Alice Goodman

The Death of Klinghoffer

foto © Michele Monasta

John Adams, The Death of Klinghoffer

Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, 19 aprile 2026

★★★★

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Trionfale avvio del Festival del Maggio Musicale Fiorentino con un’urticante opera contemporanea

L’opera lirica può confrontarsi con la storia recente: Adams lo dimostra con The Death of Klinghoffer, trasformando il terrorismo in riflessione civile. Il libretto di Goodman offre una visione plurale, mentre la musica unisce minimalismo e lirismo. La produzione fiorentina diretta da Renes e firmata Guadagnino convince per intensità, coro protagonista e forte impatto emotivo complessivo.

Cinema, letteratura e arti visive hanno da sempre avuto il coraggio – o l’urgenza – di confrontarsi con le zone più controverse e dolorose della contemporaneità. Perché proprio l’opera lirica dovrebbe tirarsi indietro?

È da questa domanda, tanto semplice quanto provocatoria, che prende forma uno dei lavori più discussi del repertorio operistico recente: la partitura con cui John Adams, nel 1991, decide di affrontare uno degli episodi più traumatici della cronaca internazionale degli anni Ottanta. Non si tratta soltanto di una scelta tematica audace, ma di una vera dichiarazione di fiducia nelle possibilità espressive del teatro musicale, capace – secondo il compositore americano – di farsi strumento di riflessione civile oltre che estetica.

Adams non era nuovo a incursioni nella storia contemporanea. Già con Nixon in China aveva dimostrato come eventi politici relativamente recenti potessero essere trasfigurati in materia operistica senza perdere complessità. Tuttavia, in questo caso, la materia trattata è di tutt’altra natura: più cruda, più divisiva, ancora aperta nella memoria collettiva. Il fatto stesso che l’opera abbia suscitato proteste fin dalle sue prime rappresentazioni è indicativo della sensibilità del tema. Non pochi contestatori, spesso senza aver assistito allo spettacolo, accusarono il lavoro di offrire una piattaforma ai terroristi e di adottare una prospettiva ritenuta offensiva, soprattutto per aver concesso voce musicale anche a chi si era reso responsabile di atti atroci.

Il punto di partenza è noto: il dirottamento della nave da crociera “Achille Lauro” nell’ottobre 1985 da parte di un commando palestinese. Un episodio che, per la sua drammaticità e per le implicazioni politiche internazionali, segnò profondamente l’opinione pubblica. Il culmine della tragedia fu l’assassinio di Leon Klinghoffer, passeggero ebreo americano, disabile, ucciso e gettato in mare con la sua sedia a rotelle. La vicenda si intrecciò poi con una complessa crisi diplomatica che coinvolse Stati Uniti e Italia all’aeroporto militare di Sigonella, trasformando un atto terroristico in un caso geopolitico di vasta portata.

Il libretto, firmato da Alice Goodman, costruisce l’opera non come una semplice ricostruzione narrativa, bensì come una meditazione stratificata sugli eventi. Il suo è un testo impregnato di filosofia, politica, richiami biblici e senso della trascendenza: un testo che ci chiede di immedesimarci nell’alterità, di metterci nei panni degli altri, di comprenderne le ragioni, di sentirci appartenenti alla comunità umana senza lasciare spazio a posizioni di integralismo concettuale.

Il modello dichiarato del testo è quello delle Passioni bachiane: una struttura in cui azione, riflessione e commento convivono. I personaggi si esprimono attraverso lunghi monologhi, mentre il coro assume il ruolo di coscienza collettiva, osservando e interpretando senza intervenire direttamente nell’azione. Fin dall’inizio, due cori paralleli – uno palestinese e uno ebraico – stabiliscono un equilibrio formale che diventa subito dichiarazione poetica: entrambe le prospettive meritano ascolto, entrambe partecipano al dramma. Ed è proprio questa simmetria a risultare insopportabile per alcuni spettatori, incapaci di accettare una rappresentazione che non si schieri in modo univoco.

Se si guarda a The Death of Klinghoffer dal punto di vista strettamente musicale, emerge subito come Adams costruisca l’opera più come un grande oratorio drammatico che come un’opera lirica tradizionale: la narrazione non procede per numeri chiusi o arie autonome, ma attraverso un flusso continuo in cui episodi solistici, interventi corali e tessuto orchestrale sono strettamente integrati.

Uno dei punti di accesso più chiari è l’iniziale “Chorus of Exiled Palestinians”, il primo di ben sette interventi corali presenti nel lavoro. Qui Adams imposta subito il linguaggio dell’opera: una pulsazione regolare negli archi, costruita su figure ripetitive tipiche del minimalismo, sostiene una progressione armonica lentissima. Tuttavia, a differenza del minimalismo di Steve Reich o Philip Glass, la ripetizione non è mai statica. Le cellule ritmiche vengono continuamente deformate — piccoli spostamenti d’accento, variazioni di orchestrazione, aggiunta o sottrazione di note — creando una sensazione di moto interno. Il coro entra con una scrittura prevalentemente omofonica, quasi liturgica, ma l’armonia non è tonale in senso tradizionale: si tratta piuttosto di campi armonici che si espandono e si contraggono lentamente, con accordi arricchiti e sovrapposizioni modali. L’effetto è sospeso, contemplativo, e richiama esplicitamente la dimensione dell’oratorio.

Nel “Chorus of Exiled Jews”, che fa da controparte strutturale, il procedimento è analogo ma non identico. Adams modifica il colore: l’orchestrazione è più scura, con un uso più marcato degli archi gravi e dei legni, e l’armonia tende a essere leggermente più densa. Qui si percepisce bene una delle tecniche centrali dell’opera: la variazione timbrica come elemento formale. Non è tanto il materiale tematico a cambiare radicalmente, quanto il modo in cui viene illuminato. Questo tipo di scrittura crea una forte unità ciclica: i cori non sono semplici intermezzi, ma pilastri strutturali che incorniciano e commentano l’azione.

Passando alle sezioni solistiche, si può osservare la scena di Klinghoffer nel secondo atto (“Aria of the Falling Body”). Qui la scrittura vocale si distacca dalla dimensione corale e diventa più individuale, ma senza mai cadere nel virtuosismo operistico tradizionale. La linea vocale è ampia, sostenuta da un’orchestra che non accompagna semplicemente, ma costruisce uno spazio sonoro intorno alla voce. Gli archi mantengono un moto ondulatorio, mentre gli accordi si spostano lentamente sotto la superficie, creando una tensione armonica continua. Si percepisce qui una certa eredità tardo-romantica, quasi mahleriana, soprattutto nel modo in cui il tempo si dilata e la melodia sembra emergere da un flusso orchestrale più ampio.

Un altro aspetto rilevante è il trattamento del ritmo. In molte pagine dell’opera, Adams costruisce la musica su pattern ostinati, ma evita la rigidità grazie a frequenti cambi di metro e a una scrittura che sfuma i punti di accento. Questo è evidente nelle scene dei dirottatori, dove il materiale ritmico è più frammentato, con figure sincopate e irregolari che creano tensione. Tuttavia, anche qui, la discontinuità è sempre inserita in un contesto di continuità: non ci sono vere cesure, ma piuttosto trasformazioni graduali.

Dopo la produzione di Ferrara del 2002 con la regia di Denis Krief e la direzione musicale di Jonathan Webb, The Death of Klinghoffer non è mai più stato riproposto in Italia. Coraggiosa – e, possiamo anticipare, totalmente vincente – l’idea del teatro fiorentino di scegliere questo titolo per l’inaugurazione dell’88° Festival del Maggio Musicale. A ricreare la partitura è Lawrence Renes, che ha lavorato a stretto contatto con Adams e ne ha diretto Doctor Atomic registrato in DVD.

Nell’orchestra sono utilizzati anche strumenti elettronici, due sintetizzatori, e il sound design di Mark Grey, che mixa suoni digitali, orchestra e voci, tutto microfonato per ricreare una modalità d’ascolto contemporanea. Renes, perfettamente a suo agio, guida un’orchestra magistralmente duttile e attenta, restituendo tanto il tono onirico quanto il ritmo travolgente di certe pagine. Nelle sue opere Adams trova sempre momenti di stupefacente forza emotiva: in Doctor Atomic è l’aria “Batter my heart”, su testo di John Donne (quando Oppenheimer è solo con l’ordigno che ha creato e la sua coscienza); qui è l’“Aria of the Falling Body”, una sorta di gymnopédie con cui Leon Klinghoffer canta la propria morte, momento che Peter Sellars ha definito “Klinghoffers Tod”, parafrasando quello del Sigfrido wagneriano.

La performance di Laurent Naouri fa di questa pagina uno dei culmini emotivi della serata: la sua caratterizzazione del personaggio eponimo è un mirabile equilibrio di umanità, ironia, disperazione, rabbia e affetto per la moglie, cui lo strumento vocale presta tutta la sua duttilità. L’altra pagina di grande intensità è il monologo finale della moglie: una intensa Susan Bullock dà vita a una Marilyn che accusa il Capitano della morte del marito, per poi concludere con «They should have killed me. I wanted to die».

Figura complessa quella del Comandante, chiamato a confrontarsi con tre fronti: i passeggeri, il commando terrorista, i messaggi da terra. Il basso-baritono Daniel Okulitch ne offre un’efficace interpretazione vocale, unita a una convincente presenza scenica.

Qui a Firenze l’avevamo lasciato come l’iconico Segretario di Der junge Lord di Henze e ora lo ritroviamo nelle vesti di Mamoud, il più introverso dei terroristi: Levent Bakirci ha un lungo monologo nel primo atto e qui ammiriamo la capacità dell’interprete nel realizzare in musica le metriche e il ritmo dei versi della Goodman in un qualcosa che non è recitativo, non è aria, ma semplicemente lo stile di Adams. 

La figura della Nonna Svizzera trova in Marina Comparato un’autorevole definizione, mentre Andreas Mattersberger, Roy Cornelius Smith, Joshua Bloom, Marvick Monreal e Hanetka Hoșko completano il cast rispettivamente come Primo ufficiale, Molqi, Rambo, Yazmir e Ballerina inglese. E poi c’è il coro, preparato da Lorenzo Fratini, vero protagonista delle pagine forse più decisive dell’opera, capace di lavorare con intensità espressiva e incisività anche fuori scena.

Questa produzione fiorentina è affidata a Luca Guadagnino, alla sua seconda regia operistica dopo un Falstaff veronese del 2011. Da sempre appassionato alla musica di Adams, il regista l’ha già utilizzata nel suo film Io sono l’amore.

Dopo l’ideazione originale di Peter Sellars, la lettura oratoriale di Krief, quella fortemente politica di Tom Morris (English National Opera, 2012) e quella anche troppo  spettacolare di Phelim McDermott (Metropolitan Opera, 2014), questa di Guadagnino ha una maggior fluidità cinematografica, dà grande attenzione alle luci – di Peter van Praet, assiduo collaboratore di Robert Carsen – e alla composizione visiva, pur con qualche ingenuità. Una miscela di elementi simbolici e realistici è alla base della sua scenografia: passerelle e praticabili suggeriscono i ponti della Achille Lauro; un cielo stellato è poetico rimando a una pace che sembra irraggiungibile; un fondale scabro non può non ricordare la terra martoriata di Gaza o dei tanti altri teatri di guerra.

Potenza evocativa, intensità emotiva e purezza formale si fondono in uno spettacolo che dopo una prima parte molto statica raggiunge il vertice emotivo nella seconda parte e al termine scatena gli applausi di una sala gremita. Quasi quindici minuti di standing ovation premiano il lavoro di cantanti, coro, direttore, orchestra tutta e degli artefici dell’apparato visivo. Un Guadagnino visibilmente commosso invita sul palco anche Alice Goodman, autrice del libretto, oggi convertita a pastora anglicana. Con le coreografie di Ella Rotschild sono festeggiatissimi anche gli artisti danzatori, ulteriore elemento portante di uno spettacolo destinato a rimanere nella memoria.

Nixon in China

John Adams, Nixon in China

Parigi, Opéra Bastille, 7 aprile 2023

★★★★☆

(video streaming)

Il drago e l’aquila

La lettura di Valentina Carrasco trasforma Nixon in China in una riflessione sulla violenza della Rivoluzione Culturale, facendo emergere ciò che il libretto lascia sullo sfondo. Attraverso immagini di forte impatto e una drammaturgia coerente, la regista restituisce all’opera di John Adams tutta la sua attualità, evidenziandone la complessità politica, storica e profondamente umana.

Fra le pagine più oscure del Novecento, poche sono paragonabili per brutalità e devastazione umana alla Rivoluzione Culturale voluta da Mao Zedong. Avviata nel 1966 con l’obiettivo dichiarato di purificare il Partito comunista dagli elementi “borghesi” e controrivoluzionari, essa si trasformò rapidamente in una gigantesca macchina di persecuzione politica e sociale. Soltanto nei cinque mesi iniziali, il cosiddetto Terrore Rosso, si stima che le Guardie Rosse abbiano provocato circa centomila vittime. Al termine dei dieci anni di violenze, arresti, umiliazioni pubbliche, deportazioni e omicidi, il numero dei civili uccisi viene generalmente valutato in almeno un milione e mezzo di persone, anche se diverse ricerche suggeriscono cifre ancora più elevate. Un’intera generazione fu segnata dalla paura, mentre artisti, insegnanti, intellettuali e semplici cittadini venivano perseguitati in nome della rivoluzione permanente.

 

È questo il contesto storico nel quale si inserisce il viaggio di Richard Nixon in Cina nel febbraio del 1972, un evento destinato a modificare profondamente gli equilibri geopolitici della Guerra Fredda. Per la prima volta un presidente degli Stati Uniti metteva piede nella Repubblica Popolare Cinese, avviando quel processo di normalizzazione dei rapporti diplomatici che avrebbe cambiato il volto della politica internazionale. Durante la settimana compresa fra il 21 e il 28 febbraio Nixon e la moglie Pat visitarono Pechino, Hangzhou e Shanghai, incontrando Mao Zedong e il premier Zhou Enlai in una serie di colloqui destinati a entrare nella storia.

Questa vicenda costituisce il soggetto di Nixon in China, la prima opera teatrale di John Adams, su libretto della poetessa Alice Goodman. Tuttavia, mentre il testo originale lascia quasi sempre sullo sfondo il clima di repressione instaurato dalla Rivoluzione Culturale, il nuovo allestimento firmato da Valentina Carrasco decide di portarlo in primo piano, trasformandolo in una presenza costante e inquietante. La regista argentina compie una precisa scelta interpretativa: ciò che nella partitura e nel libretto resta implicito diventa qui esplicito, conferendo allo spettacolo una forza politica e morale che dialoga direttamente con la sensibilità del pubblico contemporaneo.

La scenografia ideata da Carles Berga e Peter van Praet sintetizza efficacemente questa lettura. Fin dalla scena dell’incontro fra Nixon, Henry Kissinger, Zhou Enlai e Mao Zedong, il palcoscenico è diviso verticalmente in due livelli. Nella parte superiore domina l’imponente biblioteca di Mao, composta però da libri finti, simbolo di una cultura trasformata in pura facciata ideologica. Al di sotto, quasi nascosto agli occhi del mondo, si apre invece il luogo della repressione: qui giornalisti, musicisti, intellettuali e dissidenti vengono torturati dalle Guardie Rosse, mentre i libri proibiti vengono sistematicamente distrutti. La contrapposizione fra il potere che si presenta ufficialmente e la violenza che agisce dietro le quinte diventa una metafora visiva di grande efficacia.

A rafforzare questa lettura intervengono numerosi inserti video che interrompono l’azione teatrale senza mai risultare estranei al racconto. Le immagini documentarie mostrano le violenze perpetrate dalle Guardie Rosse contro la popolazione civile, alternate a quelle dei bombardamenti americani in Vietnam. Carrasco evita così qualsiasi semplificazione ideologica: nessuna delle due superpotenze viene idealizzata, e il viaggio di Nixon assume il significato di un incontro fra due sistemi politici entrambi gravati da profonde responsabilità storiche. L’opera non celebra dunque una vittoria diplomatica, ma invita piuttosto a riflettere sul prezzo umano della politica internazionale.

Anche il celebre episodio dello spettacolo rivoluzionario organizzato per gli ospiti americani assume una dimensione molto più inquietante rispetto alla tradizione. Se nella regia storica di Peter Sellars prevaleva il gioco metateatrale, qui Pat Nixon diventa testimone diretta della brutalità del regime. La rappresentazione si trasforma progressivamente in un incubo dal quale emerge tutta la violenza della propaganda maoista. La first lady, inizialmente incuriosita e quasi affascinata dall’esotismo della cerimonia, finisce coinvolta emotivamente nella tragedia che si consuma davanti ai suoi occhi.

Proprio per questo acquista ancora maggiore valore il momento forse più poetico dell’intera produzione: l’incontro onirico di Pat con il grande dragone rosso dell’Opera di Pechino. In una messinscena dominata dalla tensione e dalla violenza, questa parentesi sospesa assume il carattere di una visione quasi fiabesca, nella quale la tradizione culturale cinese riemerge al di sopra della brutalità politica. È una delle immagini più suggestive dello spettacolo e rappresenta probabilmente il vertice poetico della regia di Carrasco.

Il libretto di Alice Goodman continua a mostrare alcuni limiti dal punto di vista strettamente teatrale. Più interessato alla riflessione poetica che all’azione drammatica, spesso procede per quadri e meditazioni piuttosto che attraverso un vero sviluppo narrativo. Carrasco interviene allora con intelligenza, costruendo una cornice drammaturgica che amplia il racconto. L’opera, infatti, non inizia con l’atterraggio dell’Air Force One, ma torna indietro di un anno per raccontare il celebre episodio della cosiddetta “diplomazia del ping-pong”. Nel 1971 l’invito rivolto alla squadra statunitense di tennis tavolo rappresentò infatti il primo segnale concreto del riavvicinamento fra Washington e Pechino.

Durante l’ouverture questa intuizione scenica si traduce in una raffinata allegoria. Due giocatori, uno vestito di blu e l’altro di rosso, indossano rispettivamente le maschere dell’aquila americana e del dragone cinese, affrontandosi in una partita che assume il significato di un confronto politico fra le due superpotenze. Progressivamente il tavolo da ping-pong si moltiplica fino a occupare l’intero palcoscenico, mentre dall’alto scende una gigantesca aquila che richiama immediatamente l’immagine dell’Air Force One. L’arrivo della coppia presidenziale avviene così all’interno di un universo simbolico nel quale sport, diplomazia e propaganda si fondono in un’unica rappresentazione.

Il linguaggio scenico della Carrasco si distingue da quello ormai storico di Peter Sellars proprio per questa continua ricerca allegorica. Dove Sellars privilegiava una ricostruzione realistica degli eventi, la regista argentina preferisce affidarsi a simboli, metafore e immagini di forte impatto visivo. Emblematica è la partita surreale disputata da Mao e Kissinger con palline sospese nell’aria come durante una nevicata irreale, oppure la trasformazione di Jiang Qing nella parodia della Statua della Libertà: avvolta nella bandiera, la moglie di Mao sostituisce la tradizionale fiaccola con il celebre Libretto Rosso, creando una potente immagine della propaganda elevata a religione civile.

Fra le idee più intelligenti della regia vi è anche il recupero del documentario Da Mao a Mozart (1979) di Isaac Stern. All’inizio del terzo atto ricompare infatti il violinista che il pubblico aveva visto torturare dalle Guardie Rosse. Le immagini del film mostrano il direttore del Conservatorio di Shanghai raccontare le umiliazioni subite durante gli anni della Rivoluzione Culturale semplicemente per aver insegnato musica occidentale. Il passaggio dalla finzione teatrale al documento storico produce un effetto di straordinaria intensità emotiva e ricorda come le vicende raccontate nell’opera abbiano avuto conseguenze drammaticamente reali.

Sul piano musicale la produzione beneficia di un cast di grande livello. Thomas Hampson e Renée Fleming restituiscono una coppia presidenziale credibile senza mai cadere nella caricatura. È inevitabile notare come le loro voci abbiano perso parte dello splendore giovanile, ma entrambi compensano con un’intelligenza interpretativa fuori dal comune. Hampson affronta con autorevolezza la grande aria d’ingresso del primo atto, mentre la Fleming conferisce alla celebre «This is prophetic!» tutta l’ampiezza lirica richiesta dalla scrittura di Adams, costruendo uno dei momenti più emozionanti della serata.

Fra gli interpreti cinesi spicca soprattutto Xiaomeng Zhang, che disegna uno Zhou Enlai di intensa umanità, lontano dagli stereotipi del funzionario di partito e capace di trasmettere tutta la malinconia del personaggio. John Matthew Myers tratteggia invece un Mao enigmatico e quasi imperscrutabile, più filosofo visionario che capo politico. Joshua Bloom si diverte a caratterizzare Henry Kissinger con ironia e senso teatrale, mentre Kathleen Kim affronta le proibitive colorature di Jiang Qing con impressionante sicurezza tecnica, trasformando la moglie di Mao in una sorta di terribile Regina della Notte contemporanea.

Sul podio Gustavo Dudamel dimostra ancora una volta la sua straordinaria affinità con il repertorio del secondo Novecento. La partitura di Adams vive infatti di una continua pulsazione ritmica, costruita su cellule minimaliste che richiedono precisione assoluta ma anche grande capacità narrativa. Dudamel evita qualsiasi meccanicità, mantenendo costantemente viva la tensione drammatica e valorizzando la ricchezza timbrica dell’orchestra, ampliata da quattro sassofoni, pianoforte e sintetizzatore. L’Orchestra dell’Opéra risponde con notevole precisione, mettendo in luce tanto la potenza ritmica quanto le improvvise aperture liriche di una partitura che, a quasi quarant’anni dalla sua composizione, continua a imporsi come uno dei capolavori del teatro musicale contemporaneo.

Questa produzione dimostra come Nixon in China sia un’opera ancora capace di parlare al presente. Valentina Carrasco non si limita a raccontare uno storico incontro diplomatico, ma lo inserisce all’interno del dramma collettivo della Rivoluzione Culturale, ricordando che dietro ogni fotografia destinata a entrare nei libri di storia esistono milioni di vite segnate dalla violenza del potere. È una lettura personale, talvolta persino provocatoria, ma coerente e ricca di immagini memorabili, che restituisce all’opera di John Adams tutta la sua complessità politica e umana.

The Death of Klinghoffer

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★★★★☆

Quando la realtà più controversa viene messa in musica

Se un film, un romanzo, un quadro possono avere come soggetto la realtà contemporanea più scomoda, perché non si può fare lo stesso con un’opera in musica? Questa è la domanda che pone John Adams mettendo in musica nel 1991 una vicenda di terrorismo e dimostrando altresì grande interesse e fiducia per questa forma d’arte  – l’opera, non il terrorismo…

Il compositore americano aveva già affrontato temi attuali nella sua prima opera Nixon in China (1987) e lo farà ancora in seguito, ma qui è la realtà più scabrosa a entrare brutalmente in scena. Il fatto che il musicista tocchi un nervo scoperto è dimostrato dai contestatori che al di fuori dei teatri in cui viene rappresentata la sua opera, senza averla mai vista sia ben chiaro, inalberano cartelli che ne denunciano l’antisemitismo in quanto l’autore ha dato voce ai terroristi. Questo accadeva nel 1992 a San Francisco, ma si è ripetuto davanti al MET di New York poche settimane fa nel novembre di questo 2014.

Quattro membri del Fronte per la Liberazione della Palestina il 7 ottobre 1985 prendono il controllo della nave da crociera “Achille Lauro” al largo della costa egiziana tenendo in ostaggio i passeggeri e l’equipaggio e ordinando al comandante di salpare per la Siria chiedendo il rilascio di 50 palestinesi detenuti nelle prigioni di Israele. Avendo ricevuto il rifiuto del governo siriano a ormeggiare a Tartus, i dirottatori uccidono Leon Klinghoffer, un ebreo americano disabile e lo gettano in mare assieme alla sua carrozzella. Alla nave è garantita una rotta sicura per la Tunisia dove vengono sbarcati i passeggeri, ma l’aviazione americana costringe l’aereo con i terroristi e il capo Abu Abbas ad atterrare nella base di Sigonella in Italia dove inizia una lunga controversia sull’estradizione. Alla fine le autorità del nostro paese arrestano e portano in tribunale i quattro terroristi, ma lasciano che il possibile mandante del colpo, Abu Abbas, fugga nell’allora Yugoslavia. Mai come in questa occasione le tensioni tra l’allora governo Craxi e l’amministrazione americana del presidente Reagan sono state così forti. Quattro mesi dopo l’uccisione del marito, Marilyn Klinghoffer morirà di cancro a 59 anni.

Prologo. Il prologo è composto da due cori, il “Coro dei palestinesi in esilio” e il “Coro degli ebrei in esilio”, ciascuno dei quali costituisce una riflessione generale sui rispettivi popoli e sulla loro storia.
Atto primo. Scena 1. Il capitano senza nome della MS Achille Lauro ricorda gli eventi del dirottamento. Prima di ciò, la maggior parte dei passeggeri era sbarcata in Egitto per una visita alle Piramidi, e la nave era salpata per poi tornare a prendere i passeggeri in gita. I dirottatori erano saliti a bordo durante lo sbarco. Quando i dirottatori prendono il controllo della nave, i passeggeri ancora a bordo vengono radunati nel ristorante della nave. La narrazione passa a una nonna svizzera, in viaggio con il nipote mentre i genitori del ragazzo visitano le piramidi. Il primo ufficiale della nave, a cui è stato dato il nome fittizio di Giordano Bruno, informa il Capitano che ci sono dei terroristi a bordo e che un cameriere è stato ferito. Il capitano e il primo ufficiale cercano di mantenere la calma tra i passeggeri. Molqi, uno dei dirottatori, spiega la situazione ai passeggeri sotto la minaccia delle armi. Il capitano e Molqi hanno un incontro, durante il quale il capitano ordina che vengano portati cibo e bevande e si offre di lasciare che Molqi scelga il cibo che il capitano mangerà. Scena 2. Dopo il «Coro dell’oceano», un altro dirottatore, Mamoud, fa la guardia al Capitano. Mamoud ripensa alla sua giovinezza e alle canzoni che ascoltava alla radio. Il Capitano e Mamoud dialogano: il Capitano esorta le parti in conflitto nel conflitto israelo-palestinese a incontrarsi e a cercare di capirsi a vicenda. Mamoud respinge questa idea. Durante questa scena c’è una narrazione di una passeggera, la donna austriaca, che si è chiusa nella sua cabina ed è rimasta nascosta per tutta la durata del dirottamento. Il primo atto si conclude con il “Coro notturno”.
Atto secondo. Viene cantato il “Coro di Agar”, che si riferisce alla storia islamica di Agar e dell’angelo e alla storia biblica di Agar e Ismaele. Rappresenta gli inizi della tensione arabo-israeliana, di cui il dirottamento è uno dei risultati storici. Scena 1. Molqi è frustrato per non aver ricevuto alcuna risposta alle sue richieste. Mamoud minaccia di morte tutti i passeggeri. Leon Klinghoffer canta, dicendo che di solito ama evitare i guai e vivere in modo semplice e dignitoso, ma prosegue denunciando i dirottatori. Un altro dirottatore, chiamato “Rambo”, risponde con parole dure nei confronti degli ebrei e degli americani. La passeggera, la ballerina britannica, ricorda quanto bene il quarto dirottatore, Omar, abbia trattato lei e gli altri passeggeri, ad esempio lasciando loro fumare sigarette. Omar canta del suo desiderio di martirio per la sua causa. Alla fine della scena, Omar e Molqi hanno una discussione e Molqi porta via Klinghoffer. Segue il “Coro del deserto”. Scena 2. Marilyn Klinghoffer parla di disabilità, malattia e morte. Crede che suo marito Leon sia stato portato all’infermeria della nave, ma in realtà è stato ucciso fuori scena. I dirottatori hanno ordinato al Capitano di dire che uccideranno un altro passeggero ogni quindici minuti. Il Capitano, invece, si offre come unica persona da uccidere. Appare Molqi e dice che Leon Klinghoffer è morto. Segue l’«Aria del corpo che cade (Gymnopédie)», cantata da Klinghoffer. Il «Coro del giorno» collega la scena 2 alla scena 3. Scena 3. Dopo che i dirottatori si sono arresi e i passeggeri sopravvissuti sono sbarcati sani e salvi in porto, il Capitano rimane per comunicare a Marilyn Klinghoffer la morte del marito. Lei reagisce con dolore e rabbia nei confronti del Capitano, per quella che considera la sua acquiescenza nei confronti dei dirottatori. Il suo sentimento finale è che avrebbe voluto morire al posto del marito.

L’opera di Adams su libretto di Alice Goodman è commissionata da ben sei distinte istituzioni teatrali (di Bruxelles, San Francisco, Lyon, Los Angeles, Glyndebourne e Brooklyn) e ha come modello le Passioni di Bach con i loro diversi livelli narrativi, i lunghi monologhi dei singoli personaggi e i commenti del coro, che non partecipa all’azione. Gli eventi non sono direttamente portati in scena e l’opera può essere vista come una ‘riflessione drammatica’ di fatti accaduti, proprio come fa un oratorio. E infatti l’opera si apre con due cori, il primo dei palestinesi e il secondo degli ebrei, di uguale lunghezza e stessa rilevanza musicale per significare che le due questioni hanno pari importanza ed è questo che i contestatori ebrei non perdonano al lavoro della Goodman.

Lo stile musicale si rifà al minimalismo dell’epoca, anche se nel libretto che accompagna il DVD Stephen Pettitt vuole correggere l’affermazione: «Ci sono gesti che indossano abiti minimalisti, come ad esempio i passaggi dominati da schemi ripetitivi. Ma la maniera minimalista è solo uno di una vasta gamma di strumenti impiegati per prolungare un particolare momento, suggerire un senso di irrealtà, evocare qualcosa di sinistro. […] La musica non riempie semplicemente uno spazio, ma crea il suo proprio senso di tempo e movimento; va da qualche parte, fa qualcosa».

La messa in scena di Peter Sellars prevedeva dei ballerini (le coreografie erano di Mark Morris) che doppiano i cantanti. L’opera venne ripresa da molti teatri in Europa, ma negli USA la controversia del soggetto e i fatti dell’11 settembre 2001 ne sconsigliarono la prevista andata in scena a Boston.

La versione presentata in questo DVD è quella realizzata per la televisione da Penny Woolcock, una trasposizione che si discosta significativamente dalla concezione scenica originale di Peter Sellars. Se quest’ultimo puntava su un impianto astratto, quasi rituale, la regista britannica opta per un realismo marcato. Le riprese su una vera nave da crociera e le ambientazioni esterne conferiscono al racconto una concretezza visiva che modifica radicalmente l’esperienza dello spettatore.

Fin dalle prime sequenze, la scelta è evidente: un prologo in bianco e nero rievoca gli eventi del 1948, mostrando lo scontro tra popolazioni e anticipando il conflitto che farà da sfondo all’intera opera. Subito dopo, il passaggio al colore introduce la preparazione del commando palestinese, seguita dalla rappresentazione delle sofferenze e delle rivendicazioni ebraiche. In parallelo, si sviluppa la dimensione più “quotidiana” della crociera, con immagini di partenze festose che contrastano con la tragedia imminente.

A differenza della versione teatrale, qui gli eventi vengono messi in scena direttamente. Non più soltanto evocati o meditati, ma mostrati con una forza visiva che spesso sovrasta la componente musicale. È una scelta che divide: da un lato rende la narrazione più accessibile e immediata, dall’altro rischia di ridurre la complessità simbolica dell’opera, spostando l’attenzione dal piano riflessivo a quello narrativo.

La regia della Woolcock si distingue comunque per un equilibrio non scontato. Pur dando spazio alle motivazioni di entrambe le parti, non cade mai nella giustificazione della violenza. Anzi, il finale è particolarmente eloquente: i terroristi, ormai liberi, vengono mostrati in diversi contesti che suggeriscono le derive della loro scelta. Uno si immola in un attentato suicida, altri si trasformano in fanatici religiosi, mentre un quarto sembra essersi integrato in una vita agiata e distante. È una chiusura amara, che rifiuta qualsiasi forma di redenzione o semplificazione morale.

Dal punto di vista interpretativo, la resa vocale e orchestrale si mantiene su livelli elevati, anche se inevitabilmente subordinata alla dimensione cinematografica. La direzione musicale conserva la tensione interna della partitura, valorizzando le sfumature dinamiche e i contrasti timbrici che caratterizzano lo stile di Adams.

Questo DVD, dunque, non è soltanto la documentazione di un’opera, ma il ritratto di un’opera trasformata. Un adattamento che, pur allontanandosi dall’idea originaria, offre una nuova prospettiva su un lavoro già di per sé complesso e controverso. Ne emerge un oggetto artistico ibrido, sospeso tra teatro e cinema, tra riflessione e rappresentazione.

In definitiva, ciò che resta è la forza di un progetto che continua a interrogare lo spettatore. Non offre risposte semplici, né pretende di farlo. Piuttosto, invita a confrontarsi con la difficoltà di comprendere, con l’ambiguità della storia, con il peso delle narrazioni contrapposte. Ed è forse proprio questa la sua qualità più preziosa: ricordarci che anche la musica, come ogni altra forma d’arte, può e deve affrontare le zone più oscure del nostro tempo.

Gli unici interpreti della prima versione che ritroviamo qui sono Sanford Sylvan (Leon Klinghoffer) e il direttore, lo stesso Adams alla guida della London Symphony Orchestra. Tra gli altri interpreti Christopher Maltman (il capitano della “Achille Lauro”), Tom Randle (il terrorista che uccide il turista americano) e Yvonne Howard (l’intensa moglie di Klinghoffer).

Il disco contiene un lungo documentario e una traccia audio con i commenti della regista e degli interpreti, cosa inusuale per un’opera in musica, ma relativamente comune per i film in DVD.

The Death of Klinghoffer, Renes/Guadagnino, Firenze, 19 aprile 2026

Nixon in China

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★★★★★

Il viaggio che cambiò il mondo, l’opera che cambiò il repertorio

Peter Sellars ricopre in Nixon in China un ruolo davvero triplice, e difficilmente si potrebbe immaginare un altro artista tanto profondamente identificato con quest’opera. Fu infatti lui a suggerire a John Adams il soggetto, intuendo le straordinarie potenzialità teatrali e simboliche dello storico viaggio di Richard Nixon nella Cina di Mao Zedong nel febbraio del 1972. Sellars ne curò poi la celebre messa in scena originale, destinata a diventare un punto di riferimento del teatro musicale contemporaneo, e, in questa registrazione della ripresa al Metropolitan Opera di New York del 2011, è anche il regista televisivo della trasmissione in alta definizione. Questa triplice presenza conferisce alla produzione una rara unità artistica: la visione drammaturgica iniziale si ritrova intatta nella realizzazione scenica e persino nel linguaggio cinematografico con cui lo spettacolo viene tradotto sullo schermo.

Quando Sellars propose il progetto a John Adams, il compositore californiano, nato nel 1947, era già una delle figure più interessanti della nuova musica americana. Proveniente dall’esperienza minimalista ma deciso a superarne i limiti, Adams aveva sviluppato un linguaggio personale capace di fondere pulsazione ritmica, ricchezza armonica e un forte senso teatrale. La proposta di raccontare in musica un evento politico tanto recente appariva, all’epoca, quasi provocatoria: la distanza storica era minima e i protagonisti erano ancora vivi. Eppure proprio questa apparente mancanza di prospettiva consentiva agli autori di interrogarsi non tanto sulla cronaca quanto sul modo in cui la storia si trasforma immediatamente in mito. (1)

Nixon in China non rappresenta un episodio isolato nella produzione del compositore. Adams tornerà infatti più volte a confrontarsi con eventi storici e politici del Novecento, dimostrando un interesse costante per il rapporto fra individuo, potere e responsabilità morale. Basti pensare a The Death of Klinghoffer (1991), ispirata al dirottamento della nave da crociera Achille Lauro, oppure a Doctor Atomic (2005), incentrata sulla figura del fisico Robert Oppenheimer e sulla nascita della bomba atomica. In tutte queste opere il compositore evita accuratamente qualsiasi giudizio semplicistico, preferendo esplorare le ambiguità dei protagonisti e le contraddizioni della storia.

La decisione di Richard Nixon di recarsi in Cina fu interpretata da Peter Sellars come una mossa insieme cinica e rivoluzionaria: da un lato un calcolo politico destinato a rafforzarne l’immagine interna, dall’altro un gesto destinato a modificare profondamente gli equilibri geopolitici mondiali. Per trasformare questo materiale in teatro fu coinvolta la poetessa e pastora anglicana Alice Goodman, autrice di un libretto straordinariamente raffinato. Piuttosto che limitarsi alla ricostruzione documentaria, Goodman utilizza il linguaggio della poesia per scavare nell’interiorità dei personaggi, mostrando uomini e donne intrappolati nei rispettivi ruoli pubblici. Nixon, pur guardato con evidente diffidenza dagli autori, emerge così come una figura sorprendentemente umana, divisa fra ambizione, insicurezza e desiderio di lasciare un segno nella storia.

L’originalità dell’opera risiede anche nella capacità di trasformare un evento politico in una riflessione universale sulla memoria, sulla rappresentazione del potere e sulla fragilità dell’essere umano. I protagonisti, progressivamente, smettono di essere semplici figure storiche e diventano individui che riflettono sul proprio passato, sui sogni perduti e sul peso delle proprie scelte. È soprattutto nel terzo atto che la partitura abbandona il tono ironico e celebrativo iniziale per assumere una dimensione lirica e malinconica di grande intensità.

Sul piano musicale Adams realizza una delle sue partiture più riuscite. L’orchestra, ampliata con una nutrita sezione di sassofoni, numerose percussioni e sintetizzatore, produce un suono modernissimo senza mai risultare artificioso. Il minimalismo costituisce soltanto il punto di partenza: ai processi ripetitivi si intrecciano richiami al neoclassicismo di Stravinskij, suggestioni jazzistiche, colori da musical americano e improvvise aperture liriche che conferiscono alla partitura una straordinaria varietà. Il risultato è una musica continuamente in movimento, capace di sostenere il ritmo serrato della narrazione e, nello stesso tempo, di soffermarsi nei momenti più introspettivi con una sensibilità quasi pucciniana.

I personaggi sono delineati con rara efficacia. Nixon, affidato a un baritono, alterna enfasi retorica e sincera vulnerabilità; Pat Nixon, soprano lirico, rappresenta probabilmente il cuore emotivo dell’opera, grazie a pagine di intensa poesia come l’aria “This is prophetic!”. Henry Kissinger, basso, assume spesso i tratti caricaturali del basso buffo, contribuendo alle numerose sfumature satiriche del libretto. Sul fronte cinese, Mao è un tenore quasi visionario, costantemente sospeso fra lucidità e delirio ideologico; la moglie Chiang Ch’ing, soprano di coloratura, domina la scena con una vocalità acrobatica e aggressiva che diventa perfetta metafora della sua fanatica determinazione; infine il premier Zhou Enlai, baritono, conclude l’opera con uno dei finali più commoventi del teatro contemporaneo, interrogandosi su ciò che davvero rimane degli avvenimenti storici.

Alla prima rappresentazione, avvenuta a Houston nel 1987, Nixon in China divise profondamente la critica. Molti osservatori considerarono l’opera una curiosità destinata a un rapido oblio, ritenendo impossibile che un soggetto tanto legato all’attualità potesse entrare stabilmente in repertorio. Il tempo ha invece dimostrato l’esatto contrario. Nel corso dei decenni l’opera è stata ripresa nei maggiori teatri internazionali, imponendosi come uno dei capolavori del teatro musicale contemporaneo. La produzione del Metropolitan Opera del 2011 rappresenta in questo senso una vera consacrazione: un titolo nato come provocazione intellettuale entra definitivamente nel repertorio di una delle istituzioni liriche più prestigiose del mondo.

Sul podio siede lo stesso John Adams, interprete ideale della propria musica. La sua direzione privilegia chiarezza, precisione ritmica e trasparenza orchestrale, evitando qualsiasi pesantezza. L’orchestra del Metropolitan risponde con eccezionale brillantezza, mettendo in luce tanto l’energia motoria della partitura quanto le sue improvvise zone di sospensione lirica.

La regia di Sellars conserva intatta la propria forza visionaria. Pur evitando qualsiasi aggiornamento forzato, lo spettacolo mantiene una sorprendente attualità grazie alla lucidità con cui mette in scena il rapporto fra politica, propaganda e spettacolarizzazione mediatica. Le scene di Adrianne Lobel ricreano ambienti essenziali ma fortemente evocativi, mentre le celebri coreografie di Mark Morris rappresentano uno degli elementi più memorabili della produzione. I balletti ispirati alle coreografie rivoluzionarie promosse da Madame Mao riescono infatti a fondere ironia, inquietudine e rigore stilistico, trasformando un episodio apparentemente folkloristico in un’acuta riflessione sul controllo ideologico esercitato attraverso l’arte.

Nel cast spicca la presenza di James Maddalena, unico superstite della compagnia originale e creatore del ruolo di Nixon. Dopo venticinque anni è inevitabile cogliere qualche segno di affaticamento vocale, ma la sua conoscenza del personaggio resta impareggiabile e la forza dell’interpretazione teatrale compensa ampiamente qualche limite sul piano strettamente vocale. Janis Kelly restituisce con grande sensibilità una Pat Nixon semplice e autentica, lontana dagli stereotipi della first lady. Robert Brubaker disegna un Mao allucinato e quasi profetico, più filosofo visionario che uomo politico. Kathleen Kim affronta con impressionante sicurezza le vertiginose difficoltà della parte di Madame Mao, sfoggiando una coloratura tagliente e spettacolare. Russell Braun conferisce a Zhou Enlai un’intensa nobiltà malinconica, culminante nel celebre monologo conclusivo, mentre Richard Paul Fink si diverte a tratteggiare un Kissinger ironico e volutamente sopra le righe, quasi un moderno basso buffo.

La ripresa video, curata dallo stesso Sellars, dimostra quanto il regista conosca perfettamente il ritmo interno dello spettacolo. I movimenti di macchina accompagnano la narrazione senza mai risultare invasivi, alternando efficacemente campi lunghi che valorizzano la composizione scenica e primi piani che catturano le più sottili sfumature espressive dei cantanti. È una regia televisiva che non tradisce il teatro ma, al contrario, ne amplifica le potenzialità.

L’edizione è proposta sia in DVD sia in Blu-ray, scelta particolarmente apprezzabile perché permette di valorizzare al meglio la qualità della registrazione video e sonora. Fra i contenuti extra meritano una menzione speciale le interviste realizzate da Thomas Hampson. Sono contributi intelligenti e ricchi di spunti, ma quella con Peter Sellars è senza dubbio la più affascinante: il regista, con l’entusiasmo inesauribile e la curiosità quasi adolescenziale che lo contraddistinguono, racconta la genesi dell’opera e offre preziose chiavi di lettura per comprenderne il significato profondo.

Questa produzione del Metropolitan non costituisce soltanto un’eccellente testimonianza di uno spettacolo ormai storico, ma rappresenta anche il modo migliore per accostarsi a uno dei grandi capolavori dell’opera contemporanea. A quasi quarant’anni dalla sua prima rappresentazione, Nixon in China continua infatti a interrogare il pubblico sul rapporto fra storia, politica, memoria e rappresentazione, dimostrando come il teatro musicale possa affrontare il presente con la stessa profondità con cui, per secoli, ha raccontato i miti e le grandi tragedie del passato.

(1) Atto I. L’aereo presidenziale arriva a Pechino, accolto dalle Guardie Rosse. Nixon, la moglie Pat e gli altri ospiti vengono accolti da Chou En-Lai, al quale Nixon confida l’importanza storica di questo incontro. Nello studio di Mao avviene l’incontro tra i due presidenti, dove Nixon fatica a seguire i discorsi politici di Mao, pieni di fantasia. La sera stessa si festeggia con un banchetto l’incontro tra i due presidenti.
Atto II. La moglie del presidente Pat fa visita al personale dell’albergo nel quale alloggia, assieme alla moglie di Mao, Chiang Ch’Ing, che la conduce poi in una scuola e alla Porta della Longevità. La giornata si conclude al teatro dell’Opera, dove i Nixon assistono a un balletto, Il distaccamento comunista delle donne, troppo realistico per i loro gusti, tant’è che i due cercano di difendere la ballerina frustata quasi a morte. Il popolo tenta una sommossa, e Chiang arringa gli spettatori.
Atto III. Durante l’ultima notte a Pechino, tutti sono molto stanchi e provati. Nixon ricorda il servizio militare prestato in guerra sulla nave, e la moglie ricorda cosa per lei sia stato attenderlo; Mao ricorda la sua storica Lunga Marcia, mentre la moglie invano tenta di strapparlo a questi ricordi politici. Chou En-Lai alla fine canta «I am an old man and I cannot sleep», interrogandosi se c’è stato qualcosa di buono in questo incontro.