Autore: Renato Verga

I Lituani

Amilcare Ponchielli, I Lituani

Vilnius, Lietuvos nacionalinis teatras, 31 gennaio 2026

★★★☆☆

(video streaming)

Vilnius riscopre Ponchielli: I Lituani come simbolo nazionale

I Lituani nel 1874 segnarono il primo grande successo di Ponchielli. Opera patriottica e monumentale, influenzata da Verdi, fu apprezzata per cori e orchestrazione, ma criticata per la complessità drammatica. Oggi rivive a Vilnius in un allestimento monumentale percepito come una celebrazione epica dell’identità lituana e della libertà nazionale.

Quando l’opera I Lituani debuttò al Teatro alla Scala il 7 marzo 1874, l’accoglienza fu nel complesso molto favorevole e rappresentò il primo vero grande successo milanese di Amilcare Ponchielli. L’opera arrivava dopo anni difficili per Ponchielli, che fino ad allora era considerato un autore promettente ma non ancora consacrato. La commissione della Scala, sostenuta da Casa Ricordi, fu decisiva per la sua carriera.

Prologo. XIV secolo, Lituania. Dai merli di un castello, Albano, un vecchio bardo, lamenta che il suo paese sta per essere distrutto dai Teutoni. Aldona, una principessa lituana, si interroga sulla sorte di suo fratello Arnoldo e di Walter, suo marito, e invita tutti a pregare. Arnoldo e Walter tornano e annunciano un atroce tradimento da parte di Vitoldo, uno dei loro capi, che ha portato alla sconfitta dell’esercito lituano. Walter racconta a sua moglie di voler usare la sua educazione tedesca per sconfiggere i Cavalieri Teutonici e le giura amore eterno prima di partire per vendicare i lituani.
Atto I. Dieci anni dopo, nella piazza della cattedrale di Marienburg, i Cavalieri Teutonici festeggiano il nuovo Gran Maestro dell’Ordine Teutonico, Corrado Wallenrod, che in realtà è Walter. Vitoldo è furioso, perché ritiene che il Gran Maestro dovrebbe essere lui. Dieci prigionieri lituani in catene vengono condotti sul luogo del sacrificio in onore di Corrado durante i festeggiamenti; Arnoldo è uno di loro. Corrado li libera inaspettatamente e, in seguito, Arnoldo si rende conto che Corrado è in realtà Walter. Arnoldo incontra sua sorella, Aldona, che è venuta a Marienburg dopo essere entrata in convento, nella speranza di trovare Walter. Albano, Arnoldo e Aldona partono alla ricerca di Walter nel castello.
Atto II. In una grande sala del castello dove si tiene la celebrazione, Corrado invita tutti a ballare e a cantare. Arnoldo e Aldona, travestiti da menestrelli, cantano una canzone sul triste destino della Lituania, che ne predice anche l’imminente liberazione. I Cavalieri Teutonici si oppongono e Corrado si scaglia contro Arnoldo, mentre Aldona cerca di separarli. Corrado ordina ai cavalieri di rinfoderare le spade e Albano cerca di convincere Corrado a non rivelare la sua vera identità. Vitoldo riconosce Aldona, ma Corrado ordina che il giudizio contro Aldona e Arnoldo sia aggiornato affinché la festa possa continuare.
Atto III. Aldona emerge dalle rovine di un chiostro, nei pressi del luogo in cui è in corso una battaglia tra i lituani e i Cavalieri Teutonici. Incontra Walter e nutre speranze di un futuro felice all’insegna dell’amore, ma Walter è stato tradito per aver causato la sconfitta dei Cavalieri Teutonici per mano dei lituani. Più tardi, tornati al castello, Albano comunica a Walter che un tribunale segreto lo ha condannato a morte. Piuttosto che cadere nelle mani del nemico, Walter beve del veleno ed esalta la vittoria dei lituani, chiedendo ad Albano di portare ad Aldona il suo ultimo saluto. Aldona arriva e Walter muore tra le sue braccia. I Willi, spiriti divini della Lituania, giungono per accogliere l’anima del glorioso guerriero.

La prima fu diretta da Franco Faccio e furono notati la grandiosità “alla francese” dell’opera, l’influenza di Giuseppe Verdi, in particolare di Aida, e la ricchezza corale e orchestrale. Molto apprezzato fu il tono patriottico: gli spettatori milanesi lessero nella lotta dei lituani contro i Cavalieri Teutonici un parallelo con le aspirazioni nazionali italiane dell’epoca. 

Tuttavia il successo non fu completamente trionfale né stabile. Diverse critiche evidenziarono la complessità del libretto di Antonio Ghislanzoni, una certa pesantezza drammatica e la scrittura musicale giudicata da alcuni «troppo densa» e difficile. Proprio per questo Ponchielli rimise mano all’opera quasi subito e nel 1875 presentò alla Scala una seconda versione ampliata e rivista, con nuove scene, danze e modifiche importanti soprattutto nel finale e nelle arie principali. Per qualche anno I Lituani continuò comunque a circolare con buon successo anche fuori Milano, e fu ripreso persino da Arturo Toscanini alla Scala nel 1903. Poi però l’opera scomparve gradualmente dal repertorio, oscurata dal successo enorme di La Gioconda. 

Ora I Lituani di Amilcare Ponchielli vengono allestiti al Lietuvos nacionalinis operos ir baleto teatras di Vilnius. Un evento culturale e simbolico, più che una semplice ripresa operistica. La produzione è stata presentata come una sorta di “opera della libertà”, legata ai temi dell’identità nazionale lituana, della resistenza e del patriottismo e la direttrice del teatro, Laima Vilimienė, ha sottolineato il valore contemporaneo dell’opera, collegandolo anche al contesto geopolitico europeo e alla guerra in Ucraina. Anche OperaVision, che ha diffuso lo spettacolo in streaming, ha insistito sul valore identitario dell’opera, osservando che «nessun’altra nazione può vantare un’opera che porta il proprio nome». 

Anche la messa in scena di Hugo de Ana – regista, scenografo e costumista  – nella sua monumentalità e simbologia è stata percepita come una celebrazione epica dell’identità lituana e della libertà nazionale. Visivamente non hanno apportato molto di più il video design di Sergio Metalli e le coreografie di Michele Cosentino.

Per la produzione registrata al Lithuanian National Opera and Ballet Theatre, la direzione musicale è stata affidata a Modestas Pitrėnas. Eccellente il suo lavoro orchestrale che ha bilanciato la predominanza della melodia con un sofisticato interesse per il colore orchestrale, mettendo in luce il carattere italiano della partitura senza sacrificare la ricchezza timbrica. 

Il tenore Kristian Benedikt, interprete di Corrado/Walter, si  è rivelato vocalmente imponente e adatto alla scrittura spinto-eroica di Ponchielli, anche se si è notata qualche durezza negli acuti e un suono talvolta troppo vibrato. Meglio il soprano Jūratė Švedaitė-Waller, Aldona, interprete dal colore scuro e drammatico della voce, particolarmente efficace nelle grandi linee melodiche malinconiche dell’opera. Musicalmente omogenei gli altri interpreti, anche se senza personalità particolarmente dominanti. 

La produzione di Vilnius non ha utilizzato semplicemente la versione originale del 1874, ma una forma sostanzialmente basata sulla revisione del 1875, ulteriormente ricostruita e ampliata attraverso il lavoro sui manoscritti e sulle fonti storiche. Gianluca Marcianò e il team musicologico hanno reintegrato pagine tagliate e materiali provenienti dalle diverse redazioni dell’opera, lavorando sui manoscritti conservati e sulle edizioni Ricordi. La produzione è stata presentata come la versione “più completa e autentica” oggi disponibile.

Lo spettacolo è stato interpretato come un importante progetto di cooperazione culturale italo-lituana. Tanto che nel 2026 l’Istituto Italiano di Cultura di Vilnius ha inaugurato una “Sala Ponchielli”, celebrando proprio il legame creato attorno a I Lituani.

L’uomo femmina

foto © Mirco Magliocca – Opéra de Dijon

Baldassare Galuppi, L’uomo femmina 

Rouen, Théâtre des Arts, 19 dicembre 2025

(video streaming)

Donne guerriere e uomini civettuoli: il mondo alla rovescia di Baldassare Galuppi

L’uomo femmina di Baldassare Galuppi è una brillante opera buffa del 1762 costruita sul ribaltamento dei ruoli tra uomini e donne. Nella produzione de l’Opéra de Dijon, la direzione vivace di Vincent Dumestre e il cast, guidato da Anas Séguin ed Eva Zaïcik, valorizzano una partitura ironica, moderna e sorprendentemente attuale, elemento non del tutto sfruttato però dalla regia di Agnès Jaoui.

Il Théâtre des Arts di Rouen riporta in scena una delle riscoperte più singolari e stimolanti del teatro musicale settecentesco: L’uomo femmina di Baldassare Galuppi, dramma giocoso su libretto di Pietro Chiari rappresentato per la prima volta a Venezia nel 1762 al Teatro San Moisè e poi scomparso dal repertorio per oltre due secoli. La nuova produzione firmata da Agnès Jaoui, con la direzione musicale di Vincent Dumestre alla guida del Poème Harmonique, non si limita a recuperare una curiosità musicologica, ma restituisce al pubblico un’opera sorprendentemente moderna, capace ancora oggi di interrogare con ironia e leggerezza il rapporto tra genere, potere e convenzioni sociali.

La vicenda prende avvio da un naufragio: Roberto e il suo servo Giannino approdano su un’isola governata dalle donne, dove gli uomini vivono in posizione subordinata e assumono atteggiamenti tradizionalmente associati all’universo femminile. Fin dall’apertura si comprende il tono dell’opera. In scena compare infatti Gelsomino, favorito della principessa guerriera Cretidea, preda di una crisi isterica perché insoddisfatto della propria acconciatura. Finti svenimenti, palpitazioni, lamenti teatrali: tutto nel personaggio è eccesso, vanità, artificio. L’effetto comico è immediato, ma dietro la caricatura Galuppi e Chiari costruiscono un sofisticato gioco di specchi che ribalta continuamente i codici sociali e teatrali. 

L’opera procede infatti come una commedia degli equivoci e del rovesciamento. Le donne governano, combattono e comandano; gli uomini si adornano, obbediscono e seducono. Ma il dispositivo non serve semplicemente a provocare il riso: il libretto usa il travestimento sociale per mettere in discussione la natura stessa dei ruoli di genere. Dietro la leggerezza della farsa si nasconde una riflessione politica sorprendentemente moderna, perché mostra quanto le gerarchie tra uomini e donne siano costruzioni culturali prima ancora che naturali.

Atto I. L’azione si svolge su un’isola immaginaria governata dalla regina Cretidea, dove domina un sistema completamente matriarcale. Le donne esercitano il potere politico e militare, mentre gli uomini vivono in una condizione quasi decorativa, dediti alla bellezza, alla moda e alla seduzione. Due stranieri, Roberto e il suo servo Giannino, naufragano sull’isola dopo una tempesta. Vengono trovati da Cassandra e Ramira, guerriere della corte, che rimangono immediatamente colpite dalla loro presenza. Roberto appare virile e razionale secondo i criteri del mondo “normale”, ma proprio per questo suscita stupore e attrazione nelle donne dell’isola. Giannino, invece, osserva con comicissimo sgomento quella società capovolta: uomini truccati e vezzosi, donne armate e autoritarie. Una delle figure più bizzarre è Gelsomino, il perfetto “uomo-femmina”: elegante, narcisista, fragile, ossessionato dal proprio aspetto e incline agli svenimenti teatrali. Quando Roberto viene presentato alla regina Cretidea, questa ne resta affascinata. La sua presenza inizia a destabilizzare l’ordine dell’isola: alcune donne cominciano a mettere in dubbio il sistema vigente, mentre gli uomini temono di perdere il proprio ruolo privilegiato di “favoriti” e oggetti del desiderio. L’atto si chiude con un grande ensemble in cui desideri amorosi, gelosie e timori politici si intrecciano in modo sempre più caotico.
Atto II. Il secondo atto approfondisce il conflitto tra attrazione sentimentale e ordine sociale. Cretidea si innamora apertamente di Roberto e vorrebbe tenerlo accanto a sé. Cassandra e Ramira, anch’esse attratte dai naufraghi, entrano in rivalità reciproca. Roberto, pur cercando di adattarsi, fatica a comprendere le regole dell’isola e finisce involontariamente per mettere in crisi il sistema politico locale. Nel frattempo Giannino diventa protagonista delle scene più farsesche: travestimenti, equivoci amorosi e situazioni grottesche lo coinvolgono continuamente. Gelsomino osserva con crescente inquietudine l’arrivo di un modello maschile diverso dal suo. Roberto rappresenta infatti una mascolinità “tradizionale”, più autoritaria e sicura di sé, che lentamente seduce non solo Cretidea ma anche l’intera società dell’isola. Il cuore dell’atto è dunque la progressiva erosione del matriarcato: il potere femminile comincia a incrinarsi proprio attraverso il desiderio amoroso.
Atto III. Nel terzo atto la crisi esplode apertamente. Le passioni personali travolgono l’equilibrio politico dell’isola. Roberto acquista sempre più influenza, mentre la regina Cretidea perde lucidità nel tentativo di conciliare amore e potere. Le donne si dividono tra chi vuole conservare l’ordine tradizionale e chi è ormai conquistata dal modello rappresentato dai naufraghi. Anche gli uomini dell’isola mutano atteggiamento: alcuni temono il cambiamento, altri cercano di approfittarne. Alla fine, il sistema matriarcale crolla e si ristabilisce un ordine più vicino ai modelli patriarcali consolidati del tempo. È un finale volutamente ambiguo: apparentemente “lieto”, ma percorso da ironia e satira. L’opera infatti non propone davvero una liberazione femminile moderna; piuttosto mostra come ogni forma di dominio possa diventare arbitraria e ridicola quando si irrigidisce in stereotipo.

Agnès Jaoui affronta questo materiale con intelligenza, evitando accuratamente qualsiasi lettura didascalica o moralistica. La sua regia preferisce il tono del gioco teatrale, lasciando che l’ambiguità emerga spontaneamente dalla situazione scenica e dal comportamento dei personaggi. L’idea funziona, anche se l’allestimento nel complesso appare meno inventivo di quanto ci si potrebbe aspettare da un’opera tanto bizzarra e da una squadra artistica giovane e dinamica. La scena ideata da Alban Ho Van si basa infatti quasi interamente su un porticato fisso accompagnato da una piccola vasca laterale, elementi eleganti ma sfruttati in maniera piuttosto limitata. L’impressione è quella di uno spettacolo visivamente gradevole ma statico, talvolta prevedibile nei movimenti e nelle soluzioni teatrali.

A vivacizzare lo spazio intervengono però le belle luci di Dominique Bruguière, che riescono a dare profondità e movimento anche al fondale più semplice, creando atmosfere mutevoli tra il sogno orientaleggiante e la favola settecentesca. La scena richiama infatti un Oriente immaginario e teatrale, fatto di colonne, riflessi dorati e suggestioni esotiche.

Riusciti anche i costumi di Pierre-Jean Larroque: le guerriere indossano armature severe e abiti dalle linee marziali, mentre gli uomini-femmina sfoggiano corsetti, gonne, parrucche e dettagli volutamente eccessivi. L’effetto è ironico ma mai volgare, e contribuisce in modo decisivo alla costruzione dell’universo capovolto immaginato dal libretto. Ottimo anche il lavoro di trucco e pettinature firmato da Julie Poulaine, fondamentale nel definire il carattere caricaturale di personaggi come Gelsomino e dei suoi assistenti.

Sul piano musicale lo spettacolo convince di più e dimostra tutta la qualità della scrittura di Galuppi, compositore spesso ricordato soprattutto come figura di transizione tra il tardo barocco e il nascente classicismo. L’uomo femmina conferma invece la sua grande abilità teatrale: l’opera alterna arie di brillante vivacità ritmica a pagine più liriche e sentimentali, con ensemble che già sembrano anticipare Mozart. In alcuni momenti emergono persino reminiscenze di melodie popolari, inserite con eleganza in una scrittura sempre fluida e varia.

Vincent Dumestre dirige il Poème Harmonique con energia, precisione e soprattutto senso teatrale. La sua lettura evita ogni rigidità archeologica e privilegia invece il movimento continuo della scena, sostenendo i cantanti con tempi mobili e una grande attenzione ai contrasti dinamici. Molto belle le pagine dedicate alla tempesta iniziale e quelle in cui la musica riflette il disordine sentimentale dei personaggi: Dumestre mette in luce con intelligenza i passaggi tra comicità e malinconia, tra satira e tenerezza, senza mai appesantire il discorso musicale. L’orchestra offre un’esecuzione brillante, precisa e piena di colori. Gli strumenti del Poème Harmonique restituiscono tutta la freschezza della partitura, sottolineandone tanto l’eleganza quanto la vivacità teatrale. È soprattutto grazie alla qualità musicale, oltre che all’impegno degli interpreti, che lo spettacolo conquista davvero il pubblico.

Fra i cantanti emergono le interpreti femminili. Eva Zaïcik, nel ruolo della principessa Cretidea, domina la scena con autorevolezza vocale e forte presenza teatrale. Il mezzosoprano affronta con sicurezza le agilità della scrittura e sfoggia acuti luminosi, riuscendo a rendere credibile tanto la sovrana guerriera quanto la donna improvvisamente vulnerabile di fronte all’amore per Roberto. Il personaggio acquista così una complessità inattesa, sospesa tra autorità e desiderio.

Molto efficace anche Lucile Richardot come Ramira, grazie a una presenza scenica carismatica e a una vocalità più scura e incisiva che distingue chiaramente il personaggio dalle altre figure femminili. Victoire Bunel offre invece una Cassandra più dolce e lirica, caratterizzata da una bella inquietudine emotiva. Sarà proprio la rivelazione finale della sua identità — sorella perduta di Roberto — a risolvere il conflitto sentimentale che coinvolge Cretidea.

Più diseguale la prova di Victor Sicard nel ruolo di Roberto. La voce è bella e autorevole, ma la presenza scenica appare talvolta rigida e alcuni accenti risultano troppo marcati, quasi artificialmente teatrali. Funziona meglio invece François Rougier come Giannino: il tenore affronta con disinvoltura la trasformazione del servo in perfetto uomo-femina secondo gli usi dell’isola, regalando alcuni dei momenti più divertenti dello spettacolo, soprattutto quando compare in minigonna e borsetta con ingenua naturalezza. Il Gelsomino di Anas Séguin è l’autentico motore comico della serata. Il baritono costruisce un personaggio oscillante continuamente tra caricatura e malinconia. Vocalmente Séguin sfoggia una voce sonora, ben proiettata anche se non sempre a suo agio nelle agilità.

Molto riusciti i grandi ensemble, in particolare il concertato del primo atto e il finale conclusivo. In queste pagine emerge pienamente la capacità di Galuppi di intrecciare comicità e costruzione musicale collettiva, creando un teatro vivo e dinamico.

Ma ciò che rende davvero interessante L’uomo femmina è la sua ambiguità finale. Per tutta l’opera il ribaltamento dei ruoli sembra mettere in discussione l’ordine patriarcale tradizionale; eppure il finale ristabilisce un equilibrio più convenzionale, riportando gli uomini al centro del potere. La satira dunque non si trasforma mai in manifesto ideologico. Piuttosto, mostra come ogni sistema di dominio rischi di riprodurre le stesse dinamiche oppressive, indipendentemente da chi occupi la posizione dominante.

È forse proprio questa ambivalenza a rendere l’opera così contemporanea. L’uomo femmina non propone soluzioni né tesi definitive: preferisce giocare con le convenzioni, smascherarle attraverso il riso e mostrarne l’artificialità. In questo senso il lavoro di Galuppi e Chiari appare sorprendentemente vicino alla sensibilità moderna. Tra comicità barocca, travestimenti e riflessione sociale, questo lavoro dimostra ancora una volta quanto il teatro musicale del Settecento possa parlare al presente.

Werther

Jules Massenet, Werther

★★★★★

Parigi, Opéra Bastille, 1 gennaio 2010

(live streaming)

Il trionfo della malinconia

La fortunata produzione del Werther di Benoît Jacquot presentata all’Opéra Bastille nel 2010 con la direzione musicale di Michel Plasson si rivela uno dei vertici dell’interpretazione massenetiana.

Massimo specialista della tradizione francese, Plasson fa emergere Werther non come un semplice dramma romantico lacrimevole, ma come una sottile tragedia psicologica. Grande conoscitore del rapporto fra parola, canto e orchestra nella tradizione dell’opéra lyrique, la sua interpretazioni di Massenet — insieme a quelle di Gounod e Offenbach — è un autentico modello nella  storia del repertorio francese.

Jonas Kaufmann offre un Werther di impressionante complessità psicologica. La sua interpretazione sfugge sia al puro eroismo tenorile sia all’abbandono decadente: il personaggio emerge come un uomo divorato da un’assoluta incapacità di adattarsi alla realtà. Vocalmente, Kaufmann domina il ruolo con una tavolozza ricchissima di colori scuri, mezzevoci raffinatissime e slanci appassionati sempre controllati. L’aria «Pourquoi me réveiller» non è trattata come semplice pezzo di bravura, ma come l’esplosione disperata di un’anima ormai sull’orlo dell’annientamento. La dizione francese, accurata e naturale, contribuisce a rendere il personaggio profondamente credibile.

Accanto a lui, Sophie Koch costruisce una Charlotte intensa e dolorosamente trattenuta. Il suo timbro caldo e vellutato si adatta perfettamente alla malinconia del personaggio. Koch evita ogni enfasi melodrammatica e sceglie invece la via della sottrazione: la sua Charlotte vive nel conflitto continuo tra dovere e desiderio, tra disciplina morale e passione repressa. Proprio questa misura interpretativa rende ancora più sconvolgente il progressivo cedimento emotivo del personaggio nel terzo e quarto atto.

Anche il cast di fianco si mantiene su livelli molto elevati. Ludovic Tézier offre un Albert nobile e umano, mai ridotto al semplice rivale convenzionale. Anne-Catherine Gillet tratteggia una Sophie luminosa e delicata, efficace contrappunto alla cupezza dei protagonisti. Alain Vernhes è un autorevole Bailli.

La regia di Benoît Jacquot si distingue per sobrietà e precisione cinematografica. Lontano dalle provocazioni spesso gratuite di tanto teatro contemporaneo, Jacquot costruisce uno spazio essenziale, dominato da tonalità fredde e da una geometria quasi claustrofobica. I personaggi sembrano imprigionati in ambienti che riflettono la loro incapacità di comunicare davvero. I movimenti scenici sono minimi, ma ogni gesto acquista peso drammatico. La recitazione, curata nei dettagli, privilegia sguardi, silenzi e distanze fisiche, trasformando il dramma sentimentale in una tragedia dell’incomunicabilità.

Evgenij Onegin

Pëtr Il’ič Čajkovskij, Evgenij Onegin

★★★★☆

Vienna, Staatsoper, 28 maggio 2026

(diretta streaming)

Onegin secondo Černjakov: anatomia di un fallimento sentimentale

La storica regia di Dmitrij Černjakov trasforma Evgenij Onegin in un dramma psicologico claustrofobico, dove la società sostituisce il destino e l’amore fallisce per ritardo emotivo. Straordinaria Asmik Grigorian come Tat’jana, intensa e modernissima, sostenuta dalla direzione elegante di Timur Zangiev. Una lettura radicale, priva di romanticismo consolatorio, che rivela tutta la crudeltà nascosta del capolavoro di Čajkovskij.

Evgenij Onegin di Čajkovskij appartiene a quella ristretta categoria di opere che continuano a colpire non soltanto per la bellezza della musica, ma per la lucidità quasi spietata con cui osservano il comportamento umano. Al centro della vicenda non c’è infatti un eroe romantico travolto dal destino, bensì un uomo incapace di riconoscere l’amore quando lo incontra e pronto a desiderarlo solo quando è diventato irraggiungibile. È una tragedia costruita non sull’eccezionalità degli eventi, ma sul ritardo emotivo, sull’incapacità di capire il momento giusto. Ed è proprio questa dimensione, profondamente moderna, che la celebre produzione firmata da Dmitrij Černjakov per il Bol’šoj — nata ormai vent’anni fa, quando il regista non era ancora il nome di riferimento che sarebbe poi diventato nei maggiori teatri europei — porta alle estreme conseguenze.

Černjakov non si limita a mettere in scena Onegin: lo seziona, lo ricostruisce, lo trasforma in una sorta di esperimento sociale. Scompare completamente la Russia romantica fatta di campagne, stagioni e paesaggi interiori riflessi nella natura. Non esistono più i grandi quadri lirici tradizionali né l’idea di uno spazio aperto capace di dare respiro alla musica. Tutto accade in ambienti chiusi, domestici, borghesi o aristocratici, volutamente soffocanti. La società smette di essere semplice cornice narrativa e diventa il vero motore drammatico dell’opera.

È una scelta decisiva, perché sposta l’asse della tragedia. In questa lettura non sono il destino o il fato a distruggere i personaggi: è il peso continuo dello sguardo altrui. L’opera perde così il respiro del poema romantico e assume quello di un lungo dramma da camera. La festa, in particolare, diventa il centro nascosto dell’intera costruzione teatrale: non un momento di evasione o di brillantezza mondana, ma un dispositivo di controllo sociale. I personaggi non riescono mai davvero a incontrarsi nella libertà dell’emozione. Ogni gesto, ogni confessione, ogni esitazione avviene sotto la pressione costante di una comunità che osserva, giudica, interferisce.

In questo senso, il trasferimento di tutta l’azione “all’interno” rende esplicito qualcosa che in Čajkovskij era già presente in filigrana: il dramma nasce dalla società molto più che dal destino. La crudeltà dell’opera non sta nell’inevitabilità degli eventi, ma nella loro evitabilità. Ed è qui che la regia di Černjakov diventa particolarmente inquietante.

L’esempio più evidente è probabilmente il duello tra Onegin e Lenskij. Nella tradizione teatrale questo episodio rappresenta uno dei momenti simbolicamente più forti dell’opera: una scena sospesa tra fatalismo romantico, amicizia tradita e codice d’onore. Černjakov smonta completamente questa aura. Il duello perde ogni dimensione rituale o “mitica” e diventa un incidente nato da un conflitto gestito male, da una catena di comportamenti stupidi e impulsivi che nessuno riesce a fermare. La morte di Lenskij non appare come il compimento poetico di una tragedia, ma come qualcosa di banalmente evitabile.

È un cambiamento cruciale, perché sostituisce l’idea romantica del fato con quella, molto più scomoda, della responsabilità quotidiana. Nessuno è davvero innocente. Nessuno può rifugiarsi dietro il destino. Anche alcuni dettagli apparentemente minori confermano questa volontà di rilettura: basti pensare alla scelta di affidare a Lenskij i couplets di Monsieur Triquet o a quella di far riemergere il duetto tra Tat’jana e Ol’ga nel caos generale della festa, con un solo invitato che ascolta rapito le due ragazze mentre tutto intorno continua a muoversi indifferentemente.

Parallelamente, i personaggi vengono privati della loro dimensione archetipica e ripensati come figure profondamente psicologiche. Tat’jana non è più soltanto la giovane sensibile del romanzo in versi di Puškin, ma una donna che osserva il mondo circostante, ne assorbe i codici e finisce per trasformarsi completamente. La sua evoluzione nella seconda parte dell’opera non appare come una semplice maturazione romantica, ma come il risultato di una lenta interiorizzazione delle regole sociali.

Anche Onegin cambia radicalmente. Non è più soltanto il classico dandy cinico e disilluso, ma un individuo incapace di abitare davvero qualunque contesto umano. La sua freddezza iniziale non nasce dalla sicurezza, ma dal disadattamento; il suo rifiuto di Tat’jana non è lucidità, ma incapacità emotiva. E quando finalmente comprende ciò che ha perduto, la sua disperazione non assume il carattere della redenzione tragica: appare piuttosto come il sintomo di un ritardo insanabile.

La produzione viennese riprende integralmente questa impostazione e la rafforza attraverso un lavoro attoriale di precisione quasi ossessiva. Il celebre spazio unico dominato dal grande tavolo centrale diventa una metafora estremamente chiara: la società come superficie continua di negoziazione, scontro e controllo reciproco. Non esistono veri cambi di ambiente perché non esiste alcuna possibilità di fuga. Campagna, città, ballo, salotto aristocratico: tutto sembra appartenere allo stesso universo chiuso.

Ed è inevitabile, a questo punto, il confronto con le produzioni più tradizionali, come quelle storiche del Metropolitan Opera o di molte grandi messinscene russe. In quelle letture il mondo di Onegin mantiene una struttura narrativa più esterna e riconoscibile: la campagna, il ballo, il duello, San Pietroburgo sono luoghi distinti, ognuno con una precisa funzione drammatica e visiva. L’emozione passa anche attraverso la varietà scenica, e la musica di Čajkovskij può aprirsi con maggiore naturalezza al lirismo.

Nel teatro di Černjakov, invece, questa varietà viene volutamente compressa. Il rischio potrebbe essere quello di una certa uniformità visiva o persino di una freddezza emotiva. Eppure è proprio qui che la produzione trova la sua forza più autentica. Quella che inizialmente può sembrare distanza si trasforma progressivamente in una forma di prossimità quasi insostenibile. Non esiste più la distanza estetica che consente allo spettatore di contemplare la tragedia dall’esterno. Tutto accade troppo vicino, in uno spazio emotivamente saturo dal quale sembra impossibile uscire. Contribuiscono molto a questo risultato i costumi di Maria Danilova, eleganti ma privi di ogni nostalgia decorativa, e soprattutto il magnifico lavoro sulle luci di Gleb Filshtinsky, capace di trasformare lo spazio scenico in una continua zona di pressione psicologica.

Dal punto di vista musicale, un’impostazione simile produce inevitabilmente un effetto ambivalente. L’assenza di grandi aperture sceniche concentra l’attenzione sull’orchestra e sulle voci, amplificando la dimensione interiore della partitura. Allo stesso tempo, però, il lirismo di Čajkovskij entra continuamente in attrito con la durezza del dispositivo teatrale costruito dalla regia. Ed è proprio questa frizione a rendere il progetto così interessante: la musica sembra voler offrire conforto emotivo mentre la scena ne rivela la violenza nascosta. La produzione non illustra l’opera, la interroga costantemente.

A guidare musicalmente questo equilibrio delicatissimo è Timur Zangiev, autore di una direzione chiara, elegante e sempre controllata. Il suo approccio evita ogni enfasi spettacolare e privilegia invece una lettura intima, coerente con l’idea di Čajkovskij di definire Onegin come “scene liriche” piuttosto che come grande opera teatrale. Colpisce soprattutto la capacità di sospendere il tempo nei momenti centrali del dramma e l’attenzione continua all’equilibrio tra orchestra e palcoscenico.

Il vero fulcro del successo della produzione resta però Asmik Grigorian. La sua Tat’jana è una delle interpretazioni più impressionanti della scena contemporanea, forse addirittura definitiva per intensità drammatica, qualità vocale e precisione scenica. La recitazione è costruita su dettagli minimi ma continui, mentre il controllo dinamico della voce appare assoluto. Straordinaria soprattutto la trasformazione nella seconda parte, dove la ragazza di campagna lascia spazio a una figura aristocratica completamente diversa senza che si perda mai la memoria emotiva del personaggio iniziale.

La scena della lettera rappresenta il vertice dell’intera produzione. È il momento in cui musica, psicologia e regia raggiungono una perfetta unità. La Grigorian costruisce una Tat’jana che perde progressivamente il controllo di sé stessa, trasformando la scena in un’esperienza quasi mentale. Non si assiste semplicemente alla scrittura di una lettera d’amore: si entra dentro un processo psicologico in tempo reale, in una sospensione assoluta del tempo teatrale. È il punto in cui l’intero impianto registico di Černjakov trova la sua piena giustificazione.

Più positivo che entusiastico il giudizio su Boris Pinkhasovič. La voce è solida, ben proiettata e musicalmente affidabile, ma l’interpretazione manca talvolta di carisma, soprattutto nella prima parte dell’opera, dove il personaggio avrebbe bisogno di una presenza più incisiva e magnetica.

Di fortissimo impatto emotivo è invece il Lenskij di Bogdan Volkov. La sua celebre aria rappresenta uno dei momenti culminanti della serata, grazie a un’interpretazione immediata, vulnerabile e vocalmente sicura. È probabilmente uno dei personaggi più riusciti dell’intera produzione, anche perché riesce a mantenere una spontaneità umana che nel mondo costruito da Černjakov appare quasi disarmante.

Autorevole e misuratissimo il Gremin di Dmitrij Ul’ianov, capace di dare all’“Aria della felicità coniugale” una nobiltà autentica, priva di ogni sentimentalismo eccessivo. Molto coerente, nel complesso, l’intero cast della Wiener Staatsoper, con l’ottima Elena Manistina nel ruolo di Larina, Daria Suškova come Ol’ga, Elena Zaremba nei panni della njanja Filippevna e Dan Paul Dumitrescu come Zareckij.

Alla fine, ciò che emerge da questa lettura è un Onegin radicalmente privo di consolazione romantica. Non esiste destino, non esiste fatalità poetica, non esiste nemmeno una vera redenzione. Esiste soltanto il tempo che passa e rende irreparabile ciò che avrebbe potuto essere diverso. Ed è forse proprio questa la lezione più dura, ma anche più moderna, della produzione di Černjakov: l’amore non fallisce per sfortuna. Fallisce per ritardo.

Per pochi giorni ancora la ripresa in diretta dello spettacolo è disponibile sul sito del teatro.

La pulzella d’Orléans

Pëtr Il’ič Čajkovskij, La pulzella d’Orléans

Amsterdam, het Muziektheater, 19 novembre 2025

★★★★★

(video streaming)

La Pulzella sotto processo: Černjakov rilegge Čajkovskij

La pulzella d’Orléans di Čajkovskij diretta da Dmitri Černjakov, trasforma Giovanna d’Arco in un’imputata contemporanea, vittima di un processo collettivo. Regia cupa e visionaria, lettura politica e psicologica, scene claustrofobiche e straordinaria intensità musicale trovano in Elena Stikhina una protagonista magnetica e tragica, capace di dominare vocalmente e teatralmente l’intero spettacolo.

Nel panorama operistico contemporaneo esistono registi che illustrano un’opera e altri che la rifondano. Dmitri Černjakov appartiene alla seconda categoria. La pulzella d’Orléans per il Nationale di Amsterdam non è semplicemente una nuova produzione del rarissimo capolavoro di Čajkovskij: è un processo critico intentato contro il mito di Giovanna d’Arco, contro la società che crea gli eroi per poi sacrificarli, e persino contro il teatro musicale stesso, quando questo si limita a custodire reliquie senza interrogarle.

L’opera di Čajkovskij non gode della fama di Evgenij Onegin o della Dama di picche. Da sempre considerata un’opera problematica — troppo francese per essere veramente russa, troppo russa per aderire davvero al grand-opéra francese — La pulzella d’Orléans è rimasta ai margini del repertorio. Eppure, proprio questa sua natura irrisolta sembra avere attirato Černjakov, che trasforma le debolezze drammaturgiche del libretto in materia viva di teatro. 

L’idea centrale della regia è semplice e radicale: tutta l’azione si svolge in un tribunale contemporaneo. Giovanna non è più la santa guerriera immersa nella Francia medievale, ma una donna incarcerata in una gabbia metallica, imputata in un processo pubblico che richiama tanto i tribunali politici dei regimi autoritari quanto i moderni processi mediatici. Il dispositivo scenico ideato da Černjakov è uno spazio ligneo, rotante di 90° ad ogni atto, continuamente riconfigurato, che assume di volta in volta la funzione di aula giudiziaria, chiesa, spazio mentale, camera della memoria, inferno psicologico. 

La scelta potrebbe apparire prevedibile — il teatro contemporaneo ama i tribunali… — ma qui il meccanismo funziona perché non è soltanto simbolico. Černjakov comprende che il vero centro dell’opera non è l’epica nazionale, bensì la violenza dello sguardo collettivo esercitato su una donna visionaria. Tutto ciò che accade sulla scena nasce dalla tensione tra l’individuo e la massa. Il coro, magnificamente preparato, non è mai sfondo decorativo: è giuria, folla, apparato statale, comunità isterica. Nei momenti migliori dello spettacolo sembra quasi di assistere a un’opera di Musorgskij filtrata attraverso Kafka. 

Černjakov elimina i balletti e interviene sulla struttura dell’opera con tagli e ricomposizioni che hanno fatto discutere, ma che risultano teatralmente efficaci. La drammaturgia originale di Čajkovskij procede infatti per quadri spesso statici; qui invece il flusso scenico diventa continuo, ossessivo, cinematografico. I salti temporali, le allucinazioni, le reminiscenze e i frammenti mentali di Giovanna si sovrappongono in una narrazione volutamente instabile. 

Eppure proprio questa frizione produce l’interesse dello spettacolo. Černjakov non cerca mai la “naturalezza” illustrativa. La sua regia vive di attrito. Quando la musica si espande liricamente, la scena spesso si contrae in una dimensione soffocante; quando il coro esplode monumentalmente, la protagonista appare ancora più sola. Il risultato è un continuo senso di disagio, di incompatibilità tra il mondo interiore di Giovanna e il sistema che la circonda.

In questo contesto Elena Stikhina offre una prova straordinaria. La sua Giovanna non possiede nulla della vergine guerriera tradizionale: è fragile, febbrile, allucinata, ma anche dotata di una forza magnetica irresistibile. Vocalmente il ruolo è micidiale, sospeso tra lirismo slavo e declamazione grandiosa, ma il soprano russo riesce a dominarlo con impressionante continuità. La voce conserva luminosità anche nei passaggi più drammatici, gli acuti non perdono mai il centro espressivo e il fraseggio evita ogni retorica eroica. Oltre che il canto, colpisce la qualità della presenza scenica: Stikhina costruisce una figura attraversata da tremori interiori continui, come se il corpo stesso fosse il campo di battaglia tra fede e persecuzione. 

La regia insiste molto sul tema della violenza esercitata sul corpo femminile. Giovanna viene esposta, umiliata, manipolata fisicamente dalla collettività maschile che pretende di giudicarla. In alcune scene — il controllo della verginità, il travestimento forzato, la reclusione — Černjakov sfiora volutamente l’insopportabile. Non c’è alcuna idealizzazione mistica: la santità nasce qui come residuo estremo di resistenza psicologica. 

Accanto a Stikhina, Allan Clayton disegna un Carlo VII lontanissimo dall’iconografia regale tradizionale. È un uomo debole, quasi infantile, schiacciato dal proprio ruolo politico. Il tenore inglese evita intelligentemente ogni monumentalità e canta con eleganza nervosa, facendo emergere tutta la fragilità morale del personaggio. Nadežda Pavlova, splendida Agnès Sorel, introduce invece un elemento ambiguo e seduttivo che la regia utilizza come contrappunto mondano alla purezza tormentata di Giovanna. Molto forte anche il contributo di Gábor Bretz nel ruolo del padre Thibaut: Černjakov lo trasforma in una sorta di fanatico populista contemporaneo, ossessionato dal controllo morale della figlia. È uno dei personaggi più inquietanti della produzione, perché incarna quella violenza privata e familiare che precede la violenza pubblica del processo. 

Eccellenti anche gli altri interpreti: Vladislav Sulimskij (Dunois); Andrej Žilikhovskij (Lionel); John Relyea (L’Arcivescovo); Oleksiy Palchykov (Raimond) e Patrick Guetti nelle tre parti di Bertrand, Lauret e del guerriero. Ricordiamo anche la Voce dal cielo di Eva Rae Martinez (Dutch National Opera Studio) mentre un momento di commozione particolare è quello del canto del Menestrello (qui una guardia) di Tigran Matinyan, membro del coro del teatro, una compagine che raggiunge livelli impressionanti di precisione e intensità teatrale. 

Sul piano musicale, Valentin Uryupin dirige con energia quasi febbrile. La partitura di Čajkovskij emerge in tutta la sua natura ibrida: da un lato il gigantismo del grand-opéra, dall’altro il lirismo intimo e malinconico tipicamente russo. Uryupin evita sia il puro spettacolarismo sia l’eccesso sentimentale, mantenendo una tensione costante che rende l’opera sorprendentemente compatta mentre la Nederlands Philharmonisch Orchestra risponde con sonorità dense, scure, spesso incandescenti.

Ma ciò che rende ulteriormente memorabile questo spettacolo è il finale. Tradizionalmente Giovanna muore sul rogo; Černjakov trasforma invece l’esecuzione in un atto di distruzione reciproca. Giovanna si incendia trascinando con sé l’intero tribunale, quasi volesse annientare il mondo che l’ha condannata. È un finale apocalittico, violentemente politico, che rompe definitivamente ogni residuo di agiografia. La vittima non accetta più il martirio passivamente: restituisce alla società la propria crudeltà. 

Černjakov non “attualizza” Čajkovskij nel senso banale del termine: scava nell’opera fino a farne emergere il nucleo traumatico. E quel nucleo parla chiaramente al presente: il fanatismo collettivo, la paura della diversità, la costruzione politica dell’eroe, la persecuzione dell’individuo visionario.

Questa Pulzella d’Orléans non è uno spettacolo consolatorio. Non offre bellezza decorativa né rassicurazione storica. È un’esperienza dura, talvolta persino crudele, ma proprio per questo profondamente viva. In un’epoca in cui molta regia d’opera si limita a produrre eleganti esercizi estetici, Černjakov realizza qualcosa di molto più raro: teatro necessario.

Lo spettacolo è prodotto col Metropolitan Theatre di New York ed è disponibile su ArteTv.

Lingotto Musica

foto © Mattia Gaido

Ludwig van Beethoven, Concerto per violino e orchestra in Re maggiore op. 61
Allegro ma non troppo
Larghetto
Rondò

Gustav Mahler, Sinfonia n° 5 in do diesis minore
1. Trauermarsch – Stürmisch bewegt
2. Scherzo
3. Adagietto – Rondò finale

Royal Philharmonic Orchestra,  Vasilij Petrenko direttore, Anne-Sophie Mutter violino

Torino, Auditorium Agnelli, 22 maggio 2026

Mutter incanta in Beethoven, Petrenko travolge con Mahler

 

Anne-Sophie Mutter offre un’interpretazione del Concerto in re maggiore op. 61 di Beethoven di rara intensità, caratterizzata da eleganza, controllo del suono e perfetta intesa con la Royal Philharmonic Orchestra diretta da Vasilij Petrenko. Nella seconda parte, Petrenko affronta la Quinta di Mahler con rigore architettonico, tensione drammatica e una visione moderna, nitida e inquieta.

Per l’ultimo concerto della stagione di Lingotto Musica il programma originario prevedeva, nella prima parte, il Concerto in Re maggiore op. 35 di Čajkovskij. Sarebbe stata una serata costruita attorno a due giganti del tardo Ottocento, Čajkovskij e Mahler, due compositori che, ciascuno a proprio modo, raccontano la crisi della modernità: il primo rifugiandosi nella confessione lirica e nel canto ferito; il secondo trasformando la sinfonia in un immenso teatro dell’anima.

Il cambio di programma ha però spostato improvvisamente il baricentro storico ed estetico della serata. Al posto del concerto di Čajkovskij è apparso infatti un altro concerto in Re maggiore per violino e orchestra, ma il più celebre, il più influente, forse il più enigmatico di tutti: il Concerto op. 61 di Beethoven. E qualunque eventuale rimpianto è evaporato nel giro di pochi istanti, già nei primi accordi della Royal Philharmonic Orchestra guidata dal suo direttore musicale Vasilij Petrenko, e ancor più all’ingresso del violino di Anne-Sophie Mutter.

Composto nel 1806 per Franz Clement, violinista e direttore del Theater an der Wien, il concerto beethoveniano fu accolto freddamente alla prima esecuzione. Il pubblico dell’epoca non comprese quella forma smisurata, quella scrittura così poco incline all’esibizione virtuosistica fine a sé stessa, quella concezione quasi sinfonica del rapporto fra solista e orchestra. Solo nella seconda metà dell’Ottocento l’opera sarebbe stata riconosciuta come uno dei vertici assoluti della letteratura violinistica: il “Concerto dei concerti”, secondo la celebre definizione di Joseph Joachim.

Beethoven allarga qui il genere a dimensioni nuove. L’orchestra non accompagna semplicemente il solista, ma partecipa alla costruzione del discorso musicale con peso strutturale pari al violino. Mendelssohn, Brahms, Čajkovskij: tutti, in un modo o nell’altro, nasceranno da qui. E proprio per questo l’op. 61 richiede all’interprete non soltanto perfezione tecnica, ma maturità spirituale, capacità narrativa, senso architettonico.

A differenza dei concerti virtuosistici coevi, Beethoven rinuncia quasi del tutto all’ostentazione. L’attacco stesso del primo movimento, con quei celebri colpi di timpano, annuncia una rivoluzione. È un inizio sospeso, misterioso, di ampiezza quasi cosmica. Il violino entra con discrezione, senza gesto teatrale, come se emergesse naturalmente dal respiro orchestrale.

Ed è proprio la discrezione la chiave dell’interpretazione di Anne-Sophie Mutter. Una discrezione solo apparente, però, perché sotto quella leggerezza vive un controllo assoluto del suono. La violinista riesce nel miracolo di produrre una sonorità piena, intensa, sensuale, con un archetto che sembra appena sfiorare le corde del suo Stradivari del 1710. Ogni frase nasce con naturalezza, senza enfasi, ma possiede un peso emotivo enorme.

Mutter ha con questo concerto un rapporto speciale. La registrazione del 1980 con Herbert von Karajan e i Berliner Philharmoniker è ormai entrata nella leggenda non soltanto per la qualità musicale, ma per il valore simbolico: la giovane violinista, appena ventenne, veniva consacrata dal più potente direttore europeo del tempo. Quella lettura era sontuosa, intensamente tardo-romantica, ricca di vibrato, di rubati, di colori orchestrali opulenti. Vent’anni dopo, con Kurt Masur e la New York Philharmonic, il suo Beethoven sarebbe diventato più riflessivo, più severo, quasi introspettivo.

L’interpretazione ascoltata al Lingotto sembra invece appartenere a una terza stagione artistica. Qui tutto appare ridotto all’essenziale, ma senza freddezza. E l’intesa con Petrenko è perfetta. Il direttore russo, nell’Allegro ma non troppo, sembra voler prendere sul serio soprattutto quel “non troppo”: evita ogni monumentalità e lascia respirare la musica con una calma luminosa, quasi contemplativa. La celebre melodia che si innalza sopra il pulsare del timpano — quel “battito del cuore” che nelle sue ripetizioni scandalizzò parte della critica della prima esecuzione — viene distesa con una naturalezza impressionante.

Mutter non si impone mai teatralmente sull’orchestra. Dialoga. Ascolta. Risponde. Più che a un concerto brillante assistiamo a una meditazione musicale sul rapporto fra individuo e collettività, fra libertà romantica ed equilibrio classico. Persino la cadenza, tecnicamente prodigiosa, non interrompe il discorso: il virtuosismo è completamente interiorizzato, nascosto dentro la purezza della linea musicale e la precisione millimetrica dell’articolazione.

Ancora più memorabile il Larghetto, uno dei vertici assoluti dell’interiorità beethoveniana. Qui il tempo sembra sospendersi. Il suono della Mutter si fa rarefatto, quasi immateriale, capace di sfiorare un’ineffabilità che anticipa il Beethoven ultimo dei quartetti. E quando senza soluzione di continuità emerge il tema danzante del Rondò finale, la leggerezza classica si trasforma in energia pura. Nulla però è meccanico: ogni arcata respira, ogni frase sorride, ogni accento possiede una vitalità spontanea.

Gli applausi della sala gremita sono inevitabili, così come inevitabile è apparso il bis: Likoo della compositrice iraniana Aftab Darvishi, pagina per violino solo di intensità quasi perturbante, eseguita dalla Mutter con impressionante concentrazione espressiva.

Dopo Beethoven arrivava la sfida monumentale della Quinta Sinfonia di Mahler, la prima delle grandi sinfonie esclusivamente orchestrali del compositore boemo. Un’opera smisurata, che mette a dura prova orchestra e direttore non soltanto sul piano tecnico, ma soprattutto su quello della visione interpretativa.

Ed è qui che Vasilij Petrenko ha confermato di essere oggi uno dei più convincenti interpreti mahleriani. Il suo Mahler evita tanto il sentimentalismo esasperato quanto la pesante monumentalità di certa tradizione novecentesca. La sua lettura è nervosa, mobile, modernissima. In molti momenti sembra quasi affiorare il fantasma di Šostakovič, soprattutto nella durezza degli ottoni e nella tensione ritmica.

Petrenko costruisce l’intera sinfonia come un immenso arco drammatico “dalle tenebre alla luce”. La marcia funebre iniziale, con la tromba solitaria che si leva nel silenzio, è scolpita con precisione quasi cinematografica. Ma ciò che impressiona maggiormente è il controllo assoluto delle masse orchestrali: ogni dettaglio emerge con chiarezza, ogni climax viene preparato senza compiacimento.

La Royal Philharmonic Orchestra risponde magnificamente. Gli ottoni sono taglienti e compatti, le percussioni incisive senza brutalità, gli archi capaci di passare in un attimo dalla violenza al lirismo più estenuato. Il celeberrimo Adagietto evita qualsiasi abbandono oleografico: Petrenko lo dirige con semplicità severa, lasciando che l’emozione nasca dalla trasparenza della scrittura e non dall’eccesso sentimentale.

Nel Finale emerge forse l’aspetto più interessante della sua interpretazione: la luce conclusiva non è trionfale, non cancella davvero le ombre precedenti. È una vittoria inquieta, conquistata faticosamente, attraversata ancora da tensioni sotterranee. Ed è proprio questa ambiguità a rendere il suo Mahler così contemporaneo.

Più che all’estasi emotiva pura, Petrenko sembra interessato alla coerenza formale e alla tensione psicologica interna della partitura. Ne nasce una Quinta di straordinaria forza narrativa, lucidissima e febbrile insieme, probabilmente una delle letture più convincenti ascoltate negli ultimi anni.

Tancredi

Gioachino Rossini, Tancredi

Roma, Teatro dell’Opera, 19 maggio 2026

★★★★☆

(video streaming)

Da Pesaro a Roma, da Pirandello a Cuticchio: il nuovo Tancredi romano

Al Teatro dell’Opera di Roma, Tancredi rivela tutta la modernità del Rossini tragico. Michele Mariotti dirige con straordinaria finezza una partitura sospesa tra eleganza melodica e tensione drammatica, valorizzata dalle intense prove di Carlo Vistoli e Martina Russomanno. Visionaria la regia di Emma Dante, che trasforma l’opera in un teatro di pupi siciliani immerso in atmosfere fiabesche e malinconiche.

Svolta decisiva nella carriera di Gioachino Rossini e, più in generale, nella storia dell’opera italiana dell’Ottocento, Tancredi segna, come osserva Giovanni Carli Ballola, «l’inizio di un nuovo ciclo nel quale la prima, raggiunta maturità rossiniana fa tutt’uno con una svolta storica dell’opera italiana». Con quest’opera Rossini abbandona definitivamente molti degli schemi del melodramma settecentesco per inaugurare un linguaggio teatrale nuovo, fondato su una più intensa continuità drammatica, su un uso modernissimo dell’orchestra e su una fusione sorprendente tra eleganza melodica e profondità espressiva.

Fin dalle prime battute emerge una concezione musicale radicalmente diversa rispetto alle opere precedenti. I recitativi diventano rapidi, nervosi, essenziali; scompaiono le lunghe sospensioni contemplative dell’opera seria tradizionale e l’azione acquista una fluidità inedita. Rossini concentra il fulcro drammatico nelle grandi scene d’assieme e nel dialogo continuo tra canto e orchestra. Quest’ultima non accompagna più semplicemente le voci, ma partecipa attivamente alla costruzione della tensione teatrale, suggerendo moti interiori, inquietudini e presagi.

Fu proprio questa qualità a colpire profondamente Stendhal, che nella Vie de Rossini considerò Tancredi il vertice assoluto dell’arte rossiniana. Secondo lo scrittore francese, l’opera realizza una perfetta sintesi tra la purezza della cantabilità italiana e la ricchezza armonica della tradizione tedesca. Dopo Tancredi, Stendhal dichiarò provocatoriamente di vedere soltanto un «precipizio», quasi che Rossini non fosse più riuscito a raggiungere una simile perfezione. Giudizio certamente eccessivo, ma che testimonia l’impressione straordinaria prodotta da una partitura caratterizzata da limpidezza stilistica, trasparenza melodica e concentrazione drammatica rarissime.

La prima versione dell’opera debuttò a Venezia nel febbraio del 1813, quasi contemporaneamente all’insuccesso de Il signor Bruschino. Pochi mesi dopo, però, Rossini rimise mano alla partitura per la ripresa ferrarese, scegliendo di ripristinare il finale tragico previsto dal Tancrède di Voltaire da cui è tratto il libretto. Proprio la conclusione del secondo atto rappresenta uno dei vertici drammatici dell’intera produzione rossiniana. La cosiddetta “gran scena di Tancredi” si apre con un’introduzione orchestrale dal carattere cupo e quasi beethoveniano, nella quale archi e fiati disegnano un paesaggio sonoro inquieto e desolato. Tancredi, convinto del tradimento di Amenaide, cerca la morte in battaglia. La cavatina «Ah, che scordar non so» raggiunge una straordinaria intensità emotiva grazie al contrasto tra l’oscurità orchestrale iniziale e la trasparenza nostalgica della linea vocale. Rossini evita ogni enfasi retorica e costruisce invece un canto intimo, percorso da dolore trattenuto e malinconia.

Nella versione ferrarese il lieto fine veneziano venne sostituito da un epilogo tragico suggerito dal conte Luigi Lechi, ammiratore di Voltaire. Dopo il coro dei siracusani, Tancredi rimane solo con Amenaide ma continua a rifiutarsi di ascoltarla. Intona allora il rondò «Perché turbar la calma», pagina di altissima nobiltà espressiva nella quale il canto sembra progressivamente spegnersi in una dolorosa rassegnazione. Poco dopo, ferito mortalmente, il protagonista ritorna in scena: l’equivoco viene finalmente chiarito e Tancredi muore tra le braccia di Amenaide sulle note della cavatina finale «Amenaide… serbami tua fé». Rossini rinuncia qui a ogni brillantezza virtuosistica per raggiungere una commozione austera, quasi spoglia, di sconvolgente umanità.

È proprio questo finale tragico a essere adottato nella produzione del Teatro dell’Opera di Roma, affidata alla direzione musicale di Michele Mariotti. Difficilmente si potrebbe immaginare interprete più adatto per affrontare la complessità di questa partitura. Cresciuto artisticamente a Pesaro, città natale di Rossini e sede del Rossini Opera Festival fondato nel 1980 da suo padre Gianfranco Mariotti, il direttore possiede una conoscenza quasi organica di questo linguaggio musicale. La sua lettura evita accuratamente ogni tentazione puramente decorativa o calligrafica e restituisce invece tutta la modernità teatrale di Tancredi.

Mariotti dirige Rossini con una sensibilità quasi cameristica, privilegiando la trasparenza delle linee orchestrali e il respiro del fraseggio. Colpisce soprattutto la capacità di scolpire il suono senza mai appesantirlo: l’orchestra del Costanzi conserva leggerezza, mobilità, nitore timbrico, ma al tempo stesso acquista una densità emotiva insolita. Nei preludi orchestrali e nelle transizioni tra recitativo e aria il direttore costruisce un continuum drammatico di straordinaria coerenza, facendo emergere quella tensione sotterranea che attraversa l’intera opera.

Particolarmente memorabile è la sua evocazione della Sicilia marinara all’ingresso di Tancredi. Mariotti plasma gli archi con un andamento ondoso e cangiante, quasi a suggerire il movimento del mare e i riflessi della luce sulle coste siciliane. I legni emergono con colori iridescenti, mentre i fiati accompagnano il ritorno dell’eroe con una malinconia già presaga della tragedia finale. È una direzione che non cerca l’effetto spettacolare, ma lavora sulle sfumature, sui chiaroscuri, sui respiri della frase musicale.

Anche nei grandi momenti tragici Mariotti mantiene un controllo ammirevole delle proporzioni. Nella scena finale evita qualsiasi enfasi veristica e costruisce invece una tensione progressiva, quasi interiore. Il dolore di Tancredi non esplode mai apertamente: si consuma lentamente nel fraseggio spezzato, nelle sospensioni armoniche, nei pianissimi orchestrali di impressionante intensità. L’orchestra sembra respirare insieme ai cantanti, accompagnandoli con elasticità e attenzione costante alla parola scenica.

Il cast si dimostra pienamente all’altezza di una partitura che affida ai protagonisti una scrittura vocalmente implacabile. Nel ruolo del titolo, il contraltista Carlo Vistoli offre una prova di grande rigore stilistico e forte intensità espressiva. La voce, timbricamente omogenea e sorretta da un controllo tecnico impressionante, affronta con apparente naturalezza le lunghe scale di coloratura e gli ampi salti di registro. Ma ciò che colpisce maggiormente è la qualità del fraseggio: Vistoli evita ogni esibizione puramente virtuosistica e costruisce un Tancredi introverso, malinconico, profondamente umano. Nella grande scena finale il canto si fa sempre più rarefatto, quasi consumato dal dolore, raggiungendo momenti di autentica commozione. Era difficile confrontarsi con le grandi interpreti femminili di questa parte (da Marilyn Horne a Daniela Barcellona), ma Vistoli ci riesce e ne esce vincitore.

Martina Russomanno è l’altra rivelazione della serata. La sua Amenaide unisce luminosità timbrica, precisione tecnica e sensibilità interpretativa. La voce scorre con straordinaria agilità attraverso le tortuose linee rossiniane, ma senza mai perdere morbidezza o intensità espressiva. Nella scena «No, che il morir non è» riesce a trovare accenti di autentica disperazione trattenuta, sostenuta da un legato elegante e da una notevole varietà dinamica. Russomanno evita qualsiasi sentimentalismo e restituisce al personaggio una nobiltà dolente che si integra perfettamente con la lettura musicale di Mariotti.

Antonino Siragusa è stato chiamato a sostituire all’ultimo momento, in alcune recite e alla prima, Enea Scala nel ruolo di Argirio, e gliene siamo grati. Luca Tittoto come Orbazzano sfoggia una voce ampia, scura, ricca di armonici, che conferisce al personaggio una presenza minacciosa e autorevole. Il contrasto timbrico con le voci più luminose dei protagonisti contribuisce efficacemente alla tensione drammatica dell’opera. Completano degnamente il cast Ekaterine Buachidze nel ruolo di Isaura e Maria Elena Pepi in quello di Roggiero, entrambe precise musicalmente e scenicamente efficaci. Come sempre eccellente il coro del Teatro dell’Opera preparato da Ciro Visco, compatto nel suono e attentissimo alle sfumature dinamiche richieste dalla direzione di Mariotti.

Sul piano scenico, Emma Dante conferma il proprio immaginario teatrale fortemente visionario e radicato nella cultura siciliana. «Pupi siamo, caro signor Fifì! Lo spirito divino entra in noi e si fa pupo. Pupo io, pupo lei, pupi tutti», fa dire Pirandello a Ciampa nel Berretto a sonagli, e proprio l’universo dei pupi siciliani diventa la chiave interpretativa dello spettacolo.

All’inizio i personaggi appaiono come burattinai vestiti di nero, mentre le marionette appese prendono vita grazie agli straordinari attori della compagnia della regista, nei movimenti coreografici di Manuela Lo Sicco. Progressivamente i personaggi sembrano trasformarsi essi stessi in pupi, risucchiati dal vortice della tragedia rossiniana. Quello che inizialmente potrebbe apparire come un espediente estraniante acquista col tempo una sua coerenza poetica: i protagonisti sembrano realmente mossi da una forza invisibile, incapaci di sottrarsi al destino tragico che li governa.

Le scenografie coloratissime di Carmine Maringola costituiscono il cuore visivo dello spettacolo. L’Etna fumante, i paesaggi marini, le città stilizzate creano una dimensione fiabesca e popolare insieme, quasi un grande teatro di figura siciliano. A tratti il palcoscenico si svuota completamente e si immerge nel nero assoluto, mentre piccoli crocifissi scendono dall’alto accentuando il carattere rituale di alcune scene. Emma Dante dimostra ancora una volta uno straordinario istinto teatrale nel creare immagini di forte impatto simbolico senza mai perdere il contatto con il ritmo musicale dell’opera. I costumi, firmati dalla stessa regista con Chicca Ruocco, e le luci di Luigi Biondi completano uno spettacolo visivamente potente e coerente.

 

Medusa

Iain Bell, Medusa

Bruxelles, Théâtre Royal de la Monnaie, 15 maggio 2026

★★★★★

(video streaming)

La tragedia della vittima trasformata in mostro

Iain Bell conferma il suo teatro musicale intenso e narrativo. Medusa rilegge il mito come tragedia del trauma e della violenza subita, sostenuta da una scrittura orchestrale viscerale e cinematografica. Determinanti la regia di Lydia Steier, la direzione di Michiel Delanghe e l’interpretazione di Claudia Boyle.

Negli ultimi quindici anni Iain Bell si è affermato come una delle figure più riconoscibili del teatro musicale contemporaneo, non tanto per una ricerca d’avanguardia radicale quanto per la capacità di costruire opere di forte impatto emotivo e drammatico. Il centro della sua scrittura resta la voce: Bell concepisce il canto come il luogo privilegiato in cui il conflitto psicologico prende forma sonora. La sua musica è moderna senza essere sperimentale in senso estremo; dialoga con il Novecento, soprattutto con Britten e Berg, ma mantiene sempre una chiarezza narrativa che la rende immediatamente comunicativa.

Da Britten eredita l’attenzione alla parola e al teatro, mentre da Berg deriva una tensione più inquieta e febbrile, visibile soprattutto nei momenti di maggiore pressione emotiva. Bell evita però la frammentazione astratta tipica di molta opera contemporanea: i suoi personaggi restano riconoscibili, immersi in vicende che si sviluppano secondo una forte continuità drammatica. La sua musica non dissolve il racconto, lo amplifica.

Opere come A Harlot’s Progress, A Christmas Carol, In Parenthesis, Jack the Ripper: The Women of Whitechapel e Stonewall mostrano con chiarezza le linee portanti della sua poetica: interesse per i temi della marginalità, del trauma, della memoria e della violenza sociale. Bell lavora quasi sempre su figure ferite o poste ai margini, trasformando il teatro musicale in uno spazio di esposizione emotiva e psicologica. Anche nei lavori concertistici e nei cicli vocali emerge questa centralità della voce come strumento di umanizzazione del dolore.

Rispetto ad altri compositori contemporanei, la sua posizione appare volutamente distante dalle tendenze più radicali. Se confrontato con Thomas Adès, Bell rivela subito una differenza sostanziale: Adès costruisce spesso architetture musicali di estrema complessità ritmica e timbrica, dominate da deformazioni ironiche e da una tensione quasi allucinata. Bell preferisce invece un flusso emotivo più diretto, meno frantumato, in cui il canto rimane il centro assoluto dell’azione teatrale.

Anche il confronto con George Benjamin è illuminante. Benjamin lavora sulla miniatura sonora, sulla precisione estrema del dettaglio orchestrale, creando mondi rarefatti e controllatissimi. Bell si muove nella direzione opposta: espande il gesto musicale, cerca una teatralità più esplicita e passionale, punta sull’impatto drammatico immediato piuttosto che sulla sottrazione.

Il contrasto con Philip Glass è forse ancora più netto. Il minimalismo di Glass costruisce un tempo ipnotico e rituale in cui la narrazione tende a dissolversi nella ripetizione. Bell resta invece profondamente legato a una concezione narrativa classica: i suoi personaggi cambiano, si consumano, si confrontano con eventi traumatici e trasformazioni interiori. La musica accompagna costantemente questa evoluzione psicologica senza mai rinunciare a una cantabilità quasi da musical.

In questo percorso si inserisce Medusa, presentata in prima mondiale al La Monnaie di Bruxelles, forse una delle opere più compiute della maturità di Bell. Il lavoro, realizzato insieme alla librettista e regista Lydia Steier, rilegge il mito classico come una tragedia del trauma e della disumanizzazione femminile. La figura di Medusa viene sottratta alla dimensione puramente mostruosa della tradizione iconografica e restituita alla sua origine di vittima. Non è il male incarnato, ma una donna devastata dalla violenza e trasformata in creatura terrificante dal dolore subito.

Atto primo. Scena I. In riva al mare. Stheno ed Euryale sono irritate dopo una lunga notte passata a vegliare con ansia sulla sicurezza di Medusa: dal mare giungono voci maschili che la chiamano per nome. A differenza delle sue sorelle, Medusa non si rende conto di alcun pericolo; va a prendere fichi, pane e miele per la colazione. Stheno ed Euryale discutono su cosa fare quando si rendono conto che Poseidone, il signore dei mari, ha messo gli occhi su Medusa. Euryale suggerisce di allontanarsi dal mare. L’orgogliosa Stheno, avendo ucciso così tanti uomini, pensa ancora di poterla proteggere. Medusa vede il suo nome scritto sulla sabbia della spiaggia, e le sue sorelle le dicono a malincuore che Poseidone la sta cercando. Ma Medusa non capisce: tutto ciò che sente dal mare è una ninna nanna cantata da una madre che cerca di calmare la sua “Starchild”. Stheno decide che Medusa deve andarsene, che lo voglia o no. Anche Euryale spera che sua sorella sia al sicuro nel tempio di Atena. La ninna nanna riecheggia di nuovo. Medusa ora crede che provenga da Atena, come se la dea le promettesse protezione. Scena II. Medusa è ora una novizia nel tempio di Atena. Le sacerdotesse intonano un inno di lode alla dea. La gran sacerdotessa accusa Medusa di ripensare alla sua vita passata, invece di dedicarsi anima e corpo ad Atena. Le ordina quindi di custodire da sola la fiamma della dea quella notte, per purificare la sua anima. Quando cala l’oscurità, Medusa si sente sola. All’improvviso, la fiamma si spegne e appare Poseidone. Egli afferma di aver portato in salvo a riva la bambina della ninna nanna e ora esige la verginità di Medusa come ricompensa. Lei si difende con ferocia, ma il dio del mare la sottomette con violenza e la violenta. Medusa viene lasciata a terra nel tempio. Vedendo il sangue sulle sue cosce, implora le sue sorelle di venire a prenderla. Atena scopre che il suo tempio è stato profanato e scatena la sua ira contro Medusa. La gran sacerdotessa e le altre sacerdotesse accorrono. Medusa spiega di essere stata rapita con la forza. La dea non accetta quella spiegazione: tutti sapevano che Poseidone stava arrivando; quindi, in un certo senso, Medusa ha lasciato che tutto accadesse. Poiché le offerte e le preghiere ormai non servono a nulla, Atena è determinata a punire tutti. La sacerdotessa, l’unica autorizzata a rivolgersi alla dea, d’ora in poi vivrà muta e folle. Gli occhi delle altre sacerdotesse si scioglieranno. Sulla pelle di Medusa si formano delle squame ruvide, i suoi capelli diventano un groviglio di serpenti contorti e il suo sguardo trasformerà in pietra qualsiasi mortale che la guardi. Atena fa crollare il tempio mentre le sacerdotesse corrono in preda al panico e Medusa subisce la sua metamorfosi.
Atto secondo. Sono passati diciassette anni da quando Medusa è stata trasformata dalla maledizione di Atena. Stheno ed Euryale hanno creato una dimora per Medusa su un’isola desolata, dove le tre sopravvivono grazie a ciò che il mare porta loro: navi nemiche e i loro carichi. Il terreno è disseminato dei corpi pietrificati di giovani soldati che attraccano ogni giorno nella speranza di massacrare la “mostruosa” Medusa e portare a casa con sé il suo sangue. In compagnia di Euryale, Medusa riflette sul proprio destino e su quello dei giovani pietrificati. A causa della lussuria di Poseidone e della punizione di Atena, lei stessa è stata trasformata per sempre: in qualcosa di sublime, forse? Rimarrà la stessa per sempre, senza invecchiare, senza conoscere l’amore né la maternità. Agli occhi di Euryale, Medusa è ora immortale e invincibile. Steno non ha tempo per tali considerazioni; come fa ogni giorno, ha fermato la nave che si avvicinava alle loro coste e ha ucciso l’equipaggio. Ci vorrà un giorno perché il sangue venga lavato via, in attesa che arrivi un nuovo carico di “giovani eroi” da ogni angolo del mondo. Il contenuto della stiva permetterà a loro tre di vivere bene per un po’. Medusa canticchia tra sé e sé la familiare ninna nanna, con grande fastidio di Stheno. Un senso di futilità la travolge: ha ucciso migliaia di uomini, eppure non è riuscita a salvare Medusa. Medusa è l’unica rimasta. Ora si sentono le parole della ninna nanna: «La luna ti cerca in questa culla sulle onde». All’improvviso appare un giovane guerriero numida. È venuto per uccidere Medusa, ma la vista dei corpi pietrificati e smembrati lo sconvolge. Medusa gli attira il volto verso di sé. Quando i loro sguardi si incrociano, anche lui si trasforma in pietra. Percependo un odore stranamente familiare che la avvolge, Medusa cerca di calmare i serpenti sibilanti attorno alla sua testa. «Datemi pace, vili serpenti; lasciatemi pensare». Prevede l’arrivo di qualcosa di nuovo, che allo stesso tempo le sembra familiare. Lo Starchild si sta avvicinando – e Medusa capisce che i loro destini sono intrecciati. Lei aspetta. Come gli altri prima di lui, questo giovane vuole ucciderla. Cerca di avvicinarsi a lei senza farsi vedere, ma Medusa lo ha sentito e gli si rivolge. Inizialmente, lui è convinto di trovarsi di fronte a un mostro. E sebbene non provi alcun piacere nel suo compito, la sua testa è il prezzo da pagare per salvare sua madre da un matrimonio forzato. Medusa gli dice che si aspettava il suo arrivo… Lo confonde il fatto che lei sembri conoscerlo così bene – che canti la ninna nanna di sua madre e lo chiami Starchild. A poco a poco, la sua incredulità e il suo disgusto svaniscono e, sotto l’aspetto mostruoso di squame e serpenti, vede la sua umanità. Vuole interrompere la sua missione, ma Medusa lo ferma. Cosa ne sarebbe allora di sua madre? Medusa gli chiede il suo nome; «Perseo», le risponde lui. In lontananza, Stheno ed Euryale avvertono dell’arrivo di un’altra nave, mentre Medusa prepara Perseo: lui se ne andrà da qui vivo e salverà sua madre. Per farlo, deve prima trafiggere il cuore di Medusa e poi tagliarle la testa. Il tempo sta per scadere, poiché le sue sorelle saranno meno clementi. Medusa vuole essere dimenticata e liberarsi dalla maledizione dell’eternità. Prima di morire, gli dice: «Figlio delle stelle, tu sei la mia salvezza».

L’idea centrale dell’opera è profondamente contemporanea: la mostruosità non è una condizione originaria, ma la conseguenza di una ferita che la società preferisce non guardare. Bell e Steier trasformano così il mito in una riflessione sulla colpevolizzazione della vittima, sulla deformazione dell’identità attraverso il trauma e sull’incapacità collettiva di riconoscere il dolore altrui. I serpenti che avvolgono Medusa smettono di essere un semplice elemento decorativo e diventano metafora dei pensieri traumatici: ossessioni che mordono la coscienza, che impediscono pace, silenzio e riposo.

 

 

 

La forza dello spettacolo nasce soprattutto dalla compattezza con cui musica, regia e interpretazione concorrono alla costruzione di questo universo emotivo. La scrittura orchestrale di Bell è ampia, cinematografica, continuamente tesa. L’orchestra non accompagna semplicemente la scena: sembra abitare la mente della protagonista. Sibili, pulsazioni ossessive, improvvisi accumuli sonori e sospensioni improvvise restituiscono musicalmente il funzionamento stesso del trauma, il ritorno incessante del ricordo, l’impossibilità di liberarsene. La tensione resta costante per tutta l’opera e raramente la partitura concede veri spazi di distensione.

Fondamentale, in questo senso, il lavoro del direttore Michiel Delanghe alla guida della La Monnaie Symphony Orchestra. La sua direzione mantiene sempre la musica in stato di allerta, scolpendo con precisione i contrasti dinamici e i grandi crescendo drammatici. Colpisce soprattutto la capacità di tenere unita la componente cinematografica della partitura con la necessità teatrale del respiro vocale. La musica non commenta mai dall’esterno: agisce direttamente sulla scena, diventando parte integrante della drammaturgia.

Il cast rappresenta uno dei punti di forza della produzione. Claudia Boyle affronta il ruolo di Medusa con impressionante intensità fisica ed emotiva. La sua interpretazione evita qualsiasi semplificazione vittimistica e costruisce un personaggio continuamente sospeso fra fragilità umana e deformazione mostruosa. Vocalmente il ruolo è impervio: Bell costringe la linea di canto a continui sbalzi fra lirismo e frattura espressiva, fra slancio melodico e improvvisi irrigidimenti. Boyle riesce a mantenere sempre saldo il controllo della linea vocale, anche nei passaggi più estremi, come le agilità della prima scena del secondo atto, affrontate con grande sicurezza tecnica.

Ma ciò che colpisce maggiormente è la sua presenza scenica. Il corpo stesso della cantante sembra progressivamente deformarsi sotto il peso del trauma. Ogni gesto appare contratto, difensivo, quasi animalesco, mentre la voce cerca continuamente una tenerezza che la musica le impedisce di raggiungere pienamente. È una Medusa profondamente umana proprio perché devastata.

Straordinaria anche Anu Komsi nel ruolo della High Priestess. La sua scena di follia vocale è uno dei vertici della serata: Bell le affida una scrittura spezzata, nervosa, piena di scarti improvvisi, che Komsi domina con impressionante libertà espressiva. Il risultato è perturbante e teatrale al tempo stesso.

Mary Elizabeth Williams conferisce ad Athena una presenza scenica potente e minacciosa. La dea non appare mai astratta o simbolica: è una figura concreta di potere e controllo, quasi una macchina crudele che partecipa alla distruzione di Medusa con glaciale inevitabilità. Bell le assegna una scrittura vocale ampia e autoritaria che Williams rende con notevole solidità.

Molto interessante anche il Poseidon di Konstantin Gorny. La regia evita qualsiasi monumentalità mitologica e lo trasforma in una figura maschile contemporanea, brutalmente realistica nella propria violenza. È probabilmente una delle intuizioni più intelligenti dello spettacolo: Poseidon non è un dio lontano, ma un uomo riconoscibile nella sua volontà di dominio.

Il Perseo interpretato da Josh Lovell rappresenta invece l’unico vero spazio di umanità possibile all’interno dell’opera. Perseo è il primo personaggio che guarda Medusa senza desiderio di possesso o puro terrore. Comprende lentamente che dietro la creatura mostruosa sopravvive ancora una persona ferita. Lovell restituisce molto bene questa dimensione empatica con un canto luminoso e misurato, capace di creare un necessario contrasto con la violenza dominante del resto dell’opera.

Importante anche il contributo di Paula Murrihy e Angela Denoke nel ruolo delle sorelle di Medusa, figure che ampliano ulteriormente il senso di una femminilità ferita e perseguitata.

Dal punto di vista visivo, Lydia Steier costruisce insieme allo scenografo Flurin Borg Madsen un universo cupo e simbolico dominato da superfici nere mobili e statue pietrificate disseminate sul palco. Lo spazio scenico appare instabile, quasi mentale, continuamente trasformato dalle luci di Elana Siberski. Sono soprattutto le ombre e i tagli luminosi a creare l’atmosfera: il palcoscenico diventa di volta in volta mare, abisso, tempesta o luogo interiore del trauma.

La regia insiste molto sulla fisicità dei corpi e sulla tensione coreografica. Ogni movimento appare spinto verso un limite di violenza o di contrazione nervosa. In questo contesto la scena dello stupro di Poseidone assume un ruolo centrale. È una sequenza durissima, trattata senza compiacimento ma anche senza attenuazioni. Steier rifiuta ogni estetizzazione della violenza e costringe lo spettatore a confrontarsi direttamente con l’origine del trauma di Medusa.

Magnifici anche i costumi di Katharina Schlipf, come quello della protagonista, in cui i serpenti vengono evocati attraverso cavi fosforescenti che trasformano il corpo di Medusa in un sistema nervoso esposto, pulsante, continuamente attraversato dal dolore.

Medusa privilegia chiaramente l’impatto teatrale ed emotivo rispetto alla sperimentazione sonora più radicale, ma è proprio in questa scelta che emerge con forza la personalità artistica di Bell. La sua è un’opera che vuole comunicare immediatamente, coinvolgere lo spettatore sul piano umano prima ancora che intellettuale. E proprio per questo riesce a trasformare il mito classico in qualcosa di profondamente contemporaneo: una riflessione sulla violenza, sul trauma e sulla facilità con cui la società trasforma le vittime in mostri pur di non guardare le proprie responsabilità.

Nabucodonosor

foto © Brescia & Amisano

Giuseppe Verdi, Nabucodonosor

Milano, Teatro alla Scala, 13 maggio 2026

(prova generale)

Nabucco, ovvero il potere degli uomini che si credono dèi

Il nuovo Nabucco della Scala, diretto magistralmente da Riccardo Chailly, unisce eleganza e forza drammatica con rara intensità. La regia contemporanea di Alessandro Talevi legge l’opera come riflessione sul potere assoluto. Eccellente il cast, con Anna Netrebko, Luca Salsi e Michele Pertusi. Memorabile il «Va’, pensiero», privo di retorica e profondamente commovente.

A trent’anni dalla morte di Gianandrea Gavazzeni e a sessant’anni dal suo storico Nabucco scaligero del 1966, il Teatro alla Scala torna a confrontarsi con il primo grande trionfo teatrale di Giuseppe Verdi attraverso una nuova produzione che, già alla vigilia, si annunciava come uno degli eventi centrali della stagione. Nabucodonosor  — questo il titolo originale con cui l’opera andò in scena il 9 marzo 1842 nello stesso teatro milanese, davanti a Gaetano Donizetti — è molto più della terza opera del giovane Verdi: è il lavoro che ne sancì il destino, trasformando un compositore ancora incerto e provato dalle tragedie personali in una forza nuova del melodramma italiano.

È curioso osservare come il titolo stesso, già dopo poche repliche abbreviato nel più agile Nabucco, sembri riflettere il processo di trasformazione che investì l’opera nel corso del tempo. La trascrizione del lungo nome accadico Nabû-kudurri-uṣur («O Nabu, proteggi il mio primogenito» il significato) lasciò presto spazio a una forma più immediata e popolare, quasi a suggerire il destino di un lavoro che sarebbe stato rapidamente assorbito dall’immaginario collettivo. Eppure, il mito patriottico costruito intorno all’opera è assai più complesso di quanto la vulgata risorgimentale lasci intendere. Alla prima del 1842 il celeberrimo «Va’, pensiero» non provocò alcun moto particolare: il pubblico chiese invece il bis dell’«Immenso Jehovah» conclusivo. Il significato politico dell’opera si formerà soltanto più tardi, dopo il 1848, quando le rivoluzioni europee trasformeranno il coro degli ebrei esiliati nell’emblema di una nazione oppressa.

Questa nuova produzione sembra pienamente consapevole di tali ambiguità storiche e ideologiche. Alessandro Talevi, al debutto registico alla Scala, evita ogni facile monumentalismo patriottico e legge Nabucco come una parabola universale sul potere assoluto, sui leader che si credono divinità terrene e sulle derive oppressive del culto della forza – temi quanto mai di attualità. L’impianto scenico di Gary McCann oppone due universi simbolici: da una parte il popolo ebraico, raccolto sotto una gigantesca cupola sospesa (il modello è quello del Pantheon romano) che richiama un tempio distrutto ma pronto a ritornare; dall’altra il mondo babilonese, evocato attraverso una struttura metallica ascensionale (una via di mezzo tra la torre di Babele e il monumento alla Terza Internazionale di Tatlin) emersa dagli abissi della modernità. I costumi accentuano il contrasto: cenciosi e con tinte sabbiose per gli ebrei; sgargianti, neri imperiali e rossi militareschi, per i babilonesi, con allusioni volutamente austro-ottocentesche.

La regia alterna intuizioni di grande forza visiva coerenti (video e luci di Marco Giusti) con la propria idea spettacolare. L’ingresso di Nabucco su un carro dorato trainato da cavalli meccanici (simili a quelli di War Horse, il bellissimo spettacolo del National Theatre di Londra) possiede una potenza quasi allucinata; il sogno del protagonista, con la controfigura sospesa nel vuoto e assalita da un gigantesco rapace manovrato a vista, sfiora il teatro visionario; il finale grand guignol con Abigaille inghiottita da una botola e restituita cadavere tra le fiamme. Lo spettacolo non perde mai unità stilistica e trova anzi il suo momento più raffinato nel divertissement del terzo atto: il raro balletto composto da Verdi per la ripresa brussellese del 1848, quasi sempre espunto oggi, qui reintegrato con intelligenza musicologica e fantasia teatrale. Su un teatrino sormontato dalla scritta Semiramide, Anna Netrebko appare come una regina rossiniana, tra cavallini danzanti, minotauri e citazioni archeologiche, in un episodio sospeso tra ironia, sogno e omaggio storico gustosamente coreografato da Danilo Rubeca.

Ma la vera grandezza della serata è stata soprattutto musicale. La direzione di Riccardo Chailly si impone come uno dei vertici interpretativi degli ultimi anni scaligeri. Il maestro riesce infatti in un’impresa rarissima: conciliare la nobiltà formale ancora legata al classicismo primo-ottocentesco con la forza drammatica nuova che Verdi introduce con prepotenza in partitura. Nulla suona convenzionale o museale; nulla, però, cede all’enfasi veristica o alla brutalizzazione sonora. Tutto è governato da un senso superiore della misura.

Colpisce anzitutto il lavoro sul colore orchestrale: i timbri emergono con trasparenza ammirevole, le articolazioni sono nette senza mai diventare nervose, il canto strumentale respira con naturalezza. L’orchestra della Scala, splendida per precisione e qualità timbrica, non accompagna mai semplicemente il palcoscenico ma partecipa pienamente all’azione drammatica. Chailly dosa le dinamiche con maestria assoluta, creando continui chiaroscuri emotivi. Persino i divertissements del 1848, spesso trattati come curiosità archeologiche, acquistano qui un’eleganza luminosa e una grazia quasi francese.

Straordinaria anche la scelta di evitare qualsiasi retorica nel «Va’, pensiero». Nessun rallentando compiaciuto, nessun gigantismo patriottico: il coro fluisce leggero, sospeso, dolente, e proprio per questo profondamente commovente. Il Coro della Scala, preparato magnificamente da Alberto Malazzi, raggiunge in questo punto una delle vette della serata, ma già da «Gli arredi festivi» in poi costruisce una prova di eccezionale compattezza e intensità.

Sul piano vocale, il cast annunciato si conferma di grande livello. Veronica Simeoni offre una Fenena di rara nobiltà, sorretta da un fraseggio elegante e da un timbro sontuoso. Francesco Meli canta Ismaele con rigore stilistico e musicalità ammirevoli, pur indulgendo talvolta a una sonorità eccessiva in momenti che richiederebbero maggiore intimità espressiva. Michele Pertusi, autentico monumento del teatro italiano, dà vita a uno Zaccaria autorevole e umanissimo: la voce forse non possiede più l’antica imponenza, ma l’accento, la parola scolpita e il carisma scenico compensano ampiamente .

Luca Salsi costruisce un ottimo Nabucco. Il controllo dell’emissione, l’intensità poetica e la nobiltà del fraseggio rivelano un artista che ha saputo disciplinare le tendenze all’eccesso talora presenti nelle sue interpretazioni. Il personaggio emerge così con una complessità inattesa: tiranno arrogante, uomo spezzato, padre devastato dal rimorso.

E poi c’è Anna Netrebko. Parlare di lei significa inevitabilmente confrontarsi con il fenomeno stesso della diva operistica, con tutto il folklore adorante e isterico che accompagna queste figure. Ma al di là di ogni mitologia resta il fatto essenziale: Netrebko è una grandissima artista. La voce, oggi molto scura, affronta una parte micidiale con coraggio impressionante. Qualche durezza e qualche fatica nei passaggi più estremi non cancellano minimamente il magnetismo della presenza scenica, la bellezza del legato, la profondità con cui scava la psicologia tormentata di Abigaille. La sua interpretazione evita il puro furore guerriero e restituisce invece tutta la disperata umanità del personaggio.

RAI Nuova musica

foto © DocServizi-SergioBertani/OSNRai

Carmine Emanuele Cella, When the moon of mourning is set

Peter Eötvös, Siren’s Song

Georg Friedrich Haas, I don’t know how to cry

Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, Michele Gamba direttore, Minh-Tâm Nguyen percussioni, Étienne Démoulin realizzazione informatica, Jérémie Bourgogne diffusione sonora

Torino, Auditorium RAI Arturo Toscanini, 15 maggio 2026

Tre compositori, tre mondi: la musica contemporanea che non è mai uguale a sé stessa

Il concerto di Rai Nuova Musica smentisce l’idea che la musica contemporanea sia uniforme, presentando tre brani recenti di Eötvös, Haas e Cella, molto diversi per linguaggio e poetica. Dalla suggestione letteraria e timbrica di Eötvös, alla microtonalità visionaria di Haas, fino alla ricerca algoritmica di Cella, emerge un panorama musicale plurale, complesso e in continua trasformazione.

«Eh, la musica moderna è tutta uguale».

A smentire questa affermazione con una certa eleganza involontaria è stato il programma dell’ultimo concerto di Rai Nuova Musica. Tre partiture orchestrali, tutte composte negli ultimi sei anni, tre universi estetici che non solo non coincidono, ma sembrano talvolta ignorare persino la possibilità di una lingua comune. E tre autori che, messi in fila, disegnano una geografia del presente tutt’altro che uniforme: Peter Eötvös (1944–2024), Georg Friedrich Haas (nato nel 1953) e Carmine Emanuele Cella, classe 1976. Sul podio Michele Gamba, direttore giovane ma già dotato di una sorprendente duttilità, cresciuto tra le ombre prestigiose di Antonio Pappano e Daniel Barenboim, con debutti mozartiani al Covent Garden e a Berlino, e oggi con una carriera sia nei teatri d’opera sia in ambito sinfonico dove ha dimostrato uno spiccato interesse per la musica di oggi.

Il concerto si apre con Siren’s Song di Eötvös, composizione del 2020 qui proposta in prima esecuzione italiana. Il punto di partenza è un’idea antica e inesauribile: il mito delle sirene. Ma, come spesso accade in Eötvös, il mito non viene semplicemente illustrato; viene filtrato, frantumato, attraversato da una costellazione di sguardi letterari. Omero, Kafka, Joyce: tre modi di pensare l’attrazione, il pericolo e il silenzio. Tre modi, soprattutto, di interrogare ciò che non si lascia mai afferrare del tutto.

Eötvös immagina ciò che Ulisse non ha potuto ascoltare: in Omero, il canto è seduzione mortale; in Kafka (Il silenzio delle sirene, scritti e frammenti postumi) le sirene scelgono il silenzio come arma più sottile della voce; in Joyce (Sirens è intitolato l’undicesimo episodio di Ulysses) il motivo si trasforma in ossessione acustica moderna, una proliferazione di echi più che una melodia. Da questo triangolo letterario nasce una musica che non racconta, ma allude.

Siamo nell’ultima stagione creativa del compositore ungherese: una scrittura orchestrale finissima, quasi calligrafica, dove il timbro diventa protagonista assoluto. L’orchestra è media per dimensioni, ma estremamente mobile nella disposizione interna: legni tripli, ottoni contenuti, due percussioni, archi trattati come superficie cangiante più che come massa omogenea. Michele Gamba ricostruisce con competenza e sicurezza questo universo dove non c’è sviluppo tematico nel senso tradizionale, ma ci sono piuttosto gesti, frammenti, apparizioni sonore che sembrano imitare il canto senza mai concedersi alla forma della melodia.

Il legame con The Sirens Cycle del 2016 è evidente: anche lì Eötvös aveva costruito un teatro senza scena, dove voce e strumenti si inseguono senza mai coincidere perfettamente. In Siren’s Song questa poetica si concentra ulteriormente, fino a diventare quasi un’idea pura: la musica come promessa che non si compie, come desiderio che resta sospeso. E forse non è azzardato leggere in questa sospensione una metafora più ampia: quella della musica contemporanea stessa, che spesso viene percepita come un linguaggio che attira ma non si lascia possedere, che seduce senza offrire punti d’appoggio immediati.

Se Eötvös lavora sulla seduzione del frammento, Georg Friedrich Haas sembra invece interessato alla dissoluzione del tempo. Figura centrale della musica microtonale e dello spettralismo europeo, Haas ha costruito il proprio linguaggio su una materia instabile: l’armonia come campo di tensioni minime, il suono come fenomeno percettivo in continua mutazione.

La sua biografia, segnata dall’infanzia nel Vorarlberg — paesaggio alpino che egli stesso ha descritto come oscuro ma formativo — si riflette in una scrittura che spesso si sviluppa nell’oscurità fisica e mentale. Alcune sue opere sono pensate per essere eseguite al buio totale, come se la privazione della vista potesse amplificare la precisione dell’ascolto.

Sebbene venga spesso associato allo spettralismo, Haas mantiene una posizione autonoma. Non è un teorico del suono, ma un costruttore di esperienze percettive estreme. Il riferimento a Ligeti, Scelsi e Nono è evidente, ma sempre attraversato da una componente più emotiva che analitica, quasi visionaria. Il suo lavoro più noto, in vain (2000), è diventato una sorta di pietra miliare del XXI secolo musicale, anche per la sua implicazione storica: scritto in un momento politico segnato dalla crescita dell’estrema destra in Austria, il titolo allude a una sensazione di ritorno del rimosso, di storia che insiste nonostante tutto.

Negli ultimi anni Haas ha reso esplicito il legame tra biografia e composizione, affrontando temi personali complessi, dal trauma infantile alla propria relazione con il desiderio e il potere. Ma nella sua musica questi elementi non diventano narrazione: si trasformano in pressione sonora, in tensione percettiva. I don’t know how to cry (2023), qui presentato in prima esecuzione italiana, appartiene a questa linea espressiva. Il titolo deriva da una poesia di Jill Carter, legata all’orrore delle stragi armate negli Stati Uniti e dall’idea che gli interessi economici dell’industria delle armi prevalgano sulla vita umana. Il brano si muove su un crinale instabile: masse sonore lente, quasi geologiche, attraversate da fratture improvvise. Cluster densi si aprono in apparizioni di triadi luminose, come lampi di memoria dentro un paesaggio oscuro. È un procedimento tipico di Haas: la coesistenza di due mondi armonici inconciliabili, uno spettrale e l’altro quasi romantico. La tradizione austro-tedesca, e in particolare Schubert, rimane una presenza sotterranea, ma deformata da microintervalli che ne rendono irriconoscibile la superficie. La direzione di Michele Gamba sottolinea la natura percettiva del pezzo: non una forma sinfonica, ma un ambiente acustico in cui il tempo sembra dilatarsi fino a perdere i propri punti cardinali. L’ascoltatore non segue più un discorso; abita una trasformazione.

Con Carmine Emanuele Cella il discorso cambia ancora radicalmente. Qui non siamo più nel territorio della memoria o della percezione tradizionale del suono, ma in quello della sua costruzione algoritmica. Compositore, teorico, ricercatore, Cella rappresenta una figura rara: quella di un autore che attraversa con naturalezza matematica, filosofia, intelligenza artificiale e fisica. La sua formazione è essa stessa una dichiarazione di metodo: pianoforte e composizione, informatica musicale a Pesaro, filosofia e matematica a Bologna, dottorati in composizione e logica applicata alla musica. Una traiettoria che non separa mai teoria e pratica, ma le intreccia costantemente. Il suo lavoro all’IRCAM di Parigi lo colloca in uno dei centri nevralgici della ricerca musicale contemporanea. Ma ciò che distingue la sua estetica non è la tecnologia in sé, bensì il modo in cui essa viene assorbita nella scrittura. La musica non è supportata dalla tecnologia: è costruita come tecnologia.

When the moon of mourning is set (2025–26), in prima assoluta a Torino, rappresenta una sintesi estrema di questa ricerca. Concerto per vibrafono “aumentato” e grande orchestra, commissionato da IRCAM e Milano Musica, in coproduzione con Les Percussions de Strasbourg, il pezzo mette in discussione la stessa idea di strumento. Il vibrafono non è più oggetto, ma sistema: gesto umano, elaborazione elettronica, spazializzazione, algoritmi che reagiscono in tempo reale. Il suono non viene amplificato, ma trasformato in rete. Ogni colpo diventa evento distribuito nello spazio orchestrale, ogni gesto si propaga come un’onda che attraversa materiali diversi: metallo, legno, pelle, aria.

Il solista, Minh-Tâm Nguyen, non è semplicemente interprete ma co-progettista dell’esperienza sonora. Il suo ruolo coincide con quello di un attivatore di processi. L’orchestra stessa diventa un organismo reattivo, una superficie di risonanza estesa. Il titolo, proveniente da Joyce – ancora lui! – aggiunge un ulteriore strato di ambiguità poetica: la luna del lutto che tramonta non è una chiusura, ma una sospensione. In Joyce, il linguaggio non descrive: si dissolve, si moltiplica, si contraddice. Cella sembra raccogliere questa eredità e tradurla in termini acustici. Il risultato è un’esperienza che non appartiene né alla tradizione del concerto solistico né a quella dell’elettronica storica. È qualcosa di intermedio: una forma di teatro del suono senza scena, dove la drammaturgia è affidata alle trasformazioni fisiche dell’energia sonora. In Cella il suono è immersivo, ha una forte componente drammatica e quasi rituale.

Dopo Torino il concerto verrà replicato il prossimo 18 maggio al Teatro della Scala nell’ambito del Festival Milano Musica dalla stessa OSN e da Gamba, molto festeggiato dal pubblico al termine del concerto con cui si è conclusa la rassegna che anche quest’anno ha fatto ascoltare le voci più interessanti della musica dei nostri giorni. Fortunatamente sempre più spesso i concerti “normali” si aprono o comunque ospitano nel loro impaginato brani di autori viventi confermando che la musica contemporanea non è più un margine, ma una zona di sperimentazione attiva dentro le istituzioni musicali.

La frase iniziale non descrive la musica moderna. Descrive piuttosto la difficoltà di ascoltarla senza ridurla. La musica di oggi non è uniforme, né pacificata, né facilmente classificabile. È semmai un campo di tensioni divergenti, dove convivono linguaggi che condividono lo stesso spazio d’ascolto.