La tempranica

Gerónimo Giménez, La tempranica

Madrid, Teatro de la Zarzuela, 16 ottobre 2020

(registrazione video)

Un dittico smembrato dalla pandemia

Due storie che hanno molto in comune: l’infelice vicenda d’amore di una gitana, lo stile verista, l’ambientazione a Granada e l’ammirazione che Manuel De Falla (1876-1946) provava per il maestro Gerónimo Giménez (1854-1923). Con il titolo “Granada” il Teatro de la Zarzuela di Madid intendeva presentare per la sua inaugurazione un dittico formato dall’atto unico La tempranica, il lavoro più ambizioso del compositore sivigliano autore di quasi 120 zarzuelas, e da La vida breve, uno dei pochi lavori per le scene scritto dal maestro di Cadice. Anche nei testi delle due opere ci sono corrispondenze, come quando i gitani della prima si lamentano del loro destino nel loro linguaggio infarcito con l’andaluso «A trabajá con faitigas ar mundo habemos venío» mentre gli operai nella fucina de La vida breve cantano «Malhaya el nombre que nace con negro sino. Malhaya quien nace yunque en vez de nacer martillo». In entrambe le opere c’è poi l’intervento di un cantaor flamenco. La pandemia ha però impedito che i due titoli fossero presentati nella stessa serata e quindi sono stati distribuiti in serate diverse».

Su libretto di Julián Romea Parra, La tempranica (il titolo fa riferimento al carattere della protagonista, «Tempranica me yaman, quisá lo sea. No pa las alegrías, sí pa las penas») debuttò al Teatro de la Zarzuela il 19 settembre 1900 con successo di pubblico, meno di critica. Così scrisse infatti il giornale “Blanco y Negro”: «Si tratta di un bel quadro colorato, con un soggetto molto semplice e personaggi disegnati in modo solido. Come risultato della semplicità stessa del suo soggetto, l’azione arriva un po’ debole e diluita all’ultima scena, ma la figura della zingara è così tenera, c’è così tanta poesia in quella ragazza struggente e amorosa, e il ragazzo zingaro è così divertente e ingenuo, che anche se l’opera non avesse altro, è molto degna di essere tra le migliori del género chico». “El Liberal” vi vide Invece l’influenza della commedia di Pierre-Samuel Berton e Charles Simon che quello stesso anno avrebbe ispirato la Zazà di Leoncavallo: «Il signor Romea ha indubbiamente apprezzato il terzo atto della commedia francese… E qui ti voglio: la somiglianza tra l’opera e la commedia è evidente. Zazà va a casa del suo amante per fare uno scandalo, ma vi vede l’innocente Toto e la rabbia della povera ragazza si trasforma in pianto. La tempranica va a casa del conte di Santa Fe, decisa a rendersi ridicola, ma vede il piccolo conte così carino nella sua culla e la povera ragazza si ritira, tutta compunta. […] La zarzuela di ieri sera è decente e se non rivela una vera arte, mostra però abilità teatrale e conoscenza di certe risorse».

La tempranica inizia con una fanfara di caccia che ricorda quella del Freischütz, poi la musica diventa più idiomatica e fra i sei numeri musicali c’è quello cantato da Grabié, lo zapateado “La tarántula é un bicho mu malo”, che è tra i pezzi favoriti dei concerti di zarzuela e uno dei bis più eseguiti nei recital spagnoli.

Quadro primo. Campagna vicino alla Sierra Granadina. Dopo un emozionante Preludio entra una squadra di cacciatori, al suono dei corni. Sono amici di Don Luis, che cantano in lode della gioia della caccia. L’inglese, il signor James, li diverte con i suoi tentativi di castigliano, orribilmente mescolato con l’inglese. È ansioso, come tutti i buoni turisti, di ascoltare alcuni i canti tipicamente contadinie Don Luis manda il suo servo, Curro, alla fattoria vicina per cercare Grabié, un giovane zingaro (ruolo en travesti) che lavora presso i fabbri locali. Quando il ragazzo vede Don Luis, lo accoglie con gioia – tutta la famiglia ama Don Luis, nessuno più di sua sorella María. Nonostante i tentativi di Don Luis di zittirlo, Grabié continua ingenuamente a spiegare quanto sia devota al suo Señorito. Il signor James sospetta una storia d’amore, soprattutto quando Don Luis cambia argomento e chiede rapidamente a Grabié di cantare qualcosa. Il ragazzo obbedisce con una canzone sfacciata sui modi malvagi della tarantola – o forse sui pericoli dell’innamoramento. Don Luis è costretto dai suoi amici a dire la verità. Perdendosi tra le pericolose cime delle montagne, è caduto e ha perso i sensi, rinvenendo nel minuscolo tugurio dei suoi soccorritori, la famiglia di María. La ragazza, conosciuta come La tempranica, curò Luis (che lei crede essere un semplice proprietario terriero di campagna senza legami) fino alla completa guarigione e. fedele al suo nome, si innamorò impulsivamente di lui. Luis è evasivo sul fatto che abbia ricambiato il suo amore. Certamente lasciò gli zingari non appena fu in grado, senza nemmeno salutare la ragazza. María è stata inconsolabile per molte settimane, anche se Grabié dice a Luis che sta imparando a dimenticarlo. Avvertito di non dire a María della vicinanza di Don Luis, il ragazzo si precipita naturalmente a farglielo sapere. La tempranica appare immediatamente, chiedendo di parlare con Luis da solo. Gli altri li lasciano e in un duetto lui cerca di calmare le sue ripetute proteste d’amore, evitando accuratamente la verità, ossia che, da quando l’ha lasciata, ha sposato una bella donna della sua stessa classe. La avverte ripetutamente che l’amore tra loro è impossibile, ma lei non accetta la sua parola e giura di conquistarlo ad ogni costo.
Quadro secondo. Accampamento degli zingari in montagna. Miguel, un giovane zingaro serio e laborioso, si è innamorato di María e lei ha accettato di sposarlo. Un intenso preludio orchestrale sfocia in un potente coro gitano – i festeggiamenti sono già in corso – anche se María rimane profondamente malinconica. Il suo stato d’animo è riflesso dai versi struggenti della nana flamenca, giustapposti alle gioiose sciocchezze di alcuni amici di Miguel e alle esplosioni passionali della tempranica. María continua a cantare una canzone, che inizia lodando orgogliosamente il suo amante gitano, ma cambia tono quando vede Don Luis portare il signor James per assaggiare le delizie colorate delle feste gitane. La tempranica spera naturalmente che il suo amante sia venuto a reclamarla,e il coro, pensando che lei canti ancora di Miguel, asseconda i suoi ardenti desideri. Quando Grabié, nascosto dietro una roccia, scopre la verità – che Luis è sposato, e un aristocratico – María soffre tutti i tormenti della disperazione passionale senza speranza.
Quadro terzo. La città di Granada. Un interludio orchestrale ci porta dalla campagna (tanguillo con nacchere) alla città (un sofisticato valzer) e alla breve scena finale. María è venuta a supplicare Don Luis, portando con sé suo fratello. Non appena intravede la moglie e il figlio piccolo di lui, la realtà spezza il suo sogno. Ricucendo la sua dignità distrutta come meglio può, decide di accettare l’amore del devoto Miguel.

Di tutto questo non si vede quasi nulla nella produzione: l’idea registica di Giancarlo del Monaco parte dalla sua messa in scena de La vida breve del 2010 a Valencia per unificare i due pezzi, facendo de La tempranica il support piece della più consistente opera di de Falla. Nel primo lavoro il regista modifica tutti i dialoghi parlati introducendo i personaggi di De Falla, Romea e Giménez: la vicenda si situa nello studio di Giménez durante le prove, appunto, de La tempranica. I quadri musicali che vediamo, anche se apprezzabili dal punto di vista visivo, non hanno nulla a che vedere con i dialoghi tra i due compositori, dialoghi piuttosto banali e intessuti di informazioni da wikipedia. Per di più, l’attore che interpreta De Falla non è abbastanza giovane, sembra il fratello maggiore del maestro, che aveva 22 anni più di lui. Lo stesso problema si ha con i cantanti, dove María e Luis proprio fanno fatica a passare come due appassionati adolescenti. Il regista rende poi Luis un antipatico ubriacone e María una donna ossessiva e appiccicosa, altro che «ragazza struggente e amorosa». Un po’ meglio vanno le cose sul piano vocale con Rubén Amoretti e Nancy Fabiola Herrera, quest’ultima cantante di temperamento e grandi doti vocali spiegate qui con generosità anche se con una certa usura del mezzo. Manchevole l’intervento di Ruth González, un Gabrié sfiatato e dalla voce immatura. Sotto la guida di Miguel Ángel Gómez-Martínez l’orchestra ridotta a quasi un quarto riesce appena a restituire il colore e il corpo della partitura. Così come il coro, decimato e con mascherina, cerca di fare del suo meglio.