Operetta

The Yeomen of the Guard

Arthur Sullivan, The Yeomen of the Guard

Quasi un grand-opéra The Yeomen of the Guard or The Merryman and his Maid della ditta Gilbert & Sullivan. Il librettista la considerava «the best thing we have done», il musicista la sua preferita. Il maggior impegno si vede nell’ouverture scritta in forma sonata, il primo atto contenente un insolito numero di pezzi sentimentali, l’orchestra allargata a un secondo fagotto e a un terzo trombone e i dialoghi in inglese antico. Il tono più serio e scuro fu apprezzato dal recensore del Times: «Si deve riconoscere al Signor Gilbert di essere riuscito ad abbandonare i solchi abituali per innalzarsi a livelli più elevati».

Il poster di un beefeater (i guardiani della Torre di Londra) nella metropolitana aveva ispirato la vena di Gilbert che decise che quella figura «would make a good picturesque central figure for another Savoy opera», che sarebbe stata la numero dieci. L’ondata di patriottismo accesa dal giubileo di Queen Victoria ben si collegava all’ambientazione Tudor di questa vicenda tratta da un lavoro francese (Don César de Bazan) in cui si narrava di un cavaliere in prigione e condannato a morte che sposava una zingara e dopo essere fuggito e ferito ritornava travestito da monaco. Il titolo ebbe numerose varianti: inizialmente The Tower of London, poi The Tower Warder, poi ancora The Beefeater e infine quello definitivamente adottato. Scritta in gran fretta, con l’ouverture composta durante le ultime prove e le parti ancora fresche d’inchiostro gettate nella buca dell’orchestra all’ultimo momento, la sera del 3 ottobre 1888 segnò comunque un caloroso successo che rinfrancò il duo dopo la fredda accoglienza del precedente Ruddigore. Sarebbero seguite altre 422 repliche.

In rete sono disponibili le produzioni della Connecticut G&S Society del 2103 e della Rowan Opera Company del 2011.

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Ruddigore

Arthur Sullivan, Ruddigore

Con Ruddigore or The Witch’s Curse Gilbert & Sullivan firmano la nona delle Savoy Operas. Alla fine della rappresentazione del 22 gennaio 1887 però agli applausi si mescolarono alcuni fischi: dopo l’immenso successo di The Mikado era difficile mantenere quello stesso livello e la nuova opera aveva comunque qualche debolezza, a iniziare dal titolo originale Ruddygore che aveva urtato la sensibilità vittoriana essendo simile a “Bloodygore”, un’espressione considerata troppo volgare per un pubblico rispettabile. Come pure la vicenda, in cui l’eroe buono diventa il cattivo, il gaglioffo diventa il buono e la ragazza virtuosa cambia fidanzato ogni momento. La modifica della lettera nel titolo avrebbe solo in parte risolto il problema e Ruddigore si dovette accontentare di 288 rappresentazioni (rispetto alle 672 dell’opera precedente) e fu ripresa solo nel 1920 e in una nuova versione.

L’opera è basata sulla parodia dei melodrama vittoriani popolati da malvagi baronetti e innocenti fanciulle. Infatti qui ci sono: un briccone che porta via la fanciulla come obbligatorio crimine quotidiano; la pedante povera ma virtuosa eroina; l’eroe mascherato e il suo vecchio fedele seguace che sogna i vecchi giorni di gloria; il marinaio che dice di star seguendo il suo cuore; la ragazza selvaggia e arrabbiata; la vanteria e il patriottismo del mangiatore di fuoco; i fantasmi che tornano in vita a rafforzare una maledizione; un manipolo di damigelle professionali in servizio dalle dieci alle quattordici ogni giorno che però da mesi sono in ozio perché nel villaggio della Cornovaglia di Rederring nessuno si sposa più.

Dal punto di vista musicale Sullivan non rinuncia a parodiare l’amata opera seria, come quando il lamentoso flauto che accompagna l’entrata di Margaret la Pazza non può fare a meno di ricordare la Lucia di Lammermoor.

Non esistono registrazioni professionali su DVD, ma in rete si trovano numerose produzioni amatoriali: Durham Savoyards (2014), Stanford Savoyards (2013), Hull University Gilbert & Sullivan Society (2015), Halifax Gilbert & Sullivan Society (2015).

Princess Ida

 

Arthur Sullivan, Princess Ida

Settima delle Savoy Operas, l’unica in tre atti e con i dialoghi in versi, Princess Ida or Castle Adamant debutta al Savoy Theatre il 5 gennaio 1884 e vi viene rappresentata per 246 recite, sotto la media quindi.

Il soggetto è tratto da The Princess di Alfred Tennyson, un narrative poem semiserio. Gilbert ne aveva già fatto una parodia in decasillabi nel 1870 e molte parti del dialogo furono inserite nell’opera che mette in burla il femminismo, l’educazione delle donne e l’evoluzionismo darwiniano, temi in grande discussione nell’Inghilterra vittoriana, in un’ilare variazione su un soggetto medievale (si pensi alla vicenda del Comte Ory).

La principessa Ida sfugge ai suoi obblighi matrimoniali, stabiliti fin dalla sua nascita col principe di un regno vicino, per fondare e gestire un’università femminile in un castello. Il principe Hilarion ha aspettato il giorno delle sue nozze per vent’anni e non intende rinunciarci, perciò si traveste da fanciulla e si introduce nel castello portandosi dietro gli amici Cyril e Florian, anche loro in abiti muliebri. Diverse ragazze scoprono il segreto delle “fanciulle”, segreto che cercano di mantenere celato anche perché si sono innamorate dei giovani, ma Ida scopre l’inganno e fa arrestare gli intrusi. I rapporti fra i due regni allora diventano tesi e si minaccia la guerra. Alla fine ovviamente Ida ammorbidirà le sue pretese e tutti festeggeranno il suo matrimonio con Hilarion.

Princess Ida aveva di fatto rappacificato Sullivan e Gilbert, che nell’estate 1883 avevano rischiato di sciogliere la loro collaborazione per divergenze sui soggetti – sarà solo il primo di una serie di litigi. Il libretto di Princess Ida dava modo a Gilbert di mostrare le sue qualità letterarie e Sullivan lo servì con musiche particolamente raffinate che avvicinano il lavoro al grand-opéra per ricchezza armonica e per complessità e quantità dei numeri musicali.

Tra le meno frequentemente allestite, in rete è disponibile la registrazione della produzione della Ocean State Lyric Opera Company, 1997.

The Sorcerer

Arthur Sullivan, The Sorcerer

Gran parte dell’immutabile fascino delle operette di Gilbert e Sullivan è dovuta al fatto che sono datate e che sembrano portare con sé l’innocenza, la freschezza e il divertimento di un’era passata. Ora che è trascorso ben oltre un secolo dalla loro creazione, i manierati dialoghi, con riferimenti a temi e persone che da tempo sono usciti dalla storia, danno loro un valore aggiunto di oggetto d’epoca.

Non sfugge a questa considerazione questo terzo frutto della collaborazione di William Shenk Gilbert e Arthur Sullivan, secondo delle Savoy Operas. The Sorcerer (Lo stregone) debutta sullo Strand di Londra al teatro Opera Comique il 17 novembre 1877, cui seguono 178 repliche, poche se confrontate a quelle dei lavori più fortunati. Per la ripresa del 1884 è approntata una nuova versione, che è quella comunemente messa in scena, come nell’allestimento della University of Michigan G&S Society del 2016 disponibile in rete.

Ampliamento di un suo precedente testo, The Elixir of Love, il libretto mette in scena una pozione magica che però fa innamorare la persona sbagliata, come succede nel Midsummer Night’s Dream scespiriano, per non parlare del Tristan und Isolde. È poi sempre presente la satira sulle classi sociali dell’epoca vittoriana.

Gli abitanti di Ploverleigh festeggiano la festa di fidanzamento di Alexis, figlio ed erede di Sir Marmaduke Pointdextre, con Aline, l’unica ragazza di lignaggio del paese in quanto figlia di Lady Sangazure. Alexis e Aline firmano il contratto di matrimonio, ma Alexis, che comunque ama la sua promessa sposa, non condivide gli antiquati principi di suo padre che solo uomini e donne di rango equivalente dovrebbero sposarsi, senza riguardo a sciocchezze quali i sentimenti. Alexis assume un mago, John Wellington Wells, per provare la sua teoria. Wells crea una magica pozione d’amore che viene somministrata a tutti gli abitanti del villaggio attraverso il tè versato da una grande teiera durante il banchetto. Tutti quelli che lo bevono si addormentano subito, proprio come ha previsto Wells. Quando si svegliano, prevede che ognuno si innamorerà della prima persona che vede. Coloro che sono già sposati ne sono convenientemente immuni. Quando gli abitanti a mezzanotte si risvegliano, si verifica il caos. Il signor Marmaduke si innamora dell’anziana e modesta signora Partlett, sagrestana della chiesa locale; Lady Sangazure si innamora del mago stregone, che spende la maggior parte del secondo atto cercando di eluderne la cattura; anche la fidanzata di Alexis, la bella Aline, beve la pozione e si innamora del vicario del villaggio. L’ordine può essere ripristinato solo dal sacrificio di Alexis o di Mr Wells. Quest’ultimo, scelto per voto popolare, scompare nella terra al suono di un gong e tutto ritorna alla normalità. La gioia generale è accresciuta dal fidanzamento di Sir Marmaduke con Lady Sangazure.

The Sorcerer contiene due tra i migliori personaggi di Gilbert: il sentimentale Dr Daly, che tra l’altro è l’unico religioso presente nelle Savoy Operas, e la stravagante ma alla fine tragica figura di John Wellington Wells.

Con questo lavoro Gilbert e Sullivan smisero di lavorare con grandi attori su cui costruire le parti: da allora preferirono selezionare attori meno conosciuti, ma più malleabili. Gilbert supervisionava l’allestimento delle scene e dei costumi e si occupava anche della regia; Sullivan si occupava direttamente della orchestrazione dei lavori e il risultato finì col portare una ventata di novità nel teatro inglese dell’epoca vittoriana.

Thespis

 

Arthur Sullivan, Thespis

Primo frutto della collaborazione di William Shenk Gilbert e Arthur Sullivan, Thespis or The Gods Grown Old ebbe il debutto come “operatic extravaganza” al Gaiety Theatre il 26 dicembre 1871, prima di 64 repliche. Quattro anni dopo si consoliderà il loro sodalizio che alla fine conterà altri tredici titoli comunemente ricordati come Savoy Operas: Trial by Jury (1875), The Sorcerer (1876), H.M.S. Pinafore (1878), The Pirates of Penzance (1879), Patience (1881), Iolanthe (1882), Princess Ida (1884), The Mikado (1885), Ruddigore (1887), The Yeomen of the Guard (1888), The Gondoliers (1889), Utopia Limited (1893) e The Grand Duke (1896).

Le vicende del duo Gilbert & Sullivan sono così ben raccontate da Carlo Majer che lasciamo a lui la parola: «Gilbert sta per William – dal 1907 Sir William – Schwenck Gilbert (1836-1911), autore teatrale e librettista londinese. La notorietà di Gilbert ebbe inizio nel 1861, quando incominciò a collaborare con la rivista “Fun” come critico di teatro, poeta e disegnatore satirico, firmandosi con lo pseudonimo BAB. Le poesie che scriveva, poi confluite nelle raccolte Bab Ballads e More Bab Ballads, rivelano un verseggiatore brillante a suo agio in qualsiasi metro, con un gusto spiccato e tutto inglese per la rima insolita. Hanno titoli come Captain Reece, A una Fanciulla da parte di un Poliziotto, I Pericoli dell’Invisibilità, Il Vescovo di Rum-Ti-Foo. Accompagnate spesso da un ritratto a china dei loro protagonisti, diventarono immediatamente popolari, poiché stilizzavano con ironia ed esattezza la grande varietà di tipi sociali e psicologici presenti nell’Impero Britannico, che proprio allora stava arrivando al suo apogeo. Nel 1863 Gilbert fu chiamato a collaborare con i teatri londinesi di varietà. All’inizio si adattò a scrivere o riscrivere all’ultimo momento il testo di qualche canzone per spettacoli che erano già in prova, ma la sua disponibilità e la sua maniera facile e frizzante presto si imposero. Già nel 1866 andava in scena il suo primo spettacolo professionale completo, una burlesque tratta da L’Elisir d’amore e intitolata Dulcamara! Seguirono altre burlesque, fra l’altro ispirate a La fille du régiment di Donizetti, a Robert le Diable di Meyerbeer e alla Norma di Bellini. Il suo ritmo di lavoro diventò frenetico. […] L’influsso del teatro parigino su quello londinese all’epoca era piuttosto forte e nella produzione di Gilbert si notano anche adattamenti di testi di Meilhac e Halévy, i geniali librettisti di tante operette di Offenbach nonché della Carmen di Bizet. Non stupiscono perciò i molti punti di contatto con Orphée aux Enfers di Offenbach del libretto di Thespis, con cui nel 1871 per la prima volta Gilbert lavorò con Sullivan».

E questo per quanta riguarda il librettista, il primo nome della ditta G&S. «E adesso presentiamo l’altro termine del binomio. Sullivan sta per Arthur – dal 1883 Sir Arthur – Seymour Sullivan (1842-1900), compositore molto serio, formatosi all’ombra di Mendelssohn a Lipsia con Ignaz Moscheles e altri insegnanti di quella famosa scuola. Al rientro in patria nel 1862 si fece conoscere con una suite di musiche per The Tempest di Shakespeare eseguita con grande successo al Crystal Palace. Charles Dickens, che era fra il pubblico, alla fine del concerto [gli] fece visita […] diventarono amici e qualche mese dopo visitarono insieme Rossini a Parigi: […] “In Inghilterra c’era così poco per me da imparare. Oramai avevo ascoltato e conoscevo praticamente tutta la musica che si esegue a Londra (e che è tanto poca rispetto a quella che si ascolta qui!)”. In questa frase si riassume il problema della vita musicale inglese dell’epoca. Per chi volesse accedere al mondo della musica colta c’erano due modelli, quello tedesco e quello italiano. Quello italiano voleva dire soprattutto Opera, che al Covent Garden veniva eseguita tutta in italiano, perfino Wagner (fino al recente restauro, quasi tutti i cartelli su quel palcoscenico erano ancora in italiano e inglese); oppure le romanze di Tosti, predilette dalla regina Vittoria. Quello tedesco era oratorio – soprattutto Mendelssohn, più qualche Händel sfigurato per elefantiasi – musica sinfonica e Lied. Il resto era puro entertainment. […] Gli anni Sessanta videro Sullivan consolidare la sua fama di compositore classico. Il suo catalogo registra una sinfonia, le ouverture In Memoriam e Marmion, un concerto per violoncello, l’oratorio The Prodigal Son, e soprattutto una vasta produzione di inni sacri come Onward, Christian Soldiers e romanze come The Lost Chord che gli valsero popolarità e rispetto nei college e nei salotti britannici. A questa produzione seria, quasi impettita, che lo accompagnerà tutta la vita, dal 1866 Sullivan incominciò ad accostare una produzione meno seria di teatro musicale, dapprima rappresentando in privato l’operetta Cox and Box, poi l’anno dopo rappresentando The Contrabandista, or The Law of the Ladrones, un’operetta che per le musiche spagnoleggianti ricorda vagamente La Périchole di Offenbach, che è del 1868». E si arriva così all’incontro con Gilbert e alla creazione di Thespis.

Atto I. Sul monte Olimpo gli dèi si lamentano di sentirsi vecchi e di aver perso la loro influenza sulla Terra. Mercurio li accusa di esser pigri e di lasciargli tutte le incombenze, mentre a lui non va alcun merito per la fatica. Giove ammette che si è raggiunto un livello di crisi, ma non sa come rimediare. Proprio allora gli dèi vedono un nugolo di mortali che salgono sulla montagna e si ritirano per osservarli da lontano. La filodrammatica di Tespi entra per un pic-nic per festeggiare il matrimonio di due suoi membri, Sparkeion e Nicemis. Gli attori, essendo senza un quattrino, non sono riusciti a contribuire sostanzialmente al pic-nic. Sparkeion flirta con la sua ex-fidanzata, Dafne, il che infastidisce Nicemis che per dispetto flirta con Tespi, che però si rifiuta di stare al gioco. Entrano Giove, Marte e Apollo e tutti gli attori fuggono terrorizzati, salvo Tespi. Giove chiede a Tespi se è impressionato dal padre degli dèi e Tespi replica che gli dèi sono ormai insignificanti e suggerisce loro di scendere in Terra in incognito per scoprire ciò che la gente pensa di loro. Gli dèi acconsentono a passare agli attori i loro poteri mentre essi si prendono una vacanza giù sulla Terra. Tespi assicura che lui e la sua compagnia si prenderanno cura dell’Olimpo durante la loro assenza e ogni attore prende il posto di uno degli dèi, con Tespi stesso che sostituisce Giove. Mercurio rimane per offrire eventuali consigli.
Atto II. Un anno dopo. Sotto il comando di Tespi, l’Olimpo è ritornato al suo antico splendore e tutti gli attori si godono la loro ambrosia e il loro nettare. La regola di Tespi è molto liberale, e ha consigliato alla sua troupe di non essere ostacolata da routine, burocrazia e simili. Le assegnazioni celesti, tuttavia, hanno causato alcune difficoltà, in quanto gli intrighi amorosi degli attori nella vita reale sono in conflitto con quelli degli dèi che rappresentano:  Venere, ad esempio, interpretata da Pretteia, dovrebbe essere sposata con Marte, ma l’attore che interpreta Marte è suo padre. Una soluzione già sperimentata sarebbe quella di Venere che ha sposato Vulcano, ma Vulcano è suo nonno. Sparkeion, che ha assunto il ruolo di Apollo, accompagna sua moglie, che interpreta Diana, per i suoi viaggi notturni, ma così il sole splende anche di notte. Mercurio informa Tespi che gli dèi sostituti hanno ricevuto molti reclami da parte dei mortali perché alcuni non svolgono le loro funzioni e certi azzardati esperimenti hanno provocato lo scompiglio nel mondo sottostante. Per esempio Timidon, il sostituto di Marte, è un pacifista e un codardo; il sostituto di Imene si rifiuta di sposare chicchessia e lo pseudo-Plutone è troppo tenero dicuore per far morire qualcuno. Dafne, che interpreta la musa Calliope, sostiene poi, in base a un’edizione espurgata dei miti greci, di essere sposata ad Apollo mentre Apollo, interpretato da Sparkeion, è il fratello di Diana, rappresentata dalla moglie di Sparkeion, Nicemis. Tespi decide allora che Sparkeion è sposato con Dafne mentre sono dèi e il suo matrimonio con Nicemis riprenderà quando saranno di nuovo mortali. Quando gli dèi ritornano sono furiosi: Tespi ha sconvolto l’intero schema della società. Gli attori chiedono di rimanere sull’Olimpo, ma Giove li punisce crudelmente: «Away to Earth, contemptible comedians, | and hear our curse before we set you free; | you shall all be eminent tragedians, | whom no one ever, ever goes to see!» (Tornate alla Terra, spregevoli commedianti e ascoltate la maledizione prima di essere liberati: sarete tutti eminenti attori tragici che nessuno andrà mai a vedere).

Una particolarità di Thespis è lo stile burlesque, molto diverso da quello delle opere successive. A parte la ballad «Little Maid of Arcadee» (pubblicata al tempo delle rappresentazioni) e il coro «Climbing over Rocky Mountains» (poi incorporato in The Pirates of Penzance), di Thespis è andata persa la partitura manoscritta e lo spartito vocale non è mai stato stampato, il che rende problematico l’allestimento di questo lavoro. Cionondimeno, ultimamente è stato fatto un lavoro  di raccolta dei frammenti che ha portato ad alcune rappresentazioni. In rete si possono trovare spezzoni di alcune produzioni.

Dopo Thespis il librettista e il compositore hanno presero inizialmente strade diverse: Gilbert a scrivere commedie, Sullivan a comporre musica sacra, canzoni e ballads. Solo il caso e il fiuto impresariale di Richard D’Oyly Carte li avrebbe fatti riunire nuovamente.

Patience

Arthur Sullivan, Patience

La sesta delle Savoy Operas di Gilbert & Sullivan debuttò all’Opera Comique Theatre di Londra il 23 aprile 1881 prima di trasferirsi nel più capace e moderno (il primo al mondo a essere fornito di illuminazione elettrica) Savoy Theatre il 10 ottobre, dove raggiunse le 578 repliche consecutive, sette in più della precedente H.M.S. Pinafore.

Tutte le fanciulle del villaggio sono invaghite di Reginald Bunthorne, «fleshly poet», un poeta mesto e fascinoso, che però ha occhi solo per Patience, la modesta lattaia. Le pretese artistiche di Bunthorne sono solo un espediente per attirare le donne – lui nenche ama la poesia! Patience è innamorata del suo amico d’infanzia, Archibald Grosvenor, lui sì invece un vero poeta, «lyric poet», ma sente di non poterlo sposare perché è troppo perfetto. Nel frattempo, il prosaico plotone delle Heavy Dragoon Guards che avrebbe voluto sposare le fanciulle del villaggio si trovano sgomente dalla loro improvvisa perdita di prospettive. Solo quando Patience scoprirà le imperfezioni di Grosvenor si deciderà a sposarlo lasciando Bunthorne al «vegetable love» che tanto ha declamato.

Patience or Burnthorne’s Bride poneva in satira il movimento estetico che negli anni ’70 e ’80 dell’Ottocento trasformava ogni borghese in un esteta per il quale il bello era al di sopra di ogni considerazione pratica. Messo alla berlina sulla rivista “Punch” il tema era stato oggetto anche della pièce The Colonel di F.C.Burnand che fece concorrenza all’opera di G&S.

Gibert si è divertito nel far declamare a Bunthorne versi enfatici e oscuri (1) che echeggiano la poesia decadente di Algernon Swinburne, mentre quelli di Grosvernor, semplici e pastorali (2), si rifanno alle poetiche di Coventry Patmore e William Morris. Il primo Bunthorne aveva il monocolo e la pettinatura del pittore McNeill Whistler, indossava una giacca di velluto come Swinburne e i pantaloni al ginocchio come Oscar Wilde.

In alcuni allestimenti moderni l’epoca è stata aggiornata a quella hippy degli anni ’60 del secolo scorso, facendo di un poeta beat il rivale di un poeta figlio dei fiori, ma l’argomento e l’ambiente rendono questa operetta una delle più difficili da esportare al di fuori del mondo anglosassone. Gli allestimenti filmati disponibili in rete sono tutti di istituzioni universitarie americane e inglesi: Wheaton College Opera Music Theater (2009), Hull University Gilbert & Sullivan Society (2012), Colorado State University (2013), Medway Community Centre (2013), John Brown University (2015), quest’ultima con solo accompagnamento di pianoforte.

(1) «What time the poet hath hymned | The writhing maid, lithe-limbed, | Quivering on amaranthine asphodel, |  How can he paint her woes, | Knowing, as well he knows,  | That all can be set right with calomel?  | When from the poet’s plinth | The amorous colocynth | Yearns for the aloe, faint with rapturous thrills, |  How can he hymn their throes  | Knowing, as well he knows, | That they are only uncompounded pills?  | Is it, and can it be, Nature hath this decree, | Nothing poetic in the world shall dwell? | Or that in all her works | Something poetic lurks, | Even in colocynth and calomel? | I cannot tell».

(2) «Conceive me, if you can, An every-day young man: A commonplace type, | With a stick and a pipe, And a half-bred black-and-tan; | Who thinks suburban “hops” | More fun than “Monday Pops”, Who’s fond of his dinner, And doesn’t get thinner | On bottled beer and chops».

Iolanthe

Arthur Sullivan, Iolanthe

«Le trame delle opere G&S sono tipicamente inglesi, nel senso che sono eccentriche e fondate su temi e meccanismi o tic profondamente connessi con la cultura e la società inglesi. Vi appaiono fate, fantasmi, pirati, personaggi esotici, ragazze di campagna, marinai, principesse infelici, re e regine, insomma l’intera società e l’intero immaginario collettivo del Regno Unito, fino all’immagine sublimemente assurda che fa concludere Iolanthe con un volo di membri della House of Lords portati in cielo, con toga, parrucca a cannoli e tutto, da un vortice di piccole valchirie innamorate». Così nelle argute parole di Carlo Majer svelato il finale di Iolanthe or The Peer and the Peri (o Il pari e la peri, uno dei rari casi in cui la traduzione in italiano conserva perfettamente il gioco di parole del titolo). Sesta delle Savoy Operas del duo Gilbert & Sullivan è una deliziosa ma caustica satira del potere come solo gli inglesi possono fare.

Con Iolanthe il 25 novembre 1882 si sfruttava l’impianto di l’illuminazione elettrica del Savoy Theatre, il primo del mondo a essere equipaggiato con questa meraviglia del progresso che permetteva effetti luminosi “magici”, perfettamene adatti quindi alla vicenda. La quale tratta della fata Iolanthe bandita dal regno delle fate poiché ha sposato un mortale, cosa proibita per legge. Venticinque anni dopo troviamo suo figlio, Strephon, pastore dell’Arcadia, che vuole sposare Phyllis, una ragazza sotto tutela del Lord Cancelliere di giustizia. Tutti i membri del Parlamento vogliono sposare la ragazza la quale però quando vede l’amato Strephon abbracciare una donna, la madre Iolanthe che come tutte le fate essendo immortale è sempre giovane, si indigna e mette in moto una serie di conflitti tra i pari e le fate. Il fatto che Strephon sia immortale dalla vita in su sarà determinante per lo scioglimento della vicenda in un finale in cui tutti i membri del Parlamento si trasferiscono nel regno delle fate.

Le 398 repliche successive alla prima testimoniano la popolarità dell’opera che prende in giro i privilegi dei nobili e dei politici, ma lo fa in un modo così arguto e in un contesto di tali amabili assurdità che le stesse vittime della sua critica furono i primi a trarne divertimento.

I venticinque numeri musicali comprendono l’usuale classico patter song, che non può mancare in un lavoro di G&S, il “Nightmare” di Lord Chancellor, uno dei loro migliori: «When you’re lying awake with a dismal headache, and repose is taboo’d by anxiety, | I conceive you may use any language you choose to indulge in, without impropriety; | For your brain is on fire – the bedclothes conspire of usual slumber to plunder you: | First your counterpane goes, and uncovers your toes, and your sheet slips demurely from under you; | Then the blanketing tickles – you feel like mixed pickles – so terribly sharp is the pricking, | And you’re hot, and you’re cross, and you tumble and toss till there’s nothing ‘twixt you and the ticking […]».

Le registrazioni disponibili in rete sono diverse: Bristol Savoy Operatic Society (2006); Nicholas Wuehrmann (2013); produzioni più recenti sono quelle della Light Opera of Portland (agosto 2016) e della Halifax Gilbert & Sullivan Society (novembre 2016). Pregevole è la versione concertistica dei Proms del 2000.

The Pirates of Penzance

Arthur Sullivan, The Pirates of Penzance

Un’altra nave nelle opere di Gilbert & Sullivan, ma questa volta non si tratta della flotta di Sua Maestà, bensì di uno schooner di pirati. The Pirates of Penzance or The Slave of Duty è la quarta delle loro Savoy Operas.

La prima rappresentazione ufficiale dello spettacolo avvenne al Fifth Avenue Theatre di New York il 31 dicembre 1879 dove ebbe un grande successo di critica e di pubblico. La prima a Londra sarebbe avvenuta tre mesi dopo, il 3 aprile 1880, al teatro Opera Comique dove andò avanti per 363 rappresentazioni. Il titolo ironizzava sulla tranquilla località della Cornovaglia dove tutto ci si poteva aspettare tranne che dei pirati, e sui “pirati teatrali” che continuavano a rappresentare la loro HMS Pinafore in America senza pagarne i diritti – e si parla di 150 compagnie diverse!

Sembra che Sullivan si fosse dimenticato di portare a New York le bozze del primo atto, così da doverlo riscrivere, ma non ricordando la musica del coro femminile utilizzò un coro tratto da Thespis. La stessa cosa fece per una canzone e un balletto, così che queste rimangono le uniche pagine sopravvissute del loro primo lavoro.

La vicenda narra di Frederic, apprendista presso una banda di pirati. Questo strano ingaggio dipende dal fatto che la nutrice del giovane, dura d’orecchi, aveva frainteso le istruzioni del padre di fargli fare l’apprendistato da «pilot», facendolo diventare invece «pirate»! Frederic incontra Mabel, figlia del generale maggiore Stanley, e i due giovani si innamorano immediatamente. Frederic apprende però di essere nato il 29 febbraio così da festeggiare il compleanno solo una volta ogni anno bisestile e il suo contratto di ingaggio specifica che dovrà rimanere apprendista pirata fino al suo venticinquesimo compleanno, il che significa che deve servire ancora per altri 63 anni! Legato dal suo senso di dovere, l’unico sollievo di Frederic è che Mabel accetti di attenderlo fedelmente.

Una delle più popolari operette inglesi, The Pirates of Penzance ha avuto innumerevoli rappresentazioni. Ben quattro sono le edizioni disponibili in rete oltre al film del 1983 di Wilford Leach con Kevin Kline e Angela Lansbury: l’allestimento della Wichita Grand Opera del 2008, quello dell’Indiana Wesleyan University of Music del 2016, della Light Opera of Portland del 2017 e della University of Michigan Gilbert & Sullivan Society ancora del 2017, a dimostrazione della grande popolarità delle opere di G&S oltre oceano.

La Périchole

Jacques Offenbach, La Périchole

direzione di Cédric Perrier

messa in scena di Geneviéve Brett

14 maggio 2011, Théâtre Atrium, Chaville

Nel 1825 Prosper Mérimée pubblica Le Carrosse du Saint-Sacrement ispirata a un personaggio reale, Micaela Villegas, una cantante di strada del XVIII secolo divenuta amante del viceré del Perù da cui si era fatta regalare una carrozza con cui andare in chiesa con grande scandalo dei benpensanti. Chiamata dal suo spasimante perra chola (cagna indigena), da cui il nome Périchole, divenne la protagonista dell’opéra-bouffe su testo di Ludovic Halévy e Henri Meilhac che Jacques Offenbach presentò il 6 ottobre del 1868 al Théâtre des Variétés di Parigi in una versione in due atti che divennero tre nella ripresa del 25 aprile 1874. In entrambe le edizioni protagonista titolare fu Hortense Schneider.

A Lima il viceré del Perù è solito uscire in incognito per rendersi conto della sua popolarità. Il popolo, avvisato dal governatore, sta al gioco mostrandosi allegro e contento. Due artisti di strada, la Périchole e il suo compagno Piquillo, se la passano male: non hanno nemmeno i soldi per sposarsi. Appena Piquillo si allontana la donna si addormenta per placare i morsi della fame. Quando il viceré la vede se ne innamora e le propone di diventare la sua dama d’onore. Lei non ci crede, ma la fame ha la meglio e la donna scrive una lettera d’addio al suo Piquillo per spiegare la situazione. Al leggerla Piquillo si dispera e vuole impiccarsi, ma viene salvato dal primo gentiluomo di corte che è alla ricerca di un marito per la favorita del viceré, la Périchole appunto! Dopo essersi rifocillati con grandi dosi alcoliche i due celebrano il matrimonio senza che Piquillo sia in grado di scoprire l’identità della sposa. L’indomani, passata la sbornia, riconosce la donna e furioso manca di rispetto al viceré che lo fa rinchiudere nella prigione «des maris récalcitrants». Qui riceve la visita della Périchole che gli assicura il suo amore e l’uomo si convince. I due per fuggire vogliono corrompere il carceriere che però è ancora il viceré in un ennesimo travestimento. Il risultato è che tutti e due vengono rinchiusi in cella, ma si liberano, mettono in catene lo stesso viceré e fuggono. Le pattuglie mandate in città a cercare i due fuggitivi li trovano, ma i due commuovono il viceré cantandogli La clemenza di Augusto e lui li perdona e ricopre di doni la Périchole.

Con La Périchole Offenbach si allontana dall’universo dell’operetta per affrontare il cammino che lo porterà ai Contes d’Hoffmann. Il compositore che si era specializzato nel mettere la musica in burla, sa anche avvicinarsi alle rive del lirismo con una storia di amori contrastati dalla miseria e dal potere tiranno. La malinconia tinge le inquietudini e i tormenti della Périchole e del suo amante Piquillo. Questo è il motivo per cui il pubblico dell’epoca rimase perplesso davanti a questo lavoro che si avvicinava più all’opéra-comique che al turbine satirico de La Belle Hélène o de La vie parisienne.

Non tra le più popolari delle operette di Offenbach, La Périchole è stata oggetto del film di René Clair del 1952 Le carrosse d’or con Anna Magnani. Nel 1999 è stata messa in scena da Jérome Savary e da allora è stata ripresa con regolarità sulle scene francesi, ma non è ancora stata registrata in DVD. L’unica edizione video disponibile in rete è questa versione semi-amatoriale del Théâtre Atrium di Chaville, località a metà strada tra Parigi e Versailles.

Trial by Jury / H.M.S. Pinafore

★★★★☆

Double bill australiano per G&S

Decaduta l’esclusiva della D’Oyly Carte Opera Company, i lavori di Gilbert & Sullivan trovano una nuova vita in moderni allestimenti nei paesi anglosassoni. È il caso di questo double bill allestito da Opera Australia nel 2005 a Melbourne.

Trial by Jury è la seconda collaborazione del duo dopo Thespis ed è la prima della fortunata serie delle Savoy Operas. Quattro anni erano passati da quella loro prima collaborazione, ma da allora, forti del successo ottenuto, i loro lavori avranno una cadenza temporale molto più frequente e raramente passeranno più di due anni tra un titolo e il successivo.

In questo atto unico senza dialoghi parlati presentato con enorme successo (131 repliche) il 25 marzo 1875 al Royalty Theatre ci sono già tutte le tipicità dei lavori di William Schwenk Gilbert: la caricatura delle istituzioni (qui il sistema legale britannico in cui il librettista aveva lavorato come avvocato per un periodo di tempo), del pretesto banale per la costruzione di una vicenda che ha dell’assurdo, del personaggio massimamente comico quasi sempre introdotto dal racconto di come è arrivato a coprire il suo posto («But firstly, if the time you’ll not begrudge, | I’ll tell you how I came to be a Judge»), dei versi genialmente strampalati e dalle rime spiazzanti («Breathing concentrated otto! | An existence à la Watteau. […] Doubly criminal to do so, | for the maid had bought her trousseau!») e del finale che ribalta tutte le aspettative.

Qui la vicenda è quella dell’omonima Bab Ballad del 1868 in cui Gilbert si cimentava con un processo davanti a una giuria, come dice il titolo, che doveva decidere del mancato adempimento di una promessa di matrimonio. La giuria tutta al maschile è sfavorevole all’uomo che si professa pessimo marito, ma tra il gaudio generale il giudice risolve il caso sposando lui stesso la donna rifiutata.

Anche la musica di Arthur Seymour Sullivan è quella tipica delle operette che seguiranno: gaie marcette, cori che scimmiottano Händel e concertati che fanno la parodia dell’opera italiana.

H.M.S. Pinafore or The Lass that Loved a Sailor è invece ripartita in due atti. Le 571 recite successive al 25 maggio 1878 all’Opera Comique di Londra testimoniano l’enorme successo del loro quarto lavoro. Qui l’ambiente è un altro topos dell’opera inglese: una nave della flotta di Sua Maestà dove la figlia del capitano, the lass Josephine, si innamora di un povero marinaio, Ralph Rackstraw («lowly born | with hopeless passion torn and poor beyond denying»), ma il padre l’ha destinata a Sir Joseph Porter, primo ammiraglio. Il finale come sempre rimette tutto a posto con una soluzione a sorpresa che fa ricorso nientemeno che a vicende echeggiate dal Trovatore.

La caratterizzazione del personaggio dell’ammiraglio è il punto forte dell’operetta, un uomo che professa l’uguaglianza degli uomini, o quasi (1) e dall’insolita carriera (2). Gilbert non rinuncia neanche qui alla sua sarcastica morale: «I grew so rich that I was sent | by a pocket borough into Parliament. | […] Now, landsmen all, whoever you may be, | if you want to rise to the top of the tree | […] stick close to your desks and never go to sea, | and you all may be rulers of the Queen’s Navee!».

La musica raggiunge livelli di raffinatezza nei numerosi concertati, cori, duetti e arie, negli ironici recitativi e Sullivan fa la prodezza di musicare lo stesso testo, la canzone scritta da Sir Joseph, in due modi completamente diversi.

L’allestimento di Stuart Maunder in abiti moderni per Trial by Jury ed elegantemente vittoriani per H.M.S. Pinafore è pieno di humour, soprattutto per la prima operetta, e si avvale di una compagnia di interpreti non famosi alle nostre latitudini, ma efficaci, sotto la direzione di Andrew Greene a capo della Opera Victoria Orchestra.

(1) «A British sailor is any man’s equal, excepting mine» e prima aveva affermato che «That you are their captain is an accident of birth. I cannot permit these noble fellows to be patronized because an accident of birth has placed you above them and them below you».

(2) «When I was a lad I served a term | as office boy to an Attorney’s firm. | I cleaned the windows and I swept the floor, | and I polished up the handle of the big front door. | I polished up that handle so carefully | that now I am the Ruler of the Queen’s Navy!», dove le parole alla fine dei due versi sono pronunciate come “carefullee” e ” Navee”!