Georges Hartmann

Werther

Jules Massenet, Werther

★★★★★

Parigi, Opéra Bastille, 1 gennaio 2010

(live streaming)

Il trionfo della malinconia

La fortunata produzione del Werther di Benoît Jacquot presentata all’Opéra Bastille nel 2010 con la direzione musicale di Michel Plasson si rivela uno dei vertici dell’interpretazione massenetiana.

Massimo specialista della tradizione francese, Plasson fa emergere Werther non come un semplice dramma romantico lacrimevole, ma come una sottile tragedia psicologica. Grande conoscitore del rapporto fra parola, canto e orchestra nella tradizione dell’opéra lyrique, la sua interpretazioni di Massenet — insieme a quelle di Gounod e Offenbach — è un autentico modello nella  storia del repertorio francese.

Jonas Kaufmann offre un Werther di impressionante complessità psicologica. La sua interpretazione sfugge sia al puro eroismo tenorile sia all’abbandono decadente: il personaggio emerge come un uomo divorato da un’assoluta incapacità di adattarsi alla realtà. Vocalmente, Kaufmann domina il ruolo con una tavolozza ricchissima di colori scuri, mezzevoci raffinatissime e slanci appassionati sempre controllati. L’aria «Pourquoi me réveiller» non è trattata come semplice pezzo di bravura, ma come l’esplosione disperata di un’anima ormai sull’orlo dell’annientamento. La dizione francese, accurata e naturale, contribuisce a rendere il personaggio profondamente credibile.

Accanto a lui, Sophie Koch costruisce una Charlotte intensa e dolorosamente trattenuta. Il suo timbro caldo e vellutato si adatta perfettamente alla malinconia del personaggio. Koch evita ogni enfasi melodrammatica e sceglie invece la via della sottrazione: la sua Charlotte vive nel conflitto continuo tra dovere e desiderio, tra disciplina morale e passione repressa. Proprio questa misura interpretativa rende ancora più sconvolgente il progressivo cedimento emotivo del personaggio nel terzo e quarto atto.

Anche il cast di fianco si mantiene su livelli molto elevati. Ludovic Tézier offre un Albert nobile e umano, mai ridotto al semplice rivale convenzionale. Anne-Catherine Gillet tratteggia una Sophie luminosa e delicata, efficace contrappunto alla cupezza dei protagonisti. Alain Vernhes è un autorevole Bailli.

La regia di Benoît Jacquot si distingue per sobrietà e precisione cinematografica. Lontano dalle provocazioni spesso gratuite di tanto teatro contemporaneo, Jacquot costruisce uno spazio essenziale, dominato da tonalità fredde e da una geometria quasi claustrofobica. I personaggi sembrano imprigionati in ambienti che riflettono la loro incapacità di comunicare davvero. I movimenti scenici sono minimi, ma ogni gesto acquista peso drammatico. La recitazione, curata nei dettagli, privilegia sguardi, silenzi e distanze fisiche, trasformando il dramma sentimentale in una tragedia dell’incomunicabilità.

Werther

Jules Massenet, Werther

Parigi, Opéra Comique, 23 gennaio 2026

★★★★☆

(diretta streaming)

Contro il romanticismo facile: Werther ritorna all’Opéra Comique

All’Opéra Comique, torna in una lettura essenziale e contemporanea. La regia sobria di Ted Huffman e la direzione tesa e analitica di Raphaël Pichon mettono a nudo il dramma interiore. Adèle Charvet commuove come Charlotte; Pene Pati sorprende per un Werther introverso ma coerente.

Il ritorno di Werther alla Salle Favart nel 2026 non è soltanto un evento di repertorio, ma un momento di riflessione sul senso stesso del drame lyrique oggi. In un luogo che vide la prima parigina dell’opera di Massenet nel 1893, la produzione firmata da Ted Huffman e diretta da Raphaël Pichon sceglie consapevolmente la via della sottrazione, interrogando la partitura e il suo portato romantico con strumenti tanto filologici quanto teatrali. Ne nasce uno spettacolo di forte coerenza estetica, capace di parlare al presente senza tradire la natura profonda dell’opera.

Huffman rinuncia a ogni tentazione illustrativa. La scena è quasi sempre spoglia, abitata da pochi oggetti domestici e da un’azione che si svolge spesso a vista, senza cesure nette. Il principio guida è chiaro: riportare Werther al suo nucleo essenziale, spostando il baricentro sull’interiorità dei personaggi. Alcune scelte – il bacio anticipato fra i due protagonisti o il suicidio privo di pistola – possono apparire discutibili, persino contrarie alla lettera del libretto, ma non compromettono la leggibilità complessiva dell’azione. Anzi, la chiarezza drammaturgica resta intatta, soprattutto per uno spettatore che conosca l’opera, grazie a una direzione d’attori minuziosa, quasi “cinematografica”, che valorizza ogni gesto e ogni silenzio.

Questo teatro dell’essenziale trova un corrispettivo ideale nella direzione di Raphaël Pichon, vero fulcro musicale della serata. Alla testa dell’Ensemble Pygmalion, il direttore costruisce una lettura di Werther tesa, scarnificata, lontana da ogni compiacimento lirico. La sua è una visione che privilegia l’urgenza emotiva e la violenza dei sentimenti, senza mai perdere il controllo delle proporzioni formali. Il suono, caldo ma mai opulento, restituisce alla partitura un carattere quasi cameristico, in cui ogni colore strumentale diventa eco delle oscillazioni dell’animo. Emblematico l’uso del silenzio, inteso non come pausa ma come spazio drammatico, capace di sospendere il tempo e di accentuare l’inesorabile progressione verso la catastrofe.

Pichon dosa con intelligenza la tensione lungo l’arco dei quattro atti. La prima parte, ingannevolmente serena, è percorsa da una minaccia latente che affiora nei dettagli timbrici e negli accenti asciutti, fino a esplodere nel secondo tempo con una violenza controllata, quasi hitchcockiana. Il momento del ritorno di Werther, nel cuore dell’opera, segna l’unica vera deflagrazione orchestrale: un grido trattenuto, subito ricondotto a una nudità sonora che bandisce ogni romanticismo facile. In questa prospettiva, la presenza di strumenti come il saxofono nell’“Air des larmes” o l’arpa, che scandisce il battito cardiaco dell’opera, non appare come una curiosità timbrica, ma come parte integrante di un discorso drammatico rigoroso.

La riuscita dello spettacolo si deve in larga misura alla straordinaria intesa fra Adèle Charvet e Pene Pati, coppia di rara sincerità scenica e vocale. È difficile pensare l’uno senza l’altra, tanto la loro interazione appare naturale, priva di ogni enfasi superflua. Charvet costruisce una Charlotte di grande spessore umano, sostenuta da un registro centrale sontuoso e da una dizione esemplare. Il celebre «Va! laisse couler mes larmes» diventa nelle sue mani un momento di verità lacerante, privo di ogni compiacimento melodrammatico, in cui il dolore si esprime con una semplicità disarmante.

Pene Pati affronta il ruolo eponimo con un’intenzione chiaramente anti-retorica, scegliendo una linea espressiva introversa e sorvegliata che non ha convinto unanimemente. Il suo Werther rifugge consapevolmente l’immagine dell’eroe romantico ardente e declamatorio: la vocalità, di timbro naturalmente luminoso, è spesso contenuta, talora persino ritratta, e privilegia la morbidezza del fraseggio e l’intelligibilità del testo rispetto allo slancio passionale. Questa opzione interpretativa, coerente con la visione asciutta di Ted Huffman e con la direzione implacabilmente controllata di Raphaël Pichon, può apparire a tratti limitante, soprattutto nei primi due atti, dove una certa cautela tecnica e una presenza scenica volutamente dimessa attenuano l’impatto emotivo del personaggio.

È solo progressivamente, e in particolare nella seconda parte dell’opera, che il tenore samoano trova una maggiore aderenza drammatica, scavando con più decisione nell’inquietudine del personaggio. Il celebre «Pourquoi me réveiller» non si impone come momento di apoteosi vocale, scelta che ha lasciato perplessi alcuni ascoltatori, ma come un monologo interiore quasi prosastico, coerente con l’idea di un Werther più pensante che declamante. Se questa lettura rinuncia a una parte dell’eloquenza romantica tradizionalmente associata al ruolo, guadagna tuttavia in continuità psicologica e in adesione al clima claustrofobico della messa in scena, restituendo un protagonista fragile, isolato, talvolta persino opaco: un Werther meno seducente, forse, ma non privo di una sua severa verità.

Di buon livello anche i ruoli di fianco, che contribuiscono a definire un equilibrio drammatico tutt’altro che manicheo. Christian Immler è un Bailli di bonaria autorevolezza, guida affettuosa, fresca e partecipe. Il duo formato da Johann e Schmidt, interpretati da Jean-Christophe Lanièce e Carl Ghazarossian, introduce una leggerezza necessaria, mai caricaturale, che accentua per contrasto la cupezza del dramma. John Chest disegna un Albert umano e combattuto, lontano dalla figura dell’antagonista odioso: la voce densa e il fraseggio curato restituiscono un personaggio credibile, intrappolato anch’egli in un destino che non controlla. Julie Roset, infine, offre una Sophie luminosa e misurata, priva di inutili acuti esibizionistici: la freschezza del timbro e l’eleganza della linea fanno della sua interpretazione un esempio di come il ruolo possa essere servito con intelligenza musicale.

In definitiva, questo Werther parigino si impone come una lettura memorabile, fondata su una rara convergenza di visione teatrale e musicale. La sobrietà della regia di Huffman e la direzione implacabile di Pichon trovano nei due protagonisti interpreti ideali, capaci di incarnare con sincerità un dramma che, al di là delle convenzioni storiche, continua a parlare alla nostra sensibilità. Non resta che augurarsi che l’Opéra Comique continui a esplorare con questo rigore e questa libertà un repertorio che, più che mai, trova nella Salle Favart la sua casa naturale. Fortunatamente, la ripresa diffusa da ArteTv consente di prolungare l’esperienza, permettendo a un pubblico più vasto di misurarsi con una delle più convincenti letture recenti del capolavoro di Massenet.

Werther

   

Jules Massenet, Werther

Milano, Teatro alla Scala, 27 giugno 2024

★★★★☆

(diretta streaming LaScalaTv)

Werther e l’orologio 

Un bellissimo tradimento quello del Werther di Massenet, tutt’altra cosa da Die Leiden des jungen Werther di Johann Wolfgang von Goethe, il romanzo epistolare pubblicato 118 anni prima, in cui il protagonista, ventenne e di buona famiglia, scrive all’amico Guglielmo nel corso di venti mesi, dal maggio 1771 al 22 dicembre 1772, dei suoi viaggi tra città e campagna e della sua infatuazione per Charlotte (Lotte), una ragazza del villaggio di Wahlheim già promessa sposa a un altro, Albert, un giovane funzionario.

Punto più alto del movimento Sturm und Drang che preluderà al Romanticismo e modello per il romanzo del Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis del 1804 che racconta una storia praticamente identica ma introduce il motivo politico-patriottico, l’apologo morale di Goethe diventa un drame lyrique intimo, un teatro da camera in linea con la lettura romantica dell’originale, ma guarda al Naturalismo di Maupassant o Flaubert. Nel libretto di Édouard Blau, Georges Hartmann e Paul Millet, Charlotte non è insensibile al fascino del giovane Werther il quale ha turbato anche i sentimenti di Sophie, la sorella minore di Charlotte, un’invenzione dei librettisti i quali posticipano anche il suicidio di Werther di tre giorni per farlo avvenire proprio il giorno di Natale, con la sua tragica morte punteggiata dai canti e dalle risa dei fratellini di Charlotte.

Qualche libertà se la prende anche Christof Loy in questa messa in scena del capolavoro di Massenet che mancava dalla Scala da oltre quarant’anni, essendo l’ultima volta quella con la direzione di Georges Prêtre e la voce di Alfredo Kraus. Il regista tedesco legge la vicenda agendo sui meccanismi psicologici dei quattro personaggi principali i quali agiscono sempre davanti a una parete che chiude il fondo del palcoscenico nella scenografia di Johannes Leiacker, dove solo una porta a battenti scorrevoli lascia intravedere, quando è aperta, quanto succede di là: un albero che segue il corso delle stagioni, una tavola imbandita per la festa del Pastore, immagini di una vita borghese preclusa a Werther – e infatti l’unica volta che varca quel confine è per spararsi. I dettagli della vicenda sono lasciati all’immaginazione dello spettatore e i quattro personaggi vivono le loro irrimediabili solitudini al proscenio, in una scena pressoché vuota, secondo una perfetta geometria di movimenti e cantando i loro monologhi verso il vuoto del pubblico. Il finale non avviene nella soffitta del giovane, ma nella casa di Albert e alla presenza anche di  Sophie. E qui  sottilissimi sono i tocchi psicologici messi in atto da Loy, come quando Sophie si stringe nella pelliccia della sorella o il pacco di lettere di Werther a Charlotte quasi sbattuto in faccia al marito. Più Ibsen che Massenet il finale e visto come uno psico-dramma. L’ambientazione è quella degli anni 50 del secolo scorso nei costumi di Robby Duiveman con le eleganti e lunghe gonne per le donne. In questa attualizzazione salta all’occhio l’orologio da polso con bracciale metallico di Werther, perfettamente plausibile, certo, ma comunque insolito su un personaggio che concepiamo così… fuori dal tempo.

Dopo Kraus solo Juan Diego Flórez nella produzione bolognese diretta da Mariotti nel 2016 aveva lasciato il segno. Ora è la volta di Benjamin Bernheim che si dimostra il miglior Werther di oggi, più lirico che drammatico, con un timbro purissimo e luminoso ma una proiezione che non teme  i fortissimi orchestrali. I pianissimi sono i più delicati, il controllo di fiati e mezzevoci è da manuale, il fraseggio impeccabile, la vocalità cesellata ma espressiva, mai fine a sé stessa o esibita per edonismo. Perdendo ogni slancio eroico, il Werther di Bernheim diventa un sognatore umanissimo e commovente, destinato al fallimento fin dal suo primo ingresso quando si presenta in un completo con l’immancabile panciotto giallo ma con i pantaloni – era la moda degli anni ’50 – al di sopra delle caviglie. Jean-Sébastien Bou si dimostra come sempre ottimo attore nell’interpretare la figura di Albert, il marito che sa di non essere amato. Timbro caldo e corposo quello del mezzosoprano russo Viktoria Karkačeva, una Charlotte di carattere nobile e nascostamente appassionato. Non impeccabile neppure la dizione di Francesca Pia Vitale che peraltro delinea una Sophie sensibilissima, un personaggio complesso e sofferente nella sua condizione di amante  rifiutata. Vivaci nella loro efficace caratterizzazione il Bailli di Armando Noguera, lo Schmidt di Rodolphe Briand e lo Johann di Enric Martinez-Castignani. Perfetti sia nel canto sia nella recitazione gli allievi del coro di voci bianche. 

La musica di questo Massenet deve molto a Wagner ma anche a Čajkovskij e ciò è ben chiaro ad Alain Antinoglu che della partitura mette in luce tutta la sofferta malinconia e gli slanci lirici mai stucchevoli. L’esatta resa dei colori e degli impasti timbrici, l’equilibrio di trasparenze e squarci stordenti sono il risultato di una direzione magistrale e di un’orchestra in stato di grazia.

Visto su LaScalaTv.

Werther

Jules Massenet, Werther

★★★★☆

Brescia, Teatro Grande, 6 novembre 2020

(diretta streaming)

Werther, opera del distanziamento

Diretta streaming da Brescia per lo spettacolo coprodotto dai Teatri di OperaLombardia (Sociale di Como, Fraschini di Pavia, Ponchielli di Cremona, Grande di Brescia, Donizetti di Bergamo): in tempi di Covid-19 questa è l’unica possibilità di assistere a uno spettacolo teatrale. Da casa, mentre il teatro rimane tristemente senza spettatori.

Il concorso AsLiCo porta in scena i quattro finalisti. Magari non sono ancora perfetti, ma escono da una severa selezione e hanno avuto il tempo di prepararsi, il tempo che cantanti in carriera si sognano. E i risultati si vedono: la cura per la dizione e l’espressività sono massime e l’inesperienza è largamente compensata dalla freschezza e dall’entusiasmo. Per di più sono giovani e belli e rivelano particolari doti vocali.

Werther introverso e tormentato, ma anche pieno di slancio giovanile, è quello di Gillen Munguía che vive con trasporto la parabola esistenziale del personaggio romantico per eccellenza, dal momento magico dell’innamoramento alla disperazione e al suicidio. Il timbro è piacevole, virile, con appena un leggero tono nasale. Il “Lied d’Ossian” è affrontato con grande sensibilità in una mezza voce che poi sfocia in un finale altamente drammatico. Dotto di buon fraseggio e piacevole presenza scenica, il suo è un debutto che fa prevedere  una felice carriera. Voce ferma è ben proiettata quella di Karina Demurova, espressiva e bella Charlotte, la ragazza combattuta tra dovere e sentimento. Alcune note sono un po’ fisse, ma il temperamento non incide sul suo controllo vocale e il personaggio esce fuori molto ben delineato. Particolarmente apprezzabile la caratterizzazione di Sophie di Maria Rita Combattelli, che disegna con efficacia la giovane nascostamente innamorata di Werther e che vocalmente risolve con grande brillantezza la sua ariette del secondo atto, «Du gai soleil plein de flamme». Meno impegnativa la parte di Alberto Comes, bonario Borgomastro. Più che accettabili gli altri interpreti.

Dopo un inizio che faceva temere il peggio, l’orchestra trova la giusta via ma la direzione manca di tensione, sono fiacchi gli slanci e gli abbandoni lirici che fanno di questa la più amata delle opere di Massenet. Anche i timbri strumentali non sono sempre a fuoco. Sembra che al maestro Francesco Pasqualetti sia riuscito meglio il lavoro di concertazione con le voci di quello con l’orchestra.

Stefano Vizioli è autore di una messa in scena molto attenta alla psicologia dei personaggi e trova nei giovani interpreti un valido riscontro alla sua lettura. Due grandi porte, un pavimento sghembo, di carta come il fondo stropicciato, una poltrona e un cavallino a dondolo nel primo atto sono i soli elementi presenti nella bella e semplice scenografia di Emanuele Sinisi. L’atmosfera è sottolineata dalle suggestive ed evocative proiezioni di Imaginarium e dalle giuste luci di Vincenzo Raponi. L’ambiente è senza tempo, solo i bei costumi di Anna Maria Heinrich definiscono l’epoca (ma i guanti sono di lattice…). Altrettanto efficace quello del secondo atto: tre casette sullo sfondo, per terra delle foglie secche, una panca di pietra. Un divano Biedermeier, un clavicembalo, qualche pacco regalo: ecco l’atmosfera natalizia del terzo atto.

Nel quarto il colpo di scena del regista: Vizioli risolve genialmente il problema del distanziamento che è stato a suo modo funzionale fino a questo momento, ma che ora sarebbe insensato: vediamo quindi Charlotte invecchiata, su una sedia a rotelle, rivivere il suo ultimo incontro con Werther. Il rimorso tormenta ancora in tarda età la donna e un telo separa la donna dall’uomo morente sul letto. È la stessa immagine che avevamo intravisto all’inizio, senza intenderla.

Al termine dell’esecuzione il direttore d’orchestra, che non si è mai tolto la mascherina, si inchina verso la platea vuota mentre sul palcoscenico i cantanti si mettono in fila al proscenio sotto gli scarsi applausi degli orchestrali.

Una scena surreale. Per quanto tempo ancora dovrà succedere?

Werther

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Jules Massenet, Werther

★★★★☆

Bologna, Teatro Comunale, 15 December 2016

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Werther’s middle-class dream

It is hard to find a recent production of Werther that adheres to the space-time coordinates of Goethe’s original work: from the backyard with plastic chairs and children playing with hula-hoops in Andrei Şerban’s setting, to Liliana Cavani’s movie theater where Werther dies, not even this Rosetta Cucchi’s new production by Bologna Teatro Comunale evades the tendency to bring the plot to the present time.

The interiors of the Bailli’s middle-class house and Albert’s living room, with its shelves full of fake volumes, represent the environment in which Werther tries in vain to enter. Every time he attempts to get closer to this world…

continues on bachtrack.com

Werther

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Jules Massenet, Werther

★★★★☆

Bologna, Teatro Comunale, 15 dicembre 2016

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Il sogno borghese di Werther

Ultimamente è difficile trovare un allestimento del Werther che rispetti le coordinate spazio-temporali dell’originale goethiano: dal cortile con sedie di plastica e bambini che giocano con l’hula-hoop di Andrei Șerban alla sala cinematografica in cui muore il Werther di Liliana Cavani, neanche la regia di Rosetta Cucchi, in questa nuova produzione bolognese, sfugge alla voga di trasportare nella contemporaneità la vicenda.

L’interno borghese della villetta del podestà e la libreria con i volumi finti del salotto di Albert rappresentano l’ambiente in cui ha cercato inutilmente di entrare il personaggio del titolo. Ogni volta che egli cerca di avvicinarsi a questo mondo, un velario nero scende a impedirglielo fino che alla fine, inesorabilmente, la casetta di Charlotte si allontana da lui verso il fondo e diventa lo schermo in cui le ombre di una coppia di vecchietti rappresentano il sogno borghese di Werther. Altro che eroe romantico! La dimensione domestica della sua vicenda è tutta compresa tra divani, poltrone, abat-jour e carillon. Ora, accasciato in una poltrona in proscenio, una bottiglia di liquore in mano e la cassetta delle pistole in grembo, negli ultimi istanti della vita che sta per togliersi, Werther sogna il suo sfortunato amore per Charlotte e nella regia della Cucchi il sogno ha la forma di un flashback cinematografico e di questo mezzo utilizza il fermo immagine, il ralenti e la diversa illuminazione – là una luce calda e dorata, qui su Werther la luce livida di uno spot.

All’esterno la natura inesorabile segue il suo ciclo di vita e morte: le foglie ancora verdi che cadono nell’estate del suo incontro con Charlotte, il grigio tronco dell’autunno, l’albero abbattuto in inverno, con lo striminzito alberello natalizio accanto all’onnipresente poltrona su cui spirerà. Stranamente la regista ci risparmia la nevicata che sempre accompagna il trapasso di Werther nel finale. La regia spesso si perde in scenette che distolgono l’attenzione da quanto avviene tra i personaggi principali, come è ad esempio nel secondo atto col fastidioso picnic che fa da sfondo al duetto di Charlotte e Werther. La stessa scena nel recente allestimento londinese di Benoît Jacquot era realizzata con una ben più congeniale astrattezza che esaltava il dramma vissuto in scena in quel momento.

Alla prosaicità della messa in scena supplisce l’appassionata direzione di Michele Mariotti, che concerta con maestria le voci dei cantanti e i meravigliosi momenti orchestrali: il preludio, la scena del chiaro di luna, l’interludio che precede l’ultimo atto, magnificamente suonato a sipario abbassato («Il neige. Nuit dans la salle» indica il libretto). Tutti hanno inusitati accenti sinfonici sapientemente realizzati dall’orchestra del Teatro Comunale.

Juan Diego Flórez affronta per la prima volta il ruolo in palcoscenico, dopo aver proposto innumerevoli volte in recital e concerti quel «Pourquoi me réveiller?» su cui hanno lasciato ricordi indelebili i più grandi tenori del secolo passato, due fra tutti Nicolai Gedda, che soleva eseguire il primo acuto in pianissimo, e Alfredo Kraus, che ha consegnato alla storia forse l’interpretazione definitiva. Ed è sulla via tracciata da Kraus che si impernia quella di Flórez, col suo carattere astratto, quasi incorporeo e formato sul bel canto rossiniano, che rende qui Werther eroe romantico avulso a questo mondo, un “diverso”. L’impeccabile fraseggio e gli acuti sono espressione di una parola scolpita con una dizione splendidamente curata, mentre gli accenti drammatici danno rilievo al personaggio. Perfetta nel ruolo di Charlotte è l’americana (di origini argentine) Isabel Leonard, sia scenicamente sia vocalmente. Con il suo timbro leggermente scuro dal registro omogeneo e dagli acuti precisi delinea un personaggio intenso e come Flórez dimostra un’ottima dizione del francese. Lo stesso si può dire della spagnola Ruth Iniesta, una Sophie finalmente non infantilmente bamboleggiante. Unico cantante di lingua francese del cast è Jean-François Lapointe, che si è rivelato un Albert efficace e vocalmente autorevole.

La buona resa degli altri comprimari e del coro di voci bianche hanno contribuito al felice esito della serata. Le recite proseguono fino al 23 dicembre con l’alternanza di Celso Albelo e Josè Maria Lo Monaco nelle due parti principali.

Werther

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Jules Massenet, Werther

★★★★☆

Londra, Royal Opera House, 27 giugno 2016

(live streaming)

Il Werther mediterraneo di Grigolo

L’allestimento di Benoît Jacquot, visto a Londra nel maggio 2011 con Rolando Villazón e Sophie Koch, diretti già allora da Pappano, era nato alla Royal Opera House nel 2004. Da allora è stato riproposto in molti teatri con i tenori più in voga (Álvarez e Kaufmann soprattutto) e in questi giorni è ripreso nella sala del Covent Garden con la coppia Vittorio Grigolo e Joyce DiDonato. Ancora una volta sul podio c’è Tony Pappano.

La regia, ripresa da Andrew Sinclair, si dimostra ancora efficace nella sua essenzialità. Lo scenografo Charles Edwards connota i quattro atti con diverse ambientazioni. Nel primo un alto muro e un grande portone di legno sembrano voler difendere l’intimità della famiglia del Bailli dall’esterno; nel secondo una spoglia piazza terrazzata è invasa dalle foglie secche dell’autunno e la chiesa che non si vede sarà al fondo della scalinata di cui vediamo l’inizio. Il punto di fuga della scenografia riflette l’animo tormentato di Werther e la sua decisione di fuggire da Charlotte; nel terzo atto siamo nel salone della casa del Bailli dalle pareti in boiserie e con una spinetta malinconica in un angolo e quando Charlotte spalanca la porta per correre da Werther vediamo che nevica. E continua copiosamente a nevicare nel quarto atto, quando la misera stanzetta del suicida avanza lentamente dal fondo verso il proscenio. I costumi hanno toni borghesemente dimessi, ma far indossare a Charlotte lo stesso abito per tutti e quattro gli atti e a prescindere dalla stagione è una scelta incomprensibile.

Anche se il Werther vuole essere un’opera intimista, la partitura ha scoppi tardoromantici, se non addirittura veristi (d’altronde siamo nel 1892, l’anno di Pagliacci e de La Wally) che Pappano sottolinea senza vergogna (sul volume sonoro in teatro non so dire, ma nella sala cinematografica in cui è stato proiettato era notevole).

Al suo debutto nel ruolo, Grigolo è tecnicamente ineccepibile, ma forse troppo mediterraneo per passare da pallido eroe romantico e non riesce a commuovere veramente. Anche scenicamente, nonostante tutti i suoi sforzi (il buttarsi per terra, le falcate nervose sul palcoscenico, gli strabuzzamenti degli occhi, la bocca sempre troppo aperta, le convulsioni prima della morte), non è del tutto convincente e quelle occhiate al direttore sono passion killer. La sua resa del «Pourquoi me réveiller» è comunque da manuale e in Italia avrebbe fatto esplodere il teatro di applausi. Qui a Londra la compostezza del pubblico ha la meglio e non c’è alcuna interruzione nel flusso musicale.

Efficace la DiDonato, anche se non ha più l’età della protagonista. La sua Charlotte non è una fanciulla spensierata, ma una donna che sa di dover attenersi alle scelte che le ha imposto la vita. L’equilibrio del conflitto tra la passione interna e la sottomissione ai doveri del suo ruolo esterno sono perfettamente resi e la vocalità è sempre aderente al personaggio e tecnicamente di gran classe con colori, dinamiche e fraseggi ineccepibili. Forse abbiamo nelle orecchie toni di voce più caldi, se pensiamo ad altre Charlotte come la Garanča o la compianta Valentini Terrani ad esempio, per apprezzarne pienamente il timbro. Anche lei debutta in questo Massenet – Cendrillon era però tutta un’altra cosa.

Nei ruoli minori si fa notare lo Schmidt di François Piolino, l’unico francese del cast, e si sente. Nella figura del Bailli si è rivisto Jonathan Summers, l’Albert dell’edizione 1979 qui al Covent Garden, mentre l’attuale Albert è il serbo David Bižić dal timbro non sempre molto felice. Spigliata, forse anche troppo, una soubrette fanciullesca, la Sophie di Hether Engebretson.

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Werther

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★★★★☆

Il più bel tradimento dell’opera di Goethe

Pubblicato nel 1774, I dolori del giovane Werther di Johann Wolfgang von Goethe si impose immediatamente come uno dei testi emblematici dello Sturm und Drang, trasformando il disagio esistenziale e sentimentale del protagonista in un paradigma europeo della soggettività moderna. Più di un secolo dopo, Jules Massenet ne ricavò Werther, un drame lyrique rappresentato per la prima volta nel 1892 a Vienna: non una semplice trasposizione operistica, ma una profonda reinterpretazione estetica e psicologica del romanzo goethiano.

Nel testo di Goethe, Werther incarna l’assolutezza del sentimento e l’impossibilità di conciliarlo con l’ordine sociale borghese. L’amore per Charlotte, già promessa ad Albert, precipita progressivamente in una dimensione di isolamento e autodistruzione, raccontata attraverso una scrittura epistolare febbrile, frammentaria e fortemente soggettiva. Il romanzo non solo consacrò la figura dell’eroe romantico moderno, ma rese visibile una nuova concezione dell’interiorità: il sentimento come forza totalizzante, refrattaria a ogni mediazione razionale.

Massenet si confronta con questo materiale letterario attraverso una sensibilità profondamente diversa. La temperie culturale della Francia fin de siècle, attraversata dal simbolismo e dall’interesse per la psicologia dell’inconscio, modifica radicalmente la percezione del personaggio goethiano. Nel compositore francese l’impeto giovanile del Werther originario si stempera in una meditazione elegiaca sul desiderio, sulla memoria e sull’impossibilità del compimento affettivo. Il protagonista non appare più soltanto come un ribelle sentimentale, ma come un individuo incapace di abitare la realtà, prigioniero di una coscienza ipertrofica che trasforma ogni esperienza in nostalgia.

Questa prospettiva emerge con particolare evidenza nella drammaturgia musicale dell’opera. Composto tra il 1885 e il 1887 su libretto di Édouard Blau, Paul Millet e Georges Hartmann, Werther fu inizialmente respinto dall’Opéra-Comique, che giudicava il soggetto eccessivamente cupo per il proprio pubblico. La prima esecuzione avvenne dunque a Vienna, in traduzione tedesca, nel 1892, prima del successivo successo francese. La vicenda produttiva dell’opera rivela già il suo carattere anomalo nel panorama lirico del tempo: lontana tanto dal grand-opéra quanto dall’opéra-comique tradizionale, essa privilegia una dimensione introspettiva e antispettacolare, fondata non sull’azione esterna ma sull’accumulazione progressiva della tensione emotiva.

Dal punto di vista musicale, Werther rappresenta uno degli esiti più sofisticati della maturità di Massenet. La scrittura orchestrale, di straordinaria finezza timbrica, svolge una funzione eminentemente psicologica: i colori autunnali dei legni, le frequenti trasparenze armoniche, l’insistenza sui registri medi e gravi delineano un paesaggio sonoro coerente con la malinconia e l’immobilità interiore dei personaggi. L’orchestra non accompagna semplicemente il canto, ma ne prolunga e approfondisce il significato affettivo, creando un tessuto sonoro continuo nel quale i confini tra aria, recitativo e scena risultano progressivamente attenuati.

Pur conservando formalmente alcuni numeri chiusi, l’opera tende infatti a una concezione quasi durchkomponiert, nella quale il flusso musicale coincide con il movimento psicologico del dramma. In questo quadro, la vocalità tenorile di Werther assume un ruolo centrale e particolarmente complesso. La parte richiede non tanto slancio eroico quanto capacità di introspezione e controllo del fraseggio: il canto deve continuamente oscillare tra abbandono lirico e ripiegamento interiore. Analogamente, Charlotte si configura come figura tragica autonoma, sospesa fra il dovere morale e la verità del desiderio. Massenet evita ogni schematismo melodrammatico e costruisce invece una relazione fondata sull’incomunicabilità e sulla repressione emotiva.

Emblematico, in tal senso, è il celebre «Pourquoi me réveiller», spesso percepito come momento culminante dell’opera. In realtà, l’aria non costituisce una semplice espansione lirica, bensì l’emersione disperata di una coscienza già segnata dalla percezione della fine. L’intera opera sembra infatti attraversata da una temporalità sospesa e retrospettiva, nella quale il desiderio si manifesta sempre come perdita imminente. È proprio questa capacità di trasformare il dramma romantico in una meditazione musicale sull’assenza e sull’impossibilità a conferire al Werther di Massenet la sua persistente modernità.

A più di un secolo dalla sua creazione, Werther continua a interrogare interpreti e studiosi per la sua capacità di coniugare lirismo e modernità psicologica: un’opera che, sotto l’apparente delicatezza, cela una visione radicale e profondamente inquieta dell’individuo moderno.

L’azione del dramma si sviluppa per tre stagioni: l’estate (atto primo) che vede l’incontro di Charlotte e Werther; l’autunno (atto secondo) che vede il matrimonio di Charlotte con Albert; l’inverno, la notte di Natale (atto terzo e quarto) con la morte del poeta. Il personaggio di Charlotte nel libretto è di pari importanza a quello di Werther.

Atto primo. Luglio 178… Nei dintorni di Francoforte. Sulla terrazza di casa del borgomastro, che sta insegnando ai suoi figli un canto di Natale. La quindicenne figlia del borgomastro, Sophie, è in scena mentre la sorella maggiore Charlotte si sta preparando per un ballo. Sopraggiungono gli invitati, che si sono dati appuntamento alla casa di Charlotte da dove si recheranno alla festa. Fra gli altri c’è il giovane sognatore Werther, che il borgomastro presenta alla figlia maggiore. Mentre tutti sono al ballo, Sophie, rimasta sola a casa, viene raggiunta da Albert, fidanzato di Charlotte, che ritorna dopo un viaggio durato alcuni mesi ed è colpito dall’assenza della promessa sposa. Ma Sophie lo rassicura: l’amata lo ha sempre pensato. I due si congedano e rientrano Werther e Charlotte: il giovane le dichiara il suo amore, ma la ragazza gli parla della promessa, fatta alla madre morente, di sposare Albert. Werther, pur disperato, non si oppone.
Atto secondo. Nella piazza di Wetzlar, in un giorno di festa settembrino: si celebrano le nozze d’oro del Pastore. Albert e Charlotte sono sposi da tre mesi e gli amici brindano alla loro unione. L’infelice Werther, che da lontano assiste alla festa, viene raggiunto da Albert che, conoscendo i suoi sentimenti, gli dichiara di stimarlo per la sua rinuncia. Sopraggiunge poi Sophie, innamorata di Werther, che gli chiede di ballare, ma l’invito è respinto. Il giovane vuole parlare con Charlotte e la attende vicino alla chiesa per dichiararle ancora una volta il suo amore. Ma ella gli risponde consigliandogli di allontanarsi per qualche mese: tornerà a Natale. Fin d’ora Werther inizia a pensare che solo la morte potrà liberarlo dalla sua infelicità. Rifiuta un nuovo invito alle danze di Sophie e le comunica che se ne andrà per sempre: a questa notizia la giovane scoppia in lacrime.
Atto terzo. La vigilia di Natale nel salotto della casa di Albert. Charlotte è inquieta e rilegge una lettera di Werther, mentre Sophie le chiede se sia triste a causa dell’assenza del giovane: Charlotte non riesce a dissimulare di fronte alla sorella, ma poi cade in un pianto dirotto. Sopraggiunge proprio in quel momento Werther, che è tornato dopo una malattia e dopo aver invano desiderato la morte. Mentre le legge alcuni versi di Ossian le strappa un bacio, ma dopo questo fugace momento di abbandono la donna fugge rinchiudendosi in una camera. Werther lascia la casa: ora sa che non c’è felicità per lui. Poco dopo manda un biglietto ad Albert per chiedergli in prestito le sue pistole, adducendo il pretesto di un viaggio. Charlotte intuisce la verità e si precipita a casa di Werther.
Atto quarto. È la notte di Natale. Il giovane giace morente nel suo studio e, sentendo la voce di Charlotte, si rianima per un attimo, giusto il tempo di chiedere perdono e invocare una serena sepoltura, per poi spirare tra le braccia dell’amata, che ha appena il tempo di confessargli la verità: ella lo ha sempre amato e si rimprovera di aver sacrificato i propri veri sentimenti a un giuramento. Werther morirà felice di questa confessione. Da lontano si odono i bambini che cantano il loro inno natalizio.

Registrato alla Staatsoper di Vienna nel 2005, questo Werther di Jules Massenet porta la firma registica di Andrei Șerban, artista rumeno noto per il suo teatro visivamente elaborato e spesso incline a interventi personali molto marcati. L’azione viene trasferita alla fine degli anni Cinquanta, scelta evidente sin dai primi dettagli scenici: le bambine giocano con l’hula-hoop, gli abiti richiamano l’eleganza borghese del dopoguerra e l’arredamento domestico comprende sedie di plastica, un televisore e persino un’altalena da giardino che conferisce all’insieme un’atmosfera da villeggiatura estiva. Nonostante l’ambientazione novecentesca, il regista mantiene però intatta la scansione temporale dell’opera, sottolineata simbolicamente dall’enorme albero posto al centro della scena, presenza costante e quasi ossessiva che accompagna il mutare delle stagioni e degli stati d’animo.

Il primo atto è probabilmente il più riuscito dal punto di vista visivo. La vicenda si svolge in piena estate, mentre i bambini della famiglia del Bailli, qui particolarmente numerosi (1), provano ironicamente un canto natalizio indossando costumi da bagno. Il contrasto tra il clima vacanziero e l’eco del Natale accentua il senso di straniamento già presente nel libretto e crea un’atmosfera sospesa, malinconica e al tempo stesso lievemente grottesca. Anche il celebre inno alla natura di Werther non si rivolge più a un paesaggio romantico ottocentesco, bensì a un giardino domestico dall’aria ordinaria, quasi dimessa, che sembra evocare i sobborghi della provincia americana immortalati dal cinema degli anni Cinquanta.

L’associazione con A Summer Place (Scandalo al sole) di Delmer Daves nasce spontanea. Charlotte, con il suo aspetto castigato e la sua femminilità trattenuta, ricorda effettivamente Sandra Dee, simbolo di una giovinezza innocente e repressa. In fondo gli anni Cinquanta, dietro la loro apparente modernità, conservavano un moralismo non troppo distante da quello del XIX secolo immaginato da Goethe e da Massenet: un mondo in cui i sentimenti devono essere controllati, nascosti, sacrificati alle convenzioni sociali. Șerban coglie questo aspetto con intelligenza, ma la sua regia tende spesso a eccedere nel desiderio di sottolineare ogni tensione psicologica attraverso movimenti e gesti insistiti.

Il limite maggiore dello spettacolo emerge soprattutto nel finale. Qui il regista abbandona ogni misura e trasforma la morte di Werther in una scena esasperata e melodrammatica. Charlotte si getta sul corpo insanguinato dell’amato, vi si rotola sopra disperatamente e gli confessa finalmente il proprio amore sotto gli occhi di Albert, presenza che rende il momento ancora più forzato. È un’immagine che divide inevitabilmente il pubblico: alcuni la trovano intensa e passionale, altri la percepiscono come un’inutile concessione al sensazionalismo.

Sul podio Philippe Jordan dirige con energia e partecipazione emotiva. All’epoca ancora giovane, il direttore svizzero affronta la partitura con slancio teatrale, valorizzandone i grandi archi lirici e i climax sentimentali senza mai perdere il controllo dell’orchestra. La sua lettura privilegia il lato appassionato dell’opera più che quello intimistico, ma riesce comunque a mettere in luce la raffinatezza timbrica di Massenet e la continua oscillazione tra tenerezza e disperazione che percorre la partitura.

Marcelo Álvarez, inizialmente un po’ rigido nel suo elegante completo scuro da bravo ragazzo degli anni Cinquanta, conquista progressivamente la scena fino a diventare un Werther pienamente credibile. Il confronto con interpreti leggendari del passato come Georges Thill, Tito Schipa o Alfredo Kraus potrebbe intimidire qualsiasi tenore, ma l’artista argentino regge il paragone grazie alla bellezza del timbro, alla generosità del fraseggio e alla capacità di incarnare sinceramente il tormento del personaggio. La sua interpretazione evita il manierismo e punta soprattutto sull’intensità emotiva, culminando in un ultimo atto di forte impatto.

Accanto a lui Elīna Garanča offre una Charlotte di altissimo livello. Il mezzosoprano lettone sfoggia una voce sontuosa, omogenea in tutti i registri e sostenuta da una linea di canto impeccabile. Alla perfezione tecnica si unisce una presenza scenica magnetica, elegante e malinconica, ideale per un personaggio costretto a reprimere continuamente le proprie emozioni. La sua Charlotte appare meno materna e più giovane del consueto, dettaglio che ben si accorda con l’ambientazione anni Cinquanta immaginata da Șerban.

Molto validi anche i comprimari: Adrian Eröd tratteggia un Albert autorevole e misurato, lontano da ogni caricatura del marito ottuso, mentre Ileana Tonca presta a Sophie freschezza vocale e vivacità scenica. Rimane qualche riserva sulla dizione francese dei due protagonisti, non sempre limpida e idiomatica, limite che però non compromette la qualità complessiva dell’esecuzione.

Curioso, infine, il contenuto extra del DVD: Álvarez e Garanča introducono il tradizionale ballo dell’Opera di Vienna e si cimentano persino in un duetto di zarzuela, inserto piuttosto bizzarro rispetto all’atmosfera tragica dell’opera ma interessante come testimonianza del clima mondano che circondava la produzione.

(1) Ben quindici mentre sono sei nel libretto e dieci nell’originale di Goethe.

  • Werther, Plasson/Jacquot, Parigi, 1 gennaio 2010
  • Werther, Pappano/Jacquot, Londra, 27 giugno 2016
  • Werther, Mariotti/Cucchi, Bologna, 15 dicembre 2016
  • Werther, Pasqualetti/Vizioli, Brescia, 6 novembre 2020
  • Werther, Altinoglu/Loy, Milano, 27 giugno 2024
  • Werther, Pichon/Huffman, Parigi, 23 gennaio 2025