Mese: settembre 2018

Falstaff

Giuseppe Verdi, Falstaff

★★★☆☆

Vienna, Staatsoper, 30 giugno 2018

(livestreaming)

“Visually sumptuous”. Lo Zeffirelli scozzese

Indubbiamente è l’impatto visivo dei suoi allestimenti l’elemento che più caratterizza le produzioni di Sir David McVicar, Knight Bachelor e Chevalier de l’ordre des arts et des lettres. Ma c’è anche un minuzioso lavoro attoriale dietro le regie dell’ex-attore della Glasgow School of Art e della Royal Scottish Academy of Music and Drama, regie che vengono sempre più apprezzate nei teatri, come il Metropolitan Opera House di New York o la Staatsoper di Vienna, in cui l’eleganza e la grandiosità dell’allestimento – scenografie, costumi, luci – hanno la meglio sulle idee che “stravolgono” le opere o ne danno un’interpretazione problematica.

Partito dalla geniale lettura di lavori quali il Giulio Cesare (Glyndebourne, 2005) ambientato nell’India colonialista o la Salome (Royal Opera House, 2008) vista come una pasoliniana Salò-Sade, ora il regista scozzese mette in scena i maggiori titoli dell’Ottocento e Novecento con un fasto unito a una somma cura per i particolari.

La ricostruzione degli ambienti è inappuntabile: ne sono un esempio il dorato padiglione rococo dell’Andrea Chénier, il teatro-nel-teatro della sua  Adriana Lecouvreur o qui la camera di Falstaff con quella tavola apparecchiata che sembra uscita da una natura morta fiamminga. Charles Edwards disegna anche casa Ford con il suo praticabile superiore e il quadro finale dominato dalla quercia di Herne e da un’immane luna piena. Non sono da meno i sontuosi costumi di Gabrielle Dalton.

Non mancano le idee argute nella regia di McVicar, come il grande letto di Falstaff che si può permettere la compagnia, oltre che di un paggio, anche di una giovane ragazza discinta. Ma pur nella sua eleganza, l’allestimento denuncia una certa mancanza di ispirazione da parte del regista scozzese con alcuni momenti, soprattutto nel finale, che nella loro maniacale adesione al libretto finiscono per risultare stucchevoli.

Due anni dopo il debutto, torna a Vienna questa produzione dell’ultima opera di Verdi. Al posto di Zubin Mehta ora c’è James Conlon e quasi tutti nuovi sono gli interpreti, ad eccezione del titolare, Ambrogio Maestri, che proprio qui festeggiava la sua 250ª recita il 9 dicembre 2016. Ora chissà a che quota è dopo che nel frattempo si sono aggiunte, solo recentemente, Milano, Monaco, Astana e Parigi. C’è poco da aggiungere alla sua performance che rasenta la perfezione con la totale immedesimazione nel personaggio senza mai cadere nella caricatura e nell’umorismo greve. Maestri è anche l’unico italiano, e si sente: in un’opera in cui il canto è conversazione, leggerezza, intelliggibilità, le dizioni impastate di alcuni cantanti e lo storpiamento delle parole (angello, gelloso…) non aiutano. Per di più James Conlon nella buca orchestrale non sempre ha pietà delle voci in scena pur avendo a disposizione il meraviglioso strumento dell’orchestra dei Wiener. Le preziosità della lettura di Zubin Mehta della produzione originale qui mancano pur nella corretta scelta dei tempi e dei colori strumentali. Anche il folto cast non ha punte di particolare eccellenza, deludendo il rozzo Ford di Christopher Maltman, il poco elegante Fenton di Jinxu Xiahou e la Nannetta senza grazia di Andrea Carroll. Meglio il trio delle comari: l’Alice Ford di Olga Bezsmertna, la Mrs. Quickly di Monika Bohinec e la Meg Page di Margaret Plummer. Fastidiosamente sopra le righe Dr. Cajus e Bardolfo.

Le foto di riferiscono alla produzione del dicembre 2016

 

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Inside

Dimitris Papaioannou, Inside

Torino, OGR, 20 settembre 2018

Senza fine

Un esperimento su grande scala, un’installazione visiva, una performance muta, un dramma senza parole, senza inizio né fine.

Come sempre le creazioni di Dimitris Papaioannou sfuggono alle definizioni: per sei ore su una scena fissa, che rappresenta una grande camera aperta su un balcone, si vede entrare una persona (ragazzo o ragazza) che si spoglia, fa la doccia, mangia qualcosa, va a letto. Non è ancora stesa sulle lenzuola che entra un’altra persona che ripete gli stessi gesti, poi un’altra, un’altra ancora, riempiendo la scena e alternando pieni a vuoti. Cambiano le luci, cambia il paesaggio urbano al di là della grande porta-finestra, ma non cambiano i gesti. La quotidianità si ripete sempre uguale. Trenta performer talora affollano la scena senza però mai interagire fra di loro. Anche quando a un certo punto un ragazzo e una ragazza si spogliano e si mettono assieme a letto ma restano sempre individui separati.

Verso la terza ora accade qualcosa di inaspettato: il ragazzo che entra sosta un attimo ed esce e quello che è sdraiato non sparisce inghiottito dal letto, anzi accenna a rialzarsi, a rivestirsi, ma poi si sdraia di nuovo. L’altro ragazzo rientra e riesce altre cinque o sei volte, e così quello nel letto. Ma finalmente la sequenza di gesti riprende come era prima, immutata, quasi per il nostro sollievo.

Quello che si vede alle OGR in questi giorni, in concomitanza con lo spettacolo The Great Tamer per Torino Danza, è un video della performance che ha avuto luogo al Teatro Pallas di Atene nel 2011, uno spettacolo dal vivo che sfrutta vari trucchi teatrali: il varco nel letto in cui sparisce col suo lenzuolo il performer; la mano che raccoglie fuori scena il bicchiere che cade dalla mensola su cui si sono accumulati tutti gli altri o fa sparire gli abiti gettati per terra; le decine di lenzuola sul letto; la finta porta scorrevole che viene aperta in continuazione e mai chiusa. Visivamente il lavoro può ricordare i video sperimentali di Zbigniew Rybczyński che negli anni ’80 del secolo scorso utilizzava pionieristicamente tecniche di computer grafica nell’accumulazione di immagini (Tango, 1980; Steps, 1987), ma Papaioannou è invece legato ai corpi dei suoi performer e alla fisicità della loro presenza tutt’altro che virtuale.

Provate anche voi: sei ore ipnotiche in cui non succede nulla però non ci si decide mai ad abbandonare la sala del Duomo delle OGR con i suoi grandi cuscini.

Su Vimeo è possibile avere un assaggio della performance.

MITO

Vladimir Pervuninskij (n. 1957), Il valzer

MITO Settembre Musica

Torino, Teatro Regio, 16 settembre 2018

Valzer!

Il filo rosso dei concerti di MITO-Settembre Musica 2018 è stato trovato da Nicola Campogrande nel ballo. A due giorni dalla fine (sempre più anticipata negli anni) del festival e con un programma tutto dedicato al valzer, torna a dirigere nel “suo” teatro Gianandrea Noseda. Definire caloroso il saluto che il pubblico torinese riserva al maestro è quanto meno limitativo: nel momento in cui con il suo passo deciso sale sul palcoscenico dove è schierata l’Orchestra Filarmonica del Regio parte una selva di applausi che diventeranno ovazioni alla fine del concerto.

Con due Strauss (Johann figlio e Richard) e un Ravel, il valzer viene declinato in tutte le sue sfaccettature: dal mondo spensierato e frizzante del Fledermaus (ouverture) alle atmosfere allucinate de La valse passando attraverso il Wienerwald (le nostre Storielle del bosco viennese), il salotto nostalgico di Der Rosenkavalier e dei Valses nobles et sentimentales. Dal 1868 al 1920 dunque, dall’apice al declino di una forma musicale che aveva accompagnato l’affermarsi della borghesia ottocentesca fino alla crisi della Grande Guerra.

Che sia un programma ruffiano quello del concerto impaginato da Campogrande nessuno lo nega, ma cosa c’è di meglio per mettere in luce le qualità, quando ci siano (e qui ci sono) di una compagine orchestrale come l’Orchestra Filarmonica del Regio. Tre sommi orchestratori hanno permesso di mettere in evidenza i colori di pezzi così diversi accumunati però dal ritmo: dai corni e dal violoncello e dagli interventi solistici della cetra suonata da Georg Glasl nelle Storielle, alla rutilante strumentazione de La valse con la sua ricca percussione.

Ma il momento più appagante della serata è stato quello dell’esecuzione della suite da Der Rosenkavalier dove la danza si insinua nelle sfuggenti alchimie armoniche che disegnano lo struggente addio al mondo della giovinezza passata con indicibile rimpianto. Il tutto reso con sicurezza e sensibilità da Noseda, con un appropriato uso del rubato, forse troppo parsimoniosamente utilizzato nei pezzi di Johann Strauss, e delle perfette dinamiche sonore.

Il maestro ci lascia con la voglia di riascoltare Der Rosenkavalier, da trent’anni assente dai programmi del teatro. Il previsto meraviglioso allestimento di Carsen è stato cancellato, come sappiamo, e neanche per il 70° anniversario della morte di Richard Strauss c’è spazio per una sua opera nell’autarchico cartellone del teatro torinese.

The Medium

Julija Samsonova-Khayet, Madame Flora nella produzione del 2011 del Festival dei Due Mondi di Spoleto

Gian Carlo Menotti, The Medium

Nato nel 1911 nel varesotto, Gian Carlo Menotti frequenta il Conservatorio di Milano dove conosce Toscanini e dopo la morte del padre si trasferisce al Curtis Institute of Music di Filadelfia. Negli Stati Uniti conosce Leonard Bernstein e ha una relazione con Samuel Barber che diventerà il suo compagno di vita e per il quale scriverà i libretti di due opere.

Dopo le prove nel genere buffo con Amelia al ballo (Filadelfia, 1937) e The old Maid and the Thief (opera radiofonica, 1939), Menotti ottiene il successo anche nel genere drammatico con The Medium (New York, 1946), una breve opera in due atti. Al debutto americano segue la diffusione europea con la prima italiana a Genova nel 1949. Per l’occasione Menotti, autore del libretto, prepara una versione in italiano. Con la regia del compositore stesso il lavoro ottiene un buon successo, anche se non così clamoroso come oltre oceano.

Atto primo. Monica e Toby stanno giocando quando sopraggiunge Madame Flora (Baba): ora devono prepararsi a ricevere i clienti, per una seduta spiritica in cui collaboreranno a una finta evocazione degli spiriti. Arrivano Mrs. Nolan (per evocare la figlia Doodly) e i coniugi Gobineau (per il figlioletto Mickey): in realtà sarà Monica a parlare per loro. Nel buio, però, Baba sente realmente una mano fredda che la tocca e ne è sconvolta. Congedati i clienti, la finta medium comincia a sospettare di Toby, mentre Monica tenta di calmarla.
Atto secondo. Monica e Toby scherzano davanti al teatrino di marionette usato per le ‘messe in scena’ sovrannaturali: nella loro allegria c’è anche una grande tenerezza reciproca. Arriva Baba, semiubriaca, e cerca con finta dolcezza di capire se è stato il muto Toby a toccarla, mentre la sua agitazione aumenta fino a minacciarlo. Sopraggiungono i clienti per la seduta: Baba confessa i suoi imbrogli, ma questi rifiutano di crederle e lei li scaccia. Ormai vaneggiante, invoca perdono a Dio e si agita istericamente, mentre Toby tenta di sfuggirle nascondendosi dietro una tenda. Baba scorge il suo movimento e spara in quella direzione: appare una macchia di sangue sulla tenda bianca, mentre Monica invoca aiuto.

Nelle parole dell’autore, The Medium «descrive la tragedia di una donna imprigionata tra due mondi, un mondo reale che non comprende del tutto, e un mondo soprannaturale in cui non riesce a credere. [Baba] non ha scrupoli nel truffare i suoi clienti, fino a quando succede qualcosa che lei stessa non ha preparato. Questo incidente insignificante, che non è in grado di spiegare, frantuma la sua sicurezza e la fa quasi impazzire di paura. Da questo momento si scaglia impotente contro i suoi clienti creduloni, sereni nella loro fede ingenua e incrollabile, e contro Toby che sembra nascondere nel suo silenzio la risposta alla sua domanda senza risposta. Nella semplicità del suo amore per Toby e per Baba, Monica cerca di mediare tra loro, ma Baba, nella sua ansia e insicurezza, arriva a uccidere Toby, ‘il fantasma’, il simbolo della sua angoscia metafisica, che la perseguiterà per sempre con l’enigma del suo silenzio immutabile».

«Convinto di doversi dedicare alla ricerca “dell’inevitabile, non del nuovo”, Menotti adotta in questa opera da camera, come nelle altre sue produzioni, un linguaggio attento alle esigenze dell’ascoltatore medio e ampiamente debitore della tradizione verista; dedica inoltre grande attenzione all’efficacia delle parti melodiche. Gli interventi di Baba e ancor più di Monica sono trattati come vere e proprie arie; quest’ultima è partecipe, con Toby, di un mondo in cui i caratteri del sovrannaturale, del fiabesco e dell’infantile tendono a confondersi. Un vago impressionismo caratterizza la lirica iniziale e l’intervento di Doodly (“Mummy, you must not cry”, che ricorda taluni passi di Suor Angelica di Puccini), mentre echi popolari sono presenti nella ninna-nanna “O black swan” (di un particolare sapore modale e slavo). Baba interviene spesso con passi di declamato teatrale; anche le scene d’assieme presentano il concertato in forma di dialogo spesso recitato. A parte qualche tagliente passo in stile imitativo, prevale la melodia accompagnata, al fine di esaltare al massimo la linea del canto, secondo una consuetudine di ascendenza verista. L’orchestra, dalle dimensioni cameristiche, è sempre assai pronta a sottolineare con dissonanze o allucinati ritmi di danza lo sconfinamento dal reale al fantastico: caratteristici i nervosi interventi del pianoforte, mentre il vaneggiamento di Baba nel soliloquio finale è reso con le citazioni di frammenti di passi precedenti. Proprio l’abile scrittura dell’orchestra (che “ha valore determinante, non di commento”, come ebbe a dire Menotti), unita a una drammaturgia semplice e concentrata (nel solco del verismo, così come l’elemento grottesco introdotto con il personaggio muto di Toby), nonché la facilità melodica, al servizio di una sceneggiatura che sottolinea gli aspetti emozionali, hanno portato al diffuso gradimento dell’opera presso il grande pubblico». (Maria Grazia Sità)

Molte le versioni disponibili su youtube, tutte amatoriali.

Polidoro

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Matteo Pugliese, Extra mœnia, 2004 – Immagine scelta per la locandina dello spettacolo

Antonio Lotti, Polidoro

★★★★☆

Vicenza, Teatro Olimpico, 6 settembre 2018

Il gioco barocco delle doppie identità

Damnatio memoriæ. Non usa mezzi termini Franco Rossi sul programma di sala per definire l’atteggiamento della cultura musicale nei confronti dell’opera italiana sei-settecentesca. L’interesse per quella stagione gloriosa sembra essere quasi spento se si guarda alla saggistica sull’argomento, ma anche la proposizione di opere di quel periodo sulle scene dei teatri segna il passo, per lo meno in Italia dove i cartelloni ripropongono alla nausea i soliti venti titoli ottocenteschi e l’unico compositore del XVIII secolo sempre presente è Mozart.

Eppure, ogni tanto anche nel nostro paese, affetto dalla sindrome della memoria corta – in tutti i campi, incluso quello politico – qualcosa si muove e ogni nuova scoperta porta alla conferma del valore di compositori una volta incensati e ora negletti. È il caso di Antono Lotti del quale si riascolta il Polidoro, a trecentoquattro anni dalla presentazione ed è la prima volta in tempi moderni. Era infatti il carnevale del 1714 quando nel veneziano teatro Grimani andava in scena la sedicesima delle circa trenta opere messe in musica da quel figlio di “barcariol” nato nel 1667 e divenuto contraltista, poi organista e infine Maestro di Cappella a San Marco nel 1736, quattro anni prima di morire. Nel frattempo aveva frequentato, tra gli altri, Bach e Händel. La sua opera, in gran parte inedita e che include, oltre alle opere per il teatro, messe, cantate, oratorî e varia musica strumentale, è considerata la transizione dalla musica barocca a quella del periodo classico. La sua musica per la scena non ha la teatralità di Händel o l’imprevedibilità di Vivaldi, ma è comunque di ottima fattura.

Su testo di Agostino Piovene, la tragedia Polidoro viene suddivisa in cinque atti con ventun numeri musicali che, oltre alla sinfonia iniziale, comprendono arie solistiche, duetti e cori. Sette i personaggi impegnati nella vicenda, che si svolge nell’antica Grecia dopo la caduta di Troia: Polinestore, vecchio re di Tracia; la moglie Iliona, figlia di Priamo; Polidoro, fratello di Iliona, creduto Deifilo; Deifilo, figlio di Polinestore, creduto Polidoro e amante di Andromaca; Andromaca, vedova di Ettore e ora in Tracia; Pirro, figlio di Achille e ambasciatore dei Greci, anche lui innamorato di Andromaca; Darete, precettore dei due prìncipi Polidoro e Deifilo. Trattato anche da Virgilio nell’Eneide, il tema mitologico si concludeva con la tragica morte di Polidoro, mentre qui Piovene lo salva per farne un’esaltazione delle virtù di un nobile sovrano.

Iliona, figlia di Priamo, è moglie di Polinestore, re di Tracia. Con lei vivono il fratello Polidoro, di puro sangue troiano, quindi, e Deifilo, il figlio avuto da Polinestore. Iliona teme che i Greci intendano definitivamente annientare la sua stirpe uccidendone il fratello, perciò ha scambiato le identità del figlio Deifilo e del fratello Polidoro nella più tenera età. Essi ne sono entrambi ignari: Deifilo è cresciuto convinto di essere Polidoro, mentre Polidoro crede di essere il figlio di Polinestore. A corte si trova anche Andromaca, vedova di Ettore, e innamorata di Deifilo. La donna è schiava di Pirro, figlio di Achille, che giunge alla reggia in veste di ambasciatore dei Greci per chiedere l’appoggio di Polinestore nell’uccisione di Polidoro. Deifilo convince l’amico a prendere il suo posto, così da venire ucciso in vece sua e salvare così la continuità della stirpe troiana. Scoperto lo scambio, Iliona si trova a un bivio: svelare le vere identità del figlio e del fratello o lasciare che il vero Polidoro, salvandosi, possa vendicare la distruzione di Troia? Decide per la seconda soluzione e Polidoro sale al trono dopo aver fatto imprigionare e accecare Polinestore.

Come nell’Alcesti di Euripide (e poi nei lavori di Händel e Gluck) dove la sposa sacrifica la propria vita per salvare quella del marito Admeto, abbiamo la nobile gara al sacrificio tra Polidoro e Deifilo, qui esemplarmente contrapposta alla brama di potere dei cinici Polinestore e Pirro.

Francesco Erle, che ha diretto i diciotto elementi dell’Orchestra Barocca Vicenza in Lirica, ha dovuto affrontare un problema non da poco: il manoscritto della partitura conservato a San Pietro a Majella non riporta la cifratura del basso continuo, segno che probablmente fu lo stesso Lotti a dirigere il lavoro al debutto. La soluzione scelta da Erle, rinomato studioso dell’opera del Settecento, è stata quella di riinventare stilemi appartenenti alla musica sacra del Lotti per i numerosi e intensi recitativi e il risultato è stato eccellente: la scelta delle armonizzazioni e degli strumenti – particolarmente apprezzato l’utilizzo del fagotto – ha permesso di dare una seconda nuova vita a questo inedito capolavoro.

Non è stata facile neanche la scelta degli interpreti, se si pensa che per il ruolo titolare a Venezia era stato chiamato nientemeno che “il Senesino”: Polidoro ha infatti la bellezza di ben cinque arie solistiche, e tutte di grande impegno vocale, che culminano in «Vendetta mi grida | quell’ombra diletta», pagina irta di agilità di forza. Qui a disposizione c’è stata la sorpresa della serata, il controtenore Federico Fiorio, cantante che si era fatto notare nella Zenobia di Albinoni andata in scena pochi mesi fa al Malibran. Versione italiana di Philippe Jaroussky per la soavità del timbro e la facilità delle agilità, si confronta con il collega francese per il colore e per il temperamento con cui ha delineato il complesso personaggio e meritatissimi sono stati i fragorosi applausi che hanno accompagnato la sua performance. Controtenore è anche Deifilo, qui Danilo Pastore, apprezzato per il risultato espressivo con cui ha portato a termine la nobile aria «Se ti serbo al Trono e al Regno» del secondo atto rivolta a Polidoro («vivi amico, che più degno | sei di vivere di me»), i due duetti con l’amata Andromaca e il drammatico arioso in cui compare come ombra di sé stesso nell’atto quinto a chiedere vendetta: «Legge è del Ciel, che del misfatto indegno | paghi il reo Polinestore la pena. | Né ti stupir, che la dimandi il figlio». Terzo controtenore – sembra quasi di non essere in Italia… – per Pirro, qui sostenuto nella recita del 6 settembre da Luca Parolin che si è esibito con efficacia nelle sue due arie. Andromaca, oltre ai duetti di cui s’è detto, ha per sé altre due arie e quella che conclude il secondo atto, «Non vuol sangue, ma pianto quell’empio» ha una  superba linea melodica accompagnata da tutti gli strumenti in orchestra. La figura e la sicura vocalità di Maria Elena Pepi hanno dato un corpo a questo dolente personaggio con grande impegno. Le due arie di Darete hanno permesso di far apprezzare la bella voce dal timbro giustamente scuro di Patrizio La Placa. Una sola è l’aria con cui Iliona si esprime nel Polidoro, una pagina di “smanie” in cui la donna è combattuta tra l’amore per il figlio e quello del fratello («Come belva, cui rapita | sia la prole sua gradita»). Ma è soprattutto nei recitativi che il personaggio si esprime con maggior dramma e Anna Bessi ha egregiamente apportato il suo contributo. Anche Polinestore ha un solo numero solistico, ma si tratta di una lunga scena con cui si conclude il terzo atto, costituita da un drammatico recitativo («Mio figlio? Ah, iniqua donna! Tu il tradisti!») e aria («Eccole orribili») in cui il vecchio re scopre di aver fatto uccidere il proprio figlio Deifilo. Davide Giangregorio ha impersonato con autorevolezza il tiranno crudelmente punito dando prova di ottime capacità attoriali in una scena che il regista Cesare Scarton ha ideato come un drammatico flashback.

E veniamo dunque alla messa in scena del Polidoro. Di certo non si può dire che la storia della regia d’opera abbia avuto un apporto determinante da questo allestimento, ma i limiti imposti dalla cornice, il mitico Teatro Olimpico del Palladio con la sua scena fissa e la fragilità degli impianti (ma che acustica meravigliosa!), ha condizionato la lettura della vicenda e gli interventi sugli “attori” si sono concentrati sugli ingressi e le uscite utilizzando anche la gradinata per il pubblico. Per il resto in scena ci sono stati aggraziati movimenti di statuine settecentesche solo a tratti percorse da un qualche fremito di vita. Unica possibilità scenica è stata quella di sfruttare le due botole che si aprono nelle tavole di legno del palcoscenico per realizzare una spazialità meno limitata e compensata da opportuni giochi di luce, efficaci ma che avrebbero potuto essere più incisivi. Lo stesso si può dire dei costumi, disegnati da Giampaolo Tirelli che ha scelto modelli settecenteschi sontuosi e accuratamente realizzati, ma che potevano essere ancora più teatralmente fantasiosi, magari portando all’eccesso qualche particolare o scegliendo modelli di un’epoca completamente diversa.

Queste riflessioni non hanno comunque impedito al pubblico accorso numeroso a questa insolita prima di esprimere con prolungati e convinti applausi il gradimento per lo spettacolo. Si replica questa sera.

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photo © Francesco Dalla Pozza

L’incoronazione di Poppea

 

Claudio Monteverdi, L’incoronazione di Poppea

★★★★★

Salisburgo, Haus für Mozart, 12 agosto 2018

(streaming video)

La libido al potere

Tre sono le divinità che presiedono alla vicenda de L’incoronazione di Poppea: la Fortuna, la Virtù e Amore. Se è la terza che vince sulla seconda, è la prima quella che domina dall’inizio alla fine in questa produzione del Festival di Salisburgo.

La ruota del destino (o del tempo) gira incessantemente con gli instancabili ballerini coreografati e diretti da Jan Lauwers che la mette in scena alla Haus für Mozart: a turno infatti ognuno dei danzatori sale su una piattaforma circolare nel mezzo del  palcoscenico e inizia a ruotare come un derviscio. Nel pavimento innumerevoli immagini erotiche della pittura occidentale sono l’unico elemento di una scenografia affidata unicamente o quasi ai corpi seminudi dei giovani. I personaggi della vicenda, tutti, a eccezione di Seneca, più o meno corrotti, sono macchine erotiche spinte dalla libido mentre gli dèi sono accompagnati da un’umanità storpiata che si aggrappa a involute stampelle.

Jan Lauwers, un artista visuale che utilizza ogni possibile mezzo espressivo, per la prima volta affronta l’allestimento di un’opera lirica e il risultato è difficile da dimenticare. La ricchezza di immagini messe in moto è tale da far venire le vertigini. Eppure Lauwers dimostra di aver perfettamente compreso lo spirito di questa terza e ultima opera (tra quelle rimaste) di Monteverdi, la più moderna e la più diversa dalle altre – tanto che c’è chi avanza il dubblio che sia di mano di Francesco Cavalli, per lo meno in parte. La sensualità che pervade il lavoro è espressa dal gioco dei corpi dei ballerini muti e da quello degli interpreti vocali.

Poppea ha la sontuosa figura e vocalità di Sonya Yoncheva, la cantante che dopo gli esordi nel barocco ha affrontato il repertorio ottocentesco e ora torna alle origini con una voce più ampia, sensuale, liscia, morbida e cangiante come la seta dei suoi négligé. Kate Lindsey non fa nulla per assumere la mascolinità di Nerone – semmai l’avesse avuta. Qui è una figura hippy che alberga la perversione per il potere, una libido neanche sublimata che porta a eliminare chiunque ostacoli o anche solo critichi la sua brama. La voce spesso supera il confine tra espressione ed espressionismo e i suoni metallici, sgraziati, rozzi se evidenziano la depravazione del personaggio, presto vengono a noia e si preferirebbe un Nerone cantato “bene”.

Stéphanie d’Oustrac delinea un’Ottavia oltraggiata che nell’aria di addio lascia sgomenti per l’intensità espressa con mezzi di rara economia ed eleganza. Molto bene la Drusilla di Ana Quintans, anche Virtù nel prologo, di vibrante tenerezza per il suo Ottone, il controtenore Carlo Vistoli, superbo come sempre per bellezza di timbro e colori. Lea Desandre si riconferma eccellente in questo repertorio come Amore e come Valletto.

Ben due le nutrici di quest’opera: Dominique Visse veste per l’ennesima volta i panni di Arnalta e la voce grezza che spesso sfocia nel parlato trova però un momento di grazia nell’oblivion del sonno di Poppea, reso con una dolcezza ineguagliabile; gusto e umorismo caratterizzano la Nutrice di Marcel Beekman, una felice scoperta in questo genere. Giovane ma nobilmente autorevole il Seneca di Renato Dolcini. Detto ogni bene anche degli interpreti dei ruoli minori, non ci si stupisce se dal punto di visto musicale questa Poppea raggiunge risultati eccelsi: la presenza discreta (al clavicembalo), ma determinante del sommo William Christie e della sua compagine “Les arts florissants”, qui ridotti all’essenziale, è garanzia di una resa stupefacente di timbri e colori, considerata l’esiguità dei mezzi orchestrali. I 16 strumentisti e Christie sono calati in due buche ai lati del proscenio in modo da essere visivamente separati, ma nello stesso tempo poter anche interagire con quello che avviene in scena, con divertenti siparietti.

Nel finale «Pur ti miro» suona di un’enorme tristezza: i due amanti sono distanti, esausti, quasi delusi di aver raggiunto i loro scopi, mentre tutti gli altri personaggi nel fondo  della scena dopo averli derisi li maledicono in silenzio e al rallentatore. Poi i due si avvicinano e si baciano, ma l’eros non c’è già più.

Die Meistersinger von Nürnberg

Richard Wagner, Die Meistersinger von Nürnberg

★★★★★

Bayreuth, Festspielhaus, 25 luglio 2017

(streaming video)

Il primo regista ebreo debutta a Bayreuth ed è un trionfo

Barrie Kosky sale alla verde collina per inaugurare il 106° Festival di Bayreuth con la messa in scena dell’opera più “tedesca” e “politica” di Wagner, I Maestri Cantori di Norimberga. Il regista australiano, che aveva dato prova di irresistibile umorismo con la sua messa in scena delle operette a Berlino, ora si cimenta con l’opera “comica” del compositore di Lipsia e e affronta in maniera diretta il tema dell’antisemitismo che spesso ha aleggiato nelle produzioni di Bayreuth senza però mai esplodere in maniera evidente come in questo caso pur non utilizzando simboli o figure del Nazismo.

Il sipario si apre sulla libreria di villa Wahnfried, la proprietà dei Wagner. Sono le 12.45 del 13 agosto 1875, la temperatura è di 23 gradi Celsius e Cosima ha l’emicrania, si premura di informarci una scritta in carattere Typewriter (quello delle vecchie macchine da scrivere) proiettata sul velario. Il pubblico delle grandi occasioni – Angela Merkel e il Re di Svezia sono tra i presenti – ride divertito, e forse anche sollevato, dal trovarsi di fronte una scenografia “tradizionalissima” dopo le sperimentazioni dissacranti del Regietheater degli ultimi anni. Ma il Kosky ha in serbo nuove sorprese…

Durante l’ouverture assistiamo a una divertente pantomima: al ritorno dalla passeggiata con due enormi cani terranova, il padrone di casa si delizia di profumi e tessuti pregiati tra la costernazione della moglie e l’indifferenza annoiata del Kapellmeister Hermann Levi e del suocero Liszt mentre viene servito il tè. Appena Liszt si siede al pianoforte viene interrotto da Wagner che accenna con vigore al tema dell’ouverture, mentre il coperchio dello strumento si apre e ne escono i figli, simili a lui. Ora sono tutti pronti per il momento di raccoglimento all’ascolto del corale dei fedeli nella Katharinenkirche con cui inizia l’opera. Occhiate di sbieco sono rivolte all’ebreo Levi che non si fa il segno della croce e non vuole inginocchiarsi.

Viene quindi inscenata la vicenda e ognuno assume il proprio ruolo: Liszt è Veit Pogner, Cosima diventa Eva, Levi è costretto nel costume di Beckmesser, i giovani allievi diventano Walther von Stolzing e David, una domestica Magdalene e Wagner ovviamente Hans Sachs. Dal pianoforte escono gli altri nove maestri cantori in ricchi abiti rinascimentali, firmati da Klaus Bruns e come presi da un quadro di Dürer. Alla fine dell’atto nel disegno di Rebecca Ringst la scena si ritrae verso il fondo e appare un quadro idillico: un picnic sull’erba dei due coniugi per il giorno di San Giovanni. Il cupo preludio al terzo atto ci fa invece entrare nell’aula del tribunale di Norimberga in cui furono giudicati i criminali nazisti. Wagner/Sachs è solo al banco dei testimoni: «Ich bin verklagt und muß bestehn» (Sono stato accusato e devo difendermi), dice infatti a un certo punto il ciabattino.

Michael Volle riprende con la riconosciuta autorevolezza, appena appannata da qualche segno di stanchezza, la defaticante parte di Hans Sachs che ha portato recentemente anche alla Scala. Il suo monologo del terzo atto è un capolavoro di espressioni e colori e la sua immedesimazione con Richard Wagner è perfetta. Il regista distingue tra Wagner artista sublime e Wagner uomo con il suo indifendibile antisemitismo, e Volle riesce a interpretare egregiamente entrambi gli aspetti del personaggio. «Ho fatto l’errore di confondere l’arte con la vita» confesserà il compositore due anni dopo la scrittura dei Meistersinger. C’è chi su questo aspetto ha scritto copiosamente in questa occasione, ma da un regista non si può chiedere un saggio esaustivo, bensì una lettura che metta in luce i diversi aspetti dell’opera e sia teatralmente efficace. Da questo punto di vista il lavoro di Kosky è perfettamente riuscito.

Johannes Martin Kränzle è un Sixtus Beckmesser di grande intensità espressiva e la sua degradazione alla fine del secondo atto – quando dopo essere stato selvaggiamente colpito mentre il coro canta «da gibt’s gewiß noch Schlägerei; Gesellen, haltet euch dabei! Gibt’s Schlägerei, wir sind dabei! » (ci dev’essere ancora un bel pestaggio! Compagni, tutti qua! Se c’è da menar le mani, eccoci qua!) gli viene imposta una maschera che rappresenta la più bieca caricatura antisemita – fa venire i brividi. Nobile ed elegante come sempre Günther Groissböck, ma la tessitura di Veit Pogner è un po’ troppo bassa per lui. Perfetto il David di Daniel Behle dal magnifico timbro e vivace la Magdalene di Wiebke Lehmkuhl. Discutibile la coppia di innamorati: se Anne Schwanewilms ha la presenza sussiegosa di Cosima Wagner, come Eva manca della freschezza giovanile del personaggio e anche vocalmente fatica a farsi sentire nel concertato con cui termina il secondo atto e poi nei suoi interventi nel terzo. Klaus Florian Vogt divide come sempre i giudizi: c’è chi ne ammira il timbro luminoso, chi poco sopporta la sua emissione al limite dell’esangue.

Vocalmente eccellenti ed efficaci attori i personaggi secondari e i coristi, tutti valorizzati dalla maniacale cura attoriale spinta fino ai minimi dettagli di una regia vivacissima e sempre attenta alla musica. Sotto la guida di Philippe Jordan l’orchestra ha espresso il meglio nei passaggi sinfonici, ma ha mantenuto leggerezza e trasparenza anche nei momenti più concitati.

Eccezionalmente ben fatta la ripresa video della Bayerische Rundfunk, presente ma non invadente, con un ottimo equilibrio dei piani visivi e una perfetta captazione sonora. La regia video e il commentatore spigliato e altamente competente dovrebbero essere di modello per le riprese della nostra televisione.

Alì Babà e i quaranta ladroni

Luigi Cherubini, Alì Babà e i quaranta ladroni

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Milano, Teatro alla Scala, 1 settembre 2018

L’ultimo Cherubini non aveva convinto ai suoi tempi e non convince neanche oggi

Il tenore è innamorato del soprano, ma il basso, che è padre della bella, si oppone. Dopo innumerevoli peripezie – tra cui rapimenti, assedi, furti, nascondimenti, agguati – gli innamorati possono finalmente coronare il loro sogno d’amore. Originale, vero?

Questo modello convenzionale, su cui si basa la maggior parte delle opere liriche, viene applicato dai librettisti Mélesville (nom de plume del barone Anne-Honoré-Joseph Duveyrier) ed Eugène Scribe alla omonima fiaba persiana, mantenendone solo alcuni elementi…

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