Prosa

Edipo re

Sofocle, Edipo re

Regia di Robert Carsen

Siracusa, Teatro Greco, 18 maggio 2022

Parole come pietre: Carsen debutta nella tragedia greca e crea uno spettacolo memorabile

Nel silenzio scandito da un funebre rintocco di timpani, il popolo di Tebe, ottanta tra corifei e comparse nei loro abiti neri occupano la “piazza” della polis portando degli stracci che depongono per terra: sono i cadaveri della peste che devasta la città. Vengono a chiedere aiuto al loro re, Edipo, che ha sconfitto la Sfinge dieci anni prima e che ora governa assieme alla moglie Giocasta e al cognato Creonte. Il re compare dall’alto di una  monumentale scalinata che occupa tutta la larghezza dell’orchestra e che collega la reggia con la città. È di Radu Boruzescu l’unico elemento scenografico che è anche lo specchio della cavea con noi spettatori, così da chiudere tutti quanti in un cerchio da cui, come dal destino, non possiamo sfuggire.

In questo secondo spettacolo della stagione dell’INDA, Carsen si affida totalmente alla nuda parola del testo sofocleo, nella versione di Francesco Morosi, esaltato dalla drammaturgia di Ian Burton. La parola è personaggio, scenografia, anche musica: c’è una labile colonna sonora, ma è quasi impercettibile. Lode a Cosmin Nicolae per averla resa tale.

Parola, silenzio, e spazio: i corpi disegnano figure geometriche nere sul grigio chiaro delle pietre: i vertici di triangoli scaleni i tre personaggi reali, cerchi e semicerchi il coro, oppure lunghe file o grumi scuri, prima compatti poi disgregati. Non ci sono colori, solo il contrasto tra il nero dei costumi (di Luis F. Carvalho) e il bianco dei volti e delle mani che disegnano le studiate coreografie di Marco Berriel. E avrà l’effetto di un urlo nel silenzio l’apparizione del corpo nudo di Edipo solcato dal rosso del sangue sgorgante dagli occhi trafitti dalla fibbia della cintura della moglie/madre. È nel suo abito bianco che coprirà il corpo martoriato.

La transizione dalla luce del giorno al buio notturno è resa impercettibile dalle luci di Carsen stesso e Giuseppe di Iorio. A un certo momento, senza essercene accorti, siamo passati alle tenebre: come Edipo anche noi siamo ciechi e ci scostiamo al suo passaggio mentre nel finale sale i gradini della cavea verso un immaginario Citerione aiutandosi con il bastone appartenuto a Tiresia, l’altro cieco che però aveva “visto” tutto.

Giuseppe Sartori si immedesima in un Edipo per il quale lo svelamento della verità avviene con la suspense di un thriller e la sua traiettoria discendente negli abissi tocca con continuità tutti gli stati espressivi dell’emozione. Maddalena Crippa è una devastata Giocasta, il corpo piegato, la schiena al pubblico, la voce che prima era sicura, quasi arrogante, ora viene a mancare quando comprende la tremenda verità. Paolo Mazzarelli è un Creonte di grande nobiltà;  Graziano Piazza uno straordinario Tiresia che dà i brividi quando Apollo si esprime tramite la sua voce. Eccellenti gli altri interpreti.

Innumerevoli applausi a scena aperta, quasi un quarto d’ora per quelli finali di un pubblico con moltissimi giovani totalmente soggiogati. Questa volta la catarsi è avvenuta.

Agamennone

 

Eschilo, Agamennone

Regia di Davide Livermore

Siracusa, Teatro Greco, 17 maggio 2022

L’Agamennone di Livermore: un sontuoso horror in scena al teatro greco di Siracusa

Come sempre sontuoso e ricco di rimandi cinematografici lo spettacolo messo in scena da Davide Livermore al Teatro Greco di Siracusa nella 57esima stagione organizzata dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico. Agamennone è la prima tragedia della trilogia Orestea (le altre due sono Coefore ed Eumenidi) che a luglio verrà presentata nella sua interezza in una sola giornata.

Il testo di Eschilo, quasi un compendio di tutte le tragedie antiche, nella moderna versione di Walter Lapini, trova un adattamento ricco di spunti visivi di grande teatralità: il fondo del palcoscenico nella scenografia dello stesso Livermore e di Lorenzo Russo Rainaldi è una parete a specchio che riflette il pubblico sulle gradinate – anche noi siamo protagonisti della vicenda – ma incastonato nell’immensa parete c’è un video wall circolare, un altro è orizzontale sul pavimento. Gli eleganti costumi di Gianluca Falaschi richiamano gli anni ’40, con le donne in abiti lunghi, un sofà, mobili e carrelli colmi di coppe di champagne. È la fine della guerra e vecchi generali in sedie a rotelle vengono spinti da infermiere e infermieri che qui assumono il ruolo del coro. Un doppio spettro di Ifigenia si aggira sul palcoscenico, il trucco deforma la bocca come il Joker di Tim Burton. Sul pavimento barchette di carta alludono alla flotta partita per distruggere Ilio. Tre pianoforti forniscono la componente sonora formata dal tema bachiano dell’Offerta musicale rielaborato da Diego Mingolla e Stefania Visalli assieme a violenti cluster suonati direttamente sulle corde del terzo pianoforte verticale. Il rosso cremisi è il colore che domina nella scenografia: l’abito di Clitennestra, i fiori caduti dall’alto che tappezzano il passaggio di Agamennone vittorioso, il sangue che sgorga dalle ferite degli assassinati.

Mirabile sintesi di antico e modernità tecnologica, la forte lettura di Livermore è quasi una rappresentazione lirica, dove le parole si fanno musica. Gli stessi forti sentimenti dei melodrammi muovono i personaggi interpretati qui da splendidi attori: l’eccezionale Agamennone di Sax Nicosia si imprimerà nella memoria per molto tempo; la Clitennestra di Laura Marinoni, vamp appassionata e infida che ha atteso con fredda determinazione il ritorno del marito per dieci anni per compiere la sua vendetta, naviga abilmente tra i marosi di questo personaggio debordante; Cassandra trova in Linda Gennari un’intensa interprete che con la voce e il corpo traduce gli spasimi delle inascoltate profezie, dono e maledizione del dio Apollo. Come corifea si fa notare un’incisiva Gaia Aprea, ma anche tutto il resto del cast è tale da infiammare il teatro al completo, che risponde con applausi a scena aperta e alla fine si unisce in Glory Box dei Portishead («I’m so tired of playing | Playing with this bow and arrow») intonata inaspettatamente da Maria Grazia Solano (la Sentinella) e dagli altri interpreti alla fine della rappresentazione. Un tocco pop, congruo con l’atteggiamento giocoso di Livermore, che è piaciuto molto al pubblico di giovanissimi che hanno riempito la cavea. È stata una lezione si storia greca, di casa qui fuori, diversa dalle solite.

 

Lady Macbeth, suite per Adelaide Ristori

Lady Macbeth, suite per Adelaide Ristori

Regia di Davide Livermore

Genova, Teatro Gustavo Modena, 3 aprile 2022

Con Adelaide Ristori Livermore celebra il teatro stesso

Ma quando un attore/attrice muore, che cosa ne rimane? Liberamente tratto da Macbetto di Giulio Carcano, con la drammaturgia di Andrea Porcheddu in collaborazione con Sara Urban, il nuovo spettacolo di Davide Livermore Lady Macbeth, suite per Adelaide Ristori cerca di rispondere alla angosciosa domanda. Per un attore/attrice del nostro tempo rimangono le testimonianze audio e video, ma per un attore dell’Ottocento, a parte qualche ritratto, se va bene fotografico, che cosa resta della sua arte se non le parole di chi ha assistito a un suo spettacolo?

Adelaide Ristori è stata una delle maggiori artiste di teatro della sua epoca. Nata  nel 1822 a Cividale del Friuli, figlia d’arte ha respirato l’aria del teatro fin dalla nascita. Divenuta la più celebre attrice italiana, fu anche promotrice degli ideali patriottici risorgimentali vedendo i suoi spettacoli spesso interrotti dalla polizia. Molto nota anche all’estero, dove recitava correntemente in francese, spagnolo e inglese, il suo matrimonio con il marchese Giuliano Capranica del Grillo destò molto scandalo in una società che considerava le attrici al limite della morale. Prima nella storia, la Ristori si occupò personalmente dei costumi e della regia dei suoi spettacoli. Visse gli ultimi anni nel palazzo Capranica a Roma dove morì nel 1906.

Alla figura di questa artista è dedicato lo spettacolo che celebra il bicentenario della sua nascita nella città che ne accoglie il lascito nel Civico Museo Biblioteca dell’Attore e che ha fornito la preziosa documentazione. In scena la grande Elisabetta Pozzi rivive la parte di Lady dal Macbetto del Carcano grazie alla realtà aumentata ideata da Davide Livermore e realizzata dalla D-Wok, con la partecipazione in video di Alberto Mattioli e i trucchi ed effetti speciali di Edoardo Pecar. Livermore ha immaginato uno studio televisivo in cui inserire l’intervento dell’attrice. «Un contenitore, un caleidoscopio, un accumulatore di immagini e di esperienze visive. Un meccanismo scenico che ci offre il pretesto per un gioco ironico e auto-ironico». Si passa quindi dall’investigazione storica alla performance ardimentosa affidata a una delle più grandi attrici del nostro teatro. «È come fare una seduta spiritica collettiva per godere ancora della luce di Adelaide e celebrare il teatro tutto» dice il regista.

Pour un oui ou pour un non

Nathalie Sarraute, Pour un oui ou pour un non

Regia di Pier Luigi Pizzi

Torino, Teatro Carignano, 9 marzo 2022

Le parole non dette

Le sue opere sono pubblicate nella prestigiosa Bibliothèque de la Pléiade; negli anni ’70 i suoi “antiromanzi” erano la lettura obbligata dei sessantottini; a teatro le sue pièces mettevano in discussione quell’usage de la parole che era stato anche il titolo di un suo lavoro del 1980; come saggista furono fondamentali le sue riflessioni teoriche sulla narrativa iniziate nel 1956 con L’Ère du soupçon, centrato sulle figure della Woolf, di Kafka, Proust, Joyce e Dostoevskij.

Nathalie Sarraute (Natal’ia Černiak) ha incluso con la sua esistenza tutto il Novecento: nata il 18 luglio 1900 in Russia, è morta a Parigi, dove aveva vissuto fin dall’età di otto anni, il 19 ottobre 1999. A riportarla in scena in Italia con Pour un oui ou pour un non sono due grandi attori, sono due “manipolatori della parola” come Franco Branciaroli e Umberto Orsini, ora al Teatro Carignano.

Due vecchi amici si rivedono dopo un lungo immotivato distacco e si interrogano sui motivi della loro separazione, scoprendo che è stata l’ambiguità dell’“intonazione” di alcune parole a incrinare il loro rapporto. Nel raffinato e allo stesso tempo spietato gioco verbale intessuto dai due attori brillano i loro diversi stili recitativi, più ironico quello di Branciaroli, più analitico quello di Orsini. Entrambi fanno della misura e della rarefazione del gesto la chiave interpretativa di questo gioco al massacro.

Un altro grande mostro sacro del teatro, Pier Luigi Pizzi, si occupa della traduzione del testo, della regia e della scenografia, in bilico quest’ultima tra realismo – gli iconici pezzi di design del Novecento – e stilizzato simbolismo: per un  crudele/ironico contrappasso Pizzi sceglie dei libri totalmente bianchi per far rivivere il mondo di parole scritte di questa femme de lettres del XX secolo.

I due gemelli / I due gemelli veneziani

Natalino Balasso da Carlo Goldoni, I due gemelli

Regia di Jurij Ferrini

Torino, Teatro Gobetti, 12 dicembre 2021

Carlo Goldoni, I due gemelli veneziani

Regia di Valter Malosti

Torino, Teatro Astra, 22 dicembre 2021

Opposte letture della cupa commedia goldoniana

Due spettacoli sullo stesso testo che le vicende pandemiche hanno portato in scena quasi nello stesso momento a Torino.

Il primo ha perso nel titolo l’attributo geografico: approdato al Teatro Gobetti I due gemelli è infatti una libera riscrittura di Natalino Balasso del lavoro che Carlo Goldoni aveva presentato nel 1747 a Pisa per esaltare le capacità istrioniche dell’attore Cesare D’Arbes nel doppio ruolo di Zanetto e Tonino, i due gemelli che le vicende della vita hanno separato. Una commedia degli equivoci e degli scambi di persona che ha il suo modello nei Menecmi di Plauto, ma che qui ha un finale con ben due cadaveri. Balasso trasferisce la vicenda negli anni di piombo italiani e trasforma Zanetto in un cantante pop che vuole sposarsi per scongiurare i sospetti di una sua omosessualità e Tonino in un boss malavitoso in fuga dalla legge. L’umorismo carico di doppi sensi e battute, la recitazione, i molti siparietti musicali, i costumi dell’epoca e i momenti che coinvolgono anche il pubblico danno alla rivisitazione un tono al limite del goliardico. Ferrini non si preoccupa degli aspetti scuri della commedia e procede con indubbia speditezza sul versante di una comicità schietta in presa diretta sul pubblico divertito.

Tutt’altro tono quello de I gemelli veneziani di Valter Malosti al suo debutto con Goldoni, produzione dello Stabile Veneto presentata originariamente in streaming e ora proposta dal Teatro Piemonte Europa all’Astra. Qui prevale il lato tenebroso di una opprimente e cupa vicenda che si dipana in maniera inquietante: lo spettacolo inizia e termina con il cadavere di Zanetto in scena vegliato da un infero Pulcinella. Deuteragonista qui è quel Pancrazio che da personaggio episodico diventa il motore dell’azione, prepara e compie la catastrofe. Le scene e l’impianto luci di Nicolas Bovey raccontano di vicoli bui e piazze immerse in una notte perenne. Il lavoro sulla lingua qui è più attento: che sia il veneziano spigoloso e minaccioso dell’originale goldoniano, o il napoletano di Pulcinella che tutto osserva e commenta, quest’ultimo un’invenzione degli adattatori del testo, Angela Dematté e Malosti stesso. Eccellente il cast dominato da un superlativo e camaleontico Marco Foschi che dà corpo e voce ai due gemelli, e a Danilo Negrelli, il tartufesco Pancrazio che fa della parola un mezzo ingannevole prima di caderne vittima egli stesso. Non si può dimenticare il duplice Arlecchino/Pulcinella di Marco Manchisi. Memorabili sia i costumi di Gianluca Sbicca sia il progetto sonoro di Gup Alcaro

Dolore sotto chiave / Sik Sik l’artefice magico

Eduardo de Filippo, Dolore sotto chiave / Sik Sik l’artefice magico

Regia di Carlo Cecchi

Torino, Teatro Gobetti, 26 novembre 2021

In una serata condensato il teatro di Eduardo

Due atti unici di Eduardo per la stagione del Teatro Stabile di Torino. Sik Sik l’artefice magico è del 1929 e appartiene alla “Cantata dei giorni pari” (quelli fortunati in cui alla fine tutto fila liscio), la raccolta di atti unici per il teatro di rivista napoletano scritti tra il 1920 e il 1942. Sik Sik l’artefice magico è la vicenda di un illusionista da strapazzo in un teatro di infimo ordine, a cui poco prima di andare in scena viene a mancare la spalla, il complice “scelto” tra il pubblico. Il Rafele che riesce a  rimediare all’ultimo momento, «tipo di uomo malandato e misero», scombinerà un po’ i suoi piani ma alla fine l’astuto guitto la sfangherà: nessuna delle sue routine riuscirà, ma l’artefice magico riuscirà a dare un senso ai suoi giochi.  «Lo sforzo disperato che compie l’uomo nel tentativo di dare alla vita un qualsiasi significato, questo è Teatro» disse una volta Eduardo. La comicità della pièce oltre che nelle situazioni sta nelle invenzioni linguistiche del protagonista quando abbandona il suo verace dialetto napoletano per esprimersi in termini che vorrebbero essere colti: «Faccio il prestigiatore e lavoro in questo tiatro. Il mio aiutante… il mio sigritario non è venuto, ha mancato all’appuntamento… Io avrebbe bisogno di una persona che lo rimpiazzerei…».

Alla “cantata dei giorni dispari” (quelli negativi), i drammi scritti dopo la guerra, appartiene invece Dolore sotto chiave, radiodramma del 1959 in cui Lucia Capasso nasconde al fratello Rocco la morte della moglie Elena, fingendo di occuparsi della donna malata, per non farlo soffrire. Ma la scoperta della verità porta a galla rancori celati da mesi e il fratello accusa la sorella di una cattiveria inspiegabile: l’uomo è arrivato a odiare la moglie che con la sua malattia gli rovinava l’esistenza. Il dramma vira nel grottesco di un irresistibile humour macabro con la visita dei vicini di casa che vengono per “confortare” il vedovo. Nella messa in scena di Carlo Cecchi il finale è modificato e, se possibile, ancora più amaro: Rocco non corre a fermare la donna di cui si era nel frattempo innamorato e che lo lascia con il suo figlio in grembo. Qui si accascia catatonico sulla sedia mentre la sorella gli ripete la domanda dell’inizio: «Ti ho preparato il brodo di pollo. Ci metto dentro un uovo?».

L’allestimento è essenziale nelle efficaci scenografie di Sergio Tramonti (Dolore sotto chiave) e Titina Maselli (Sik Sik l’artefice magico) e punta giustamente sulla recitazione: la bravissima Angelica Ippolito, l’intenso Rocco di Vincenzo Ferrara, l’irresistibile vicina Signora Paola e il maldestro Rafele di Dario Iubatti, Remo Stella e Marco Trotta, fotografo e scultore in Dolore sotto chiave. Per sé Cecchi si riserva la parte dell’invadente Professor Ricciuti di Dolore sotto chiave e dell’Artefice magico, il personaggio con cui Eduardo aveva significativamente concluso la sua carriera di attore nel 1981.

Pupo di zucchero

Pupo di zucchero. La festa dei morti

Testo, regia e costumi di Emma Dante

Torino, Teatro Carignano, 9 novembre 2021

«Il 2 novembre è l’unico iuorno ca ce sta nu poco de vita dinta a sta casa»

Così dice «’o viecchio ’nzenziglio e spetacchiato» che prepara il pupo di zucchero, una pietanza tradizionale: con acqua, farina e zucchero impasta «l’esca pe li pesci de lo cielo», una statuetta antropomorfa dipinta con colori vivaci. Secondo la tradizione siciliana “u pupo di zuccaru” raffigura le anime dei defunti e viene consumato in un momento di simbolica patrofagia.

In attesa che l’impasto lieviti, l’uomo richiama alla memoria i defunti della sua famiglia e la casa si riempie di ricordi e di vita: la vecchia mamma francese, il giovane padre disperso in mare, le sorelle Rosa, Primula e Viola («tre ciuri c’addorano ‘e primmavera»), l’amico spagnolo Pedro, zio Antonio e zia Rita che «s’abboffavano ‘e mazzate», il figlio adottivo Pasqualino. La stanza diventa una sala da ballo dove i morti, ritrovando le loro abitudini, festeggiano la vita.

Il lavoro della Dante è ispirato ancora una volta alla struttura linguistica e narrativa de Lo cunto de li cunti del Basile, com’era stato per La scortecata, utilizzando un napoletano poetico e verace e immagini di enorme suggestione teatrale. Alla fine le ipercinetiche figure evocate nelle loro sembianze giovanili tornano nei loro corpi mummificati – come quelli delle Catacombe dei Cappuccini di Palermo – qui realizzati dalle sculture di Cesare Inzerillo e compongono una specie di altare. La festa dei morti è finita. I morti ritornano morti.

Magnifici i dieci attori: Carmine Maringola (il vecchio), Nancy Trabona (Rosa), Maria Sgro (Viola), Federica Greco (Primula), Sandro Maria Campagna (Pedro), Giuseppe Lino (papà), Stephanie Taillandier (mammina), Tiebeu Marc-Henry Brissy Ghadout (Pasqualino), Martina Caracappa (zia Rita), Valter Sarzi Sartori (zio Antonio).

Resurrexit Cassandra

Jan Fabre, Resurrexit Cassandra

Torino, Teatro Astra, 28 giugno 2021

Nessuno ascolta Cassandra

Living installation, real-time performance: difficile definire lo spettacolo ideato da quel multiforme artista che è il belga Jan Fabre, di cui si ricorda a teatro il suo Mount Olympus. To glorify the cult of tragedy, spettacolo monstre di 24 ore del 2015.

Su un testo di Ruggero Cappuccio, Jan Fabre qui è l’ideatore, regista e scenografo di un assolo di un’attrice, Cassandra: raccolte le membra sparse nelle sabbie del mondo, la profetessa che aveva avuto il dono di conoscere il futuro ma la disgrazia di non essere ascoltata, risorge per mettere in guardia sui pericoli cui sta andando incontro l’umanità ancora una volta, forse l’ultima: se va male non ci saranno più i rossi di Caravaggio, le note di Stravinskij, un rigo di Virgilio, il sogno di Dante.

Scandito in cinque tempi e cinque vestiti di diverso colore, nella sua performance solitaria la sciamana ci grida le ferite che stiamo facendo subire alla natura, che si vendicherà. La sua lasciva danza di morte è scandita dal frastuono delle motoseghe che disboscano le foreste, dal crepitio dei ghiacciai che si sciolgono, della furia degli elementi scatenati dal riscaldamento globale e quasi si sente il fetore del continente galleggiante di rifiuti di plastica nel mezzo dell’Oceano Pacifico che abbiamo creato. Gli interludi musicali sono affidati alle canzoni di Paul McCartney, mentre implacabile è il ticchettio del tempo che passa.

Figura che riempie la scena e interpretazione magistrale per colori e intensità espressiva quella di Sonia Bergamasco che dà voce alla Natura ferita incarnata dalla profetessa troiana.

Dopo Napoli e Pompei, una breve tappa a Torino: solo tre sere. Imperdonabile perdersi lo spettacolo.

Le sedie

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Eugène Ionesco, Le sedie (Les chaises)

regia di Valerio Binasco

Monacalieri, Fonderie Limone, 7 maggio 2021

Sedie vuote

Théâtre de dérision intitola Emmanuel Jacquart un suo recente saggio, un termine già introdotto a suo tempo da Fedele D’Amico che non amava quello di “teatro dell’assurdo” troppo frettolosamente affibbiato al teatro di Ionesco, Beckett e Adamov.

E neppure lo ama Valerio Binasco, che porta in scena Le sedie di Eugène Ionesco alle Fonderie Limone per il Teatro Stabile. Il regista ne propone una nuova lettura, quella di “teatro dell’amore”: «a ben vedere l’amore è un sentimento ben più assurdo dell’odio. Voglio che i personaggi sembrino persone strette nella morsa di relazioni assurde, piuttosto che assurde marionette strette nella morsa della plausibilità».

Con questo classico del teatro novecentesco, assieme al pirandelliano Il piacere dell’onestà al Teatro Carignano, il teatro Stabile di Torino riapre le sue porte al pubblico dopo la chiusura per pandemia. Approfonditi resoconti su questi due  spettacoli si possono leggere qui.

Due atti unici

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Anton Čechov, La domanda di matrimonio, L’orso

Regia di Damiano Michieletto

(video streaming)

Negli scherzi di Čechov i microdrammi della borghesia

Spettacolo nato per la televisione, con i teatri chiusi in tempo di pandemia. Registrato a dicembre al Goldoni di Venezia, viene trasmesso da RAI5 nella serata che RAI Cultura dedica al regista assieme alla sua Salome alla Scala.

Con la scenografia di Paolo Fantin, le luci di Alessandro Carletti e i costumi di Carla Teti, il regista ha cucito in un’unica serata due atti unici che il commediografo russo chiama “scherzi”. In scena cinque grandi interpreti: Giancarlo Previati, Petra Valentini, Edoardo Sorgente, Andrea Pennacchi e Nicola Stravalaci che interpreta il ruolo del servo, a cui è affidato il compito di traghettare l’azione da un atto unico all’altro. La regia televisiva è di Daniela Vismara.

Ecco lo spettacolo nelle parole di Michieletto «Entrambe le storie sono scritte secondo un principio di simmetria: in ogni atto un uomo si presenta all’improvviso in un salotto, si sente male e finisce per baciare la padrona di casa. Così come i drammi giocosi, questi scherzi vivono di personaggi colti in una dimensione semplice e quotidiana. Le storie si avviano sempre a partire da banali disquisizioni come la proprietà di un terreno, i malanni di salute, la noia di una giornata dove non succede nulla, la biada per i cavalli, i piselli da sgranare, la mandibola di un cane… All’interno di questa cornice domestica i personaggi prendono vita e fanno emergere sfumature che li rendono affascinanti e complessi. Dietro ad un’immagine apparentemente bonaria i vari Lomov, Čubukov, Smirnov, Natal’ja e Luka presentano dei microdrammi fatti di nevrosi, sogni infranti, inquietudini, ansie e rimorsi. Un lato interiore e non detto, fatto di piccole fratture che emergono attraverso vari dettagli come un braccio indolenzito, una gola secca, una breve confessione riguardo agli amori passati. Čechov crea un mondo interiore all’insegna della fragilità. Una fragilità che diventa esasperante e che porta allo scontro. I personaggi arrivano a puntarsi contro pistole e fucili: “se ne vada o sparo”  oppure  “sta zitto, se no prendo il fucile e ti impallino!”. In entrambi gli episodi si parte dalla calma e si arriva alla catastrofe. Il tutto in meno di mezz’ora. Il piacere di scoprire questa umanità, che diverte per il fatto di essere così fragile, è quello che mi ha portato a scegliere queste due piccole storie e affrontarle con un bellissimo cast di cinque attori, immaginandole come un’unica vicenda a distanza di tempo. La domanda di matrimonio si conclude con lo sposalizio di Natal’ja Stepanovna. Passano cinque anni nei quali, come ci racconta il servitore Luka, i destini dei personaggi sono cambiati e si approda così al secondo atto, L’orso, in cui ritroviamo la stessa donna, ora rimasta vedova. Il medesimo salotto, sintetizzato con un unico grande divano accoglie le lacrime, le minacce, le paralisi, e le crisi che scalpitano dietro a cappotti abbottonati, giacche striminzite, gonne lunghe, frac logori e pellicce irsute».