Zarzuela

El barberillo de Lavapiés

Francisco Asenjo Barbieri, El barberillo de Lavapiés

★★★★★

Madrid, Teatro de la Zarzuela, 12 aprile 2019

(live streaming)

Il barbiere di Madrid

145 anni dopo il debutto avvenuto il 18 dicembre 1874, El barberillo de Lavapiés, zarzuela in tre atti appartenente al género grande, è sulle tavole del Teatro de la Zarzuela di Madrid con la regia e l’adattamento di Alfredo Sanzol del libretto di Luis Mariano de Larra. Sotto la trascinante direzione musicale di José Miguel Pérez-Sierra alla guida dell’Orchesta della Comunidad Autónoma de Madrid i cantanti Borja Quiza (vivacissimo Lamparilla dalla inesausta presenza scenica), Cristina Faus (Paloma dalla vocalità suadente e anche lei perfetta attrice), María Miró (Marquesita del Bierzo), Javier Tomé (Don Luis de Haro) e David Sánchez (Don Juan) danno voce ai personaggi della vicenda che ha luogo nel quartiere di Lavapiés, uno dei più popolari della Madrid del 1770, regnante Carlos III.

Atto I. Il Pardo, Lavapiés, durante la festa di Sant’Eugenio. Una folla si è radunata per celebrare la festa, tra cui un esuberante gruppo di venditori ambulanti, giovani coppie di innamorati e studenti. Lamparilla, dentista-barbiere, diverte la folla con la storia della sua carriera, prima di andare a fare alcune critiche incisive al governo del giorno. C’è una crisi e il capo ministro Grimaldi ha ordinato pattuglie e lampioni per la sicurezza della città di notte. La sarta Paloma, un’altra figura popolare, arriva cantando una canzone. Lamparilla è innamorato di lei, ma lei lo stuzzica. Entrano ora travestiti Don Juan de Peralta ed Estrella, Marquesita di Bierzo. Stanno pianificando la rovina di Grimaldi per conto del Conte Floridablanca, ma prima che possano unirsi ai loro cospiratori nella vicina locanda compare il fidanzato della Marchesa, Don Luis de Haro. Siccome è un nipote di Grimaldi, il marchese non può dirgli quello che lei e Don Juan stanno veramente facendo. La marchesa e don Juan entrano nella locanda all’arrivo di un gruppo di majas e studenti; ma Don Luis, profondamente sospettoso, decide di andare a cercare le guardie vallone per indagare. Un duello è in vista. La Marquesita esce dal nascondiglio per chiedere aiuto alla sua sarta e confidente Paloma. Spiega la delicatezza politica della situazione e chiede a Paloma di presentarla alla festa come un oscuro cugino e implorare Lamparilla di portarla via in sicurezza. Don Luis si avvicina, ma il marchese viene salvato dalla scoperta dalla astuta Lamparilla, che offre il suo braccio alla signora velata e la porta nella casa di fronte. Le guardie vallone marcano poco dopo e circondano la locanda, ma Lamparilla sfugge a Don Luis con un furbo monologo. Don Luis incontra il comandante della guardia Don Pedro, che gli racconta della trama che coinvolge il suo fidanzato. Mentre la folla si riunisce, la Guardia porta una tenda per arrestare i cospiratori senza attirare troppa attenzione. In effetti finiscono con un prigioniero, ma la testa che spunta attraverso la tenda appartiene all’onnipresente Lamparilla.
Atto II. Una piazzetta davanti al barbiere di Lamparilla. Le guardie valloni continuano le loro ronde notturne, mentre i clienti di Lamparilla si lamentano dei disastri che li hanno colpiti per mano degli assistenti del barbiere durante la sua assenza. Lamparilla riappare, con gioia di tutti: si vanta di essere stato imprigionato per aver rotto i nuovi lampioni, ma la verità è che Marquesita ha corrotto il carceriere per liberarlo, e chiede ancora a Paloma di persuadere Lamparilla a unirsi alla cospirazione. Pagherà persino il loro matrimonio, ma Paloma, grata alla Marquesita per aver badato alla madre morente, non vuole pagare. In ogni caso lo scopo della cospirazione è pacifico: forzare Grimaldi ad accettare un incontro tra il re e Floridablanca, in modo che quest’ultimo possa spiegare le sue idee di riforma. La Marquesita vuole che Lamparilla corrompa alcuni piantagrane per rompere i lampioni e distrarre l’attenzione delle guardie mentre la vera azione va avanti. Don Luis appare, ma il marchese gli proibisce di vederla per quattro giorni prima di unirsi ai cospiratori nella sua casa vicino al negozio di barbiere. Ritorna per entrare nella casa travestito, con sei dei cospiratori. Paloma chiama Lamparilla ed entra nel negozio per spiegare ulteriormente il piano. Nel frattempo Don Luis ritorna tranquillamente, incontrando Don Pedro e i suoi valloni. Agendo sul suggerimento di Luis, si sistemano per guardare la casa della Marquesita e attendono il loro momento per irrompere e impossessarsi dei cospiratori. Don Luis cerca di intercedere per il suo fidanzato, ma Don Pedro è fermamente convinto che tutti debbano essere catturati. Mentre la folla si raccoglie, Lamparilla inizia una canzone per sviare i sospetti della Guardia . I valloni si preparano a prendere d’assalto la casa, nonostante le suppliche di Don Luis, ma ormai la Marquesita e le sue amiche hanno avuto l’opportunità di fuggire attraverso un buco nel muro e – aiutate dall’oscurità dovuta alla rottura dei lampioni – attraverso i tetti alla libertà. L’atto finisce in confusione mentre i valloni escono dalla casa del marchese, confusi sul fatto se debbano inseguire i cospiratori o incastrare i rivoltosi.
Atto III. La stanza di Paloma nella calle de Toledo. Le cucitrici che lavorano per Paloma cantano mentre finiscono di cucire alcune gonne, apparentemente sul cardellino di Paloma. Paloma è stata tenuta chiusa in casa sua dal fallimento della cospirazione e non è stata in grado di lavorare per i suoi clienti aristocratici. Tuttavia, lei tace sul suo piano di aiutare Marquesita e Don Luis a fuggire dalla città vestiti da majos. Quando la Marquesita appare nel suo costume da maja, Paloma le dà qualche consiglio su come interpretare la sua nuova parte. Don Luis viene condotto da Lamparilla e tutti si preparano a dirigersi alla campagna. Si sentono dei passi e il quartetto si dirige verso la camera da letto di Paloma prima che Don Pedro e le guardie vallone compaiano sulla scena vuota, accompagnate dalle sarte che li deridono. Qualche istante dopo, però, i due aristocratici e Paloma vengono catturati. Poi Lamparilla (che è fuggito attraverso il tetto) irrompe trionfalmente con grandi notizie: Floridablanca ha incontrato il re ed è stato nominato ministro. Don Luis, nipote del caduto Grimaldi, deve andare in esilio. La Marquesita manterrà fede con il suo fidanzato e andrà con lui, ma Lamparilla e Paloma si giurano amore eterno nella gioia generale.

Storia di intrighi politici centrati sul personaggio della Marquesita e del suo amore per Don Luis de Haro, contrapposta alla coppia formata dal barbiere e da una sarta di Lavapiés, Paloma, in un complotto che combina elementi seri, comici e satirici in egual misura, la zarzuela di Barbieri si avvicina ai coevi lavori di Gilbert & Sullivan. Qui il sinistro coro delle guardie valloni ha più che una somiglianza con i loro cugini primi, il coro della polizia nei Pirates of Penzance. Ma qui è Madrid il genius loci motore della vicenda, una Madrid sempre presente e viva per il pubblico del 1874 come quello di oggi.

Francisco Asenjo Barbieri fu a capo di quel gruppo di compositori che a metà Ottocento riuscirono a sensibilizzare l’opinione pubblica e politica sull’importanza della zarzuela per l’identità culturale della Spagna, al punto da raccogliere fondi sufficienti per far costruire a Madrid un teatro espressamente a questo tipo di spettacolo. Fu grazie a loro che nel 1856 aprì le porte il Teatro de la Zarzuela, in Calle de Jovellanos, dove è attivo ancora oggi. La maggior parte delle opere che vi si rappresentarono furono scritte proprio dai membri della Sociedad e fra loro si distinsero per la quantità e la qualità proprio quelle di Francisco Asenjo Barbieri.

Nel suo Barberillo de Lavapiés teatro lirico e spirito popolare si mescolano in un equilibrio perfetto.Il riferimento al Barbiere di Siviglia di Rossini è evidente e volontario: Barbieri rivolge all’illustre compositore un omaggio nell’aria introduttiva di Lamparilla, che riecheggia con le sue parole quella di Figaro che entra in scena snocciolando i suoi titoli, che vuol far sembrare nobiliari, ma in realtà sono umilissimi, con un risultato piuttoso comico e chiudendo come in Rossini: «Lamparilla no, | Lamparilla sí, | este es el barbero | mejor de Madrid». La partitura di Barbieri caratterizza anche tutti gli altri personaggi: la maja Paloma, figlia del popolo e della città di Madrid; i personaggi nobili, con cui la musica abbandona i toni folkloristici per guardare alla tradizione italiana della forma tripartita; i popolani con i loro tratti comici; i cori vivaci.

Con questa produzione si conferma il nuovo corso della zarzuela in Spagna oggi, con allestimenti moderni che si liberano della paccottiglia folcloristica senza rinnegare l’autenticità del genere. Come Emilio Sagi, anche Alfredo Sanzol mette in scena l’opera spagnola con mezzi nuovi. Diversamente da Calixto Bieito con il suo Barberillo del 1998, Sanzol sceglie il vuoto del palcoscenico: nella semplice e senza tempo scenografia di Alejandro Andújar non ci sono ricostruzioni in cartapesta a tinte vivaci. Qui otto pannelli neri definiscono i vari ambienti in cui si svolge la vicenda e solo ai ricchi costumi dello stesso Andujar spetta il compito di ricreare l’atmosfera dell’epoca settecentesca. Fin dall’inizio la regia adotta soluzioni originali: prima ancora che attacchino le pimpanti note della ouverture, sulle tavole del palcoscenico risuonano i passi dei trampolieri e dei ballerini con un effetto molto suggestivo. Ma molti sono i momenti nuovi e intelligenti della sua scelta registica e vivacissime le belle coreografie di Antonio Ruz. Meglio non si poteva fare per mettere in giusta luce una delle più belle opere nate in terra di Spagna.

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Katiuska

Pablo Sorozábal, Katiuska

★★★★☆

Madrid, Teatro de la Zarzuela, 4 ottobre 2018

(live streaming)

L’operetta, dove le principesse russe si innamorano di un bolscevico

Più operetta che zarzuela Katiuska, la mujer rusa è la prima opera lirica di Pablo Sorozábal, compositore basco di grande successo in Spagna. Su libretto di Emilio González del Castillo e Manuel Martí Alonso fu rappresentata il 28 gennaio 1931 al Teatro Victoria di Barcellona.

Interno di una locanda in Ucraina. Le donne pregano e i contadini bevono serviti da Boni, il giovane oste. La zia Tatiana e la fidanzata Olga lamentano che il Soviet ha incendiato il palazzo del giovane principe Sergio, che si suppone morto. Si teme anche l’arrivo del commissario del Soviet di Kiev per espopriare la terra. Pedro Stakof, commissario sovietico, arriva alla locanda di Boni senza identificarsi e sostenendo di essere venuto ad arrestare il principe Sergio, miracolosamente salvato e fuggito. I contadini lo disprezzano perché vedono in lui un nemico e Pedro si allontana. Le conversazioni vengono improvvisamente interrotte dall’arrivo del principe Sergio tra gli applausi dei contadini. Con sé c’è Katiuska. Tutti vogliono aiutare il principe, ma egli li avverte del pericolo che corrono perché hanno messo una taglia sulla sua testa. Chiede, tuttavia, che aiutino Katiuska, che ha trovato nella confusione della fuga. Lei racconta che ha perso tutta la sua famiglia e le sue risorse. Il principe fugge, ma prima consegna monete d’oro al locandiere in modo che nulla manchi alla ragazza. I tamburi annunciano l’arrivo di soldati dell’Armata Rossa. Arrivano mezzo ubriachi e molestano Katiuska. Pedro arriva e la difende. Katiuska dimostra la sua gratitudine e racconta di ignorare chi realmente lei sia, anche se ricorda che sua nonna le diceva che lei “era diversa”. I contadini riconoscono in Pedro il commissario e sono pronti a linciarlo, Ma la ragazza lo protegge nascondendolo nella sua stanza. Di notte Pedro appare trascinando prigioniero il Principe. Katiuska comprende i suoi ideali bolscevichi e dichiara il suo amore a Pedro chiedendogli di risparmiare la vita del Principe permettendogli di fuggire, ma Pedro si rifiuta. Bruno e Pich propongono a Olga un viaggio a Parigi. Soldati e contadini arrivano portando uomini e donne nobili rastrellati in città. Ora si scopre che Katiuska è una principessa erede dello zar. Pedro lascia andare i prigionieri, eccetto il principe – che sarà giudicato – e a Katiuska concede l’opzione di lasciare la Russia o di vivere come una donna del villaggio. Lei decide di stare con lui.

Sorozábal può essere considerato l’ultimo compositore di zarzuela. L’eleganza dell’orchestrazione, le facili melodie, le intense romanze, i ballabili e il colore esotico sono elementi tipici dei suoi lavori. I 7 numeri musicali al primo atto, gli altrettanti al secondo, tutti enormemente diversi in stile e colore, diventarono presto grandi successi: “Calor de nido”, Los Kosakos de Kazán”, “La mujer rusa”, “Noche hermosa”, “Ucraniano de mi amor”, “Rusita, rúsa divina”, “Somos dos barcas”, “A París me voy” sono titoli ancora oggi molto popolari. Originale il taglio di alcune scene, come quella in cui si susseguono quasi senza soluzione di continuità la grande aria «Vivía sola con mi abuelita» di Katiuska, il suo duetto con Sergio «¡Ya anocheció!», il quintetto dove ognuno per conto proprio pensa di risolvere i suoi problemi «esta noche», l’invocazione alla notte di Katiuska interrotta dal minaccioso coro dei soldati e poi dall’intervento di Pedro con quella briosa “La mujer rusa”, appunto, intonata su unpimpante ritmo di danza!

Coprodotto dai teatri di Bilbao, Oviedo e Valladolid, giunge ora sulla scena del Teatro de la Zarzuela di Madrid a 162 anni dalla sua apertura, questa felice edizione di Emilio Sagi. Ridotti i due atti a uno solo, sfrondata la vicenda ed eliminati alcuni personaggi, la sua lettura cinematografica offre una nuova dimensione a una vicenda che è sempre stata sviluppata secondo una visione popolare e folclorica. Qui si capisce subito che Katiuska è una principessa dall’abito che porta e non c’è quindi il disvelamento di identità su cui si gioca la vicenda, qui molto semplificata, ma l’attento lavoro attoriale e alcune geniali trovate, come il ballo degli stivali rossi o il cabaret parigino, fanno di questa una delle migliori regie di Sagi.

La protagonista ha lo stile di una star del cinema degli anni ’30, abito scintillante di lamé e colli di volpe (i costumi sono di Pepa Ojanguren) in grande contrasto sia con i civili rastrellati sia con i contadini. Semplice ed efficace la scenografia di Daniel Bianco, direttore del Teatro de la Zarzuela: in basso le rovine dell’impero zarista, in alto la cornice dorata, simbolo del passato imperiale. Il tutto è inclinato di 15 gradi così che la struttura comunica una sensazione di instabilità e incertezza, come le vicende dei personaggi in balia della rivoluzione.

Un cast di lusso per un’operetta è quanto rende la produzione inusuale. Sotto la guida sapiente di Guillermo García Calvo, in scena si contendono l’entusiasmo del pubblico Ainhoa Arteta (Katiuska), Carlos Álvarez (Pedro Stakov) e Jorge de León (Sergio). A parte qualche eccesso vocale la Arteta delinea una misteriosa e sensibile principessa russa incognita anche a sé stessa; Álvarez non lesina sui mezzi vocali ma sempre con una certa eleganza, il tenore Jorge de León completa il terzetto con qualche vibrato di troppo nella parte che Alfredo Kraus incise su disco diretto dallo stesso Sorozábal. Al di fuori dei tre interpreti di fama internazionale non sfigurano i locali Milagros Martín (una spiritosa Olga), Emilio Sánchez (Boni) e Antonio Torres (Bruno).

La corte de Faraón

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Vicente Lleó, La corte de Faraón

«Ay, Ba… Ay, Ba… Ay, Babilonio que marea.
Ay, va… Ay, va… Ay, vámonos pronto a Judea»

Inizia come una parodia di Aida, continua come un pastiche biblico, prosegue come una rivista maliziosa. È La corte de Faraón, una delle cento zarzuelas di Vicente Lleó.

Compositore minore del genere, Vicente Lleó Balbastre è ora ricordato quasi solo per questa “opereta bíblica” in un atto e cinque quadri presentata al Teatro Eslava di Madrid il 21 gennaio 1910 con grande successo (700 rappresentazioni) su un libretto di Guillermo Perrín e Miguel de Palacios considerato talmente licenzioso che la rappresentazione pubblica fu bandita dal regime franchista fino al 1975. Su questa vicenda nel 1985 fu girato un film da José Luis García Sánchez con Ana Belén e Antonio Banderas.

Quadro 1. La grande piazza di Menfi in Egitto. Le celebrazioni sono in pieno svolgimento per il ritorno del generale Putifar, reduce dal suo trionfo in guerra. Lo stesso Faraone, in trono con la sua Regina e il suo coppiere, guida la folla con grida giubilanti. Il Sommo Sacerdote presenta Lota, una bella vergine di Tebe, che è stata scelta dalla Regina stessa per diventare la moglie del generale che «ritorna vincitor».  Putifar entra con una solenne fanfara, ma è evidentemente sconcertato dall’offerta di una sposa – al fatto non è estranea una certa invalidità personale che ha sofferto in seguito a una ferita che gli rende impossibile adempiere ai suoi doveri di marito avendolo una freccia colpito proprio lì… Tutti partono per celebrare il matrimonio all’interno del Tempio. Ismael, un mercante di schiavi, sta portando un giovane al mercato. Questi è José, un israelita venduto dai fratelli. I servi di Putifar Selhá e Setí hanno pietà del ragazzo e lo acquistano per farlo lavorare nelle cucine del loro padrone. Putifar e Lota riappaiono dopo la cerimonia. Putifar loda le virtù di sua moglie, ma la scena viene interrotta dai due servi che presentano il loro nuovo acquisto. Putifar è così impressionato dalle buone maniere e dall’apparenza di José che decide di tenere il ragazzo in veste di cameriere personale.
Quadro 2. La camera nuziale del palazzo di Putifar. Le celebrazioni rituali sono in corso, Raquel canta e un gruppo di schiavi danzano. José e Raquel presentano poi tre vedove di Tebe che danno consigli a Lota sui suoi doveri di moglie. José spoglia il suo padrone e si ritira con discrezione, lasciando soli gli sposi. Putifar, non potendo fare altro, sceglie di intrattenere la moglie con una lunga narrazione sulle sue prodezze militari. Prima che qualcosa di più personale possa accadere, una tromba annuncia il giorno e la chiamata alle armi per Putifar. Avvolgendosi l’armatura con sollievo, ordina a Lota di divertirsi in sua assenza conversando con il casto José. Lota sfrutta appieno il consiglio di Putifar. L’aveva visto nudo e ammirato il suo corpo. José respinge le attenzioni della donna come meglio può, spiegando che è più abituato a stare con le pecore che con le donne, ma alla fine la resistenza è inutile ed è costretto a fuggire lasciando il suo abito nelle mani di Lota. Lei grida e accusa José di aver tentato di violentarla.
Quadro 3. Il palazzo di Faraone. Il faraone è tra le braccia della moglie e dorme ubriaco. Viene intrattenuto da un languido coro di schiavi babilonesi e da un impertinente canto sulle tecniche d’amore delle babilonesi. Lota entra a chiedere giustizia con Selhá e Setí che trascinano José. La Regina ascolta la sua versione degli eventi, ma in qualche modo la dolce natura di José fa sì che Sua Maestà abbia una visione più mite della questione. Il faraone, disturbato nel suo sonno, non vuole avere nulla a che fare con l’affare e si allontana per continuare il suo sonnellino nei giardini sottostanti. La Regina si prende cura del caso e dopo aver inscenato una ricostruzione della presunta violazione decide di prendere José con sé. La moglie di Putifar non è molto contenta di questa decisone e ne deriva una discussione: José, conteso dalle due tigri, non ha modo di salvarsi se non gettandosi da una finestra.
Quadro 4. I giardini reali. José è atterrato sul faraone bruscamente risvegliato da uno strano sogno. Per salvarsi José si offre di interpretare il sogno per lui ed evoca una visione magica di tre belle spagnole che ballano il fandango, una danza del futuro. Incantato, il monarca mostra la sua gratitudine facendo di José il suo viceré e intendendo tenerlo sempre vicino. La stessa intenzione hanno le mogli trascurate.
Quadro 5. L’ingresso al Tempio di Apis. In una scena finale di grande brevità, ma considerevole sfarzo, il casto José si inginocchia davanti al Faraone ed è investito con tutta la dignità del Viceré, tra le grida giubilanti della folla che si prostra davanti alla statua del bue sacro le cui corna probabilmente adorneranno le teste del faraone e del generale Putifar.

Nella musica di Lleó non c’è solo la parodia dell’Aida di Verdi: Wagner, Saint Saëns e molti altri compositori seri e serissimi ne fanno le spese. La partitura è tanto maliziosa quanto lo sono i versi di Perrín e Palacios e si capisce come dopo la caduta del franchismo non ci sia teatro spagnolo che non abbia fatto a gara per produrre la propria versione con interpreti che sembrano usciti da una delle prime pellicole di Almodóvar.

L’ambientazione esotica che nell’operetta (vedi Il paese del sorriso di Lehár) o nella zarzuela del género grande (come la Katiuska di Lleó) suggerisce il tono drammatico o malinconico, qui nella revista è motivo invece di parodia e comicità. La corte de Faraón è considerata quindi una “zarzuela arrevistada” perché della rivista ha tutte le caratteristiche e come tale viene messa in scena nel 2004 a Guadalajara diretta da Tulio Gagliardo e con l’irriverente regia e le ironiche coreografie di Carlos Vilán. La registrazione video è disponibile in rete.

El sueño de una noche de verano

Joaquín Gaztambide, El sueño de una noche de verano

★★★☆☆

Madrid, Teatro de la Zarzuela, 10 febbraio 2019

(diretta streaming)

Nella zarzuela di Gaztambide la parodia dell’opera italiana

«Beber de todo vino, amar a toda bella | ese es grato destino, esa es la mejor estrella». Ecco il programma del gaudente Guillermo ne El sueño de una noche de verano, opera comica in tre atti che aveva debuttato al Teatro del Circo di Madrid nel febbraio 1852 – il teatro de la Zarzuela sarebbe stato inaugurato quattro anni dopo.

Il suo autore, Joaquín Romualdo Gaztambide (1822-1870), fu tra quelli che fecero rinascere la zarzuela in Spagna dopo l’occupazione di Napoleone, che aveva bandito l’opera italiana e imposto quella francese. Gaztambide fu infatti tra i fondatori della Sociedad Artistica per diffondere la zarzuela in tutto il paese. Con la sua Catalina e Jugar con fuego e Los diamantes de la corona di Barbieri negli anni ’50 dell’Ottocento la zarzuela risorgeva dopo i fasti dei secoli precedenti.

Col libretto di Patricio de la Escosura basato sull’opéra-comique Le songe d’une nuit d’été (1850) di Joseph-Bernard Rosier e Adolphe de Leuven, la zarzuela di Joaquín Gaztambide è ora sulla scena in un adattamento di Raúl Asenjo che ha riscritto il testo recitato. Della commedia di Shakespeare non c’è che il titolo. Si tratta di una vicenda di teatro nel teatro: come spiegato al Direttore del Cinema e del Teatro del Governo Spagnolo a sipario ancora chiuso, per portare la zarzuela al di fuori dei confini nazionali occorre un titolo “internazionale”, anzi “anglosassone”. Cosa c’è di meglio quindi del buon vecchio Shakespeare e della sua A Midsummer Night’s Dream in formato cinemascope con la regia nientemeno che di Orson Welles? Il tutto è solo un pretesto per riavvicinare la Principessa Isabella Tortellini al suo amoroso Guillermo del Moro e ottenere così il patrocinio finanziario della nobile dama per questa e altre produzioni.

Nella messa in scena di Marco Carniti siamo nell’Italia della Dolce vita, coeva alla Spagna franchista. Tra i personaggi c’è anche un certo Domingo, un ex tenore che ora canta da baritono, un Sabadete/Sabatini sovrappeso e col fazzolettone per detergersi il sudore. Nella prima parte vediamo l’arruolamento dei personaggi nella trattoria con vista sulla scalinata di Trinità dei Monti, nella seconda siamo nella magia del bosco ricreata nella scenografia di Nicolás Boni con i costumi di Jesús Ruiz.

Pur nella sua specificità iberica la musica di Gaztambide attinge a man bassa da Donizetti nelle cabalette ed è quasi una citazione de La fille du régiment il duetto del primo atto con Isabella e Guillermo. Il direttore Miguel Ángel Gómez-Martínez a capo dell’orchestra del teatro dipana le piacevoli melodie con grande verve. Viene assecondato da un vivace cast da cui emerge il Guillermo/William Shakespeare di Santiago Ballerini, tenore di gran bella voce, ottima tecnica, acuti luminosi e buona presenza scenica che piacerebbe ammirare in un repertorio “serio”. Isabel è Raquel Lojendio, soprano di temperamento che si esibisce anche nella danza sulle punte. Cantanti e attori, tutti si adeguano alla regia spiritosa e brillante di Carniti, che si diverte a mescolare Shakespeare, Falstaff, canzoni pop italiane e varie citazioni operistiche.

Château Margaux / La viejecita

Manuel Fernández Caballero, Château Margaux / La viejecita

Madrid, Teatro de la Zarzuela, 25 marzo 2017

La radio rende omaggio alla Zarzuela, o viceversa?

Libero adattamento del regista Lluís Pascual di queste due operette di Caballero, del 1887 e del 1897 su libretti di José Jackson Veyán e Miguel Echegaray rispettivamente, in un unico spettacolo in cui nella prima parte si ricrea un programma radiofonico del dopoguerra di una competizione canora in cui si utilizzano i numeri musicali di Château Margaux, mentre nella seconda si propone una rappresentazione de La viejecita.

Il titolo della prima zarzuela fa riferimento al famoso vino le cui virtù vengono esaltate nel valzer finale dalla protagonista in preda a ebrezza alcolica: «no hay vino para mí, ¡no! | como el Château Margaux. […] Quiero bailar, quiero reír, | de la botella voy a dar fín». Si tratta di un pezzo molto famoso e spesso proposto in concerto. Assieme a divertenti inserti pubblicitari d’epoca, la prima parte conduce al più compiuto atto unico in cui uno spasimante si traveste da ricca vedova argentina (ben otto anni prima, quindi, della Vedova allegra di Lehár), la “viejecita” appunto, per corteggiare, ad una festa a cui non è stato invitato, la donna che ama. Nell’originale per questo personaggio era prevista una voce femminile, quella del famoso contralto caratterista Lucrecia Arana. Qui invece è interpretato da un uomo, Borja Quiza.

In questo spettacolo al Teatro de la Zarzuela si conferma la regola che anche all’operetta occorrono voci impeccabili, e qui quella di Ruth Iniesta lo è quando dipana le agilità con grande facilità o quando si inerpica su per acuti vertiginosi. Comprimari all’altezza della situazione come d’obbligo.

Doña Francisquita

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Amedeu Vives, Doña Francisquita

★★★★☆

Tolosa, Théâtre du Capitole, 28 dicembre 2014

(video streaming)

Lope de Vega diventa una zarzuela quattrocento anni dopo 

A solo un centinaio di chilometri dalla frontiera spagnola, Tolosa si trova idealmente rivolta verso quel sud che aveva tanto intrigato i compositori francesi dell’Ottocento. Oggi il suo Théâtre du Capitole ospita una zarzuela coprodotta con il Teatro de la Zarzuela di Madrid e il Colón di Buenos Aires. Si tratta di Doña Francisquita del catalano Amadeu Vives che con il suo successo al teatro Apolo di Madrid il 17 ottobre 1923 aveva ridato nuova vita al genere rinverdendone i fasti.

Elegante e piacevolissimo, il lavoro di Vives è un susseguirsi di melodie orecchiabili che si dipanano in arie soliste e pezzi d’insieme che hanno spesso seguito una via propria nei recital dei cantanti spagnoli, come la romanza «Como el humo se sabe” cantata da Alfredo Kraus, grande interprete di questa zarzuela, o il “duo de Aurora y Fernando”, per non parlare del fandango del terzo atto, trascinante pezzo strumentale e irresistibile numero coreografico.

La vedova Doña Francisca ambisce a diventar la moglie di Don Matías che però è invaghito della figlia, Francisquita, la quale ama Fernando, il figlio di Don Matías, che però è già preso da Aurora, attrice, che lo fa ingelosire con Lorenzo. Anche senza diagramma, si capisce che questo poligono aperto è la trama ideale per una vicenda di zarzuela, ma il soggetto dello spiritoso libretto di Federico Romero e Guillermo Fernández-Shaw è in realtà quello della commedia La discreta enamorada del maestro del secolo d’oro del barocco Lope de Vega, il più prolifico autore della letteratura di tutti i tempi (solo di commedie si conta ne abbia scritte circa 500!). Francisquita è una ragazza tutt’altro che ingenua che vede inizialmente nella corte del maturo Don Matías la possibilità di elevazione sociale così da essere chiamata anche lei “doña Francisquita” e solo alla fine dell’opera cede al sentimento. I tre atti si svolgono tutti nella stessa giornata.

La storia è ambientata da Emilio Sagi a metà Ottocento e gli eleganti costumi di Franca Squarciapino aggiungono il loro tocco di colore alle belle scenografie di Ezio Frigerio che giocano sulla profondità, le luci e le ombre di un angolo caratteristico di Madrid nel primo atto (sul fondo una piazza in pieno sole in cui si svolgono le vivaci scene di carattere e in primo piano, separato da pilastri, un porticato ombroso per le schermaglie dei personaggi principali); una terrazza al tramonto con il panorama rosato della città per il secondo; un patio immerso nella luce blu per la scena notturna del terzo atto. Splendido il gioco luci di Eduardo Bravo.

Sagi muove con abilità le affollate scene del carnevale madrileno con i balli, i travestimenti e le maschere che contrappuntano o sostengono i numerosi duetti e concertati di cui è farcita l’opera.

I giovani cantanti spagnoli dimostrano personalità vocale anche se talora acerba, come il Fernando di Joel Prieto, ma buone capacità attoriali in questa alternanza di canto, recitazione e anche danza. Vives riserva alla protagonista Francisquita la parte vocale più ardua che Elisandra Melián disimpegna con facilità. A tratti scardinato il coro del Capitole, più precisa l’orchestra sotto la bacchetta di Josep Caballé Domenech.

Luisa Fernanda

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★★★★☆

Ultima romantica zarzuela grande

… da distinguere dal género chico o zarzuelita, più simile all’opera buffa italiana. Dalla prima del 1932 Luisa Fernanda è andata in scena più di diecimila volte! I librettisti Federico Romero e Guillermo Fernández Shaw hanno fornito i testi di oltre 70 delle più importanti opere del novecento spagnolo. Qui i loro personaggi si muovono con agio tra la sofisticata Madrid e la semplice vita agreste, tra aneliti romantici e ripiegamenti melanconici, tra commedia elegante e aspirazioni rivoluzionarie.

Musicalmente l’opera esprime gli ideali compositivi dell’autore, inseriti nel più ampio movimento del ‘casticismo’, il tentativo di promuovere la tradizione del nazionalismo popolare. Torroba si conferma comunque musicista internazionale: le sue melodie hanno sì la grazia dello spirito ispanico, ma anche della commedia viennese e del verismo italiano. La sua opera compositiva copre un arco temporale ragguardevole, dalla Virgen de mayo (1925) al Poeta (1980), composta alla bella età di 99 anni!

L’edizione che vediamo dal teatro Real di Madrid del 2006 porta le firme del regista Emilio Sagi, del direttore Jesús López Cobos e tra gli interpreti un tale Plácido Domingo (i cui genitori parteciparono alle tournées che Torroba condusse nelle americhe negli anni ’30 e ’40). Non stupisce che una simile raccolta di star abbia indotto a una registrazione in dvd.

La vicenda, ambientata nel 1868 allorquando il regime di Isabella II di Castiglia è minacciato da movimenti rivoluzionari repubblicani, è pretesto per una serie di momenti musicali e arie seducenti in cui la vena melodica la vince su sottigliezze armoniche e complessità compositive – l’orchestra quasi sempre si limita a raddoppiare con i suoi strumenti la linea di canto. Pur ridotti, i dialoghi parlati sono preminenti e in un certo modo rendono ancora più attese le suadenti melodie.

Di buon livello gli interpreti, non molto conosciuti al di qua dei Pirenei, ma l’attenzione è tutta puntata sulla star assoluta, quel Plácido Domingo che torna alle origini regalando al pubblico di Madrid la sua lussuosa giovanile presenza e la sua voce ancora gloriosa. Elegante ed efficace la regia di Sagi, che si avvale di una scenografia in bianco e nero come i costumi.

Sottotitoli anche in italiano e due tracce audio. Negli extra interviste con gli artisti menzionati.