciatemi morire” in cui Arianna, nella scena VI della tragedia del Rinuccini, lamenta l’abbandono del suo Teseo, unico frammento di un’opera andata in scena il 28 maggio 1608 al Palazzo del Duca di Mantova, il committente dell’opera, ma che era andata perduta. Grande scalpore desta quindi la notizia del ritrovamento, a poca distanza dal teatro, nel caveau di una casa dell’aristocrazia milanese, della partitura manoscritta e completa dell’opera. Per il teatro è dunque una ghiotta occasione per allestire, all’inaugurazione della sua nuova stagione lirica, questo lavoro che tutti consideravano perso e che per oltre quattrocento anni non aveva avuto voce.

I capitoli del romanzo di Pulcini hanno la scansione giornaliera di un diario che va da domenica 2 novembre, “Il giorno dei morti”, in cui viene rinvenuto il cadavere di Marni sul tetto del teatro vicino a quella balaustra all’altezza del timpano col carro d’Apollo che si vede dalla piazza, fino al 7 dicembre, “Il giorno dei lupi”, in cui è attesa la mitica e mondana prima ambrosiana.

Il “lombardo molto d’adozione” Abdul Calì, si trova a doversi destreggiare tra un direttore artistico reticente, un sovrintendente ossessionato dalla scadenza, un arrogante ispettore ministeriale, un inconcludente direttore sostituto e una schiera di personaggi femminili che si allarga di giorno in giorno: la vedova inconsolabile ma livorosa, l’amante principale che è anche la prima donna che deve interpretare Arianna, l’amante numero due che è il secondo soprano, l’amante numero tre, una commessa di un negozio di lusso, e chissà quante altre. Le attività amatorie del defunto fanno propendere per un delitto passionale che ha avuto come movente le gelosie femminili, ma presto una seconda pista si affianca a questa: la pista della rivalità professionale e della cupidigia attorno alla presenza di questo preziosissimo manoscritto.

Alternando un’erudizione mai pedante – l’autore deve tener conto che ha a che fare con un commissario di polizia che non ha mai messo piede in un teatro d’opera – a pagine spassose come quelle della assurda, ma neanche troppo, “messa in scena degli olandesi”, il testo procede con un ritmo narrativo non convulso ma che tiene sempre desto l’interesse del lettore. E anche lo svelamento finale è la logica conclusione di quanto viene scoperto pagina dopo pagina, non un colpo di scena inverosimile.

Gli amanti del giallo, gli appassionati dell’opera o semplicemente quelli che vogliono leggere un libro appassionante e intelligente troveranno di che essere soddisfatti dal libro di Franco Pulcini.

Verdi ritrovato

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Paolo Gallarati, Verdi ritrovato

2016 Il Saggiatore, 592 pagine, €32.00

Nel novembre 2005 Paolo Gallarati, musicologo, critico e professore ordinario di Istituzioni di Storia della musica e di Drammaturgia musicale a Torino, aveva letto una prolusione all’Università di Bologna per il Nono Colloquio di Musicologia: Il melodramma ri-creato. Verdi e la “trilogia popolare”. Ora quel tema è presentato in un poderoso saggio uscito per Il Saggiatore con un titolo ancora più sorprendente: Verdi ritrovato. Rigoletto, Il trovatore, La traviata. La popolarità e apparente semplicità dei mezzi e dello stile delle tre opere hanno finito per scoraggiare la storiografia per cui mancano adeguate monografie sulle opere della “trilogia popolare”. Questa è la prima e al momento rappresenta la parola definitiva, per lo meno in lingua italiana, sul tema.

Ma come può essere “ritrovato” il compositore più rappresentato nel mondo, di cui La traviata rappresenta in assoluto l’opera più abituale nei cartelloni dei teatri lirici? La risposta viene data dal musicologo torinese nelle quasi seicento pagine del suo saggio formato da due parti. Nella prima – “Il laboratorio” – l’autore parte dall’esame delle opere giovanili per enunciare la tesi secondo la quale le tre opere del 1851-53 hanno i caratteri dell’eccezionalità, sia rispetto alla produzione verdiana precedente, sia al melodramma europeo nel suo complesso. Nella seconda parte un’analisi capillare delle partiture delle tre opere dimostra la tesi enunciata. Che questa seconda parte sia la più estesa (quattro volte la prima in termine di pagine) indica la solerzia di Gallarati nel voler attestare le sue affermazioni sul campo mediante gli strumenti di indagine e di erudizione di cui è provvisto.

Con una copiosa massa di documenti, soprattutto epistolari, Gallarati mostra come Verdi fosse consapevole di star creando qualcosa di completamente diverso con le sue nuove opere. Nella lettera al de Sanctis del 1 gennaio 1853 il compositore scriveva: «io desidero soggetti nuovi, grandi, belli, variati, arditi […] ed arditi all’estremo punto, con forme nuove ecc. ecc., e nello stesso tempo musicabili». E infatti con Rigoletto il melodramma si libera dai modelli consueti e la sua drammaturgia punta a una sintesi, una velocità di sviluppo e a una forza di contrasti ottenuti con il taglio audace delle scene e la loro organizzazione nel tempo. «Sino a Rigoletto, il compositore stava ancora acquisendo quella visione sintetica e totalizzante che gli permetterà di individuare consapevolmente, nel soggetto drammatico, il principio originario da cui derivano il taglio degli atti e l’organizzazione delle scene, la distribuzione e i contenuti dei dialoghi e dei monologhi, la concezione del tempo e dello spazio, le forme dei pezzi e la qualità del materiale musicale. L’opera si sarebbe allora trasformata in un organismo tenuto insieme da una rete di relazioni che imbriglia i vari strati della struttura: ogni elemento, sino al più piccolo particolare melodico, armonico, ritmico, timbrico, dinamico diventa necessario e nulla è più, neppure minimamente, fungibile. Il melodramma italiano sarebbe stato quindi completamente ri-creato nelle partiture di Rigoletto, Trovatore e Traviata, in cui la trasposizione musicale di soggetti originalissimi avrebbe potuto realizzarsi appieno». Tutto deriva direttamente dal contenuto drammatico del soggetto e tra l’argomento e la veste formale si raggiunge una compenetrazione assoluta: libretto, scenografia, recitazione, musica tendono tutti assieme indissolubilmente a creare quella unità dell’opera d’arte che il “rivale” Wagner avrebbe più tardi teorizzato con il suo concetto di Gesamtkunstwerk.

Gallarati affronta parimenti il tema del “Verdi tradito”: fin dall’inizio le sue opere furono sottoposte a un «logorio esecutivo che ne alterò e deformò i contorni». Come lamentava lo stesso compositore con il suo editore Ricordi: «Per parte mia dichiaro che mai, mai, mai, nissuno ha mai potuto trarre tutti gli effetti da me ideati… nissuno!! Mai, mai… né Cantanti né Maestri. […] Io voglio un solo creatore, e m’accontento che si eseguisca quello che è scritto: il male sta, che non si eseguisce mai quello che è scritto. […] Conviene inoltre che gli artisti cantino non a loro modo, ma al mio». L’autentico Verdi era andato perduto, o forse mai scoperto. A ritrovare il vero Verdi sarà il secolo successivo con interpreti quali Toscanini o Maria Callas. E si può dire che mai come oggi si ascolti il Verdi autentico, con interpreti sempre più fedeli al suo dettato. Una nuova Verdi-renaissance è fortunatamente in atto nei teatri moderni, soprattutto in quelli italiani, dove «di un riscatto culturale e morale il nostro paese ha quanto mai bisogno»: le opere di Verdi costituiscono la nostra vera identità.