Autore: Renato Verga

Maria Stuarda

 

Friedrich Schiller, Maria Stuarda

regia di Davide Livermore

Torino, Teatro Carignano, 25 gennaio 2023

Scambio di regine

Due donne, due cugine, due casate, due destini diversi: una sul trono, l’altra al patibolo. Chi decide queste sorti così diverse? Il caso, una piuma che cade.

Con questa immagine inizia lo spettacolo con cui Davide Livermore torna a Torino in un grande teatro – l’ultima volta era stata al Regio per I vespri siciliani  delle celebrazioni del centocinquantenario dell’Unità d’Italia, dodici anni fa – con Maria Stuart di Friedrich Schiller. Le attrici che interpretano le parti delle due donne hanno preparato entrambi i ruoli e fino all’ultimo non sanno chi vestirà i panni della scozzese Maria e chi quelli dell’altera Elisabetta: la candida piuma dell’angelo del destino questa sera sceglie Laura Marinoni come la Stuart ed Elisabetta Pozzi come la Tudor e le due attrici hanno solo pochi istanti per entrare nei rispettivi personaggi. Questo è solo uno dei momenti più pregnanti di uno spettacolo che a Genova aveva affascinato il pubblico l’anno scorso e che ora si presenta al giudizio degli spettatori del Teatro Carignano, che ne risultano affascinati.

Maria Stuart è del 1801 e si inserisce in una sterminata serie di opere dedicate alla figura della sventurata regina: da Campanella (1598, appena undici anni dopo i fatti storici) alla Reina di Scotia del Ruggeri (1602), dalla Corona trágica, vida e muerte de la Serenisima Reina de Escocia di Lope de Vega (1627) a The Island Queen di John Banks (1684), dalla Maria Stuarda dell’Alfieri (1778) a quella del Lebrun (1820), da Juliusz Słowacki (1832) a Swinburne (1881), per citare solo le maggiori.

Il primo dei cinque atti del dramma di Schiller è incentrato sulla figura della regina cattolica prigioniera nel castello di Fotheringay; il secondo, nel palazzo di Wesminster, è dominato dalla regina protestante; nel terzo c’è il fatale incontro fra le due donne, con la vittoria morale di Maria su Elisabetta e contemporaneamente la sua definitva condanna quando allo scherno della regina d’Inghilterra risponde col rinfacciarle la macchia della sua nascita (1); nell’atto quarto si scopre il complotto ideato da Mortimer e nel quinto si svolge la straziante morte della Stuart.

Con l’accurata traduzione di Carlo Sciaccaluga, lo spettacolo di Livermore dura tre ore compreso un intervallo, ma il ritmo impresso dai dialoghi e dall’avvicendarsi delle scene tiene lo spettatore avvitato alla poltrona e con il fiato sospeso. La qualità attoriale non è solo delle due attrici principali, ma è dimostrata anche da tutti gli altri cinque interpreti, impegnati in più ruoli anche di generi diversi: ecco quindi Gaia Aprea come Anna Kennedy la nutrice di Maria, ma anche come il vecchio Gerge Talbot conte di Shrewsbury e come un Ufficiale; Linda Gennari come Mortimer, Angelo del destino e un Paggio; Giancarlo Judica Cordiglia come Cecil barone di Burleigh e Melvil il maggiordomo di Maria; Olivia Manescalchi è il cavaliere Paulet, l’ambasciatore di Francia conte di Aubespine e il segretario di stato William Davison; Sax Nicosia è Robert Dudley conte di Leicester. Un sesto personaggio è quello della chitarra, e voce, di Giuia che con i suoi riff al basso elettrico e le sue nostalgiche ballate inglesi da lei rivisitate – e c’è anche l’addio della Didone di Purcell – trasforma il dramma di Schiller in un’opera pop che Livermore riveste di immagini sontuosamente barocche ma contemporanee. L’allestimento scenico di Lorenzo Russo Rainaldi costruisce un ambiente a più piani con passerelle praticabili a cui le luci di Aldo Mantovani danno profondità. Dei costumi di Dolce & Gabbana per la Marinoni e la Pozzi si può solo immaginare l’opulenza che si riflette in quella degli altri personaggi disegnati da Anna Missaglia. Il sound avvolgente e la direzione musicale si devono a Mario Conte.

Alla fine si esce col desiderio di rivedere lo spettacolo con le attrici nei ruoli scambiati, ma bisognerebbe ritornare ogni sera e sperare che la piuma cada dalla parte giusta. Geniale crudeltà del regista.

Il barbiere di Siviglia

   

foto © Andrea Macchia – Teatro Regio Torino

Gioachino Rossini, Il barbiere di Siviglia

★★★☆☆

Torino, Teatro Regio, 24 gennaio 2023

Un Barbiere di facile presa sul pubblico inaugura la semi-stagione torinese

Non è vero che non ci sono più le mezze stagioni: c’è quella del Regio di Torino, ad esempio, che inizia a gennaio e terminerà in estate. Dopo commissariamento, pandemia e cambi al vertice della soprintendenza e della direzione artitstica, solo dal prossimo autunno si potrà parlare di una stagione regolare per il nostro sfortunato teatro.

Il titolo scelto per l’inaugurazione di questa semi-stagione gode di enorme popolarità ed è tra i dieci più presenti nei cartelloni dei teatri lirici negli ultimi anni. Solo in questo mese infatti in giro per il mondo si possono vedere ben 14 diverse produzioni de Il barbiere di Siviglia: Austria (Vienna), Bulgaria (Plovdiv), Germania (Berlino, Eisenach), Polonia (Poznań, Varsavia), Repubblica Ceca (Praga, Brno), Russia (Kazan’, Mosca) e anche Ucraina (Odessa), oltre ovviamente all’Italia (Bari, Torino).

I motivi per riproporre per l’ennesima volta un titolo così inflazionato dovrebbero essere l’originalità se non la eccezionalità dell’allestimento o l’eccellenza degli interpreti, ma nessuno dei due elementi sembra ritrovarsi nello spettacolo ora in scena, una coproduzione dell’Opéra Nationale du Rhin (Mulhouse, Strasbourg) e dell’Opéra di Rouen–Normandie risalente al 2018.

Del regista Pierre-Emmanuel Rousseau si ricorda un Hänsel und Gretel suburbano e da incubo horror di due anni fa, sempre a Strasburgo. Ora il suo Barbiere ha le vesti più rassicuranti di un’ambientazione realistica nella Spagna ottocentesca dove la «forza» ha le uniformi della Guardia Civil e don Bartolo è un ricco borghese con servitori in polpe. L’ambiente unico, una grande stanza con cancelli, porte, finestre e balconi, serve sia come «piazza nella città di Siviglia» sia come «camera nella casa di don Bartolo». Le pareti sono rivestite di maioliche azzurre in basso, la parte alta è in rosso pompeiano. La stanza ha nel mezzo un impluvium, una vasca che raccoglie la pioggia proveniente da un foro circolare nel soffitto, non esattamente il caratteristico patio delle case dell’Andalusia, ma comunque piacevole da vedere e tale da permettere ai protagonisti di sguazzare con i piedi nell’acqua. Costumi e scenografie sono dello stesso Rousseau mentre le luci soffuse di Gilles Gentner diventano espressionistiche al momento dell’aria di don Basilio o del temporale quando si tingono di verde.

L’impianto registico tradizionale spinge verso una caratterizzazione dei personaggi più vicina al testo di Beaumarchais che al libretto di Sterbini: Figaro ad esempio è uno scapestrato donnaiolo che scappa a piedi nudi e in canottiera da una donna con cui ha passato la notte; quando si veste indossa una casacca da Arlecchino e si porta dietro una sacca con i suoi strumenti di lavoro nella quale all’occorrenza nasconde l’argenteria trafugata a don Bartolo – non solo è particolarmente sensibile «all’idea di quel metallo», ma anche ladruncolo se c’è l’occasione. L’avidità dell’oro è un elemento che, ben presente nel testo, è messo in ulteriore evidenza da Rousseau, il quale riempie la sua lettura registica con molte trovate, alcune argute, come quella della processione iniziale da cui si staccano i musicisti della serenata di Lindoro, altre gratuite e senza sbocco, come quando trasforma Rosina in Tosca e don Bartolo in Scarpia. La partenza in mongolfiera degli sposi nel finale è invce un’idea copiata tale e quale dalla produzione madrilena di Emilio Sagi del 2005. Le tante trovatine non sempre originali o di buon gusto trasformano la vicenda in uno spettacolo che incontra comunque i gusti del pubblico che abbocca alle gag, alle mossette di danza sul ritmo della musica, ai “trenini” dei personaggi e alla loro ipercinetica attività.

Nonostante un impianto chiuso su tre lati e in alto, la scena mette in evidenza l’acustica non felice del teatro: mentre il suono dell’orchestra arriva forte e chiaro alla mia sedicesima fila, le voci che non hanno una particolare proiezione si perdono quando il cantante non è in proscenio e nei concertati. È quello che succede col Figaro di John Chest, baritono americano di efficace presenza scenica ma la cui voce, dopo un piccolo incidente, sembra arrivare da dietro le quinte. Lo stesso avviene per la Rosina, qui mezzosoprano, di Josè Maria Lo Monaco, apprezzata interprete dalle precise agilità, dall’elegante fraseggio e dal bel timbro, ma la cui personalità vocale non svetta come dovrebbe. Tempi duri invece per i tenori di questa produzione colpiti dai mali di stagione: ne erano previsti due ma è stato necessario arruolarne un terzo, che però neanche lui si è rivelato in perfetta forma. Antonino Siragusa ha proiezione per farsi sentire con il suo timbro penetrante, ma gli acuti sono un po’ sforzati e i passaggi talora poco puliti, tanto che l’aria finale viene saggiamente saltata. Non manca di proiezione neppure la voce di don Basilio, ma Guido Loconsolo non è sufficientemente espressivo nonostante il regista lo presenti parodisticamente come una specie di Rasputin. Sbiadita infine la performance di Leonardo Galeazzi, un don Bartolo vocalmente poco convincente. Rocco Lia (Fiorello) e Irina Bogdanova (una rancorosa Berta che sputa nella minestra di Rosina e le strappa i capelli con la spazzola) completano il cast.

Diego Fasolis affronta la concertazione di questa partitura con la sua immensa competenza del repertorio sei-settecentesco e il Rossini che viene fuori dalla buca orchestrale è precisamente scandito nei tempi e nelle agogiche. I crescendi magari non sono trascinanti e il «caos organizzato» rilevato da Stendhal qui è soprattutto organizzato, tanto che a qualcuno del pubblico è piaciuta poco la sua direzione che però si rivela la più vicina possibile all’originale e si fa apprezzare per la leggerezza e la trasparenza. Orchestra e coro del teatro hanno fornito ottima prova.

Come s’è detto la maggior parte del pubblico ha reagito con calore, ma sembra che all’anteprima per gli under 30 l’entusiasmo sia stato incontenibile. È anche partita Regio Opera Pop, un’iniziativa per coinvolgere i giovani: il teatro quella sera è stato aperto a partire dalle 19 per un aperitivo e per un breve spettacolo a cura di Casa Fools, una compagnia teatrale torinese che ha inventato un podcast di successo per dare al pubblico giovanile le chiavi di lettura dello spettacolo a cui stavano per assistere. Ma non è finita lì: al termine, The Goodness Factory nel foyer ha inscenato Contrasti, il primo di cinque happening musicale in cui si mettono in relazione tra loro differenti generi musicali. Lodevole iniziativa per assicurare all’opera il pubblico di domani.

Il Tamerlano

 

Antonio Vivaldi, Tamerlano, ovvero La morte di Bajazet

★★★☆☆

Piacenza, Teatro Municipale, 22 gennaio 2023

bandiera francese.jpg  ici la version française sur premiereloge-opera.com

Un Tamerlano tra fantascienza e Hip Hop

Per il Carnevale 1735 con il Tamerlano Vivaldi tornava al Teatro Filarmonico di Verona una seconda volta dopo averlo inaugurato tre anni prima con La fida ninfa. L’opera è un pasticcio, un lavoro cioè composto con arie intonate da autori diversi, una pratica molto comune nel Settecento e dettata dalla grande richiesta e dalla conseguente fretta di comporre nuove opere. Talmente comune che non era considerato un genere a sé e non aveva neanche un nome: il termine pasticcio o pastiche fu utilizzato per la prima volta con questo significato in Inghilterra solo nel 1742 – quando Händel, anche lui utilizzatore del genere, col Messiah abbandonava l’opera italiana per dedicarsi unicamente alle opere corali in inglese.

La mancanza del diritto d’autore e di strumenti di registrazione spingevano a una pratica che non era giudicata in modo negativo, anzi: permetteva di ridare vita a composizioni che, se non più rappresentate, sarebbero presto andate perdute. Oltre a Händel e a Vivaldi praticamente tutti i compositori dell’epoca vi fecero ricorso così che le stesse arie si potevano ritrovare, con il medesimo testo o con testo diverso, in lavori di autori differenti. In questo di Vivaldi, ad esempio, l’aria di Irene del secondo atto «Sposa, son disprezzata» la troviamo come «Sposa, non mi conosci» sia nella Merope di Riccardo Broschi del 1732 sia in quella di Geminiano Giacomelli del 1734, entrambe su libretto di Apostolo Zeno, ma l’aria piacque talmente che Vivaldi la utilizzò ancora nel 1738 per  L’oracolo in Messenia. Per i personaggi “buoni” (Bajazet, Asteria e Idaspe) Vivaldi sceglie di preferenza autoimprestiti (dall’Olimpiade, dal Giustino, dalla Semiramide, dal Motezuma, dall’Atenaide e dal Farnace), per i “cattivi” (Tamerlano, Andronico, Irene) pezzi di Giacomelli, Broschi e Hasse. (Uno schema dell’opera e dei relativi prestiti e autoimprestiti si può  trovare qui)

Nel libretto a stampa del 1735 il titolo è Il Tamerlano, tragedia per musica, mentre nella partitura manoscritta è Bajazet. Questa oscillazione dei titoli si riflette nell’ambivalenza emotiva dei caratteri dei due personaggi, entrambi al centro della vicenda dove l’ottomano Bajazet è sconfitto e portato in catene alla presenza del mongolo Tamerlano. Il terzo uomo è il greco Andronico, innamorato di Asteria, figlia di Bajazet, della quale si è invaghito anche Tamerlano nonostante il fatto che abbia promesso la mano alla principessa Irene, che Tamerlano promette invece ad Andronico. Il che rende furiosa Asteria la quale sembra piegarsi ai desideri del mongolo solo per ucciderlo appena sarà sua sposa. Dopo vari tentativi di avvelenamento, solo il suicidio di Bajazet placa Tamerlano che dona Asteria ad Andronico: «Così l’odio placato, e resi amici | cominceremo oggi a regnar felici».

Il libretto di Agostino Piovene è tratto dal Tamerlan ou la mort de Bajazet (1676) di Jacques Pradon, a sua volta basato sulla tragedia Bajazet (1672) di Jean Racine – quella che l’attrice Adriana Lecouvreur sta interpretando nell’opera di Cilea… – ed è stato messo in musica ben 40 volte nei sessant’anni che vanno dal Tamerlano di Francesco Gasparini (1711) a Il gran Tamerlano di Josef Mysliveček (1772). Non sembra quindi un testo privo di valore o di drammaturgia, ma così non la pensa Stefano Monti che mette in scena l’opera per Piacenza.

Il regista emiliano aveva prodotto un ottimo spettacolo durante la pandemia al Filarmonico di Verona – proprio lo stesso teatro in cui il Tamerlano aveva debuttato nel 1735 – col suo Dido and Æneas del marzo 2021 dove aveva sfruttato genialmente gli spazi della sala senza pubblico, ma questa volta delude ricorrendo al solito espediente del personaggio sdoppiato tra cantante e ballerino, impresa che è riuscita solo a Pina Bausch nel suo Orpheus und Euridyke, uno degli ultimi lavori della coreografa tedesca. Ma era 15 anni fa, e lei era Pina Bausch…

L’idea di affiancare ad ogni cantante un danzatore che amplifichi (!) o complementi (?) quanto espresso dall’interprete è di per sé discutibile in teoria e diventa irritante nella realizzazione: il cantante è costretto a sentirsi addosso un altro corpo che esprime quanto ci si aspetta egli faccia con la voce mentre lo spettatore è distratto dalle contorsioni del danzatore. È quasi umiliante per l’interprete vocale, come se non ci fosse fiducia nelle sue capacità espressive o peggio ancora nella drammaturgia della parola cantata. Così la rappresentazione si trasforma in una esecuzione oratoriale in costume in cui il cantante entra, dipana la sua aria impalato al centro della scena e rivolto frontalmente al pubblico mentre il suo alter ego – i peraltro bravi membri della Dacru Dance Company – si dimena nelle movenze hip hop ideate da Marisa Ragazzo e Omid Ighani. Non c’è interazione tra i personaggi, in definitiva non c’è teatro.

L’impianto scenografico e i costumi, dello stesso Monti, ricreano atmosfere futuribili e dark dove maschere e trucchi pesanti occultano parte del volto dei cantanti attenuandone ancor più la capacità espressiva. Unico elemento scenico è un monolito appeso dall’alto che si trasforma in palco, piano inclinato, tavola, parete. Sul fondo la videografia intrigante di Cristina Ducci dà profondità a una scatola nera dai lati ricurvi in cui le luci non sempre precise di Eva Bruno lasciano talora in ombra il cantante di turno.

Non omogeneo il cast dominato dalla figura del Tamerlano di Filippo Mineccia, l’unico che riesca ad utilizzare magistralmente anche il corpo per esprimersi e lo fa con indiscussa padronanza: assieme alle doti vocali unisce una presenza scenica di primo piano e il suo personaggio acquista così spessore pur nella sua costante arrogante prepotenza che sembra però nascondere a tratti una certa insicurezza che rende più plausibile la conversione finale. Proiezione della voce, toni cangianti, temperamento e sicurezza nelle agilità fanno di Mineccia uno dei più grandi controtenori di oggi che solo ultimamente anche l’Italia sta finalmente riconoscendo. Attesissimo il suo prossimo appuntamento alla Scala con Li zite ‘n galera di Leonardo Vinci.

Lo stesso livello di eccellenza si trova in Giuseppina Bridelli che riesce a dare statura al personaggio non molto definito di Idaspe e che trova il suo glorioso momento di virtuosismo nell’aria «Anche il mar par che sommerga» all’inizio del secondo atto, le cui difficoltà sono risolte con grande tecnica. La cantante ha tutta la mia comprensione per aver sopportato una maschera che le ha coperto gran parte del volto.

Annunciata come indisposta, Delphine Galou ha generosamente salvato la serata riuscendo persino a delineare con grande eleganza la soave «La cervetta timidetta» del secondo atto, terza intonazione dell’aria (presente sia nel Giustino sia nella Semiramide del Prete Rosso) per Asteria, la parte che a Verona nel 1735 era stata della sua pupilla Anna Girò. Se la vede invece con le arie del Farinelli Shakèd Bar, giovane israeliana che come Irene ha i due numeri più famosi del pasticcio: «Qual guerriero in campo armato» e «Sposa, son disprezzata», risolte con efficacia. Federico Fiorio è un sopranista di bel timbro, voce dal colore chiaro e ottima intonazione, che non riesce però a dare carattere al personaggio di Andronico. Sopra le righe e vocalmente scomposto invece il Bajazet di Bruno Taddia che ha continuato a pronunciare il suo nome con la j francese.

L’opera è stata mirabilmente concertata da Ottavio Dantone che a capo della sua Accademia Bizantina schierata ad altezza di platea ha dato splendore a questa geniale partitura con cui Vivaldi riaffermava orgogliosamente il suo stile, che qualcuno a quel tempo incominciava a ritenere superato, ma che noi ammiriamo ancora per vitalità ritmica, felicità di invenzione melodica e preziosità strumentale, tutte qualità messe in luce dal Maestro Dantone e dal suono incomparabile della sua orchestra. Dantone ha anche completato l’opera con cinque arie presenti nel libretto ma di cui mancava la musica. È soprattutto merito della sua direzione il successo dell’esecuzione applaudita con calore dal numeroso e giovanile pubblico del teatro  Municipale. Ce ne fossero di teatri di provincia come questo che assieme a quelli di Ravenna, Reggio Emilia, Modena e Lucca non ha timore di affrontare, accanto ai soliti titoli di repertorio, le strade meno battute dell’opera barocca, quella quasi al 100%  italiana.

Médée

Luigi Cherubini, Médée

★★★★☆

Bruxelles, Théâtre Royal de la Monnaie, 17 settembre 2011

(video streaming)

Una Medea dei nostri giorni

La Médée fu composta da Luigi Cherubini nella forma di opéra-comique, ossia con i dialoghi recitati, e andò in scena con successo a Parigi il 13 marzo 1797 al Théâtre Feydeau ma fu presto dimenticata in Francia. Riscosse invece notevole successo a metà Ottocento tradotta sia in tedesco, con i recitativi musicati da Franz Lachner (1855), sia in italiano, con i recitativi musicati da Luigi Arditi (1865). Rappresentata la prima volta in Italia nel 1909 nella versione italiana di Carlo Zangarini, è solo nella seconda metà del Novecento che l’opera è tornata a riscuotere l’interesse del pubblico dopo la mitica interpretazione della Callas che la registrò più volte su disco – con Leonard Bernstein (1953), Tullio Serafin (1957) e Thomas Schippers (1961). La prima ripresa dell’originale francese con i dialoghi parlati si ebbe al Festival della Valle d’Itria di Martina Franca nel 1995.

Questa di Bruxelles è una ripresa della produzione del 2008, una delle prime regie liriche di Krzysztof Warlikowski, essendo il regista polacco soprattutto impegnato nel teatro di prosa. I dialoghi sono stati riscritti dal regista e da Christian Longchamp in un francese contemporaneo che contrasta non poco col registro linguistico delle arie, il cui testo è invece rimasto immutato. Warlikowski ricostruisce Medea come un patchwork postmoderno in cui i numeri musicali del XVIII secolo sono solo un elemento tra gli altri di un’opera quasi nuova: ci sono i video casalinghi degli anni ’50 e ’60 di matrimoni nella loro ingenua felicità, di famiglie sorridenti, di scolaretti gioiosi, il tutto accompagnato da canzonette dell’epoca. Il coro è la borghesia di quegli anni ’60 in abiti e acconciature fedelmente riprodotti da Małgorzata Szczęśniak. Médée e Jason sono rigorosamente contemporanei: lei, all’inizio come Amy Winehouse (mancata appena due mesi prima) con la capigliatura nera e cotonata, i tatuaggi, gli occhi segnati vistosamente dall’eyeliner; lui con lunghi dreadlocks e tatuaggi. Due figure del tutto diverse da tutte le altre e ancora con molte complicità fra loro.

Nella scenografia di Małgorzata Szczęśniak l’ambiente è minimalista: una sala rettangolare con pareti traslucide sul fondo, un rettangolo di sabbia in mezzo – non per i giochi dei bambini: sono prima Dircé e poi Médée che vi si rotolano dentro – una cassettiera a sinistra per Médée, con le sue parrucche (prima quella nera della Winehouse, poi quella bionda di Christina Aguilera, due icone pop del nostro tempo) e vari altri oggetti. E dove ripiegherà i pigiamini insanguinati dei figli… La recitazione è molto curata ed esaltata dalla ripresa cinematografica dello spettacolo registrato per lo streaming: nei primi piani tutti gli interpreti si rivelano eccellenti attori. Gli intensi e brevi testi recitati sono punteggiati da rumori inquietanti: tuoni lontani, gocciolii, crepitii.

Nadja Michael è Médée e fin dalla sua entrata in scena durante i preparativi per il matrimonio di Dircé e Jason focalizza l’attenzione visiva dello spettatore con la sua magnetica presenza scenica in un abito sexy in PVC nero e lucido  che contrasta con il bianco di tutti gli altri invitati. E quando apre la bocca per cantare ancora una volta colpisce per il colore e il volume della voce di soprano drammatico piegata a esprimere le mille sfaccettature di un ruolo di donna ancora innamorata che non vuole perdere il suo uomo e solo dopo l’umiliazione e l’ordine di esilio non trova altra soluzione che quella terrificante di uccidere i figli perché prole dell’uomo che la abbandona, secondo una logica che la tragedia greca ci ha fatto conoscere in tutta la sua inesorabile tragicità. Convincenti sono anche Kurt Streit, tenore dal timbro chiaro con cui delinea il carattere debole dell’ex-eroe Jason, e Hendrickje Van Kerckhove come l’infelice Dircé. Con Vincent Le Texier abbiamo un autorevole Créon mentre Christianne Stotijn (Néris) ha il suo momento di gloria nella bellissima aria del secondo atto «Malheureuse princesse! O femme infortunée!». Come prima ancella si scopre una quasi debuttante Gaëlle Arquez, già brava e affascinante. Christophe Rousset dirige Les Talens Lyriques e i Cori del teatro con piglio sicuro e senso del dramma in una partitura dai grandi contrasti dinamici resi dagli strumenti d’epoca con precisione e bellezza di colori. Da mozzare il fiato l’intenso preludio strumentale al terzo atto.

Festen

Festen

regia di Marco Lorenzi

Torino, Teatro Astra, 13 gennaio 2023

C’è del marcio in Danimarca

Dopo Hedda Gabler e Spettri, con Festen facciamo conoscenza di una famiglia che fa sembrare quelle di Ibsen quasi famiglie modello.

Siamo nuovamente al Nord, in Danimarca questa volta, dove i Klingenfeld sono riuniti nella loro lussuosa villa per festeggiare i sessant’anni di Helge, magnate dell’acciaio. Tra gli ospiti troviamo i figli Christian, Helene e Michael. La quarta, Linda, è morta suicida l’anno prima. Durante il brindisi il primogenito Christian raggela l’ambiente festaiolo rivelando che il padre ha ripetutamente abusato sessualmente di lui e della sorella gemella quando erano bambini e lo accusa inoltre di essere colpevole del suicidio di Linda, la figlia che non ha sopportato quel peso. I rapporti famigliari ne risultano devastati, ma con questo gesto Michael si è liberato e può andarsene via definitivamente da quella casa e ritornarsene alla sua Parigi.

Film di grande successo del 1998 diretto da Thomas Vintenberg, Festen (Festa in famiglia in italiano, The Celebration in inglese) riprende una più idonea forma teatrale – la vicenda è caratterizzata infatti da unità d’azione, di tempo, di spazio ed è ambientata praticamente tutta in interni – in questa produzione di Marco Lorenzi che ha adattato in italiano il testo di Mogens Rukov e Bo Hr. Hansen. Coprodotto con Elsinor Centro di Produzione Teatrale, Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Solares Fondazione delle Arti, è ora al Teatro Astra per la stagione del Teatro Piemonte Europa uno spettacolo che deve il suo grande successo alla affiatata compagnia di attori e alla inedita tecnica rappresentativa con uno schermo su cui vengono proiettate le immagini riprese in tempo reale. Questo non solo richiama il mezzo cinematografico dell’originale, ma evidenzia il parallelismo tra realtà percepita e realtà vera su cui si basa il dramma. Dietro un telino semi-trasparente vediamo la ripresa il cui risultato appare sullo schermo: la realtà manipolata ad uso dello spettatore. I temi dei tabù, dei rapporti con la figura paterna, del potere, dell’ipocrisia sociale vengono spietatamente messi a nudo. Un misto di tragedia greca,  Amleto e fiabe dei fratelli Grimm: i riferimenti ai piccoli Hänsel e Gretel portati nel bosco dai genitori sono frequenti e rendono lo spettacolo di grande impatto emotivo anche grazie alla efficacia degli interpreti: Danilo Nigrelli (il patriarca Helge), Irene Ivaldi (la moglie che sapeva e ha taciuto), Yuri D’Agostino (il maestro di cerimonie Helmut), Elio D’Alessandro (l’intenso interprete del primogenito Christian), Roberta Lanave (la cameriera Pia e il fantasma di Linda), Carolina Leporatti (la moglie di Michael), Barbara Mazzi (la seconda figlia Helene), Raffaele Musella (il giovane Michael), Angelo Tronca (il domestico Kim e il nonno), tutti calorosamente applauditi dal folto pubblico.

 ⸪

Hedda Gabler

foto © Judit Horvath

Henrik Ibsen, Hedda Gabler

regia di Kriszta Székely

Torino, Teatro Carignano, 12 gennaio 2023

Ibsen ungherese

Nell’Ottocento la donna è sempre vittima: della società, degli uomini (marito, amante, fratello…). Non Hedda Gabler nel 1890. Lei è vittima di sé stessa, del suo egoismo, della gelosia, della noia. Ossia della sua libertà, che pagherà a caro prezzo. Prima della Lulu di Wedekind anche Hedda distrugge gli uomini, ma volutamente: avendo nelle sue mani il destino di un uomo, invidiosa dell’influenza positiva che un’altra donna ha avuto su di lui tanto da riuscire a redimerlo e a farne quasi un uomo nuovo, decide di agire esattamente al contrario portandolo alla rovina e istigandolo al suicidio.

Seconda incursione nel teatro di Ibsen nella stagione del Teatro Stabile di Torino dopo SpettriHedda Gabler ora al Teatro Carignano non viene messa in scena nella traduzione italiana, ma neanche nell’originale norvegese, bensì in quella strana lingua, dolce e del tutto impermeabile alla nostra comprensione, che è l’ungherese. Si tratta infatti di una produzione affidata a Kriszta Székely, regista di Budapest che ritorna a Torino dopo la sua rielaborazione di Casa di bambola sempre di Ibsen e dello Zio Vanja di Čechov di tre anni fa nella traduzione italiana. Ora invece è la lingua della regista che ascoltiamo dalle bocche degli attori Barna Bányai Kelemen (Jørgen Tesman), Béla Mészáros (Ejlert Løvborg), Júlia Mentes (Thea Elvsted), Péter Takátsy (Brack), Eszter Kiss (Julle Tesman) e ovviamente Adél Jordán (Hedda). Sei personaggi (qui manca la domestica Berthe), tre donne e tre uomini, alla ricerca della felicità: Jørgen perché ha bisogno del posto all’università per pagare i debiti; Ejlert perché nonostante il successo del suo ultimo libro è corroso dentro dall’inadeguatezza di vivere ed è irrimediabilmente infelice; Thea perché ha sposato un uomo da cui fugge; la zia Julle perché vive solo per la sorella malata che ora è morta; Hedda, annoiata da una vita priva di passioni. Forse solo l’assessore Crack (qui giudice) nel suo cinismo si può ritenere non-infelice.

Nella sua drammaturgia Armin Szabó-Székely riscrive il testo per adattarlo a un’ambientazione contemporanea che esalta la modernità del personaggio di Hedda – «portamento nobile, carnagione pallida, carattere calmo e freddo», 29 anni dice l’autore,  qui la figura minuta dell’attrice Adél Jordán, scalza, irrequieta – che ha un solo interesse: le pistole del padre generale. «Comunque ho sempre qualcosa con cui divertirmi… le mie armi!» risponde al marito che le nega i suoi capricci.

La scenografia di Juli Balázs e i costumi di Dóra Pattantyus connotano il freddo ambiente in cui si svolge la vicenda e la recitazione abbandona la “dizione” teatrale per uno stile più cinematografico, sussurrato, introverso, che richiede molta attenzione da parte dello spettatore. Un microfono a un lato del palcoscenico è talora usato ironicamente per alcuni interventi dei personaggi mentre da un giradischi arrivano le musiche struggenti di Flora Lili Matisz. I quattro atti originali sono condensati in uno spettacolo senza intervalli che ha un ritmo in crescendo fino al drammatico finale con il suicidio di Hedda risolto con tecnica cinematografica: fermo immagine, ralenti. Un effetto che ha scatenato gli applausi di una sala gremita in ogni ordine di posto.

Lo spettacolo arriva dal Katona József Színház di Budapest dove Orban ha fatto approvare un provvedimento per il quale le direzioni dei teatri diventano di pertinenza governativa… La voce di un’artista e donna come Kriszta Székely è così ancora più preziosa. Hedda Gabler dura solo fino al 15 gennaio. Affrettarsi, è un’occasione da non mancare.

 ⸪

Mitridate

Wolfgang Amadeus Mozart, Mitridate, re di Ponto

★★★★☆

Berlino, Staatsoper unter den Linden, 11 dicembre 2022

(video streaming)

Mitridate torna in Giappone

Delle diverse tappe dei suoi viaggi in Italia, Milano è la città in cui Mozart si è fermato più a lungo: nel primo viaggio dal 23 gennaio al 15 marzo e dal 18 ottobre 1770 al 12 gennaio e dal 31 gennaio al 4 febbraio 1771; nel secondo dal 18 agosto al 5 dicembre 1771; nel terzo dal 4 novembre 1772 al 4 marzo 1773. Ed è a Milano che il quattordicenne (!) Wolfgang il 26 dicembre 1770 vede mettere in scena per l’inaugurazione della stagione la sua prima opera seria, Mitridate, re di Ponto K 87, su libretto di V.A. Cigna-Santi tratto da Racine attraverso la traduzione dell’abate Parini. Un successo con venti repliche.

«Trovo che Wolfgang ha scritto l’Opera bene e con molto ingegno» scrive il padre Leopold in una lettera dopo la «prima piccola prova». E in effetti così è: il ragazzo ha assimilato perfettamente i codici dell’opera seria italiana e di suo ci ha messo il gusto per melodie non banali e un’orchestrazione quasi matura. Per di più dimostra di saper adattarsi all’ambiente del teatro tenendo conto delle richieste dei cantanti, col risultato si ha uno spostamento del centro di attenzione musicale ai singoli episodi gestiti dagli esigenti e capricciosi cantori e prime donne, così che Mitridate diventa una successione di meravigliose arie che però stentano a costruire una vera unità drammatica.

Trentuno anni dopo la storica produzione londinese di Graham Vick e alla sua lettura in stile teatro kabuki, un vero giapponese si ispira allo stesso mezzo espressivo per ambientare la vicenda. Satoshi Miyagi opta dunque per un Giappone medievale affogato nell’oro che riveste ogni centimetro quadro dell’impianto scenografico di Junpei Kiz ed Eri Fukazawa come dei fantasiosi e sontuosi costumi di Kayo Takahashi Deschene. Una struttura a gradoni praticabili con scalinate ai lati costituiscel’unico elemento architettonico presente. Alla profondità tridimensionale il regista e direttore artistico dello Staatsoper unter den Linden preferisce la mutevole decorazione di questo fondale: ruotando, i pannelli mostrano in successione la reggia di Mitridate, una foresta di bambù dorati, un paesaggio dipinto col monte Fuji. La recitazione è volutamente assente, i cantanti sono fermi frontalmente e con lo sguardo fisso, i pochi movimenti sono quelli previsti dalle coreografie di Yu Otagaki per le marce o le battaglie en ralenti,. Qualche cantante però sfugge a questa prescrizione registica e non riesce a non interpretare. Nella sua lettura ancora più scioccante è il finale: dopo tanto fasto dorato la guera presenta i suoi conti sui corpi martoriati, i costumi lacerati, i campi fumanti di cadaveri.

Particolare cura è dedicata dal regista all’aspetto visivo, quasi calligrafico, come quando il corno obbligato nell’aria di Sifare «Lungi da te, mio bene» sale sul palcoscenico e, assieme ad altri figuranti che formano un ariete alato, con il suo strumento riprende la curvatura delle corna dell’animale. Quella di Miyagi è una regia visualmente molto raffinata ma statica, memore della tradizione teatrale del suo paese. Fortunatamente i suoi ricercati tableaux vivant ricevono un incessante impulso ritmico dalla direzione di Marc Minkowski alla guida dei Musiciens du Louvre che mette vita alle eleganti figure in scena. Il direttore francese utilizza agogiche mutevoli e colori cangianti per ottenere un ritmo narrativo accettabile a scapito però di recitativi falcidiati, numeri tagliati (Sifare, Ismene e Aspasia ne fanno le spese con uno ciascuno) e arie accorciate.

Nella parte eponima Pene Pati affronta con qualche difficoltà la sua prima aria «Se di lauri il crine adorno» sforzando nel registro acuto, poi si riprende e sfoggiando belle mezze voci riesce a dare al personaggio il giusto risalto vocale. Le agilità agevolmente risolte dipingono con efficacia un sovrano dal carattere combattuto tra orgoglio e amore filiale. Ana Maria Labin è un’Aspasia anche lei combattuta tra il ruolo di regina e quello di donna innamorata e la sua performance vocale tocca i punti massimi nelle colorature come nei momenti più intensi quali la grande scena del III atto che comprende la cavatina «Pallid’ombre, che scorgete» e un drammatico recitativo accompagnato. Angela Brower, soprano en travesti, delinea un Sifare di grande sensibilità e bellezza vocale. Così è anche per il Farnace di Paul-Antoine Bénos-Djian, controtenore che qui fornisce al momento la sua prova migliore. Non allo stesso livello di eccellenza si situano gli altri interpreti: Sarah Aristidou (Ismene), Sahy Ratia (Marzio) e Adriana Bignagni Lesca, soprano en travesti come Arbate.

 

I concerti del Regio

Andrea Battistoni, Angela Meade

Giuseppe Verdi, Messa da Requiem 

I. Requiem
II. Dies iræ
III. Offertorium
IV. Sanctus
V. Agnus Dei
VI. Communio
VII. Responsorium

Andrea Battistoni direttore, Angela Meade soprano, Silvia Beltrami mezzosoprano, Enea Scala tenore, Gianluca Buratto basso

Torino, Teatro Regio, 9 gennaio 2023

Sontuoso inizio della Stagione Sinfonica del Regio di Torino

Il mi2 dei violoncelli, segnato in partitura “con sordino” e pp, è a mala pena udibile. Poi le note si inabissano fino al mi dell’ottava inferiore e si uniscono gli altri archi, sempre pp, e infine le voci, prima quelle maschili poi quelle femminili, “sotto voce”, «Requiem. Requiem». Sul palcoscenico del Teatro Regio sono appena un sussurro. Andrea Battistoni, che inaugura con questa “opera” di Verdi i concerti dell’orchestra del Teatro Regio, sceglie dinamiche estreme, ma con predilezione per i pianissimi, così che non occorrono interventi frastornanti dell’orchestra per ottenere la terribilità del Dies irae o del Tuba mirum e in questo equilibrio sonoro così ottenuto il giovane direttore veronese, che dirige a memoria,  esalta la drammaticità di una pagina che ogni volta che si ascolta riesce a sconvolgere per la sua forza e che la sua direzione non esprime con effetti plateali, ma rende evidente per contrasto con i momenti lirici.

La Messa venne scritta in quel lungo periodo tra il 1871 (Aida) e il 1887 (Otello) in cui Verdi sembrava voler abbandonare la composizione di opere e si concentrava sulla revisione di lavori del passato – è del 1881 quella del Simon Boccanegra, del 1884 quella del Don Carlos – , sulla musica strumentale e da camera (nel 1873 scrive il suo Quartetto per archi in mi minore) e sulla musica sacra e la polifonia vocale del passato. Per onorare la scomparsa di Alessandro Manzoni, Verdi pensa al progetto abortito della Messa per Rossini, un progetto da lui proposto all’indomani della scomparsa del grande pesarese nel novembre 1868: una messa composta da tredici numeri scritti da altrettanti compositori. Nei tempi stabiliti tutti consegnarono le loro partiture ma per motivi in parte futili il lavoro non venne eseguito e rimase negli archivi per oltre cento anni prima di essere presentato a… Stoccarda nel 1986. Verdi, che aveva composto il finale, Libera me,  si fa restituire la partitura da Ricordi e completa il lavoro nella forma che conosciamo, che è quella della Messa per Rossini per orchestra, coro e quattro voci soliste e col medesimo testo. Da quel 22 maggio 1874 in cui la Messa da requiem fu eseguita nella chiesa di San Marco a Milano il suo successo è stato continuo e, se possibile, crescente.

Nell’ascoltare le quattro voci soliste non si riesce a non pensare ai grandi personaggi verdiani: ecco quindi che il «liber scriptus» del mezzosoprano ricorda il racconto di Azucena, gli interventi del basso richiamano la figura dell’inquisitore del Don Carlos, il soprano ha lo stesso slancio dell’Amelia di Un ballo in maschera e così via. E totalmente teatrale è la fanfara fuori scena del Tuba mirum, con quell’effetto di dislocazione spaziale che Verdi aveva usato per le trombe in Aida. Ma tutta la sequenza del Dies iræ con le sue drammatiche immagini  è ricca di “colpi di scena”.   Il suono ricco dell’orchestra del teatro qui ha modo di rifulgere in tutto il suo splendore strumentale così come il coro magistralmente istruito da Andrea Secchi.

La presenza di solisti di grande livello perfettamente integrati con la lettura del direttore porta a un risultato di eccellenza in cui si ammira la straordinaria voce di Angela Meade con i suoi fiati immensi, la grande proiezione, la perfetta intonazione, la fluidità del fraseggio, il timbro sontuoso. Se qualcuno avesse pensato a una certa freddezza nell’interpretazione del soprano americano, viene il momento in cui le parole del Libera me fanno scorrere un brivido nella schiena per l’intensità espressiva con cui sono pronunciate. Altrettanto spettacolari e ricchi di pathos sono gli interventi del mezzosoprano Silvia Beltrami e lontani da toni sbiancati quelli del tenore Enea Scala che sostiene «Hostias» con voce piena e acuti sicuri. La sua è una performance ricca di colori e di intenzioni realizzate. Il basso Gianluca Buratto ci ricorda invece che l’italiano oltre alle vocali ha anche le consonanti – e mors, ripetuta quattro volte di seguito nel silenzio orchestrale, ne ha tre contro una… – e dimostra l’importanza della parola anche in un testo liturgico in latino. Peccato che l’intonazione non sia sempre ineccepibile.

Grandi applausi da parte di un pubblico numeroso e rumoroso – ben quattro le suonerie di telefonini che si sono ascoltate durante i pianissimi e le pause piene di tensione. Quelle durante i pieni orchestrali non si sono invece notate.

L’Eliogabalo

Foto © Monika Rittershaus

Francesco Cavalli, L’Eliogabalo

★★★★☆

Zurigo, Opernhaus, 7 gennaio 2023

bandiera francese.jpg  ici la version française sur premiereloge-opera.com

Eliogabalo: l’anarchia al potere

Un quattordicenne si ritrova a essere imperatore di Roma, «anzi del mondo» come dice Lenia, e assapora la voluttà del potere. Questo avviene nel libretto di autore ignoto de L’Eliogabalo messo in musica da Francesco Cavalli per la stagione veneziana del Carnevale 1668.

Marcus Aurelius Antoninus Augustus, nato come Sestus Varius Avitus Bassianus, fu il primo imperatore romano di origine asiatica: discendente della dinastia dei Severi, alto sacerdote del dio sole (El-Gabal in siriaco e per questo chiamato Heliogabalus o Elagabalus), fu acclamato imperatore e salì al potere a soli quattordici anni nel 218 d.C. in opposizione all’imperatore Macrino. Nei quattro anni del suo regno cercò di imporre il culto solare, ma questa sua politica religiosa, assieme agli eccessi e alle eccentricità della sua corte, portarono a una crescente opposizione nei suoi confronti, che culminò con il suo assassinio da parte di una guardia pretoriana e con l’insediamento del cugino Alessandro Severo. Colpita dalla damnatio memoriæ, la sua dubbia fama fu esagerata in modo ostile dai primi storici cristiani.

La storiografia moderna ha riabilitato in parte la sua figura restituendone un ritratto più articolato nel contrasto fra il conservatorismo romano e la dinamicità del giovane siriano, ma nel 1667, l’anno di composizione dell’opera di Cavalli, l’immagine dell’imperatore era basata sulla Historia Augusta, ricca di pettegolezzi e storie spesso inventate. Così il testo dell’opera non si fa scrupolo di insistere sulla dissolutezza del protagonista definendolo «languido, lascivo, effeminato, libidinoso». Qui il giovane imperatore sembra ben poco interessato alla politica: preferisce indugiare in accoppiamenti assortiti nel genere e nella quantità, arriva a creare un senato tutto femminile per più facilmente abbordare l’amata e si traveste egli stesso da donna. Ma non è colpa sua, è il destino scritto nelle stelle, come dice a Eritea, la prima della lunga serie di donne a cui promette il matrimonio: «il merto d’adorar il tuo bel crine | sì di servaggio m’obbligò le sfere». Eliogabalo stesso in un delirio di onnipotenza esalta e giustifica la sua nequizia: «La fé che non osservo | acquista nome e pompa: | decoro della legge è ch’io la rompa», afferma prima di rivolgersi alla vecchia Lenia chiedendole di «trovar altro piacere». Don Giovanni ante litteram, egli vorrebbe «poter di tutte | far un misto, un transunto, | e goder di mille belle in un sol punto».

Ultima delle ventisette opere rimasteci dell’organista e maestro di cappella ducale a San Marco, L’Eliogabalo non andò mai in scena come previsto per il carnevale 1668 e fu sostituita da un omonimo dramma per musica di Giovanni Antonio Boretti sullo stesso testo rimaneggiato da Aurelio Aureli. Ci sono del tutte ignote le ragioni per cui ciò avvenne. Dopo 300 anni di silenzio il lavoro è stato presentato in occasione dell’inaugurazione del nuovo teatro San Domenico di Crema, la città natale del compositore. Poi nel 2004 c’è stata alla Monnaie di Bruxelles l’edizione critica di Mauro Calcagno condotta sul manoscritto conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia. A questo allestimento sono seguite nuove produzioni al Festival di Aspen (agosto 2007), Northington (luglio 2009), Dortmund (ottobre 2011), New York (Gotham Chamber Opera, marzo 2013) e Parigi (Palais Garnier, ottobre 2016).

Questa nuova produzione zurighese viene affidata a Calixto Bieito che qui l’anno scorso aveva messo in scena L’incoronazione di Poppea di Monteverdi, un’altra storia di imperatori romani dissoluti. Il regista spagnolo deve aver avuto presente Héliogabale ou l’Anarchiste couronné, il saggio del 1934 in cui Antonin Artaud aveva affrontato la vita dell’imperatore romano affermando che: «l’intera vita di Eliogabalo è anarchia in azione […] fuoco, gesto, sangue, grido […] Fanatico, un vero re, un ribelle, un folle individualista». Nella lettura di Bieito e nella drammaturgia di Beate Breidenbach la vicenda di questo egocentrico autocrate investe il tema attualissimo dei generi, con un protagonista che dimostra un disinvolto polimorfismo per quanto riguarda la sua sessualità assieme a una paranoica ricerca del piacere. Nella sua follia arriva alla auto-evirazione per raggiungere la totale equivalenza dei generi. Oscillando tra edonismo e crudeltà, il personaggio di Eliogabalo dimostra però tutta la sua insicurezza come persona.

Non potendo aggrapparsi a una narrativa che qui è totalmente priva di logica e tutt’altro che lineare, il regista punta alla creazione di immagini di forte impatto emotivo grazie alla scenografia in bianco e nero disegnata assieme ad Anna-Sofia Kirsch, ai costumi contemporanei di Ingo Krüger e soprattutto al suggestivo gioco luci di Franck Evin. I video di Adria Bieito Camì non sempre sono  necessari, ma completano l’aspetto visivo di uno spettacolo ricchissimo in cui vediamo la sala del Senato romano apparire dal fondo, una grande scatola nera scendere lentissimamente dall’alto con Eliogabalo abbracciato a un toro (elemento frequente nelle produzioni dello spagnolo Bieito), una gabbia salire dal basso per rinchiudere il “mostro”, una motocicletta, un divano bianco su cui si consuma prima il tentativo di stupro di Flavia Gemmira e sul quale poi la coppia Zotico ed Eliogabalo, lui evirato e in bianco abito da sposa, guardano romantici film in bianco e nero.

Musicista a 360 gradi, Dmitrij Sinkovskij si esibisce non solo come concertatore ma anche come violinista e cantante: all’inizio imbraccia il suo strumento per eseguire il tema della sinfonia e alla ripresa della seconda delle due parti in cui è diviso lo spettacolo, si rivolge verso il pubblico e in modo inaspettato intona con la sua bella voce controtenorile l’aria “Dammi morte o libertà” dalla Artemisia dello stesso Cavalli, che interpreta con grande intensità. Nel caso di una partitura come questa il lavoro del direttore è tutt’altro che limitato alla concertazione degli strumentisti e dei cantanti: qui è necessaria la ricostruzione di una partitura che è appena abbozzata – sono disponibili solo il basso continuo e le linee del canto – e si deve quindi a chi dirige un grande impegno anche compositivo. Il risultato è in questo caso eccellente: il recitar cantando di Cavalli, che si rapprende nei momenti più intensi in linee melodiche di estrema sensualità e malinconia, viene qui proposto con il suono pieno, ricco e sontuoso de La Scintilla, la compagine specializzata in musica antica su strumenti storici che qui mette in campo dieci violini, tre violoncelli, due viole da gamba, due contrabbassi, due flauti barocchi, quattro cornetti, dulciana, due tromboni, tre percussionisti, arpa, cembalo, tiorba, chitarra e chitarrone.

La fantasiosa ambiguità dei personaggi della vicenda si ritrova nel cast, in cui una vecchia (Lenia) è interpretata da un uomo (il tenore Mark Milhofer sempre attento a non esagerare nel grottesco del travestimento); un ragazzo innamorato (Giuliano Gordio) da una donna (l’apprezzatissima Beth Taylor, soprano); due controtenori di grido si appropriano della parte del titolo (Yuriy Mynenko) e di Alessandro Cesare (David Hansen) ed esprimono la diversità che questo registro vocale può esibire: dell’ucraino si ammirano la sicurezza e la proiezione vocale, dell’australiano la espressività e le suadenti mezze voci. Le donne vittime della furiosa sensualità del despota trovano in Siobhan Stagg (Anicia Eritea), Anna El-Khashem (Flavia Gemmira) e Sophie Junker (Atilia Macrina) interpreti validissime. Il tenore inglese Joel Williams sfoggia una sicura vocalità e una presenza fisica di tutto rispetto come Zotico mentre il basso Daniel Giulianini è fin troppo generoso col suo mezzo vocale e il suo Nerbulone risulta talora sopra le righe. Giulianini è l’unico italiano di un cast che altrimenti non brilla per chiarezza di dizione, e in un’opera di quest’epoca non è questione da poco. Ma per un pubblico come quello di Zurigo non è un problema e l’eccellenza della messa in scena, dei cantanti e dell’orchestra lo convincono a tributare calorosissimi e prolungati applausi. Era l’ultima replica. Non so se questa produzione si potrà rivedere altrove e se è stata registrata.

La tempesta

 

Fromental Halévy, La tempesta

★★★☆☆

Wexford, National Opera House, 3 novembre 2022

(video streaming)

Non tutte le trouvailles si rivelano dei tesori nascosti

Talora quello che si riscopre ha un indubbio interesse per capire i gusti di un’epoca o arricchire la conoscenza di un compositore, ma niente più.

È questo il caso de La tempesta, opera che Fromental Halévy scrisse 15 anni dopo La Juive e che, terminata la prima serie di rappresentazioni nel giugno 1850, non fu mai più riproposta. Questa ripresa al festival di Wexford si può considerare la prima esecuzione nella stesura originale poiché a Londra la musica prevista per Ariele fu sostituita da ballabili così da permettere a Carlotta Grisi di esibire le sue qualità di danzatrice nella parte dello spirito dell’aria.

Trentesima delle quaranta opere composte da Fromental Halévy, La tempesta è su libretto di Eugène Scribe, libero adattamento dall’omonimo lavoro di Shakespeare, tradotto in italiano da Pietro Giannone. In sintesi, «due francesi riscrivono un’opera inglese del XVI secolo come un’opera italiana per un pubblico inglese» (Christopher Hendley, “Fromental Halévy’s La Tempesta: a study in the negotiation of cultural differences”). I giornali dell’epoca spiegarono il successo dell’operazione come il risultato di un adattamento del compositore alle aspettative del pubblico operistico di Londra e all’eccellenza del cast, che comprendeva il basso Luigi Lablache come Calibano, il baritono Filippo Coletti come Prospero e appunto Carlotta Grisi come Ariele. Mentre nel lavoro di Shakespeare l’unico personaggio femminile della vicenda è Miranda, nel libretto di Scribe ce ne sono altri due: Ariele e Sicorace, la madre di Calibano che nell’originale è appena morta. Per adeguarsi al modello operistico ottocentesco, ecco quindi tre diversi ruoli femminili nettamente contrastanti per carattere e registro vocale: due soprani (Miranda e Ariele) e un mezzosoprano (Sicorace).

Inizialmente Scribe segue in gran parte l’essenziale della trama di Shakespeare: dopo la tempesta evocata da Ariele, che fa naufragare gli usurpatori napoletani, Prospero parla a Miranda dell’isola – anche se tralascia gran parte della storia del suo ducato – e chiarisce al pubblico che sta tramando affinché sua figlia sposi il figlio di Alonso, Fernando, per riconquistare il suo ducato. Durante il lungo materiale espositivo, Calibano viene messo a servizio trasportando tronchi (in questa produzione mattoni). A questo punto, l’opera prende una brusca sterzata da Shakespeare: la madre di Calibano, a cui Prospero ha rubato l’isola, è viva e vegeta e la prigionia in una roccia non impedisce la sua stregoneria perché riesce a far avere al figlio alcuni petali magici che concedono tre desideri al loro possessore – un utile tropo operistico – incaricandolo di usare le sue richieste per aiutarla a fuggire dalla prigionia, liberarsi dalla schiavitù e riconquistare l’isola. Ma Calibano invece non l’ascolta, ammalia il folletto e lo imprigiona in un albero e sfrutta un altro desiderio per perseguire la sua passione per Miranda. Scribe fa del tentativo di stupro della figlia di Prospero da parte del selvaggio, che è parte del retroscena in Shakespeare, il fulcro della trama.

Segue un assemblaggio di scene piuttosto scollegate tra loro. Stefano fa ubriacare Calibano con il rum, un’ottima occasione per un brindisi e un coro, mentre una furiosa Sicorace interviene di nuovo convincendo Miranda che Fernando è un falso amante e che lei deve ucciderlo, altrimenti la vita di suo padre sarà in pericolo. Ma, mentre Miranda sta per conficcare il pugnale nel petto di Fernando addormentato, lui pronuncia il suo nome e lei esita. Prospero appare davanti ai napoletani e racconta che la morte di Fernando è dovuta alla loro avidità e al loro tradimento. La loro angoscia è il compimento della sua vendetta. Alla fine comunque, si ottiene una rapida riconciliazione di tutte le parti.

Non c’è quindi alcun accenno a un contesto coloniale; non c’è l’idealismo utopico di Gonzalo; non ci si interroga sui difetti, le motivazioni e il controllo oppressivo di Prospero su coloro che vivono sull’isola; non ci sono trame parallele di usurpazione e non c’è quasi nessuna magia, solo la stregoneria di Sicorace. Si tratta di un libretto monodimensionale con al centro la passione e la ferocia di Calibano piuttosto che il desiderio di vendetta di Prospero. I personaggi non hanno rilievo e a volte manca la chiarezza nello svolgersi delle scene.

Ci vorrebbe dunque un regista che desse un senso a tutto questo con una forte coesione drammatica, invece Roberto Catalano opta per l’astrazione e una totale assenza di ambiguità morale con un design in bianco e nero – il bene e il male – senza sfumature, sia nei costumi di Ilaria Ariemme sia nella scenografia di Emanuele Sinisi che costruisce una facciata con uno squarcio che i mattoni portati in scena e l’impastatrice dovrebbero chiudere, ma ciò non avviene. Libri, specchi, lanterne, letti, barchette di carta hanno una presenza più simbolica che drammaturgica e la parola NOSTALGIA incisa sulla facciata non si capisce a che cosa si riferisca.

Musicalmente La tempesta sembra quasi una parodia dell’opera italiana, con arie, cabalette, gorgheggi, concertati e strette totalmente avulse da una convincente drammaturgia. Un Donizetti formato export che è quello che il pubblico dello Haymarket voleva sentire e che alle nostre orecchie risulta puttosto falso, nonostante l’appassionata concertazione di Francesco Cilluffo che della riproposizione di titoli desueti ha fatto la sua missione. Dopo un inizio di singolare colore cupo che prometterebbe bene, la partitura vira verso stilemi e forme che risultano già in ritardo con l’opera italiana e non – il 1850 è l’anno del Lohengrin, Donizetti aveva terminato la sua carriera da sette anni, Verdi un anno dopo col Rigoletto scriverà un’opera in anticipo sui suoi tempi e Meyerbeer l’anno prima con Le prophète consolidava il modello grand-opéra.

Nel cast si fanno notare il Calibano del basso georgiano Giorgi Manoshvili, uscito dalla Accademia Rossiniana di Pesaro, l’Ariele del soprano irlandese Jade Phoenix e il Prospero del baritono russo Nikolaij Zemlianskikh. Il soprano israeliano Hila Baggio ha voce un po’ stridula ma sicura tecnica e agilità ferme anche se è poco convincente come Miranda. Di Giulio Pelligra (Fernando) viene annunciato che canterà nonostante la non perfetta disposizione fisica, e infatti si sente. Singolare il ruolo di Sicorace: la voce della cantante Emma Jüngling proviene da due altoparlanti che scendono un po’ minacciosamente dall’alto. Qualche piccolo sbandamento nel coro non ne pregiudica il rendimento, che risulta vivace e pronto.

Essendo lo spettacolo coprodotto con il teatro Coccia ci sarà la possibilità di vederlo a Novara in futuro.