Orphée aux Enfers

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★★★★★

Due ore di divertimento assoluto

Nel 1997 inizia la felice collaborazione della premiata ditta Minkowski-Pelly (il primo alla direzione d’orchestra, il secondo alla regia), artefice delle fortunate produzioni moderne delle operette di Offenbach. Questa è la registrazione all’Opéra di Lyon di questo primo fausto incontro. Come interpreti il meglio che offra la scena musicale francese per questa musi­ca. I coniugi Dessay-Naouri ovviamente rubano la scena sia da soli che nell’irresistibile duetto della mosca, ma occorre ricordare il tenore di gra­zia Yann Beuron, il caratterista Jean-Paul Fouchécourt e i tanti comprima­ri, magari non tutti allo stesso livello, ma tutti divertiti e diver­tenti.

La messa in scena di Laurent Pelly e Chantal Thomas risolve il dilemma se ambientare la vicenda nell’epoca mitologica o in quella della Pa­rigi Se­cond Empire. Nessuna delle due: i Nostri scelgono i tempi moderni ed è la scelta più intelligente per rendere ancora più caustici gli irresisti­bili versi di Crémieux e Halévy. All’alzare del sipario ci troviamo infatti in un grigio cortile di periferia. La cosa non promette bene, ma appena en­trano gli interpreti e la spumeggiante musica di Offenbach il divertimento ha inizio. Orphée aux Enfers (1858), è la sua prima opera di successo. Qui il musicista si fa beffe del mito classico e sei anni dopo toccherà all’Olim­po di cartapesta de La Belle Hélène.

Orfeo ed Euridice si detestano cordialmente e l’inattesa morte della con­sorte è salutata con gioia dal marito che pensa così di essersene liberato. L’Opinione Pubblica obbliga però il cantore a scendere negli inferi per re­cuperare la legittima sposa, che nel frattempo non sembra spassarsela male, soprattutto grazie al solito Giove che, in uno dei suoi tanti travesti­menti, è sceso pure lui portandosi dietro tutti gli dèi dell’Olimpo annoiati della solita routine nettare-ambrosia-delizie-celesti. Alla fine la morale borghese sarà ipocritamente salva e tutto termina in un indiavolato cancan, la danza inventata pochi anni prima da Céleste Mogador, danseuse vedette del Bal Mabille.

Atto I. Scena I. Tebe (Grecia) in un’epoca indefinita.La prima scena dell’atto I, detta scena del consiglio municipale, si apre con un coro di pastori che invita tutti a rientrare nelle loro dimore e a fare spazio al passaggio del consiglio comunale. Fa il suo ingresso in scena Euridice intonando la sua malinconica canzone, da molto tempo, infatti, Orfeo e Euridice sono stanchi l’uno dell’altra e la loro convivenza è molto cambiata: Euridice si sente abbandonata ed è molto arrabbiata con il marito per la sua ossessione per la musica. Orfeo, invece, è offeso perché la moglie si rifiuta di riconoscere le sue doti musicali. La relazione della coppia è a tal punto deteriorata che ciascun coniuge cerca fuori di casa una soluzione al proprio abbattimento interiore e alla noia. Tanto Euridice quanto Orfeo non nascondono la loro attrazione per altri uomini e donne. Si chiacchiera che Orfeo abbia un affaire con la ninfa Chloè ed Euridice abbia una relazione amorosa con l’affabile pastore e produttore di miele Aristeo, da poco divenuto vicino di casa della coppia. Aristeo intona allora la sua canzone pastorale, un brano che con il suo gradevole profumo bucolico serve a Offenbach per rivelarci l’erronea visione che ha di lui Euridice: erronea poiché dietro alla mite personalità di Aristeo si nasconde il dio Plutone che intende portare la donna con sé negli inferi. Allorché la graziosa Euridice decide di andarsene con Aristeo, Orfeo non pare eccessivamente afflitto. Appare allora l’opinione pubblica, che minaccia Orfeo di rovinare la sua reputazione come personaggio pubblico, in quanto artista e professore di violino, se non parte subito alla ricerca di Euridice per esigere il suo ritorno. L’opinione pubblica consiglia a Orfeo di rivolgersi, qualora fosse necessario, anche alla massima autorità, ossia Giove in persona. L’opinione pubblica decide di accompagnarlo nella sua avventura per mostrargli il cammino che conduce all’Olimpo. Scena II. Sul Monte Olimpo. Gli dei si svegliano dal loro torpore e si ribellano, sulle note della Marsigliese, al regime imposto da Giove; sono perfino contrari alla ridicola e noiosa dieta a base di nettare e ambrosia imposta dal dio supremo. Lungi dal comportarsi con la dignità propria di un dio, Giove non può trattenersi dal fare numerose scappatelle nel mondo esterno e persino sua moglie Giunone lo riprende per il suo comportamento, convinta che il marito abbia una relazione con Euridice. Quando Giunine accusa Giove, costui si mostra nello stesso tempo adulato e infuriato. In quel momento sopraggiunge Orfeo accompagnato dall’opinione pubblica e chiede, senza troppa convinzione, che gli venga restituita la moglie. Giove convoca gli dèi in tutta urgenza, proponendo loro una gita negli inferi. Il dio supremo intende ritrovare Euridice ma non per consegnarla al marito, bensì per tenersela per sé.
Atto II. Scena I. Nell’Ade, la dimora di Plutone. Qui il dio tiene rinchiusa Euridice, sorvegliata da un eunuco chiamato John Styx, che rimpiange i tempi passati, allegri e felici. Euridice si mostra completamente indifferente nei confronti di Styx, senza prestare la benché minima attenzione alle sue lagnanze. Anzi, la giovane è più indispettita che mai poiché la noia è ancor più grande di quando viveva con Orfeo: indossati gli abiti di Plutone, Aristèe ha infatti smesso di mostrare interesse per la donna una volta che costei ha accettato le sue condizioni. Mentre tutti gli abitanti dell’Olimpo cercano disperatamente Euridice, quest’ultima è attratta da un insetto che si è posato su buco della serratura che le nega la libertà. Si tratta di una mosca dalle ali dorate che si fa prendere facilmente fra le mani della ragazza. In realtà è Jupiter che, così come in altre occasioni, ha mutato le proprie sembianze per raggiungere il suo scopo. Il dio promette ad Euridice che le rallegrerà la vita. Scena II. Nell’Ade, oltre il fiume Stige. Plutone ha organizzato un banchetto infernale per i suoi invitati dell’Olimpo. Incoraggiato dal suo recente successo come seduttore, Giove viene acclamato dagli astanti allorché si esibisce in un vivace minuetto che ben presto degenera in un selvaggio can-can. Ma il mondo umano interrompe il divertimento degli dèi: l’opinione pubblica è riuscita a spingersi fino agli inferi con sommo disappunto di Orfeo, felice per la sua separazione da Euridice. Adesso Orfeo, contro la propria volontà dato che agisce sotto l’ingiusta imposizione dell’opinione pubblica, si vede costretto a chiedere a Giove che gli venga restituita la moglie. Sotto lo sguardo attento degli dèi, Giove concede il proprio assenso ma a una condizione: Orfeo non deve guardare indietro durante il suo viaggio di ritorno a Tebe. Quando la coppia, guidata dalla trionfale opinione pubblica, sta per raggiungere il fiume Stige, Giove scaglia un fulmine: Orfeo si volta impaurito e, così facendo, perde Euridice. Giove non può prenderla con sé, dato che deve mantenere la propria reputazione di seduttore, e così dispone che la donna passi al servizio di Bacco. Affascinata dal futuro che la attende la nuova baccante viene accolta dalla comitiva ubriaca e giubilante che accompagna il dio Bacco.

Come in tutte le opere francesi, e quelle di Offenbach non fanno eccezione, molto importante è il balletto, affidato qui alle spiritose coreogra­fie di Dominique Boivin, dove tutti sono rigorosamente in tutu e ballano sulle punte, compresi i ballerini con piede misura 45. Due ore di continuo di­vertimento.

Immagine un po’ granulosa, quasi da VHS (ma erano più di quindici anni fa) e molto compressa per far stare le tre tracce audio, nessun extra.

 

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