Mese: novembre 2015

Palestrina

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★★★★☆

Storia di un artista depresso

Nei suoi diciotto anni di durata (1545-1563) il Concilio di Trento si occupò anche della musica, di canto gregoriano nella fattispecie, che cercò di riportare alla monodica purezza originale dopo gli artifici aggiunti nel tempo, primo fra tutti la polifonia. Giovanni Pierluigi da Palestrina fu il compositore incaricato di redigere una musica liturgica che rispettasse le decisioni conciliari. La sua Missa Papæ Marcelli, dedicata al brevissimo pontificato (tre settimane!) di Marcello II, rispondeva appunto a quelle esigenze, ma la sua polifonia, che non comprometteva la comprensibilità del testo, convinse il Concilio a non gettare alle fiamme la musica del passato.

Questa vicenda è l’oggetto della “leggenda musicale” che occupò Hans Pfitzner tra il 1912 e il 1915, fino alla sua presentazione al Prinzregententheater di Monaco il 12 giugno 1917 sotto la direzione di Bruno Walther. Nel pubblico c’era anche Thomas Mann, che definirà il compositore un «nazionalista anti-democratico». Controversa figura quella di Pfitzner che, mentre manifestava pensieri anti-semitici, si prodigava per i suoi amici ebrei, corteggiava goffamente il regime ma da questo veniva ignorato se non deriso. La miglior definizione è forse quella di Bruno Walther che alla sua morte ebbe a scrivere: «Abbiamo trovato nella sua personalità la più strana combinazione di vera grandezza e intolleranza che mai abbia contraddistinto in modo così problematico la vita di un musicista».

Assimilabile al post-wagnerismo e al neo-romanticismo, il suo stile compositivo godeva dei favori di chi era contrario alla ‘Neue Musik’ della Scuola di Vienna, i cui esponenti maggiori erano Schönberg, Berg e Webern. Nella figura di Palestrina Pfitzner adombra il proprio dramma personale, di artista testimone della frantumazione di un universo di valori estetici di cui non poteva che constatare l’inarrestabile declino. (1)

Nel gennaio 2009 va in scena alla Staatsoper di Monaco di Baviera un’edizione di Palestrina con la regia di Christian Stückl, sovrintendente del Volkstheater, direttore della Passione di Oberammergau e dello Jedermann di Salisburgo, uno quindi che di masse in movimento e questioni religiose se ne intende. Ma negli extra del disco ammette di non amare quest’opera né il libretto. Di conseguenza la sua lettura è bidimensionale e votata alla semplificazione dei problemi religiosi ed esistenziali posti dal testo, seppure abilmente illustrata con quelle scene e quei costumi (di Stefan Hageneier) dai colori allucinati – bianco, nero, rosso, verde, fucsia. I tocchi ironici nella sua messa in scena (l’interminabile limousine del legato papale, gli angeli-suore svolazzanti, i mascheroni del papa e della moglie morta) punteggiano qua e là una partitura che di per sé è anche troppo seriosa.

Simone Young porta abilmente in porto l’imponente orchestra del teatro mentre gli oltre trenta personaggi in scena, tutti maschili, si avvalgono di interpreti eccellenti: Christopher Ventris pone il suo lirismo e la sua sensibilità per disegnare un Palestrina depresso e sfiduciato; il cardinale Borromeo ha l’autorevole presenza vocale e scenica di Falk Struckmann; Michael Volle è un imperioso Giovanni Morone; Christiane Karg un sensibile Ighino en travesti, ma anche tutti gli altri interpreti sono di buon livello.

Ottima la regia video di Karina Fibich. Tre ore e venti minuti di musica, sottotitoli in tedesco, inglese e francese.

(1) La vicenda dell’opera la troviamo raccontata da Alberto Arbasino in una sua irresistibile recensione di un allestimento visto a Berlino nel 1996: «È un’opera anche più romana della Tosca: tratta proprio del famoso compositore vaticano, sotto il Cupolone. Ma non è mai stata data a Roma, perché mette in scena decine di cardinali rissosissimi: un ‘cast’, oltre tutto, assai costoso. E allora, quando i cattolici non ce la fanno, ben vengano i luterani, signora mia. […] La musica di Pfitzner, però, oggi ci appare come un imponente e struggente anticipo della romanità ‘anni Venti’ di Ottorino Respighi: un languido e lugubre tessuto di Pini e Fontane e Feste all’amatriciana, con lancinanti Leit-motive anche porchettari e vaccinari, oltre che fontanieri. Con squisite raffinatezze: qualche spizzico di Monsignor Perosi flambé su un carrello di Bruckner al forno. E il libretto (del compositore medesimo) è squinternato: un sandwich di due atti molto intimistici in casa Palestrina; e in mezzo, il kolossal del Concilio di Trento, dove Pierluigi viene solo menzionato en passant fra le tante risorse della Controriforma. E si scopre che il vero protagonista è Carlo Borromeo, cattivissimo, non ancora santo, e con una parte più lunga di Wotan. […] Nel prim’atto siamo in piena Vita d’Artista. Il tormento e l’estasi della creatività e dell’invenzione: come nei film su Beethoven e Van Gogh e Toulouse-Lautrec, le opere di Berlioz e Hindemith su Benvenuto Cellini e Mathis Grünewald, il romanzo di Somerset Maugham (La luna e sei soldi) su Gauguin. E anche il tema di Intellettuali & Potere: impossibile che Brecht non lo tenesse presente nel Galileo. Qui al posto dello scienziato eliocentrico c’è il musicista polifonico: depresso perché vedovo e superato dalle mode e col blocco della pagina bianca (e tutta una sintomatologia da curare col Prozac). […] Il second’atto – il Concilio di Trento – è sceneggiato e scritto con più irriverenze di Dario Fo, benché da un conservatore bavarese. I litigi fra cardinali francesi e spagnoli, e il disprezzo per gli intriganti italiani, sono proprio da “corridoi del potere” e conflitti d’interesse come quelli che importano a Oliver Stone e a Brecht. E qui si tratta di fare la Controriforma, come un consiglio d’amministrazione con piccoli e grandi azionisti dispettosissimi, e grandi vecchi in manovra, come a un Congresso di Vienna visto da Sacha Guitry. […] L’ultimo atto è brevissimo. Sempre più depresso, Palestrina cincischia in casa dando qualche ripetizione alla Cappella di Santa Maria Maggiore, ma l’allievo è già scappato a Firenze con la sua viola da gamba. Il figlio non ha ancora cambiato voce. Ma ecco un trambusto in strada, e la casa si riempie di preti. Entra assai disinvolto papa Pio IV, gran signore milanese: un Medici di Marignano, figlio d’una Serbelloni, cognato d’una Orsini e una Vistarini e una Dal Verme, zio di tutti i Borromeo. E si è scomodato per congratularsi di persona: caro Palestrina, la vostra Messa è stata eseguita, ed è stata un successo! Giusta retribuzione per un’opera d’arte nata fra tante ambasce. E subito dopo anche il Borromeo (altro gran signore!) fa una cosa tipicamente manzoniana: viene a chiedere solennemente perdono come già Fra Cristoforo in un’occasione mondanissima. Qui però lo spettacolo manca, perché in casa Palestrina c’è grande attesa, e dunque manca la sorpresa. Manca anche un dato biografico (Pfitzner ha molto pasticciato la cronologia): in realtà la vedovanza di Palestrina durò meno di un anno, perché tosto si risposò con una facoltosa pellicciaia. Dunque, qui, ecco un protagonista che finisce solitario, assopendosi: pennichella? Mai un’opera italiana terminerebbe così».

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Moses und Aron

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Arnold Schönberg, Moses und Aron

★★★★☆

Parigi, 9 novembre 2015

(streaming video)

Indimenticabili immagini di un’opera sulla proibizione delle immagini

Tutto esaurito, non un posto libero nell’enorme Opéra Bastille per un’opera di Schönberg salutata alla fine da un uragano di applausi! La stessa cosa era successa a Londra un anno fa alla Royal Opera House per Mittwoch di Stockhausen, a dimostrazione che la coazione a ripetere i soliti stessi titoli dei teatri lirici forse sta arrivando a un punto salutare di saturazione. Ma l’allestimento deve essere poco meno che straordinario per attirare le folle alla dodecafonia di Schönberg – e qui la straordinarietà c’è.

Prima produzione di Stéphane Lissner e proveniente da Madrid, sul podio c’è il grande Philippe Jordan e in scena le invenzioni scenografiche del regista italiano Romeo Castellucci, cesenate classe 1960. Come Stefano Poda anch’egli si occupa della totalità della messa in scena di uno spettacolo: regia, drammaturgia, scenografia, coreografia, costumi, luci; una visione integrale del teatro come arte plastica e visionaria. Dopo essere stato una punta della sperimentazione teatrale in Italia con il suo gruppo “Societas Raffaello Sanzio”, negli ultimi anni Castellucci si è volto con successo anche al teatro d’opera, tanto da essere eletto nel 2014 “Regista dell’anno” dalla rivista Opernwelt.

Nel primo atto di abbagliante bianchezza in cui un velatino aggiunge una nebbia di quasi invisibilità, un vecchio registratore lascia cadere dall’alto il nastro contenente la voce del roveto ardente. «Un grande, solido, stagliato (così stagliato da apparire iperreale) Revox che sovrasta l’arco di proscenio con le sue bobine che girano lente – il movimento è quello fatale e stupefacente dell’automatismo d’antan, il fascino quello della vecchia fantascienza – riversando il nastro magnetico tra le mani di un’ombra che lo accoglie e lo aggroviglia con la tormentata rassegnazione di chi vorrebbe, ma non può, rifiutare un dono soverchiante». (1)

Riluttante – preferirebbe portare al pascolo le sue greggi – Mosè si incarica di “sbobinare” il messaggio, lui «profeta balbuziente a cui manca il verbo, visionario che (non) vede nulla […] E proprio nel momento della sua controversa vocazione, Romeo Castellucci chiama alle sue spalle il suo fantasma: un bellissimo toro si sporge da una teca, è pallido come un ectoplasma ma un inimitabile fremito delle nari, un minaccioso movimento della testa, rivelano la sua vita: più che un simbolo è una presenza, una forza possente […] una forma, una perturbante forma vivente che, prima di incontrarla in un allevamento, il regista è andato a scovare in chissà quale Lascaux della mente (o nelle evoluzioni del toro picassiano)».

Nel secondo atto (il terzo sappiamo essere stato appena abbozzato dal compositore) tutto viene capovolto e al bianco subentra un nero assoluto. Il vitello d’oro qui più che il grande toro bianco che abbiamo visto prima nella teca è l’“oro nero”, il petrolio, un vischioso liquido con cui tutti vengono contaminati. Visivamente notevole è l’effetto in cui figure in bianco si immergono in una lunga vasca a livello del pavimento per emergerne tutte nere, meno una, quella del giovane, che rimane per poco tempo di un bianco immacolato prima di essere però anche lui cosparso della pece nera. Il liquido è poi spalmato sulla scena e forma delle lettere, le parole delle tavole portate da Mosè.

Come è nel caso di Poda, la perfezione formale delle ideazioni visuali di Castellucci stende un velo di gelida bellezza su quanto avviene in scena e anche se il lavoro di Schönberg non si può certo definire il massimo della esperienza emotiva, altrove, come ad esempio nell’allestimento di Decker a Bochum, il coinvolgimento del pubblico era decisamente maggiore. L’orgia del secondo atto qui non ha proprio nulla di orgiastico, ma è un astratto gioco di corpi e contorsionismi che si atteggiano in glaciali tableaux vivants.

Eccezionale la componente musicale dello spettacolo, dall’orchestra diretta con maniacale attenzione da Jordan al coro onnipresente. I due fratelli sono interpretati da Thomas Johannes Mayer, un Mosè complesso che padroneggia vocalmente in maniera superba lo Sprechgesang che gli ha assegnato l’autore, e uno stupefacente e indefesso John Graham-Hall, Aronne, voce e anima del popolo irrequieto.

Soltanto alla fine durante gli interminabili applausi si scopre che in scena c’erano dei disabili, alcuni anche su sedia a rotelle, che si mescolavano a quel popolo variegato e smarrito che siamo tutti noi.

Di grande qualità lo streaming video trasmesso dalla rete arte in alta definizione e in formato panoramico.

(1) Questa come le altre citazioni sono di Attilio Scarpellini in un’appassionata recensione con immagini dello spettacolo. Un altro interessante articolo può essere letto qui. È sempre più frequente leggere recensioni più interessanti nei blog di appassionati che sulle pagine dei giornali.

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Dido and Æneas

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Henry Purcell, Dido  and Æneas

★★★☆☆

Torino, 24 novembre 2015

Didone tra Walt Disney e Cirque du Soleil

Quando nel lontano 1971 all’auditorium RAI di Torino Dido and Æneas venne presentato in forma concertistica in un’edizione indimenticabile (Shirley Verrett sontuosa Didone costretta a ripetere il lamento finale a furor di applausi, Helen Donath e Oralia Dominguez tra gli altri illustri interpreti, il favoloso Ambrosian Choir e Raymond Leppard sul podio) Giorgio Pestelli su “La Stampa” si era rammaricato della mancanza di scene per completare la magnificenza della serata. (1) Ora in questa Dido and Æneas del Teatro Regio, primo passo del “Progetto opera barocca” avviato dal direttore artistico Gastón Fournier-Facio, le scene ci sono, ma manca la magnificenza.

A dirigere la smilza compagine orchestrale del teatro c’è un esperto del genere, Federico Maria Sardelli, personaggio unico nel campo musicale, che unisce alle doti di brillante musicista e direttore d’orchestra non solo quelle di musicologo e saggista da poco approdato al romanzo (suo è L’affare Vivaldi presso Sellerio) ma anche quelle di corrosivo umorista, è infatti una firma di punta del “Vernacoliere”, il satirico e irriverente foglio livornese.

Nella sua lettura del capolavoro purcelliano quello che si ammira di più è la pulizia e sobrietà del suono che però risulta un po’ disperso negli spazi del nuovo teatro Regio – dopo Rouen, dove è nato, lo spettacolo ha avuto più acconcia collocazione nelle dimensioni del teatrino di Versailles – e senza quella incisività timbrica che ritroviamo in altre interpretazioni di questa pagina. Il coro relegato nella fossa orchestrale ha sì il vantaggio di avere attacchi e interventi più precisi, ma riduce così la sua importanza drammaturgica.

I numeri originali previsti dalla vicenda sono arricchiti di altre musiche di Purcell, per lo più danze, così da portare a un’ora e venti lo spettacolo. Da una parte si raggiunge la dose minima per una serata, ma dall’altra si rimane nella dose massima per non scombussolare il pubblico torinese della lirica disavvezzo a lavori precedenti Mozart e limite oltre il quale l’interesse di una platea abituata a Traviata-Aida-Bohème arriva con fatica. Eppure le quattro ore e passa del Giulio Cesare händeliano dell’anno scorso non avevano decimato gli spettatori e forse un po’ più di fiducia nel pubblico torinese bisognerà averla.

Oltre che sulla durata si è puntato sull’elemento visivo di un allestimento di fantasia che oscilla tra il film animato La Sirenetta e le acrobazie del Cirque du Soleil: sotto le luci da acquario di Marc Gingold abbiamo infatti un ambiente marino di cartapesta – regia, scene e costumi sono di Cécile Roussat – in cui personaggi travestiti da mostri marini ripropongono quel “maraviglioso” che è componente essenziale del teatro barocco, ma in chiave moderna, per non dire televisiva. La presenza invadente dei sia pur bravissimi contorsionisti e trapezisti e le modeste coreografie di Julien Lubek renderanno forse la vicenda più appetibile visivamente, ma quello che viene a mancare è il dramma, ben presente in questa unica vera e propria opera di Purcell, e di conseguenza l’emozione. Lo straziante vuoto lasciato dalle ultime note del lamento di Didone qui non viene percepito mentre la cantante è indaffarata a slacciarsi da quel telo che formava la sua gonna e che ora è il mare che la inghiotte.

Interpreti vocali adeguati, ma con una Roberta Invernizzi non sempre convincente Didone nelle linee pure di questa musica in cui la voce è messa allo scoperto. Meglio la Belinda di Roberta Mameli e l’Enea di Benedict Nelson. Le intemperanze della Maga, qui trasformata in piovra abbarbicata a una roccia, e le incitazioni del marinaio hanno la voce tenorile di Carlo Allemano mentre per lo Spirito si ha la presenza, udite udite, di un controtenore, il bravo Carlo Vistoli.

(1) Grazie a Roberto Mastrosimone per avermi recuperato l’articolo in questione.

Il campanello

  1. Ledda/Ballo 2009
  2. Beltrami/Avogadro 2010

 

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★★☆☆☆

1. «E tutta Napoli | pien di Pistacchi | in breve spazio | si troverà»

Sempre aggiornato il nostro Donizetti su quanto succedeva nei teatri! Il campanello di notte o Il campanello dello speziale o semplicemente Il campanello (titoli alternativi di questa sua farsa in un atto del giugno 1836) è tratto da La sonnette de nuit, “comédie-vaudeville” di Léon Lévy Brunswick, Mathieu-Barthélémy Troin e Victory Lhérie che era andata in scena al Théâtre de la Gaité appena sei mesi prima. Per non perdere tempo Donizetti scrive lui stesso il libretto: Coffignon diventa Don Annibale Pistacchio, Cabassol Spiridione, David Enrico, M.me Coquard Madama Rosa e solo Serafina (Séraphine) mantiene il suo nome anche se qui è orfana poiché il compositore elimina il personaggio di Coquard, il marito inetto di M.me Coquard. Donizetti trasferisce poi la scena da Batignols a Napoli. Ed è qui che avviene la prima rappresentazione, al Teatro Nuovo. Per salvare una compagnia dal fallimento il compositore molto generosamente rinuncia al suo compenso e il gesto viene apertamente lodato dalla stampa dell’epoca.

Alcuni dialoghi parlati sono in dialetto napoletano, ma l’anno successivo il compositore li trasformerà in recitativi in italiano. In quell’occasione Donizetti aggiungerà anche il duetto tra Don Annibale ed Enrico assente nell’originale francese.

Le sedici scene dell’originale sono abbastanza fedelmente conservate nel libretto, ma Donizetti dimostra una verve umoristica di prim’ordine nel trasformare David camuffato da vecchia popolana logorroica nell’Enrico travestito da vecchio marito della povera Anastasia che «è tisica e diabetica, | è cieca e paralitica, | patisce d’emicrania, | ha l’asma e sette fistole, | spine ventose e sciatica, | tumore nell’occipite; | ha il mal della podagra, | che unito alla chiragra | penare assai la fa».

A questo surreale elenco di accidenti segue una ricetta che mai nel teatro d’opera raggiungerà un effetto così esilarante e che merita citare nella sua interezza: «Si prenda l’acqua celebre | del gran monsù Maurizio, | con l’altra capo-cefalo; | e poi la fagiadenica. | Con questa poi mischiateci | l’aceto con l’aregheto; | sia questa rinforzata | con l’acqua canforata, | col balsamo copaibe, | col dolce elettuario, | di cedro imperiale, | che giova e non fa male. | Vi unite a queste cose | benigne e portentose, | per fare il tutto eccelso, | con l’elisir d’Elmozio, | pur quel di Paracelso. | Mischiate e rimischiate, poi pillole formate». «Ma questi sono liquidi!» obietta Don Annibale, ma l’altro implacabile: «Recipe, | l’ombélico di Venere, | butirro d’antimonio, | il zolfo col diascorio | del dotto Fracastorio, | l’arsella e l’assafetida; | il thè che sia d’America, | rob antisifilitico, | l’estratto di cicuta; | papaveri, la ruta; | l’etiope minerale, | sciroppo cordiale. | Aggiungi poi la polvere | di Marco Cornacchione, | e di Giovanni Procida | l’empiastro in fusione, | la cassia fistulata, | la pomice pestata… | bollite et fiat bibita». «Che bibita!» protesta lo speziale, ma l’altro inesorabile cambiando la ritmica dei versi: «Semifreddi, ente di Marte, | del Cadet l’emulsione, | cascarilla, simarubba, | del tabacco di Macubba, | dulcamara, talamacca, | legno quassio, cera lacca; | aggiungete ottanta rane, | venti fave americane, | ruta secca, dragonaria, | terebinto, serpentaria, | manna emetica, castoro, | raschiatura di fior d’oro; | eppoi l’erbe tritolate | che qui appresso son notate. | Erba spugna, polmonaria, | il ceraunio, il capripodio, | il vitucchio ed il poligalo, | blasia, quassia e polipodio, | il rastio d’unto al vitrice | con la carice, lo sparago, | il briol… la calega, | la veronica, la statice, | l’anserina, la piombaggine | con un mazzo di lattuga, | che mollifica, che asciuga. | Malva d’Ischia, malva rosa, | vera polvere di corno».

I travestimenti di Enrico sono infatti quelli di uno spasimante che vuol rovinare la prima notte di nozze al suo rivale in amore: la giovane e bella Serafina viene promessa in sposa allo speziale Don Annibale Pistacchio, con gran dispetto dell’innamorato di Serafina (ricambiato), il giovane Enrico. Nonostante i tentativi di impedire il matrimonio, la cerimonia viene fissata per il giorno precedente la partenza di Don Annibale per Roma, ove lo speziale deve assolutamente recarsi per presenziare all’apertura del testamento di una sua zia defunta e dove si fermerà per più di un mese. Appreso questo fatto Enrico, con la complicità di Serafina, cerca in tutti i modi di impedire che il matrimonio venga consumato quella notte, così da guadagnar tempo per un successivo tentativo di farlo annullare. Lo speziale è obbligato in forza di legge a fornire i suoi prodotti medicinali a chi ne faccia richiesta anche di notte e quindi il campanello esterno alla bottega, sita sotto l’abitazione dello speziale, sarà lo strumento di Enrico per disturbare la prima notte di nozze di Don Annibale. Presentandosi via via sotto spoglie diverse (un francese ammalato, un cantante rauco e un vecchio). Enrico continuerà a farsi ricevere da Don Annibale, suonando appunto il campanello, con i pretesti più strampalati finché, giunta l’alba, lo speziale dovrà partire in diligenza per Roma lasciando Serafina illibata a casa.

Si tratta dunque di un umorismo amaro, quasi da commedia nera, con cui Donizetti reagisce alle disgrazie della sua vita privata (in quel periodo gli erano morti entrambi i genitori e la moglie aveva dato alla luce una bimba morta) e alla chiusura dei teatri in segno di lutto per la morte della regina Maria Cristina di Savoia. In questa operina manca il tocco patetico che troviamo nell’Elisir o nel Don Pasquale e la musica è precisa, tagliente, dominata dall’ossessivo tintinnare metallico del campanello nel breve preludio, dagli stringati pezzi d’assieme, dai commenti del coro, dai brindisi in forma di valzer, dai duetti spiritosi. Frequenti buffe parodie si prendono gioco sia di Rossini («Assisa al piè di un gelso») sia dello stesso Donizetti.

Al Teatro Bellini di Adrano, nei pressi di Catania, nel dicembre 2009 Francesco Ledda direttore e Pietro Ballo regista allestiscono uno spettacolino tradizionale nelle scene e nei costumi in cui l’unica trovata curiosa è aver vestito Serafina e la madre in kimono, trattandosi di interpreti giapponesi, ma la cosa non aggiunge e non toglie nulla allo spirito della vicenda e rimane una trovata fine a sé stessa.

Nessuno degli interpreti è di grande fama, ma tutti suppliscono con buona volontà, soprattutto l’Enrico di Luciano Miotto, che si rivela spigliato e vocalmente adeguato. Qualche scollatura con l’orchestra e il coro non pregiudica l’andamento della serata.

Immagine in 4:3 e traccia sonora di qualità modesta.

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★★★★☆

2. «Spiridiò, so’ na bella cosa, eh?»

Le doti mattatoriali di un cantante-attore come Alfonso Antoniuzzi sono abilmente sfruttate in questa produzione andata in scena nel delizioso Teatro della Fortuna di Fano nel febbraio 2010, nella prima versione dell’opera, quella con il napoletano nei dialoghi parlati. L’ambientazione da commedia all’italiana anni ’50 rende l’operazione più vicina allo spirito del vaudeville originale con l’inserzione del brindisi dalla Lucrezia Borgia,  «Il segreto per essere felici»,  o de l’Elisir,  «So anch’io la virtù magica».

La regia di Avogadro ruota tutta intorno al gioco comico di Antoniuzzi che non ripropone la figura del marito babbeo e gabbato per insipienza: Don Annibale è qui un piacente maschio conscio delle sue attrattive – «Spiridiò so’ na bella cosa, eh?» dirà alla fine di una scena che ha i ritmi di una commedia di Eduardo –, ma che purtroppo si trova a combattere con un osso duro come quell’Ernesto e i suoi irresistibili travestimenti. Con grande maestria il parlato di Antoniuzzi passa senza soluzione di continuità nel cantato, in cui la parola rimane scolpita con nettezza. Musicalità e senso del ritmo fanno di questo Don Annibale una spalla eccelsa agli interventi comici con cui De Candia si presenta prima come francese raffreddato, poi come cantante sfiatato e infine come marito apprensivo con la surreale richiesta di prescrizione medica in cui Donizetti dimostra la sua profonda conoscenza della farmacopea dell’epoca arricchita di fantasiose invenzioni. Nello scioglilingua dell’elenco Roberto De Candia si dimostra bravissimo e spigliato, così come negli altri travestimenti esibisce una generosa vocalità sempre al passo della musica che qui ha i ritmi brillanti di Matteo Beltrami che si diverte in buca tanto quanto i cantanti in scena.

Stefania Donzelli disegna una Serafina dal timbro petulante e tagliente, così antipatica da rendere incomprensibile tutto quel da fare notturno. Caricata oltre modo la Madama Rosa nei suoi furori uterini nei confronti del genero, mentre è efficace Spiridione nella sua parte solo recitata.

TEATRO DELLA FORTUNA

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Teatro della Fortuna

Fano (1863)

595 posti

Teatro-della-Fortuna-interno-3632-legL’attuale teatro, a cui fa da facciata l’antico Palazzo del Podestà fondato nel 1299, fu eretto su progetto dell’architetto modenese Luigi Poletti tra il 1845 e il 1863 sostituendo l’antico celebre teatro omonimo eretto dal famoso scenografo e scenotecnico fanese Giacomo Torelli tra il 1665 e il 1677. L’odierno teatro fu gravemente danneggiato nel corso della seconda guerra mondiale (estate del 1944) dal crollo dell’adiacente torre civica e da spezzoni incendiari caduti sul tetto della sala. Solo dopo cinquantaquattro anni dalla sua forzata chiusura, nella primavera del 1988, il teatro è stato riaperto al pubblico, dopo le lunghe e complesse operazioni di restauro e ristrutturazione che ne hanno preservato l’antico aspetto pur rinnovandone tutti gli impianti e le attrezzature tecniche.teatro01 Assai bella è la neoclassica sala degli spettacoli, Sala Poletti, dotata di ogni comodità e decorata con esemplare signorilità. Essa dispone di tre ordini di palchi a sporgenze degradanti in ritiro e di un capace loggione a balconata. Caratteristico è l’alto basamento anfiteatrale che regge la sporgenza del primo ordine, ampio e decorato da piccole chimere alte. Qui, retrostanti di un metro circa, si elevano i pilastri che reggono la sporgenza del secondo ordine e sostengono un peristilio d’ordine corinzio su cui si impostano il fregio e la cornice della trabeazione, coronata da attico decorato da statue, che funge da parapetto al loggione.aperture-a-pasqua-e-pasquetta-al-teatro-della-fortuna-di-fano-lafanodioggi-2015A metà circa dell’altezza, fra un fusto e l’altro delle colonne, una impalcatura con elegante parapetto a grata delinea il terzo ordine. È di gradevole effetto il motivo classico del traforo che si presenta nel ricordato parapetto del loggione e ben si presta ad evitare il ripetersi monotono dei parapetti a fascia che caratterizzano invece i due ordini realizzati, su disegno del Poletti, dal plasticatore urbinate Giuliano Corsini. Agli stessi si deve anche il disegno e la realizzazione del motivo a corone concentriche della volta (ora fedelmente rifatta perché andati distrutti nel ‘44) nei cui riquadri campeggiano,a vivaci tempere del pittore romano Francesco Grandi, i “Fasti di Apollo” e altre immagini mitologiche. Del Grandi si è salvato il grande sipario che raffigura un immaginario ingresso dell’Imperatore Cesare Ottaviano Augusto nell’antica Colonia Iulia Fanestris.
Teatro-della-Fortuna-Foyer-interno-1Altri dipinti, conservati purtroppo solo in parte, sono nelle volte a lunette del primo atrio, opera dei fratelli Gioachino e Mariano Grassi, mentre nella saletta della biglietteria la volta a crociera conserva l’unico scomparto superstite di quelle che furono le decorazioni cinquecentesche e ‘raffaellesche’ dell’antico loggiato del Palazzo del Podestà.Teatro-della-Fortuna-Foyer-interno-2

 

King Arthur

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Henry Purcell, King Arthur

Torino, 16 novembre 2015

(esecuzione in forma di concerto)

Re Artù inaugura la stagione della Stefano Tempia

In una settimana Torino viene a conoscere due opere di Henry Purcell: al Regio fra tre giorni andrà in scena Dido and Æneas, mentre al Conservatorio Giuseppe Verdi l’Accademia Corale Stefano Tempia inaugura la sua stagione con King Arthur or The British Worthy (Re Artù o Il valoroso britannico) in forma di concerto.

Nella sala grande del Conservatorio Giuseppe Verdi (monca della canna dell’organo che si è schiantata sul palco poche settimane fa e con le altre imbracate per sicurezza) (1), Dario Tabbia schiera il coro e l’ensemple barocco dell’Accademia Stefano Tempia per questa versione concertistica. La parte recitata è stata sapientemente tradotta e adattata da Orlando Pereira e qui viene letta con vivacità da uno dei membri del coro, Edoardo Rossi. Sei interpreti danno voce ai personaggi della vicenda che hanno un ruolo cantato. Sono tutti giovani e convincenti, magari con una dizione da correggere, ma stilisticamente appropriati. Per tutti ricordo il soprano Alena Dantcheva, l’unica di nazionalità straniera seppure allieva diplomata del nostro conservatorio, dalla elegante vocalità.

Il maestro Tabbia e il suo ensemble hanno dimostrato la sapienza musicale che già conoscevamo, mettendo in luce della partitura gli aspetti più intriganti, come il citato numero del genio del freddo che anticipa in maniera sorprendente i brividi orchestrali dell’episodio invernale delle Stagioni vivaldiane di 34 anni dopo o la festante scena finale, che non può non richiamare alla mente il Te Deum di Lully del 1677 che ispirò quello di Marc-Antoine Charpentier eseguito appena un anno dopo il lavoro di Purcell.

In attesa di assistere all’imminente Didone, il pubblico del Conservatorio – tra cui è stata notata tra gli altri la presenza del direttore artistico del Teatro Regio Gastón Fournier-Facio che si è fatto mallevadore del “progetto opera barocca” del nostro ente lirico – ha decretato un grande successo all’esecuzione ed è stato gratificato del bis del solenne coro finale inneggiante alla casa regnante inglese.

Il concerto era stato preceduto da poche giuste parole di Dario Tabbia sui fatti di Parigi e da una vibrante esecuzione della Marsigliese.

(1) A parte l’organo pericolante, una lampada che illumina il palco non è funzionante e i servizi igienici continuano a essere indecenti e inadeguati al pubblico pagante che frequenta i concerti pubblici.

Le braci


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Marco Tutino, Le braci

★★★★☆

Firenze, 15 novembre 2015

I fantasmi di Tutino e l’«esercizio di stile sul tempo»

Le château des Carpathes (1892) è il titolo di uno dei più tenebrosi romanzi di Jules Verne, in cui si narra del barone Rodolphe de Gortz il quale, infatuato di una cantante d’opera italiana, nel suo castello sperduto tra i Carpazi si è costruito un apparecchio che proietta su uno specchio il ritratto della cantante mentre viene diffusa la sua voce registrata prima della sua morte, di cui egli è stato forse la causa.

Altrettanto tenebrosi sono qui gli interni délabré di un altro castello ai piedi dei Carpazi dove si ritrovano, dopo quattro decenni, due uomini che da giovani sono stati amici inseparabili, Henrik e Konrad.

In questo romanzo di Sándor Márai – il cui titolo originale, A gyertyák csonkig égnek, in italiano suona “Bruciare le candele fino in fondo” (1), che venne pubblicato la prima volta in ungherese nel 1942 e in tedesco nel ’50, ma solo dopo la traduzione in francese nel ’95 ottenne successo – la musica è un elemento saliente: «In quei due corpi, della madre e di Konrad, stava avvenendo qualcosa di strano. Dalla musica sembrava sprigionarsi una forza eversiva capace di sollevare i mobili e di gonfiare pesanti tendaggi di seta alle finestre. […] Gli ascoltatori pazienti compresero che la musica rappresentava un pericolo. Ma quei due al pianoforte non si curavano più del pericolo. La Fantaisie polonaise era solo un pretesto allo scatenarsi di forze che sommuovono e fanno esplodere tutto ciò che di solito viene accuratamente occultato dall’ordinamento umano». E poco oltre: «Konrad temeva la musica, con cui coltivava una relazione segreta, che coinvolgeva non solo la sua coscienza, ma anche il suo corpo: come se il senso più profondo della musica consistesse in una specie di imposizione fatale che poteva deviarlo dalla sua traiettoria e spezzare qualcosa dentro di lui». O ancora, nelle parole di Henrik: «Per questo la musica mi fa orrore […] Odio quel linguaggio melodioso e incomprensibile che permette a certe persone di comunicarsi con disinvoltura cose vaghe, insolite; a volte ho perfino l’impressione che con la musica ci si comunichi qualcosa di sconveniente, di immorale».

Nel castello dove trascorre la vecchiaia in solitudine, Henrik, un generale in pensione dell’esercito austroungarico, riceve la visita di Konrad, l’inseparabile compagno di gioventù perso di vista 41 anni prima, quando quest’ultimo era scomparso improvvisamente senza più dare notizia di sé. I due vecchi sono legati da un segreto che ha condizionato l’esistenza di entrambi. Nel corso del loro incontro essi rievocano le tappe cruciali della loro vita e del loro sodalizio: gli anni dell’adolescenza trascorsi frequentando insieme il collegio militare nella capitale dell’impero e quelli di una giovinezza spensierata quando avevano condiviso progetti, speranze, avventure amorose, esperienze e riflessioni. Sembrava che nulla avrebbe mai potuto offuscare quell’amicizia, né la disparità di condizioni – Henrik era l’erede di una ricca famiglia aristocratica mentre Konrad era cresciuto in Galizia come figlio di un oscuro funzionario austriaco – né il matrimonio di Henrik con Krisztina, una fanciulla povera e affascinante, presentatagli da Konrad. Ma un giorno, durante una partita di caccia nei dintorni del castello, Henrik si accorge che l’amico alle sue spalle gli ha puntato addosso il fucile con l’intenzione di ucciderlo per poi abbassare l’arma un attimo prima di premere il grilletto. Il giorno dopo Konrad parte per Singapore senza prendere congedo da nessuno. Henrik intuisce che quel comportamento incomprensibile è dovuto alla passione fatale nata a sua insaputa tra la moglie e il suo migliore amico.

Adattato più volte per il cinema e per il teatro (2), il romanzo di Márai è ora approdato sulla scena lirica. Se nel testo il vero protagonista è Henrik – il generale ha per sé un soliloquio che riempie le ultime ottanta pagine (su 170) del libro, mentre Konrad ha poche battute e Krisztina ancora meno – nel libretto, del compositore stesso, i ruoli sono più equamente distribuiti e il passato è visto come una sequenza di flashback. Tutino legge il testo dello scrittore ungherese come un «inganno temporale» e lo tratta come un «esercizio di stile sul tempo», inventando un colpo di scena finale allorché, in uno dei tanti flashback, Konrad spara a Henrik e la storia è come se fosse raccontata dal fantasma di quest’ultimo e potrebbe essere stata completamente diversa, come in Sliding Doors, il film di Peter Howitt derivato a sua volta dal Destino cieco di Krzstof Kieślowski. Ma una terza ipotesi è in agguato, tutta la storia è “il sogno” di fantasmi che non hanno pace: «HENRIK Volevo che la verità fosse detta. Ora sono libero di andare… Sono morto, Nini. NINI Siamo tutti morti. Tutti. Krisztina di un brutto male. Konrad di malaria, ai Tropici. Io, poco dopo. Troppo vecchia… E tu… Ora lo sai […] TUTTI Siamo solo fantasmi» come viene detto nel finale, la parte più emozionante dell’opera che fino a quel momento si è dipanata con passo inquieto tra recitativi, lacerti di melodie, alternanza di tonalità e atonalità, valzerini nostalgici. Tutino infatti rinuncia a certi spunti del testo – penso all’esibizione di Konrad al pianoforte (che pure è in scena!) o ai preparativi per il suo arrivo, lunghi e minuziosi nel libro – per concentrare in poche scene scarne tutta la vicenda. E scarne lo sono anche dal punto di vista musicale: l’unica vera e propria aria è destinata a Krisztina. Il penultimo lavoro teatrale di Tutino (3) utilizza poi colori diversi per le scene: quelle del passato sono ancora immerse nella nostalgia dell’Austria Felix, quelle del drammatico tempo presente della storia, il 1942,  trascolorano nei toni scuri.

In questa sua lettura il compositore è perfettamente sostenuto dal regista Leo Muscato, dall’abile gioco di luci di Alessandro Verazzi e dallo scenografo Tiziano Santi il quale, per rappresentare la discronia temporale della vicenda, costruisce un frammento di gloria passata nel palazzo in rovina (il presente) immerso nel bosco in cui avviene la scena di caccia (il passato).

Coprodotto dal Festival di Martina Franca e dal Maggio Musicale Fiorentino, dopo aver debuttato al Teatro Nazionale di Szeged nell’ambito dell’Armel International Opera Festival di Budapest il 9 ottobre 2014 in una diversa produzione, Le braci è ora presentato al Teatro dell’Opera di Firenze in una nuova versione che include un prologo su musica recitato dal regista stesso, quasi un melodram, che anticipa, un po’ inutilmente in verità, quanto avverrà in scena.

Francesco Cilluffo, che aveva già diretto di Tutino The Servant nel 2011 a Lugo, dimostra una conoscenza totale della partitura e una profonda adesione alla musica di cui illumina tutti gli inquietanti e angosciosi riflessi. I minacciosi pedali di timpano, le spettacolari esplosioni orchestrali, le note raggelanti dei momenti di maggior tensione emotiva rimarranno nella memoria di questa superba esecuzione.

Così come le interpretazioni dei due protagonisti principali: Henrik è il vecchio che si nutre ormai solo più del passato e la sua misantropia e stanchezza di vivere sono magistralmente riverberati nella vocalità possente e timbrata di Roberto Scandiuzzi. Più difficile e sfuggente, se non enigmatico, il personaggio di Konrad, cui Alfonso Antoniozzi presta una recitazione tutta essenzialità e sottigliezze e una voce che conosce a tratti la passionalità del suo io giovane, ma ora è come trattenuta nella sommessa stanchezza degli anni. Entrambi i cantanti sono stati calorosamente applauditi dal pubblico. Altrettanto convincenti gli interpreti dei protagonisti da giovani e di Krisztina, Angela Nisi.

(1) Il titolo della traduzione in italiano di Marinella d’Alessandro fa riferimento alle braci della passione che il tempo ha estinto o a quelle che nel caminetto consumano il diario di Krisztina: «Con gesto lento [Henrik] butta il sottile volumetto nella brace. La brace si arroventa con bagliori foschi, accoglie la sua vittima e risucchia pian piano, fumando, la materia del libro, mentre dalla cenere si levano minuscole fiammelle. I due vecchi le osservano immobili, il fuoco si anima, sembra quasi che si rallegri per quella preda imprevista, ansima, scintilla, la fiamma balza verso l’alto fondendo la ceralacca del sigillo e il velluto giallo brucia emanando un fumo denso e acre. Una mano invisibile sembra sfogliare le pagine color avorio; d’improvviso dalle fiamme appare la scrittura di Krisztina – le lettere aguzze e sottili vergate un tempo sulla carta da una mano ormai diventata polvere – poi subito tutto si scompone e si dissolve in cenere come la mano che un tempo riempì quei fogli». 

(2) Adattato la prima volta per lo schermo in un episodio trasmesso dalla televisione francese (“Les braises”, 3 gennaio 2004), un secondo adattamento è quello per un film ungherese del 2006 di István Iglódi e un altro ancora per un film del 2010 di Sándor Beke. Versioni per il teatro di prosa si sono avute in Inghilterra, Germania e Francia, quest’ultima di Claude Rich già nel 2003.

(3) Ecco il nutrito elenco (tra opere e balletti): Pinocchio (1985), Cirano (1987), Vite immaginarie (1989), La lupa (1990),  Federico II (1992), Pugacev (1994), Riccardo III (1995), Il gatto con gli stivali (1997), Dylan Dog (1999), Peter Pan (1999), Peter Uncino (2001), Vita (2003), Le Bel indifférent (2005), La Bella e la bestia (2005), The Servant (2008), Senso (2010), Le braci (2014), La ciociara (Two Women, 2015).

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I masnadieri

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★★★☆☆

«Le rube, gli stupri, gl’incendj, le morti | per noi son balocchi, son meri diporti»

Fresco di nomina come Direttore Musicale, nel marzo 2012 Nicola Luisotti dirige nello splendidamente rinnovato teatro di San Carlo di Napoli questa produzione de I masnadieri prontamente riversata in DVD per la collana “Tutto Verdi”. Opera di rara esecuzione, ritorna nella città partenopea per la seconda volta dopo il 1849 quando fu definita dalla critica di allora un’«aborrente e schifosa mostruosità” e tacciata di immoralità e incitamento a delinquere!

Basato sull’omonimo testo di Schiller – in originale Die Räuber (1781) con cui il poeta e filosofo tedesco aveva debuttato sulle scene – il lavoro di Verdi si era valso della traduzione dell’amico Andrea Maffei, mediatore tra Schiller e il compositore, come titola un interessante studio disponibile in rete.

La popolarità di Schiller nell’Italia dell’Ottocento è infatti strettamente legata al nome del suo traduttore e se è Shakespeare il drammaturgo di elezione del compositore di Busseto, è Schiller però quello da cui viene tratto il maggior numero di opere, almeno quattro delle ventisei del suo catalogo: oltre ai Masnadieri abbiamo Giovanna d’Arco, Luisa Miller e Don Carlos, per non parlare del Wallenstein che è all’origine di una scena de La forza del destino.

I masnadieri sono un caso particolare nella produzione verdiana essendo la sua prima opera commissionata per un teatro straniero e l’unica per la patria di Shakespeare. La prima ebbe luogo infatti al Her Majesty’s Theatre di Londra il 22 luglio 1847 con Jenny Lind nella parte di Amalia. È inoltre l’unica il cui libretto sia scritto da un caro amico, animatore culturale e padrone di casa del salotto milanese che fu punto di incontro di artisti tra il 1834 e il 1846. Il libretto del Maffei è il primo di due in tutta la sua carriera letteraria.

Il Maffei cede per dovere di amicizia alla richiesta del musicista: «Il M. Verdi me n’ha tanto pregato che non potei scansarmene». Un letterato come lui teneva infatti in scarsa considerazione il mestiere del librettista, ma comunque vi si era impegnato lodevolmente: «Vi ho messo però tanto studio nell’improntare i caratteri, nel cogliere le scene di maggior effetto e nella verseggiatura ch’io spero, se non altro, non verrà confuso con tante solennissime porcherie. Ma se pure toccasse al mio melodramma questo destino, mi rimarrà la soddisfazione d’aver appagato un amico». Il suo libretto è il più fedele all’originale di tutti gli altri tratti da Schiller, pur adeguandosi scrupolosamente alle regole del teatro musicale diminuendo il numero dei personaggi e attenuando la «tetra criminalità» delle violenze efferate che avvengono nel dramma originale, che qui assurgono a sarcastico elemento di quella “estetica del brutto” di cui parla Anselm Gerhard nel saggio contenuto nel programma de La Fenice che ha coprodotto lo spettacolo.

Ed ecco quindi il leggiadro valzerino che accompagna il coro di malfattori (parte III, scena III): «Qui ci sfama una pinzochera, | là c’impinza un fittajuol, | tien Mercurio il nostro bandolo, | è la luna il nostro sol. || Gli estremi aneliti | d’uccisi padri, | le grida, gli ululi | di spose e madri, | sono una musica, | sono uno spasso | pel nostro ruvido | cuojo di sasso» per rendere, volgendolo al comico, il realismo del canto scellerato originale.

La vicenda si svolge nella Germania del XVI secolo.

Parte I. Carlo è stato bandito dalla casa paterna e allora decide di porsi a capo di una banda di masnadieri. In realtà la lettera che annunciava la decisione del padre è stata scritta dall’invidioso e perfido fratello Francesco, che intende spodestare il padre Massimiliano, reggente di Moor. Francesco chiama il servo Arminio e gli ordina di vestirsi da soldato recando al padre la falsa notizia che Carlo è morto. Intanto Massimiliano dorme placidamente accudito da Amalia, un’orfana adottata da lui e innamorata di Carlo. Il vecchio si sveglia ed esprime ad Amalia la sua preoccupazione per la lontananza di Carlo mentre entra Arminio travestito che pronuncia la falsa notizia. Massimiliano non regge e sviene. Amalia, credutolo morto, fugge e Francesco già si bea di possedere i territori del padre.

Parte II. Massimiliano viene creduto morto e viene organizzato un banchetto in onore di Francesco. Amalia si sottrae al festino e ricorda l’amato Carlo. In quel momento entra Arminio che svela la verità e Amalia gioisce nel sapere che Carlo e Massimiliano sono ancora vivi. Nel frattempo Carlo, diventato capo dei masnadieri, è colpevole dei più atroci delitti pur rimpiangendo la vita di prima e l’amata Amalia.

Parte III. Amalia è riuscita a fuggire dal castello di Francesco, ma è terrorizzata dalle voci dei masnadieri che sente nella foresta. Incontra Carlo e i due si riabbracciano dopo tanto tempo. Amalia spiega che Francesco è diventato signore dopo la morte di Massimiliano e che intendeva usare violenza su di lei. Carlo giura di vendicarla, ma prima si rinnovano le promesse d’amore. I masnadieri intanto hanno preso come base le rovine diroccate di una torre. Carlo veglia insonne e scorge un’ombra avvicinarsi ad un pozzo con una grata da cui esce una voce. È Arminio che porta da mangiare a un prigioniero, ma fugge spaventato appena vede Carlo. Carlo che l’uomo nel pozzo è il vecchio padre, che racconta che vi era stato gettato a morire di fame dal figlio Francesco e sviene. Carlo giura vendetta e sveglia i masnadieri: insieme attaccheranno il castello di Francesco.

Parte IV. Francesco è colto dai rimorsi e racconta ad Arminio un incubo in cui egli era Caino maledetto da Dio. Entra Moser, un pastore, che lo avverte che Dio lo sta punendo per i suoi crimini mentre Arminio comunica che i masnadieri stanno invadendo il castello. Francesco, anche se sa di morire in breve, lancia l’ultima bestemmia contro Dio. Massimiliano, nel covo dei masnadieri, continua ad invocare invano Francesco e a chiedere il perdono di Carlo, infatti non sa ancora che il capo dei masnadieri è suo figlio. Carlo dice che il figlio lo perdonerà e in quel momento entrano i masnadieri di ritorno dal castello conducendo Amalia come prigioniera. Carlo allora non può più tenere nascosto niente al padre e all’amata: egli è a capo di quella masnada di ladri e assassini, ciononostante Amalia giura di amarlo, ma Carlo, piuttosto che trascinarla nel fango, la uccide e si consegna alla giustizia.

Osteggiato dalla critica inglese al debutto, l’opera fu apprezzata dal pubblico per le pagine di indubbia potenza drammatica che anticipano quelle, di ben altro livello certo, del Don Carlos. Le platee moderne non hanno rinverdito il consenso popolare dell’inizio e la critica oscilla tra i giudizi negativi di Massimo Mila (per lui una delle sei opere più brutte di Verdi), Roncaglia e Abbiati e quello invece favorevole dell’Osborne. Questa nuova produzione è un buon motivo per rivedere o confermare il giudizio sull’opera.

Diciamo subito che fin dalle prime note del bellissimo preludio per violoncello solo, la concertazione di Luisotti fa di tutto per convincerci che questo dramma del male, parallelo al coevo Macbeth, merita un appello. I colori tenui delle scene liriche si affiancano alla accesa pulsazione ritmica di quelle con i briganti. I personaggi sono magnificamente scolpiti: Francesco, che il regista Lavia riveste delle deformità del Riccardo III scespiriano, ha la grandezza malvagia di uno Jago, malvagità se non giustificata per lo meno spiegata: «La colpa | della natura che minor mi fece | castigai nel fratello». Meno sfaccettati gli altri personaggi, soprattutto Carlo e Amalia, ma è a loro che vengono affidate le prodezze vocali maggiori. Aquiles Machado è un Carlo vigoroso e nel contempo lirico. Amalia, unica donna in un mondo di maschi, trova nella venezuelana Lucrecia García un’interprete tecnicamente inoppugnabile, ma non trascinante dal punto di vista interpretativo e meccanica nelle agilità.

Ottimi interpreti sono quelli di Massimiliano, Giacomo Prestia, di Moser, il giovane promettente Dario Russo, e soprattutto di Francesco, un convincente e vocalmente autorevole Artur Ruciński. Da dimenticare invece gli altri. Il coro ha qui un ruolo preponderante, peccato che la regia di Lavia non faccia altro che mandarlo avanti e indietro e gestire in maniera estremamente convenzionale. La scena unica rappresenta uno squallido capannone industriale abbandonato con i muri ricoperti di minacciosi murales e dall’apertura di fondo escono ed entrano tutti i personaggi senza distinzione.

La regia video indugia nei soliti primi piani, funesti per i cantanti che, insicuri, cercano in continuazione il gesto del maestro concertatore, rovinando così quel poco di verità interpretativa che riescono a dare ai loro personaggi.

Lear

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★★★☆☆

Il Lear espressionista di Reimann

Si capisce come il King Lear di Shakespeare affascinasse Giuseppe Verdi: non una, ma ben due vicende paterne! Due padri diversi che con i figli si dimostrano folli e ciechi. Lear con la follia e Gloucester con la cecità pagheranno cara la loro stoltezza.

Peppino non riuscì mai a concretizzare il suo progetto scespiriano e così per quattrocento anni il dramma del vecchio re non ha avuto altra voce che quella del bardo. C’è voluta forse l’immane tragedia della Seconda Guerra Mondiale per dare il coraggio a Reimann, classe 1936, per mettere in musica il lavoro. (1)

Sulla figura di Lear rileggiamo quanto aveva scritto Mario Praz: «In un mondo rappresentato a tinte fosche, in preda all’ambizione, all’egoismo, al tradimento, Lear ci appare dapprima uomo tra gli uomini, anch’egli egoista, autoritario e prepotente: egli si crede il centro dell’universo e progetta la divisione del regno come un esperimento per provare che, anche spogliato del potere e degli attributi regali, egli rimane quale è stato sempre. Ma appena gli cade dalle spalle il mantello regale, gli cadono pure le bende dagli occhi e per la prima volta in vita sua si rende conto della realtà. La sua concezione soggettiva della vita gli crolla intorno e la catastrofe interiore trova rispondenza nella tempesta. Per Lear la sventura è via a un’umanità più profonda: tradito da coloro che credeva più vicini al suo cuore, ridotto all’indigenza, Lear scorge infine che pietosa creatura sia l’uomo; e via via che il dolore porta luce nel suo animo e confusione nella sua mente, egli acquista la maestà che non possedeva quand’era circondato di tutte le prerogative reali. Tra la furia scatenata degli elementi, il desolato vecchio anziché diminuire di statura giganteggia come un titano martoriato».

Il ruolo titolare è stato scritto specificatamente per Dietrich Fischer-Dieskau, che aveva suggerito il soggetto ad Aribert Reimann fin dal 1968, ma solo la commissione da parte dell’Opera di Stato Bavarese aveva messo in moto il compositore. Il 9 luglio 1978 debuttava dunque a Monaco di Baviera questa sua terza opera – dopo Ein Traumspiel (1964, da Il sogno di Strindberg) e Melusine (1970, da Yvan Goll) – con Gerd Albrecht sul podio, la messa in scena di Pierre Ponnelle e ovviamente il grande baritono tedesco nel ruolo principale.

Da allora il lavoro di Reimann è stato allestito altre 25 volte nel mondo e questa produzione del 2012 della Staatsoper di Amburgo, di cui viene qui registrata la ripresa due anni dopo, conferma la relativa popolarità di quest’opera contemporanea.

Il librettista Claus H. Henneberg si basa fedelmente sul testo della tragedia di Shakespeare condensata in due parti, di quattro e sette scene rispettivamente. Il testo in tedesco non ci fa mancare i momenti più truculenti della vicenda aggiungendone addirittura altri, come quando Regan cava il secondo occhio a Gloucester dopo che il primo gli era stato strappato da Edmund.

Il dramma comincia con la decisione del re Lear di abdicare e dividere il suo regno fra le tre figlie Goneril, Regan e Cordelia. In un eccesso di vanità senile, il re propone che ogni figlia riceva territori in proporzione all’amore verso il padre dimostrato con le parole. Cordelia si rifiuta di gareggiare con l’adulazione delle sorelle maggiori e Lear, offeso, divide la quota del regno che le spetterebbe fra le altre due sorelle e la manda in esilio. Cordelia sposa il re di Francia che apprezza la sua sincerità e nello stesso tempo vede un possibile movente per una conquista dell’Inghilterra.

Poco dopo aver abdicato, Lear scopre che i sentimenti di Goneril e Regan verso di lui sono mutati. Le due sorelle litigano a causa della loro attrazione per Edmund, figlio illegittimo del conte di Gloucester e sono poi costrette ad affrontare un esercito francese mandato a ricollocare sul trono Lear. Il conte di Kent, che ha preso le difese di Cordelia ed è stato anche lui messo al bando, ritorna travestito da servo per proteggere il re al quale è restato fedele.

Una trama secondaria coinvolge il conte di Gloucester e i suoi due figli, Edgar e Edmund. Edmund inventa racconti calunniosi sul fratellastro legittimo ed Edgar, costretto all’esilio, si finge pazzo. Il conte di Gloucester è catturato da Edmund che lo accusa di tradimento e viene abbandonato nella tempesta dopo essere stato accecato. Edgar, ancora travestito da pazzo vagabondo, lo scopre che, non riconoscendo la voce del figlio, gli chiede la strada per Dover da dove conta di uccidersi gettandosi da una scogliera. Edgar risponde che lo guiderà lui e così lo salva.

A Dover, Lear si aggira farneticando quando incontra Cordelia e si riappacificano. Dopo la sconfitta dei francesi, fatto prigioniero con la figlia, Lear pensa con gioia alla prospettiva di vivere in prigione insieme a lei, ma non sa che Edmund ha ordinato che Cordelia sia impiccata.

Appare Edgar in armi, ma ancora travestito, che si scontra con Edmund e lo ferisce a morte. A questa vista Goneril, che per gelosia ha già avvelenato la sorella Regan, si uccide. Edgar rivela la propria identità e nell’ultima scena appare Lear che piange il cadavere di Cordelia.

Nella messa in scena di Karoline Gruber Lear non muore alla fine, ma indossa l’abito di Cordelia e vaga stralunato mentre cala la tela. Anche prima il dramma aveva abbandonato toni realistici per una lettura che mette in scena ambienti ironicamente deformati, un prologo silenzioso, doppi mostruosi di Lear.

Musicalmente troviamo un trattamento atonale iper-espressionistico dell’orchestra con i cluster sonori di grande violenza che contrappuntano il declamato di Lear o i timbri lancinanti che accompagnano la coloratura isterica di Regan, mentre solo verso la fine si possono percepire lacerti melodici nelle note tenute dagli archi nei registri bassi che contraddistinguono questa partitura dal colore scuro. Particolari le vocalità di alcuni personaggi: il fool di Lear si esprime in una sprechstimme che ben si adatta ai suoi bizzarri discorsi mentre Edgar, quando è travestito da Poor Tom, passa continuamente da tenore a controtenore trovando qui in Andrew Watts un convincente interprete. Come convincente nella sua sconvolta irrazionalità prima e dolente umanità poi è la prova mattatoriale di Bo Skovhus.

Sul podio Simone Young dipana con impegno le due ore di questo poema atonale con narrazione, ma arrivati alla fine del faticoso ascolto ci si chiede se la musica di Reimann abbia effettivamente detto qualcosa di diverso da quello che Shakespeare aveva già detto nel suo King Lear.

(1) Del 2000 è l’opera Kuningas Lear del quasi coetaneo Aulis Sallinen, compositore finlandese autore di Kullervo (1992, opera che ha lo stesso titolo della sinfonia corale di Jean Sibelius).

OPERA HOUSE

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Opera House

Boston (1928)

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Il Boston Opera House con la sua opulente decorazione fu costruito originariamente dall’architetto Thomas W. Lamb come lussuoso cinema e chiamato B.F. Keith Memorial Theatre. Inaugurato nell’ottobre del 1928 ospitò proiezioni cinematografiche e spettacoli di vaudeville.

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Nel 1965 la Sack Theaters acquistò il teatro e con l’aggiunta di un’altra piccola sala ricavata nello spazio del palcoscenico e separata da un muro di mattoni all’altezza del proscenio divenne il  Savoy Theater. Nel 1980 la  Sarah Caldwell’s Opera Company vi fece la sua sede e fu ribattezzato Boston Opera House. Dopo un decennio di utilizzo la compagnia fallì nel 1991 abbandonando l’edificio al decadimento per mancanza di riscaldamento e infiltrazioni d’acqua. Nel 1996 la compagnia ne cedette la proprietà alla città.

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Con il sostegno del sindaco Thomas Menino e del senatore Edward Kennedy, la Clear Channel Company rinnovò il teatro non senza incontrare problemi con i condomîni confinanti. Riaperto il 16 luglio 2004 con lo spettacolo di Broadway The Lion King, da allora ospita musical, concerti e balletti. Nonostante il contratto con la città imponesse l’opera per almeno due settimane all’anno, nessuno spettacolo lirico è stato finora programmato.

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Il teatro, ora di proprietà della Boston Opera House Ventures è soprattutto utilizzato dalle produzioni della  Broadway Across America, ma dal 2009 è sede del Boston Ballet che ogni anno mette in scena il suo Schiaccianoci nel periodo di Natale.

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