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John Adams, Nixon in China
Parigi, Opéra Bastille, 7 aprile 2023
(video streaming)
Il drago e l’aquila
La lettura di Valentina Carrasco trasforma Nixon in China in una riflessione sulla violenza della Rivoluzione Culturale, facendo emergere ciò che il libretto lascia sullo sfondo. Attraverso immagini di forte impatto e una drammaturgia coerente, la regista restituisce all’opera di John Adams tutta la sua attualità, evidenziandone la complessità politica, storica e profondamente umana.
Fra le pagine più oscure del Novecento, poche sono paragonabili per brutalità e devastazione umana alla Rivoluzione Culturale voluta da Mao Zedong. Avviata nel 1966 con l’obiettivo dichiarato di purificare il Partito comunista dagli elementi “borghesi” e controrivoluzionari, essa si trasformò rapidamente in una gigantesca macchina di persecuzione politica e sociale. Soltanto nei cinque mesi iniziali, il cosiddetto Terrore Rosso, si stima che le Guardie Rosse abbiano provocato circa centomila vittime. Al termine dei dieci anni di violenze, arresti, umiliazioni pubbliche, deportazioni e omicidi, il numero dei civili uccisi viene generalmente valutato in almeno un milione e mezzo di persone, anche se diverse ricerche suggeriscono cifre ancora più elevate. Un’intera generazione fu segnata dalla paura, mentre artisti, insegnanti, intellettuali e semplici cittadini venivano perseguitati in nome della rivoluzione permanente.
È questo il contesto storico nel quale si inserisce il viaggio di Richard Nixon in Cina nel febbraio del 1972, un evento destinato a modificare profondamente gli equilibri geopolitici della Guerra Fredda. Per la prima volta un presidente degli Stati Uniti metteva piede nella Repubblica Popolare Cinese, avviando quel processo di normalizzazione dei rapporti diplomatici che avrebbe cambiato il volto della politica internazionale. Durante la settimana compresa fra il 21 e il 28 febbraio Nixon e la moglie Pat visitarono Pechino, Hangzhou e Shanghai, incontrando Mao Zedong e il premier Zhou Enlai in una serie di colloqui destinati a entrare nella storia.
Questa vicenda costituisce il soggetto di Nixon in China, la prima opera teatrale di John Adams, su libretto della poetessa Alice Goodman. Tuttavia, mentre il testo originale lascia quasi sempre sullo sfondo il clima di repressione instaurato dalla Rivoluzione Culturale, il nuovo allestimento firmato da Valentina Carrasco decide di portarlo in primo piano, trasformandolo in una presenza costante e inquietante. La regista argentina compie una precisa scelta interpretativa: ciò che nella partitura e nel libretto resta implicito diventa qui esplicito, conferendo allo spettacolo una forza politica e morale che dialoga direttamente con la sensibilità del pubblico contemporaneo.
La scenografia ideata da Carles Berga e Peter van Praet sintetizza efficacemente questa lettura. Fin dalla scena dell’incontro fra Nixon, Henry Kissinger, Zhou Enlai e Mao Zedong, il palcoscenico è diviso verticalmente in due livelli. Nella parte superiore domina l’imponente biblioteca di Mao, composta però da libri finti, simbolo di una cultura trasformata in pura facciata ideologica. Al di sotto, quasi nascosto agli occhi del mondo, si apre invece il luogo della repressione: qui giornalisti, musicisti, intellettuali e dissidenti vengono torturati dalle Guardie Rosse, mentre i libri proibiti vengono sistematicamente distrutti. La contrapposizione fra il potere che si presenta ufficialmente e la violenza che agisce dietro le quinte diventa una metafora visiva di grande efficacia.
A rafforzare questa lettura intervengono numerosi inserti video che interrompono l’azione teatrale senza mai risultare estranei al racconto. Le immagini documentarie mostrano le violenze perpetrate dalle Guardie Rosse contro la popolazione civile, alternate a quelle dei bombardamenti americani in Vietnam. Carrasco evita così qualsiasi semplificazione ideologica: nessuna delle due superpotenze viene idealizzata, e il viaggio di Nixon assume il significato di un incontro fra due sistemi politici entrambi gravati da profonde responsabilità storiche. L’opera non celebra dunque una vittoria diplomatica, ma invita piuttosto a riflettere sul prezzo umano della politica internazionale.
Anche il celebre episodio dello spettacolo rivoluzionario organizzato per gli ospiti americani assume una dimensione molto più inquietante rispetto alla tradizione. Se nella regia storica di Peter Sellars prevaleva il gioco metateatrale, qui Pat Nixon diventa testimone diretta della brutalità del regime. La rappresentazione si trasforma progressivamente in un incubo dal quale emerge tutta la violenza della propaganda maoista. La first lady, inizialmente incuriosita e quasi affascinata dall’esotismo della cerimonia, finisce coinvolta emotivamente nella tragedia che si consuma davanti ai suoi occhi.
Proprio per questo acquista ancora maggiore valore il momento forse più poetico dell’intera produzione: l’incontro onirico di Pat con il grande dragone rosso dell’Opera di Pechino. In una messinscena dominata dalla tensione e dalla violenza, questa parentesi sospesa assume il carattere di una visione quasi fiabesca, nella quale la tradizione culturale cinese riemerge al di sopra della brutalità politica. È una delle immagini più suggestive dello spettacolo e rappresenta probabilmente il vertice poetico della regia di Carrasco.
Il libretto di Alice Goodman continua a mostrare alcuni limiti dal punto di vista strettamente teatrale. Più interessato alla riflessione poetica che all’azione drammatica, spesso procede per quadri e meditazioni piuttosto che attraverso un vero sviluppo narrativo. Carrasco interviene allora con intelligenza, costruendo una cornice drammaturgica che amplia il racconto. L’opera, infatti, non inizia con l’atterraggio dell’Air Force One, ma torna indietro di un anno per raccontare il celebre episodio della cosiddetta “diplomazia del ping-pong”. Nel 1971 l’invito rivolto alla squadra statunitense di tennis tavolo rappresentò infatti il primo segnale concreto del riavvicinamento fra Washington e Pechino.
Durante l’ouverture questa intuizione scenica si traduce in una raffinata allegoria. Due giocatori, uno vestito di blu e l’altro di rosso, indossano rispettivamente le maschere dell’aquila americana e del dragone cinese, affrontandosi in una partita che assume il significato di un confronto politico fra le due superpotenze. Progressivamente il tavolo da ping-pong si moltiplica fino a occupare l’intero palcoscenico, mentre dall’alto scende una gigantesca aquila che richiama immediatamente l’immagine dell’Air Force One. L’arrivo della coppia presidenziale avviene così all’interno di un universo simbolico nel quale sport, diplomazia e propaganda si fondono in un’unica rappresentazione.
Il linguaggio scenico della Carrasco si distingue da quello ormai storico di Peter Sellars proprio per questa continua ricerca allegorica. Dove Sellars privilegiava una ricostruzione realistica degli eventi, la regista argentina preferisce affidarsi a simboli, metafore e immagini di forte impatto visivo. Emblematica è la partita surreale disputata da Mao e Kissinger con palline sospese nell’aria come durante una nevicata irreale, oppure la trasformazione di Jiang Qing nella parodia della Statua della Libertà: avvolta nella bandiera, la moglie di Mao sostituisce la tradizionale fiaccola con il celebre Libretto Rosso, creando una potente immagine della propaganda elevata a religione civile.
Fra le idee più intelligenti della regia vi è anche il recupero del documentario Da Mao a Mozart (1979) di Isaac Stern. All’inizio del terzo atto ricompare infatti il violinista che il pubblico aveva visto torturare dalle Guardie Rosse. Le immagini del film mostrano il direttore del Conservatorio di Shanghai raccontare le umiliazioni subite durante gli anni della Rivoluzione Culturale semplicemente per aver insegnato musica occidentale. Il passaggio dalla finzione teatrale al documento storico produce un effetto di straordinaria intensità emotiva e ricorda come le vicende raccontate nell’opera abbiano avuto conseguenze drammaticamente reali.
Sul piano musicale la produzione beneficia di un cast di grande livello. Thomas Hampson e Renée Fleming restituiscono una coppia presidenziale credibile senza mai cadere nella caricatura. È inevitabile notare come le loro voci abbiano perso parte dello splendore giovanile, ma entrambi compensano con un’intelligenza interpretativa fuori dal comune. Hampson affronta con autorevolezza la grande aria d’ingresso del primo atto, mentre la Fleming conferisce alla celebre «This is prophetic!» tutta l’ampiezza lirica richiesta dalla scrittura di Adams, costruendo uno dei momenti più emozionanti della serata.
Fra gli interpreti cinesi spicca soprattutto Xiaomeng Zhang, che disegna uno Zhou Enlai di intensa umanità, lontano dagli stereotipi del funzionario di partito e capace di trasmettere tutta la malinconia del personaggio. John Matthew Myers tratteggia invece un Mao enigmatico e quasi imperscrutabile, più filosofo visionario che capo politico. Joshua Bloom si diverte a caratterizzare Henry Kissinger con ironia e senso teatrale, mentre Kathleen Kim affronta le proibitive colorature di Jiang Qing con impressionante sicurezza tecnica, trasformando la moglie di Mao in una sorta di terribile Regina della Notte contemporanea.
Sul podio Gustavo Dudamel dimostra ancora una volta la sua straordinaria affinità con il repertorio del secondo Novecento. La partitura di Adams vive infatti di una continua pulsazione ritmica, costruita su cellule minimaliste che richiedono precisione assoluta ma anche grande capacità narrativa. Dudamel evita qualsiasi meccanicità, mantenendo costantemente viva la tensione drammatica e valorizzando la ricchezza timbrica dell’orchestra, ampliata da quattro sassofoni, pianoforte e sintetizzatore. L’Orchestra dell’Opéra risponde con notevole precisione, mettendo in luce tanto la potenza ritmica quanto le improvvise aperture liriche di una partitura che, a quasi quarant’anni dalla sua composizione, continua a imporsi come uno dei capolavori del teatro musicale contemporaneo.
Questa produzione dimostra come Nixon in China sia un’opera ancora capace di parlare al presente. Valentina Carrasco non si limita a raccontare uno storico incontro diplomatico, ma lo inserisce all’interno del dramma collettivo della Rivoluzione Culturale, ricordando che dietro ogni fotografia destinata a entrare nei libri di storia esistono milioni di vite segnate dalla violenza del potere. È una lettura personale, talvolta persino provocatoria, ma coerente e ricca di immagini memorabili, che restituisce all’opera di John Adams tutta la sua complessità politica e umana.
⸪
