Autore: Renato Verga

TEATRO SOCIALE

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Teatro Sociale

Stradella (1846)

297 posti

Nel cuore di Stradella, nell’Oltrepò Pavese, il Teatro Sociale è uno dei più interessanti esempi di teatro storico all’italiana della Lombardia. Venne costruito per iniziativa di un gruppo di maggiorenti cittadini che nel 1844 costituirono la “Società per l’erezione del teatro”. Tra i promotori figuravano personalità di rilievo come Agostino Depretis, futuro Presidente del Consiglio del Regno d’Italia. Il progetto venne affidato all’architetto Giovanbattista Chiappa. Il nuovo teatro fu inaugurato nel settembre del 1846 con l’Ernani di Giuseppe Verdi, diretto da Angelo Mariani. Le cronache dell’epoca lo descrissero come un teatro «sorto come per incanto», sottolineandone fin dall’apertura l’eleganza.

L’architettura riprende dichiaratamente il modello del Teatro alla Scala di Milano: una sala a ferro di cavallo, palcoscenico al piano terreno, ordini sovrapposti di palchi e loggione. La facciata neoclassica è sobria e tripartita, con la parte centrale leggermente arretrata, balconcino a balaustrini e un portale sormontato da un bassorilievo con maschere, strumenti musicali e una lira. La sala conserva l’atmosfera raccolta dei piccoli teatri ottocenteschi italiani. Oggi presenta tre ordini di palchi e il loggione. Il Ridotto, situato in corrispondenza del secondo ordine, costituisce un ulteriore spazio di rappresentanza e viene utilizzato anche per concerti, incontri ed eventi.

Particolarmente prezioso è lo storico sipario dipinto da Felice De Maurizio, realizzato nel 1844: misura circa otto metri per sei e raffigura il matrimonio di Renzo e Lucia, ispirato a I Promessi Sposi. Nel 1910 l’originaria cupola decorata che sovrastava la platea venne demolita e, su progetto dell’architetto milanese Cesare Brotti, furono realizzati il terzo ordine di palchi e il loggione. Il soffitto conserva un grande rosone di gusto neoclassico. Nel 1949 il Teatro Sociale venne dichiarato monumento nazionale, riconosciuto come significativo esempio dell’architettura teatrale italiana della prima metà dell’Ottocento. Dopo un importante intervento di restauro, il teatro è tornato pienamente in attività nel 2006.

Oggi il Teatro Sociale continua a essere uno dei principali luoghi culturali dell’Oltrepò Pavese. Ospita prosa, musica, danza, operetta, spettacoli per famiglie, concerti ed eventi speciali, mantenendo viva la funzione per cui era nato quasi due secoli fa: essere insieme luogo di spettacolo, incontro e vita sociale.

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TEATRO ERRICO PETRELLA

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Teatro Errico Petrella

Longiano (1870)

205 posti

Il Teatro Errico Petrella di Longiano (Forlì-Cesena) è un piccolo gioiello del teatro all’italiana dell’Ottocento, inserito nel cuore del borgo storico romagnolo. Raccolto, elegante e sorprendentemente intimo, conserva ancora oggi il carattere di un luogo nato per creare una relazione immediata tra il palcoscenico e il pubblico.

La sua storia prende avvio nel 1864, quando l’ingegnere comunale Giulio Turchi presenta il progetto per un nuovo teatro da realizzare nell’area dell’ex convento di San Girolamo. I lavori si concludono nel 1870 e nel luglio dello stesso anno il teatro viene solennemente inaugurato con I Promessi Sposi, opera diretta per l’occasione dallo stesso compositore Errico Petrella, al quale il teatro viene dedicato.

L’interno presenta la tradizionale pianta a ferro di cavallo del teatro all’italiana, con platea, due ordini di palchi e loggione. L’apparato decorativo, elegante e misurato, è opera di Girolamo Bellani e Giovanni Canepa: stucchi, motivi floreali e decorazioni pittoriche accompagnano l’architettura senza appesantirla, contribuendo all’atmosfera preziosa e raccolta della sala.

Dopo essere stato utilizzato anche come cinematografo a partire dai primi anni del Novecento, il Petrella subisce gravi danni durante la Seconda guerra mondiale e attraversa un lungo periodo di degrado. Nel 1980 il Comune avvia un importante intervento di recupero affidato all’architetto Sanzio Castagnoli. Il restauro, concluso nel 1986, restituisce il teatro alla sua configurazione storica e alla piena attività teatrale.

Una delle caratteristiche più singolari del Petrella è la platea con struttura lignea mobile: rimuovendo le poltroncine, il piano può essere sollevato fino alla quota del palcoscenico, eliminando il dislivello tra sala e scena e trasformando i due ambienti in un unico grande spazio. Una soluzione particolarmente interessante per spettacoli, performance ed eventi che richiedano un rapporto diverso e più diretto tra artisti e pubblico.

Con appena 205 posti, il Petrella conserva una dimensione quasi domestica, nella quale la distanza tra spettatore e scena si riduce al minimo. È proprio questa proporzione contenuta, insieme alla qualità acustica e alla bellezza dell’architettura ottocentesca, a farne uno dei teatri storici più affascinanti della Romagna.

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TEATRO SOCIALE

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Teatro Sociale

Cittadella (1828)

220 posti

Il Teatro Sociale di Cittadella (Padova) è un piccolo gioiello del teatro all’italiana dell’Ottocento, custodito all’interno della città murata veneta, lungo via Indipendenza, in prossimità di Porta Vicenza.

La sua storia prende avvio nel 1817, quando viene autorizzata la costruzione di un nuovo teatro cittadino. Il progetto viene affidato a Giacomo Bauto e successivamente portato a compimento da Francesco Cibale. L’elegante facciata neoclassica è attribuita a Giuseppe Jappelli, tra i protagonisti dell’architettura veneta dell’Ottocento e autore del celebre Caffè Pedrocchi di Padova. Il teatro viene inaugurato nel 1828, in occasione della tradizionale Fiera d’Ottobre.

L’interno conserva intatto il fascino raccolto e prezioso del teatro storico italiano. La sala, impostata secondo la tipologia del teatro all’italiana, è organizzata intorno alla platea e si sviluppa verticalmente attraverso tre ordini di palchetti, creando un rapporto particolarmente ravvicinato tra pubblico e scena.

Di particolare interesse è l’apparato decorativo realizzato da Francesco Bagnara, pittore e scenografo veneziano legato anche alle decorazioni del Teatro La Fenice. Il soffitto presenta un raffinato insieme di motivi floreali, amorini e figure allegoriche che conferiscono alla sala un carattere elegante e intimista.

La dimensione contenuta dello spazio rappresenta uno dei suoi elementi più affascinanti: il palcoscenico e la sala sembrano appartenere a un unico ambiente, rendendo il Teatro Sociale particolarmente adatto a spettacoli, concerti, presentazioni ed eventi nei quali sia importante creare una forte relazione visiva ed emozionale con il pubblico.

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Chatterton

Henry Wallis, La morte di Chatterton (1856)

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Ruggero Leoncavallo, Chatterton

Milano, Teatro Dal Verme, 3 ottobre 2026

(esecuzione in forma di concerto)

Il Werther di Leoncavallo

Composto in gioventù ma rappresentato solo vent’anni dopo, Chatterton racconta il dramma dell’artista fragile e incompreso, sospeso tra amore, poesia e disperazione. Nell’opera convivono romanticismo e anticipazioni veriste. La raffinata direzione di Andreas Gies ne esalta colori e sfumature, restituendo un Leoncavallo sorprendente e attuale: una riflessione sulla solitudine dell’artista e sull’incapacità della società di riconoscerne la sensibilità.

A Bologna, appena diciannovenne, Ruggero Leoncavallo frequenta le lezioni di Giosuè Carducci, conosce Giovanni Pascoli e scopre quella passione per la letteratura che lo accompagnerà per tutta la vita. È in questo clima che incontra idealmente Thomas Chatterton, il poeta inglese morto suicida a Londra nel 1770 a soli diciassette anni destinato a diventare uno dei miti del Romanticismo europeo attraverso il dramma che Alfred de Vigny gli aveva dedicato nel 1835.

È facile capire la folgorazione. Chatterton è l’artista assoluto, incapace di adattarsi alle convenzioni e alla mediocrità del mondo che lo circonda. La poesia non è per lui un mestiere, ma una necessità vitale, una «veste di Nesso»: per il poeta l’arte non è una scelta o un mestiere. ma qualcosa che gli appartiene intimamente, da cui non può separarsi, anche quando diventa fonte di sofferenza. Il Leoncavallo ventenne sembra riconoscersi in quella figura e nel 1876 comincia a lavorare alla sua prima opera, immaginandola fin dall’inizio con «grandi mezzi musicali, particolarmente in quanto all’orchestra».

La prima versione è terminata nel 1877, ma bisognerà attendere quasi vent’anni perché Chatterton raggiunga il palcoscenico. Nel frattempo Leoncavallo è diventato l’autore celeberrimo di Pagliacci. Riprende quindi il lavoro giovanile, lo riduce da quattro a tre atti, lo rielabora profondamente e lo porta finalmente in scena a Roma nel 1896. (1)

È proprio questa doppia natura a rendere Chatterton così curioso: dentro la stessa partitura convivono il ragazzo che guarda alla grande cultura romantica europea e l’uomo di teatro che ha già scritto Pagliacci. Ne nasce un’opera diseguale ma tutt’altro che ingenua, percorsa da una malinconia crepuscolare e febbrile, nella quale commedia, sentimentalismo e tragedia si sfiorano continuamente. 

È una vicenda che inevitabilmente richiama Werther: l’amore impossibile, la presenza dei libri, la solitudine dell’individuo, l’indifferenza della società, l’angoscia e infine la morte. Ma Leoncavallo costruisce un teatro sorprendentemente mobile, nel quale convivono commedia, lirismo sentimentale e tragedia. La leggerezza mondana dei Lord si scontra con il tormento del protagonista mentre momenti quasi quotidiani lasciano improvvisamente spazio a grandi aperture liriche e a un’orchestra raffinata e inquieta. Proprio questa varietà costituisce uno degli aspetti più affascinanti di Chatterton. Il limite rimane una drammaturgia piuttosto statica: Chatterton soffre, ama, riflette, viene umiliato, si dispera. Stati psicologici potentissimi che non sempre producono altrettanta azione. Ma proprio qui entra in gioco la qualità dell’esecuzione.

Alla guida dell’Orchestra I Pomeriggi Musicali e autentico artefice della riscoperta, Andreas Gies, dopo aver riportato alla luce in questa stessa sede Marina di Umberto Giordano, conferma un approccio al repertorio della Giovine Scuola che ha poco a che fare con gli stereotipi accumulatisi intorno alla parola “Verismo”. La sua direzione non cerca il pugno nello stomaco. Non considera il fortissimo una condizione permanente né l’orchestra una macchina destinata a spingere le voci verso il proscenio. Al contrario, lavora sulle differenze: dinamiche, articolazione, colori, piani sonori, rapporto fra parola e buca. Ed è proprio così che Chatterton comincia a rivelare le proprie qualità.

Sotto la sua bacchetta l’Orchestra I Pomeriggi Musicali restituisce una partitura assai più mobile e raffinata di quanto ci si potrebbe aspettare dal ventenne Leoncavallo. Gies sa alleggerire il suono, lascia emergere una linea secondaria senza trasformarla in effetto, accompagna il canto senza sommergerlo e soprattutto non ha paura delle mezze tinte. La tensione nasce spesso proprio da ciò che viene trattenuto.

Fra i momenti più riusciti spicca il lungo Intermezzo del secondo atto, quasi sei minuti nei quali Leoncavallo dimostra quanto l’orchestra sappia raccontare anche quando nessuno canta. Non è musica destinata semplicemente a riempire un cambio di scena: è una vera cerniera psicologica. Da una parte la gelida stanzetta del poeta, dall’altra il ricco salone di John Clark; due ambienti, ma soprattutto due mondi inconciliabili.

La musica sembra lentamente aprire una finestra sull’esterno. Una campana, il paesaggio innevato, l’alba, un suono lontano. Leoncavallo prevedeva qui il coro femminile fuori scena «A Dio sia gloria ed alla terra pace»; nell’esecuzione milanese l’intervento dell’harmonium, previsto come alternativa, produce un effetto di notevole suggestione. Fuori il mondo si sveglia e celebra la pace; dentro, un giovane poeta continua a scivolare verso la disperazione. Gies non forza il contrasto: lo lascia emergere dall’orchestra, ed è proprio questa discrezione a renderlo più crudele. Notevole anche il breve Scherzo che apre il terzo atto, ulteriore prova di quanto il giovane Leoncavallo possedesse già un’autentica immaginazione sinfonica.

Al centro dello spettacolo sta inevitabilmente Stefano La Colla. Il tenore possiede un materiale vocale che non passa inosservato: centro corposo, timbro ricco, acuti penetranti e uno squillo capace di attraversare senza difficoltà anche l’orchestra più densa. Nei momenti di canto spiegato la voce acquista una bellezza quasi fisica e dalla settima fila l’impatto sonoro è impressionante. È facile capire perché La Colla abbia costruito una parte importante della propria carriera su Radamès, Manrico, Don Alvaro, Cavaradossi, Calaf, Des Grieux, Andrea Chénier, Turiddu e Canio. Quando la linea lirica deve improvvisamente incendiarsi e acquistare peso drammatico, possiede mezzi che pochi tenori possono esibire con altrettanta naturalezza.

Ma proprio qui nasce anche il problema interpretativo della serata. Chatterton non è Canio. Non lo è per età, per psicologia e soprattutto per natura poetica. È un personaggio che vive certamente di esplosioni, ma prima ancora di malinconia, fragilità, parola, esitazione. Leoncavallo gli affida una vocalità che domanda forza ma anche abbandono, mezzevoci, colori e una capacità di ritirare il suono dopo averlo espanso.

La Colla appare molto più convincente nel primo versante che nel secondo. Quando può liberare lo strumento, domina; quando dovrebbe dimenticare per un momento di possedere uno strumento tanto importante, tende invece a continuare a mostrarlo. In un ambiente dall’acustica generosa come il Dal Verme non sarebbe necessario proiettare ogni frase come se dovesse raggiungere le ultime gradinate dell’Arena di Verona.

Rivelatore un piccolo episodio del secondo atto. Il piccolo Eddy domanda ingenuamente a Chatterton se sia stato lui a scrivere il libro ricevuto per Natale, la Bibbia. Arriva un perentorio «No!». Il bambino insiste: «Ci son belle istorie?». E La Colla risponde con un tonante «Tante!». Nulla da eccepire sulla proiezione; molto, invece, sul carattere. In quel momento non serve l’eroe: serve l’uomo. Forse perfino un sorriso, certamente maggiore empatia verso il bambino.

Sono dettagli, ma il teatro è fatto esattamente di dettagli. E in un’opera nella quale l’azione esteriore è relativamente scarsa, diventano essenziali.

Più naturalmente sfaccettato appare Andrea Borghini come Lord Klifford: timbro baritonale piacevole, fraseggio elegante e soprattutto la capacità di caratterizzare senza caricare. Valerio Morelli è un John Clark pienamente centrato e solido vocalmente. Efficaci nelle rispettive doppie parti Lorenzo Martelli (Skirner e Lord Lingston) e Mattia Ribba (Lord Strafford e Un servo). Nel Giorgio di Robert Kolar si apprezza l’autorevolezza dell’emissione, anche se una dizione più nitida avrebbe giovato alla definizione del personaggio.

Sul versante femminile, Natasa Katai disegna una Jenny Clark corretta e partecipe, ma senza riuscire sempre a trasformare il sentimento in autentica tensione teatrale; il mezzo appare in alcuni momenti affaticato e la linea perde quella luminosità necessaria a fare di Jenny il vero contraltare emotivo del protagonista. Più immediata Giulia Mazzola, che presta a Denny una voce luminosa e ben modulata, insieme a una vivacità capace di portare aria e movimento in una vicenda inevitabilmente dominata dall’ombra.

Alla fine è soprattutto la direzione di Gies a tenere insieme le diverse anime dell’opera. Non tenta di nasconderne le ingenuità e non gonfia artificialmente ciò che nella partitura ancora non possiede la forza teatrale di Pagliacci. Fa qualcosa di più intelligente: prende Chatterton per quello che è, ascoltandone le esitazioni insieme alle intuizioni, facendo emergere il compositore che Leoncavallo sarebbe diventato senza cancellare quello che era stato.

E così Chatterton finisce per essere qualcosa di più della storia di un poeta sfortunato. È un’opera sulla giovinezza bruciata, sull’artista che cerca disperatamente il proprio posto nel mondo e sul prezzo della fedeltà assoluta alla propria sensibilità. A quasi centocinquant’anni dalla sua nascita continua a porre una domanda tutt’altro che archeologica: che cosa succede quando una società non sa riconoscere, ascoltare e accogliere chi vede il mondo diversamente dagli altri?

Per un’opera prima rimasta per vent’anni in un cassetto, non è davvero poco.

(1) Atto primo. In una casa nei pressi di Londra, alla vigilia di Natale del 1770, il giovane poeta Thomas Chatterton vive in affitto presso il possidente John Clark. Dopo la morte del padre è rimasto senza mezzi ma nasconde la propria miseria e continua a scrivere. Jenny, moglie di John, gli dimostra una premura che non osa riconoscere come amore. Una sosta di Lord Klifford e dei suoi compagni di caccia rompe il suo isolamento. Klifford, che lo conosce dai tempi di Oxford, ne rivela l’identità e importuna Jenny con le proprie galanterie. Chatterton interviene in sua difesa, ma il nobile insinua che fra i due esista una relazione. Ferita dall’allusione, Jenny chiede al poeta di lasciare la casa. Quando scopre che Chatterton è povero e che aveva taciuto per vergogna, si pente delle proprie parole; lui però promette di partire l’indomani.
Atto secondo. Dopo una notte trascorsa a scrivere nella sua stanza gelida, Chatterton è esausto, affamato e assillato dai debiti. La visita del piccolo Eddy, fratello di Jenny, gli offre un breve conforto. Il dono natalizio che ha preparato per lui è una Bibbia; ascoltando il bambino leggerne la storia di Agar e Ismaele abbandonati nel deserto, il poeta scoppia in lacrime. Jenny confida allo zio Giorgio quanta ammirazione e pietà provi per Chatterton. Giorgio comprende che quel sentimento è diventato amore e ne avverte il pericolo. Intanto l’usuraio Skirner pretende il pagamento del debito e costringe il poeta a firmare una garanzia umiliante. Chatterton è sul punto di uccidersi con l’oppio, ma Giorgio lo ferma rivelandogli il segreto di Jenny: la sua morte distruggerebbe anche lei. Gli impone perciò di vivere e di tacere.
Atto terzo. Klifford torna con una risposta alla richiesta d’aiuto che Chatterton aveva rivolto al Lord Maire. Sollecitato da Giorgio e dallo sguardo di Jenny, il poeta accetta il plico e si prepara a partire per Londra. Rimasto solo, lo apre: trova un articolo anonimo che gli nega la paternità delle proprie opere e un’offerta d’impiego come primo cameriere. Interpreta quella proposta come un’ultima offesa alla sua dignità e al suo lavoro. Beve l’oppio e getta i manoscritti nel fuoco. Jenny lo sorprende e, nel tentativo di salvarlo, gli confessa il proprio amore. Chatterton le rivela di amarla a sua volta ma il veleno ha già cominciato ad agire. In preda al delirio si ritira nella sua stanza, dove muore. Jenny ne vede il corpo e crolla ai piedi della scala.

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Nabucodonosor

foto © Roberto Ricci – Festival Verdi

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Giuseppe Verdi, Nabucodonosor

Parma, Teatro Regio, 30 settembre 2026

(prova generale)

Nabucodonosor a Parma: Pizzi sottrae, Lanzillotta accende Verdi

Pier Luigi Pizzi torna a Nabucco scegliendo il minimalismo di una scena essenziale, quasi astratta. Ma è dalla buca che arriva la forza dello spettacolo: Francesco Lanzillotta firma una direzione trascinante, tesa e lucidissima, capace di rivelare la sorprendente sapienza teatrale del giovane Verdi. Eccellenti risultano Fridman, Ganbaatar e l’inossidabile Pertusi.

A novantasei anni Pier Luigi Pizzi torna a confrontarsi con un titolo che accompagna quasi mezzo secolo della sua storia teatrale. E non è un dettaglio biografico: vedere oggi il suo Nabucco significa inevitabilmente misurarlo con una lunga sedimentazione di immagini, idee e memorie che attraversano alcune stagioni decisive del teatro musicale italiano.

Il primo incontro risale al 1977, al Maggio Musicale Fiorentino, quando Riccardo Muti dirigeva il Nabucco con la regia di Luca Ronconi e le scene di Pizzi. Era uno spettacolo destinato a entrare nella storia: grandi muri grigi, enormi quadri di soggetto storico ottocentesco, una monumentalità severa e concettuale. Ronconi spostava deliberatamente il racconto biblico nell’immaginario del Risorgimento, fino a fare di Nabucco una sorta di Vittorio Emanuele II. E poi c’era quell’immagine divenuta celebre: il «Va’, pensiero» immerso in un campo di grano, folgorante intuizione teatrale che appartiene ormai alla memoria iconografica dell’opera. Era già molto “Pizzi” – pittura, monumentalità, storia, pochi elementi di enorme forza visiva – ma era ancora un Pizzi al servizio della visione registica di Ronconi.

Un proprio Nabucco Pizzi lo avrebbe realizzato quasi trent’anni dopo per la Rete Lirica delle Marche, assumendo su di sé regia, scene, costumi e luci e scegliendo, questa volta, un grande spazio bianco, astratto e metafisico in cui si stagliavano due soli grandi elementi: la Menorah e il trono.

Per la XXVI edizione del Festival Verdi intitolato “Mondi lontani” al Teatro Regio di Parma Pizzi presenta il suo nuovo Nabucco, anzi Nabucodonosor, recuperando il titolo originario della terza opera di Verdi, quella con cui, dopo i primi tentativi e la crisi seguita a Un giorno di regno, nasce davvero il compositore che conosciamo. Non siamo ancora, naturalmente, al Verdi di Rigoletto, La traviata, Simon Boccanegra o Don Carlo: Nabucodonosor appartiene al primo Verdi: diretto, impetuoso, monumentale, talvolta persino brutale nella sua energia. Eppure contiene già in embrione alcuni elementi destinati a diventare centrali nel suo teatro.

Il primo è il coro. Il popolo ebraico non costituisce un semplice fondale umano: è un autentico personaggio collettivo, capace di agire, soffrire, pregare e ricordare. Il secondo è il rapporto fra potere e individuo. Nabucco conquista, domina, si proclama dio, perde la ragione, viene spodestato, soffre come padre e infine cambia. È già presente quell’interesse verdiano per l’uomo di potere che viene incrinato, e talvolta distrutto, dalla propria dimensione privata: un tema che tornerà, con ben altra complessità psicologica, in Macbeth, Simon Boccanegra e Don Carlo.

Nabucco, inoltre, offre al regista qualcosa che un’opera come La traviata non concede nello stesso modo: la monumentalità. Gerusalemme e Babilonia, due popoli contrapposti, religione e idolatria, deportazione e guerra, il tempio e il trono, masse corali, distruzione e liberazione. Il suo teatro sembra chiedere una successione di grandi quadri. In questa nuova messinscena Pizzi sceglie invece la sottrazione estrema. Insieme a Massimo Pizzi Gasparon Contarini, collaboratore alla scenografia e autore anche del disegno luci, recupera due soli elementi simbolici – la Menorah e il trono – all’interno di uno spazio rigorosamente minimalista: una grande scatola nera in primo piano, una seconda più piccola sul fondo e l’immancabile scalinata per dare profondità. Due pannelli scorrevoli possono chiudere la scena di fondo, restringendola e trasformandola in un ambiente più intimo per il confronto fra Abigaille e il padre.

Nient’altro. Il decano dei registi italiani procede per sottrazione, rinunciando persino alle proiezioni video presenti in alcuni suoi recenti spettacoli e affidandosi esclusivamente alle luci, alle geometrie e ai costumi. La palette cromatica è ridotta all’essenziale: bianco e nero per gli Ebrei, nero e rosso per gli Assiri, con due soli dettagli viola, i guanti di Abigaille e la veste del Nabucco prigioniero.

Dai varchi laterali entra il coro, mentre ai personaggi reali è riservata prevalentemente la scalinata. I movimenti scenici non brillano per originalità e appare piuttosto rinunciatario il momento del fulmine che strappa la corona a Nabucco, risolto senza particolare forza teatrale. Ancora più evidente è il confronto con la memoria del 1977 nel «Va’, pensiero»: nessun campo di grano, nessuna immagine destinata a imprimersi nella retina dello spettatore. Tutto viene affidato alla musica e alla qualità del Coro del Teatro Regio diretto da Martino Faggiani. Anche la direzione degli attori tende a lasciare ampio spazio alla naturale disinvoltura scenica degli interpreti, quando questa c’è.

E certamente c’è in Lidia Fridman. Figura da modella, presenza scenica magnetica e voce di dimensioni ragguardevoli, il soprano russo-italiano affronta senza timori una delle parti più impervie dell’intero repertorio verdiano. Abigaille richiede praticamente tutto: potenza, estensione, agilità, incisività nel registro grave, sicurezza in acuto e, soprattutto, la capacità di non trasformare una scrittura vocalmente estrema in una pura dimostrazione muscolare.

Fridman riesce invece a costruire un personaggio a tutto tondo. La schiava che scopre la propria origine, la donna divorata dall’ambizione, l’innamorata respinta, la figlia assetata di vendetta e infine la creatura sconfitta che nel finale trova la dimensione del pentimento convivono all’interno di una vocalità generosa e di forte temperamento. La proiezione è notevole, gli acuti sicuri, i centri corposi e il registro grave possiede quella consistenza indispensabile perché Abigaille non perda autorità. Ma ciò che maggiormente convince è la capacità di mettere questa imponenza vocale al servizio dell’espressione. Con questa prova Fridman conferma una particolare affinità con il Verdi drammatico, repertorio nel quale potenza sonora e temperamento devono necessariamente accompagnarsi a una forte personalità interpretativa.

Non meno impressionante è il Nabucco di Ariunbaatar Ganbaatar, ennesima conferma della straordinaria scuola vocale mongola. A trentasette anni il baritono dispone di uno strumento di rara bellezza: timbro sontuoso, emissione salda, fraseggio scolpito e una dizione italiana sorprendentemente nitida. L’ingresso del sovrano possiede l’autorità sonora richiesta e nel conclusivo «O prodi miei, seguitemi» la voce si espande con una facilità che impressiona.

Proprio tanta ricchezza di mezzi suggerirebbe però, nei momenti più introspettivi, un uso più sorvegliato delle dinamiche. Nella preghiera «Dio di Giuda!», che apre la parte quarta, il personaggio non è più il monarca che deve imporsi sulle masse: è un uomo sconfitto, un padre che vede la figlia condotta alla morte. Qui una maggiore ricerca del piano e della mezza voce, un fraseggio più raccolto e meno costantemente sostenuto dalla potenza, renderebbero ancora più evidente la metamorfosi di Nabucco. Ganbaatar possiede certamente i mezzi per farlo: proprio per questo sarebbe interessante ascoltarlo spingere più a fondo nella vulnerabilità del personaggio.

Fenomeno quasi inspiegabile per continuità e longevità vocale resta invece Michele Pertusi, gloria locale, il cui Zaccaria sembra sottrarsi al tempo. La voce conserva autorevolezza e freschezza, ma sarebbe riduttivo fermarsi alla tenuta dello strumento: ciò che continua a distinguere Pertusi è la qualità del canto. Ogni frase nasce da una conoscenza profonda della parola, del respiro e dello stile. Gli accenti non sono mai casuali, il legato possiede nobiltà, l’autorità del personaggio non viene cercata attraverso il volume ma attraverso il peso della parola. Zaccaria non è certamente una delle figure psicologicamente più complesse create da Verdi, eppure Pertusi riesce a conferirgli uno spessore che va ben oltre quanto suggerito dalla drammaturgia. È uno di quei casi nei quali l’interprete finisce per ingrandire il personaggio.

Più difficile valutare compiutamente l’Ismaele di Andrés Moreno García, anche perché si tratta della prova generale e appare prudente sospendere un giudizio definitivo. Resta comunque l’impressione favorevole di un timbro di autentica bellezza. Meno convincente, almeno in questa occasione, la Fenena di Laura Verrecchia: la voce, scura e tendente al metallico, manca di quella freschezza che potrebbe creare un contrasto più netto con Abigaille. La buona proiezione garantisce comunque presenza e consistenza al personaggio.

Completano efficacemente il cast il Gran Sacerdote di Belo di Adriano Gramigni, l’Abdallo di Simone Fenotti e l’Anna di Maria Cristina Bellantuono. Ma è dalla buca che arriva la chiave più interessante della serata. Alla testa dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, Francesco Lanzillotta affronta Nabucodonosor senza alcun complesso di inferiorità nei confronti del Verdi maturo. Non cerca di nobilitare artificialmente una partitura giovanile: ne prende sul serio l’energia, l’irregolarità, la violenza e soprattutto la sorprendente invenzione teatrale.

Già dopo la Sinfonia, nella grande pagina corale iniziale, emerge con chiarezza quanto il giovane Verdi sapesse pensare teatralmente attraverso l’orchestra. Lanzillotta imprime alla partitura una tensione continua, tempi sostenuti senza diventare precipitosi, forti contrasti dinamici e soprattutto un senso molto netto dell’architettura. Sotto la sua bacchetta la celebre energia ritmica del primo Verdi non si riduce a fragore: acquista direzione, peso drammatico, necessità.

Ed è forse questo il risultato più significativo della sua lettura. Nabucodonosor smette di apparire semplicemente come il lavoro acerbo che precede i grandi capolavori e rivela invece, con tutte le sue asperità, la presenza già inequivocabile di un uomo di teatro fuori dal comune. Le masse corali, gli slanci melodici, le brusche accensioni orchestrali, il rapporto fra canto e azione mostrano un compositore che deve ancora raffinare i propri strumenti, ma che possiede già un istinto teatrale formidabile. Lanzillotta lo racconta con slancio, lucidità e una convinzione contagiosa. Ed è proprio ascoltando questo Nabucodonosor che ci si ricorda come il giovane Peppino, dietro una scrittura ancora ruvida e monumentale, avesse già cominciato a diventare Giuseppe Verdi.

⸪

TEATRO NICCOLÒ PICCINNI

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Teatro Niccolò Piccinni

Bari (1854)

775 posti

La storia del Teatro Niccolò Piccinni di Bari prende avvio nella prima metà dell’Ottocento, quando la città sente la necessità di dotarsi di un nuovo grande teatro pubblico. Il progetto viene affidato all’architetto napoletano Antonio Niccolini, già protagonista della trasformazione del Teatro di San Carlo di Napoli e figura centrale dell’architettura teatrale italiana dell’epoca.

I lavori iniziano nel 1840, dopo alcune modifiche e ridimensionamenti rispetto al progetto originario. La costruzione procede con diverse interruzioni e il teatro viene finalmente inaugurato il 30 maggio 1854 con il Poliuto di Gaetano Donizetti. L’anno successivo viene intitolato al compositore barese Niccolò Piccinni.

L’edificio presenta un’imponente facciata neoclassica, caratterizzata dal grande pronao e da un linguaggio architettonico monumentale ma equilibrato. L’impianto rispecchia la concezione del teatro all’italiana ottocentesco, nella quale gli spazi di rappresentanza, la sala e il palcoscenico costituiscono un insieme fortemente unitario.

La sala teatrale è a ferro di cavallo, soluzione particolarmente studiata da Niccolini per favorire la visibilità e la propagazione del suono. Si sviluppa verticalmente attraverso quattro ordini di palchi e il loggione. Al centro del terzo ordine si apre il grande Palco Reale, sottolineato da un ricco apparato decorativo.

L’interno è caratterizzato da stucchi dorati, elementi in cartapesta, decorazioni laccate e velluti, con evidenti richiami alla tradizione decorativa del Teatro di San Carlo di Napoli. Di particolare rilievo è il grande velario della volta, raffigurante Il trionfo di Apollo e delle Muse.

Dopo una lunga chiusura, il teatro è stato sottoposto a un importante intervento di restauro e adeguamento, conclusosi nel 2019. Il 5 dicembre dello stesso anno il Piccinni è stato restituito alla città. Oggi il Teatro Piccinni rappresenta uno dei principali luoghi culturali di Bari e, oltre ad essere il teatro più antico della città ancora esistente, conserva uno degli esempi più significativi dell’architettura teatrale neoclassica dell’Italia meridionale.

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Alzira

foto © Roberto Ricci – Festival Verdi

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Giuseppe Verdi, Alzira

Parma, Teatro Regio, 1 ottobre 2026

★★★☆☆

Alzira: bagliori verdiani in un’opera irrisolta

L’ottava opera di Verdi rivela un compositore ancora in formazione, ricco di energia ma frenato da un libretto fragile e da una drammaturgia convenzionale. Al Festival Verdi, Manuel Renga propone una lettura talvolta sovraccarica di simboli, mentre James Conlon privilegia l’impeto sulla cantabilità. Non del tutto omogeneo il cast, con Antonio Poli in evidenza. Una proposta interessante, che conferma intuizioni e limiti di un’opera irrisolta.

Alzira appartiene agli “anni di galera” di Giuseppe Verdi e, più che un capolavoro dimenticato, resta uno dei titoli nei quali sono particolarmente evidenti le difficoltà e le contraddizioni del compositore ancora alla ricerca di una piena maturità teatrale. Presentata al San Carlo di Napoli nel 1845, su libretto di Salvatore Cammarano tratto dall’Alzire, ou Les Américains di Voltaire del 1736, si colloca tra Giovanna d’Arco e Attila, quando Verdi ha già alle spalle Nabucco ed Ernani ma non ha ancora compiuto quel salto drammaturgico che, appena due anni dopo, porterà a Macbeth.

Il problema di Alzira è innanzitutto teatrale. La vicenda offre temi potenzialmente formidabili – conquista e oppressione, scontro fra civiltà, potere politico, libertà, amore e vendetta – ma Cammarano li riduce sostanzialmente al consueto triangolo fra soprano, tenore e baritono. Della riflessione filosofica di Voltaire rimane ben poco e anche il conflitto fra conquistatori spagnoli e popolazioni indigene resta appena abbozzato.

 

La brevità dell’opera, circa un’ora e mezza, anziché favorire la concentrazione drammatica finisce per rendere ancora più bruschi gli snodi narrativi. Personaggi e situazioni si succedono senza avere il tempo di acquisire autentico spessore. Il caso più evidente è Gusmano: oppressore, rivale e uomo di potere per quasi tutta l’opera, arriva in punto di morte a un ravvedimento tanto repentino da risultare difficilmente credibile.

Anche musicalmente Alzira mostra più promesse che risultati. Si riconoscono l’energia ritmica, l’impeto delle cabalette, il vigore delle masse corali e alcuni procedimenti che diventeranno pienamente verdiani; ma troppo spesso la forma prevale sul dramma. Recitativo, aria e cabaletta si susseguono secondo schemi convenzionali, i numeri rimangono relativamente isolati e l’orchestra accompagna più di quanto non scavi nei personaggi. Persino al coro, così importante nel primo Verdi, vengono affidate pagine energiche ma non memorabili. Non è difficile capire perché il titolo sia rapidamente uscito dal repertorio.

Proprio per questo riportare oggi Alzira in scena costituisce una sfida interessante: una regia contemporanea dovrebbe riuscire a dare profondità a ciò che il libretto lascia in superficie, senza sovraccaricare una drammaturgia già fragile.

Manuel Renga sceglie di concentrare la propria lettura sulla conquista coloniale, sulla depredazione delle risorse e sull’opposizione fra una civiltà legata alla natura e un potere spagnolo che trasforma religione e ricchezza in strumenti di dominio. L’idea è chiara e scenicamente leggibile: Aurelio Colombo costruisce tre spazi distinti consistenti in un proscenio bianco, quasi un limbo; un paesaggio arido e devastato, scavato fino a diventare tomba; e una “stanza del potere” nella quale l’oro depredato, i ritratti, gli oggetti e i simboli della cristianità diventano reperti di un museo senz’anima.

È un’immagine efficace, ma la regia sembra fidarsi poco della propria intuizione iniziale e tende progressivamente ad aggiungere simboli a simboli. Le tre figure femminili che accompagnano Alzira – l’anziana come memoria degli antenati, la giovane come immagine di una vita possibile, la bambina come futuro negato – sono concettualmente spiegabili, ma non altrettanto immediatamente decifrabili dalla platea. Lo stesso vale per il grande girasole, simbolo di purezza destinato poi a trasformarsi in monumento al popolo di Alzira e infine segnato d’oro da Gusmano morente. Il rischio è che lo spettatore debba conoscere preventivamente la chiave di lettura per comprendere ciò che vede. E quando un simbolo necessita della spiegazione delle note di regia per acquistare significato, la sua efficacia teatrale inevitabilmente si indebolisce. Anche le coreografie di Paola Lattanzi, pur curate, finiscono talvolta per sovrapporre un ulteriore commento visivo alla musica senza far realmente avanzare l’azione, distraendo nei momenti in cui sarebbe invece necessario concentrare l’attenzione sui protagonisti. 

Più curiosa che realmente necessaria appare inoltre la mescolanza dei costumi fra Cinquecento, Ottocento e contemporaneità. Alzira, vestita per le nozze come una Madonna dei Dolori pronta per essere portata in processione con tanto di cuore trafitto dalle spade, traduce in immagine il suo ripetuto «Ho il core infranto», ma lo fa con un’evidenza simbolica quasi didascalica. L’allestimento possiede dunque immagini forti, ma non sempre riesce a trasformarle in una narrazione altrettanto forte.

Sul piano musicale James Conlon affronta una partitura che avrebbe bisogno proprio di ciò che le manca strutturalmente: elasticità, varietà, capacità di far respirare il canto e di creare continuità fra numeri musicali spesso schematici. La sua lettura privilegia invece soprattutto energia e impulso ritmico. La Filarmonica Arturo Toscanini risponde con professionalità, mantenendo generalmente un buon equilibrio con il palcoscenico, ma la direzione non sempre riesce a superare la meccanicità della scrittura. Il risultato è un’Alzira energica, talvolta persino fragorosa, ma raramente capace di trovare quella cantabilità che potrebbe riscattare la relativa povertà della costruzione drammatica. Il Coro del Teatro Regio preparato da Martino Faggiani è  compatto e incisivo, capace di dare consistenza a pagine che sulla carta non sono fra le più ispirate di Verdi.

Marta Torbidoni, annunciata indisposta prima del secondo atto, affronta con generosità il ruolo del titolo. La sua è una prova di temperamento e indubbia presenza, con momenti vocalmente riusciti e una buona sicurezza tecnica, ma manca quella dimensione più morbida, lirica e belcantistica che potrebbe restituire ad Alzira una fragilità e una nobiltà assenti nella scrittura del personaggio. Tenendo conto delle condizioni di salute, rimane una prova meritoria, ma non tale da risolvere completamente i problemi del ruolo.

Il tenore Antonio Poli, Zamoro, possiede slancio, presenza scenica e una vocalità capace di conservare una certa eleganza anche nella scrittura più concitata. Nei passaggi maggiormente spinti l’emissione può perdere qualcosa in smalto, ma è lui a trovare con maggiore continuità una linea espressiva convincente e a dare al personaggio una statura che il libretto gli concede solo parzialmente. Non sorprende che abbia raccolto particolari consensi dal pubblico.

Il Gusmano di Daniel Luis de Vicente ha un materiale vocale importante e un volume considerevole, ma non sempre si accompagna alla necessaria nobiltà del fraseggio. Per di più la regia accentua gli aspetti più brutali del personaggio, finisce per renderlo quasi caricaturale e rende ancora meno plausibile la conversione finale. Alessio Cacciamani è un solido Alvaro, pur con un vibrato che in alcuni momenti incide sulla nitidezza della dizione mentre corretti nei ruoli di fianco si dimostrano Federico Bonghi, Agostino Subacchi, Erica Cortese e Long Ning, tutti ex-allievi dell’Accademia Verdiana.

Alla fine rimane la sensazione che Alzira sia interessante soprattutto per ciò che annuncia, non per ciò che compiutamente realizza. Vi si intravede continuamente il Verdi futuro, ma lo si intravede appunto: raramente lo si possiede. L’allestimento ha il merito di non rifugiarsi nell’esotismo e di tentare una lettura contemporanea del conflitto, ma alla debolezza originaria dell’opera risponde con un apparato simbolico talvolta sovrabbondante; alla schematicità musicale, con una direzione anche troppo energica; alla fragilità dei personaggi, con interpretazioni vocali complessivamente dignitose ma diseguali.

Ne deriva uno spettacolo interessante più come operazione di riproposta – meritoria per un festival –  che come autentica rivelazione. Alzira rimane ciò che probabilmente è sempre stata: una tappa significativa nel cammino di Verdi, disseminata di intuizioni e anticipazioni, ma anche un’opera convenzionale e drammaturgicamente irrisolta.

⸪

Death in Venice

foto © New Reporter Favretto

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Benjamin Britten, Death in Venice

Brescia, Teatro Grande, 25 settembre 2026

★★★★☆

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L’ultimo mare di Britten

Con Death in Venice (Morte a Venezia), ultimo approdo del mare di Britten, Venezia diventa specchio del desiderio e della dissoluzione di Aschenbach, diviso fra Apollo e Dioniso. Al Teatro Grande di Brescia Daniel Smith guida una partitura sensuale e rarefatta, con Toby Spence e Dominic Sedgwick protagonisti. Rodula Gaitanou firma una regia fin troppo lineare, mentre scene, luci e riflessi restituiscono una Venezia fantasmatica e inquietante.

Com’è diverso il mare nelle opere di Benjamin Britten. Cupo e minaccioso, l’oceano di Peter Grimes è forse più protagonista dello stesso Grimes: elemento fisico e concreto, determina il lavoro, la povertà, la paura e persino la mentalità degli abitanti del Borough, fino a diventare il luogo della scomparsa del protagonista. La tragedia individuale viene infine riassorbita nell’indifferenza della natura e della comunità.

In Billy Budd non siamo più sulla costa a guardarlo: siamo dentro il mare. La HMS Indomitable è un mondo chiuso, sospeso sull’acqua, e il mare diventa isolamento. Britten rinuncia in gran parte alla spettacolare pittura marina dei Four Sea Interludes: qui l’acqua è meno visibile, ma ancora più onnipresente.

Con Death in Venice arriviamo all’estremo opposto. È il mare stagnante della laguna e della spiaggia del Lido, ma anche della luce e della distanza del desiderio: un mare sensuale. Venezia stessa è acqua, riflesso, instabilità. Nell’ultima opera di Britten non servono più le grandi masse orchestrali di Peter Grimes: la scrittura si fa rarefatta, rituale, quasi astratta. Il mare diventa il confine fra possesso e contemplazione, fra vita e morte.

Con quest’opera si inaugura – coraggiosamente – la nuova stagione del Teatro Grande di Brescia, secondo titolo del circuito OperaLombardia. Opera rappresentata qui per la prima volta nel cinquantenario della morte del compositore. Una scelta che invita il pubblico a entrare nel Novecento dalla sua porta più affascinante e meno rassicurante.

Tratto dalla novella di Thomas Mann, Der Tod in Venedig, questo di Britten è un lavoro estremo e lucidissimo, scritto quando la salute del compositore è già fragile e nel quale sembra confluire, quasi per distillazione, una vita intera di teatro musicale.

Al centro c’è Gustav von Aschenbach, scrittore celebre, disciplinato, rigoroso. Un uomo che ha costruito la propria esistenza sul controllo e sulla forma. Un giorno, in preda ad “astratti furori”, decide di partire e, come il protagonista del libro di Vittorini, va a sud. Arriva a Venezia. E Venezia, naturalmente, fa il resto. Al Lido incontra Tadzio, adolescente polacco di straordinaria bellezza. Non gli parlerà mai. Non ce n’è bisogno. Da quel momento il viaggio geografico diventa interiore e ciò che sembrava perfettamente ordinato comincia lentamente a incrinarsi.

È qui che Britten compie qualcosa di straordinario: trasforma un’ossessione quasi immobile in teatro. L’azione esteriore è minima, quella interiore vertiginosa. Aschenbach osserva, pensa, desidera, si interroga, mentre Venezia diventa progressivamente ambigua: luminosa e malata, sontuosa e putrescente, bellissima e già contaminata dal colera che le autorità cercano di nascondere. La città non è più uno sfondo, ma lo specchio del protagonista. Tutto splende mentre tutto si disfa.

La voce di Aschenbach domina l’opera attraverso un canto sospeso fra parola, pensiero e confessione. Tadzio, invece, non canta. Il suo mondo è affidato alla danza e alle percussioni: appartiene a una dimensione che Aschenbach può contemplare ma nella quale non può entrare. È una delle intuizioni teatrali più folgoranti dell’opera: l’oggetto del desiderio rimane fuori dalla parola, appartiene al gesto, al corpo, alla distanza. Più la bellezza appare perfetta, più diventa inafferrabile. Sullo sfondo affiora l’antico conflitto fra Apollo e Dioniso, fra misura e abbandono, disciplina e desiderio. Aschenbach ha trascorso la vita dalla parte di Apollo; Venezia gli rivela Dioniso. Venezia diventa miraggio, labirinto, febbre. Death in Venice è così anche un’opera sulla fine: la fine di un uomo, certamente, ma anche quella di un’idea di ordine e forse di un’intera epoca.

Britten accompagna questa progressiva perdita di controllo con una musica sensuale e rarefatta magnificamente resa dall’Orchestra dei Pomeriggi Musicali diretta da Daniel Smith, acclamato interprete del repertorio contemporaneo ma formato anche sulla cantabilità e sul teatro italiano: L’ultimo, rarefattissimo Britten ha un’orchestra molto particolare: legni, ottoni relativamente contenuti, pianoforte, arpa ma soprattutto una enorme batteria di percussioni (gong, tam-tam, vibrafono, xilofoni, glockenspiel, campane, wind machine ecc.) affidata a cinque esecutori.

Britten aveva realmente “ascoltato” Venezia. Nel 1971 vi soggiornò prendendo appunti sui suoi suoni: le campane di San Marco e i richiami dei gondolieri finirono nella partitura. Il mare di Death in Venice nasce dunque anche da suoni reali, progressivamente trasfigurati. Il rischio è evidente: accentuando il colore Venezia diventa pittoresca; spingendo l’astrazione perde sensualità. Smith trova un convincente punto di equilibrio, privilegiando il flusso e il viaggio psicologico di Aschenbach senza trasformare la complessità della partitura in un esercizio intellettuale.

Toby Spence è un interprete britteniano di lunga esperienza e il suo Aschenbach non appare come un intellettuale già estenuato e prossimo alla morte, ma come un uomo ancora energico di cui assistiamo alla progressiva perdita del controllo. Presenza scenica, statura vocale e sicurezza nell’affrontare una scrittura spesso scoperta – con monologhi a cappella o accompagnati dal solo pianoforte – giustificano il caloroso successo tributato dal pubblico.

Geniale, nell’economia dell’opera, è la decisione di Britten di affidare sette personaggi maschili allo stesso baritono. Non sono semplicemente sette piccole parti, diventano manifestazioni diverse di una medesima presenza che accompagna Aschenbach verso la dissoluzione. Prima lo chiama al viaggio, poi lo conduce attraverso Venezia, lo seduce, lo inquieta, lo trasforma e infine assume la voce di Dioniso. Dominic Sedgwick affronta magnificamente questa parte multiforme: voce dal colore scuro, presenza scenica incisiva, è un autentico baritono-attore, particolarmente adatto a un teatro nel quale parola e caratterizzazione contano quanto la pura bellezza vocale. Nella folla di comprimari da segnalare il controtenore Danilo Pastore come Apollo mentre ottima prova la fornisce il Coro OperaLombardia, preparato da Diego Maccagnola, coeso e scenicamente disinvolto.

L’allestimento è affidato alla regista greca Rodula Gaitanou, proveniente dalla musica e dichiaratamente interessata a un teatro modellato sulla partitura e sulla precisione psicologica più che su un “concetto” imposto all’opera. Ed è forse proprio qui il limite della produzione. Al coraggio della scelta di questo titolo per un teatro come quello di  Brescia non corrisponde un analogo azzardo registico: Gaitanou preferisce una lettura lineare, talvolta quasi didascalica, probabilmente anche per questo apprezzata dal pubblico.

Il suo precedente The Turn of the Screw allo Spoleto Festival USA è significativo: entrambe le opere pongono la stessa insidiosa domanda al regista: quanto di ciò che vediamo è reale e quanto appartiene alla mente del protagonista?  e come si rappresentano desiderio, ossessione e ambiguità? Nella lettura bresciana questi elementi sono forse spiegati troppo: il confronto fra Apollo e Dioniso diventa eccessivamente concreto e il teatro fisico – Gaitanou si è formata anche alla scuola di Jacques Lecoq – finisce talvolta per competere con quel teatro della parola e dell’interiorità che costituisce l’essenza di Death in Venice.

Più sottile la scenografia di Takis, autore anche dei costumi. Con le luci di Fiammetta Baldisseri, Venezia diventa un miraggio di riflessi e rispecchiamenti, la cui decadenza procede parallelamente alla disintegrazione di Aschenbach. Il pavimento nero e specchiante riflette il sobrio apparato video di Dick Straker che restituisce una Venezia allusa, fantasmatica. Mattia Agatiello firma i movimenti coreografici dei giovani sulla spiaggia e di Tadzio, interpretato da Filippo Polli, centro silenzioso ed erotico dell’opera.

Alla fine rimane il mare. Non più quello violento di Peter Grimes, né quello claustrofobico di Billy Budd, ma un’acqua immobile che riflette senza trattenere. È questa l’immagine più potente dell’ultimo Britten: Aschenbach cerca nella bellezza una forma assoluta e scopre invece che la bellezza, come Venezia, esiste proprio perché non può essere posseduta. Tutto ciò che può fare è guardarla mentre si allontana. E quando Tadzio indica l’orizzonte e Aschenbach muore sulla spiaggia, il viaggio iniziato come fuga si conclude davanti al mare: non con una risposta, ma con un’immagine. Ed è proprio in quella distanza, sospesa fra desiderio e morte, che Death in Venice continua a esercitare la sua inquietante seduzione.

⸪

TEATRO DAL VERME

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Teatro Dal Verme

Milano (1872)

1436 posti

 

Il Teatro Dal Verme nasce nella Milano della seconda metà dell’Ottocento per iniziativa del conte Francesco Dal Verme, nell’area precedentemente occupata dal Circo Ciniselli. Il progetto viene affidato all’architetto milanese Giuseppe Pestagalli e il nuovo teatro viene inaugurato il 14 settembre 1872 con Gli Ugonotti di Giacomo Meyerbeer.

L’edificio rappresentava una soluzione particolarmente originale nel panorama teatrale milanese. Pestagalli concepì infatti una struttura capace di unire il tradizionale teatro all’italiana con le caratteristiche di una grande arena destinata anche a spettacoli popolari ed equestri. La sala originaria aveva una vasta platea a ferro di cavallo, con circa 1.200 posti, circondata da due ordini di 28 palchi ciascuno e sovrastata da una grande galleria gradinata capace di circa 1.400 spettatori. Complessivamente il teatro poteva accogliere oltre 3.000 persone.

Anche la collocazione urbana era insolita: il Dal Verme nasceva come un vero e proprio padiglione teatrale isolato, circondato dal verde e concepito come luogo di spettacolo e svago. L’esterno ha conservato in larga parte il carattere dell’edificio ottocentesco, compreso il portico monumentale della facciata.

Il grande palcoscenico, dimensionato fin dall’origine per le esigenze dell’opera e del balletto, fece rapidamente del Dal Verme uno dei luoghi musicali più importanti della Milano di fine Ottocento. Qui, il 31 maggio 1884, ebbe luogo la prima assoluta di Le Villi, prima opera teatrale di Giacomo Puccini; nel 1892 vi debuttò Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, sotto la direzione del giovane Arturo Toscanini.

La storia dell’edificio cambia radicalmente durante la Seconda guerra mondiale. I bombardamenti del 1943 distruggono gran parte degli interni e la cupola originaria. Nel dopoguerra il Dal Verme viene trasformato e utilizzato per spettacoli di rivista, cinema, manifestazioni e congressi, perdendo progressivamente la configurazione della grande sala lirica ottocentesca.

Dopo un lungo periodo di trasformazioni e progetti, il complesso viene sottoposto a un importante intervento di recupero e viene nuovamente inaugurato nel 2001. La ricostruzione conserva l’involucro storico esterno ma interpreta l’interno secondo criteri contemporanei, trasformando l’antico teatro lirico in un moderno complesso destinato prevalentemente alla musica e agli eventi culturali.

Oggi il Teatro Dal Verme è di proprietà del Comune di Milano ed è sede di concerti di musica classica, spettacoli, proiezioni ed eventi culturali. È inoltre strettamente legato all’attività della Fondazione I Pomeriggi Musicali.

⸪

TEATRO CIVICO

 

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Teatro Civico

Moncalvo (1878)

350 posti

 

La storia del Teatro Civico di Moncalvo prende avvio nel 1857, quando viene presentata al Consiglio comunale la proposta per la costruzione di un teatro, considerato un luogo di grande utilità pubblica per la città. Il progetto viene inizialmente rimandato e sarà soltanto nel 1878 che prenderà concretamente forma il nuovo edificio teatrale.

Il teatro sorge nel cuore storico di Moncalvo, nei pressi dell’antico corpo di guardia del castello, in un’area profondamente legata alla storia della città. La sala viene concepita secondo il modello del teatro all’italiana: uno spazio raccolto, dalla pianta a ferro di cavallo, pensato per creare una relazione particolarmente intima tra scena e pubblico.

Sulla facciata trovano posto i busti di due illustri figure legate a Moncalvo: Guglielmo Caccia, celebre pittore conosciuto come “il Moncalvo”, e Gabriele Capello, raffinato ebanista attivo alla corte di Carlo Alberto.

Piccolo nelle dimensioni ma fortemente rappresentativo della tradizione teatrale piemontese, il Teatro Civico di Moncalvo è oggi riconosciuto dal Comune come uno dei teatri storici del Piemonte. La sua forza risiede nella scala raccolta, nell’impianto ottocentesco e nel rapporto diretto tra architettura, palcoscenico e spettatore.

Nel 1922 il teatro passa nelle mani del Comune. Dopo successivi interventi e un importante restauro concluso nel 1983, torna ad accogliere spettacoli, incontri ed eventi culturali.

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