foto © Monika Rittershaus
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Hugo von Hofmannsthal, Jedermann
regia di Robert Carsen
Salisburgo, Großes Festspielhaus, 10 agosto 2026
Il ritorno del grande rito: Robert Carsen restituisce al Festival di Salisburgo il suo mito più antico
Ci sono spettacoli che appartengono al repertorio, e altri che appartengono a un luogo: Jedermann. Das Spiel vom Sterben des reichen Mannes (La leggenda di Ognuno o la morte del ricco) appartiene a Salisburgo come il Duomo, la Fortezza o i Mozartkugeln. Dal 1920, quando inaugurò la prima edizione del Festival, il dramma di Hugo von Hofmannsthal viene rappresentato quasi ogni estate davanti al Duomo, trasformando la piazza in un grande teatro a cielo aperto dove arte, liturgia e tradizione si fondono in un rito collettivo. Questa volta, però, il maltempo costringe lo spettacolo ad abbandonare la sua cornice naturale: la rappresentazione prevista all’aperto sulla Domplatz viene trasferita al chiuso della Großes Festspielhaus.
Scritto nel 1911 come rilettura moderna del morality play medievale Everyman, il testo racconta la storia di un uomo ricco e potente costretto, dall’improvvisa apparizione della Morte, a fare i conti con il significato della propria esistenza. Hofmannsthal costruisce una parabola sull’effimero del potere, sull’illusione della ricchezza e sull’unica eredità destinata a sopravvivere: le buone azioni. Dietro il protagonista, del resto, non c’è un individuo, ma ciascuno di noi.
Ogni generazione ha sentito il bisogno di reinventarlo. Dopo le regie di Max Reinhardt nei primi due decenni, di Lothar negli anni ’50 e Dieterle nel ’60, negli ultimi anni il pubblico del Festival ha assistito a versioni provocatorie, politiche, apocalittiche, queer. Dopo tante interpretazioni radicali, il nuovo allestimento di Robert Carsen sceglie deliberatamente la strada opposta: tornare al testo, alla chiarezza narrativa, all’immaginario cristiano. Non è un gesto nostalgico, bensì una dichiarazione estetica. Carsen affronta Jedermann con il rispetto di chi considera Hofmannsthal un classico da ascoltare prima ancora che da reinterpretare. Costruisce uno spettacolo rigoroso, quasi didascalico nella sua limpidezza, dove ogni immagine sembra nascere direttamente dalle parole.
L’inizio è destinato a imprimersi nella memoria. Mentre l’organo risuona possente, una folla esce lentamente dal Duomo e si dispone davanti al pubblico come un coro dell’antica tragedia. I versi introduttivi vengono pronunciati coralmente, trasformando la piazza in uno spazio sospeso tra celebrazione religiosa e rappresentazione teatrale.
Poi compare la Morte. Dominik Dos-Reis la interpreta come una figura sorprendentemente giovane, vestita con una semplice tonaca. Suona un campanello e tutti i presenti cadono a terra. Quando pronuncia la parola «Jedermann», non indica il protagonista, ma il pubblico. Un gesto semplice e proprio per questo potentissimo: il destinatario del dramma siamo noi.
Il mondo in cui vive questo nuovo Jedermann è invece decisamente attuale. Il protagonista arriva a bordo di una sfavillante decappottabile color oro. Più che un ricco mercante medievale, sembra un miliardario della finanza globale di oggi. Philipp Hochmair lo interpreta con un’energia quasi elettrica. Elegante, sicuro di sé, febbrile, il suo Jedermann è il perfetto prodotto del capitalismo contemporaneo: stressato, iperattivo, incapace di fermarsi. Carsen sembra suggerire che il vero lusso del nostro tempo non sia il denaro, ma la serenità.
Eppure quest’uomo sa ancora organizzare feste memorabili. La lunga scena del banchetto è forse il momento più spettacolare dell’allestimento. Carsen rinuncia quasi completamente alla scenografia tradizionale, ma riempie il palcoscenico di persone, movimento, musica e vitalità. Sette tavoli rotondi diventano il centro di una festa sfrenata, dove si balla, si canta e si brinda. Hochmair e Roxane Duran, interprete dell’amante, danzano un tango trascinante mentre gli invitati si trasformano in un vortice di energia. Tutto esplode di vita, tanto che appare quasi impossibile immaginare come la Morte possa trovare spazio in quel caos festoso.
E invece eccola: travestita da cameriere, versa a Jedermann un bicchiere di vino rosso che poi si trasforma in acqua. Un gesto quotidiano diventa improvvisamente sacramentale e inquietante, un miracolo al contrario.
Il Buon Compagno, interpretato da Christoph Luser, arriva alla festa con un elegante abito di velluto rosso. Solo più tardi si rivelerà essere anche il Diavolo. Fondere i due personaggi è una delle intuizioni più efficaci dell’allestimento: il male non arriva dall’esterno, ma si nasconde dentro le relazioni apparentemente più rassicuranti. Anche Mammona sorprende: Kristof Van Boven entra in scena uscendo dal bagagliaio della decappottabile dorata, vestito come lui, quasi fosse un doppio del protagonista. È freddo, arrogante, sprezzante: la ricchezza non consola, ma ride del suo padrone proprio nel momento del bisogno.
Il viaggio verso la conversione assume così una forma volutamente lineare. Carsen non cerca simbolismi oscuri né riletture psicologiche: segue fedelmente Hofmannsthal, fino a sfiorare una dimensione apertamente catechistica.
È probabilmente l’aspetto più critico dello spettacolo. Le immagini sono bellissime, la costruzione impeccabile, la recitazione di altissimo livello. Tuttavia il rigore comporta anche qualche lentezza e le lunghe sequenze allegoriche, affrontate con assoluta serietà, finiscono talvolta per dilatare il tempo teatrale. Ma forse è proprio questa sospensione a costituire il senso dell’opera: il memento mori non può essere consumato in fretta.
Il finale riassume perfettamente il progetto registico. Pentito, Jedermann prende dalle mani della Fede uno straccio e lava i piedi a una persona, evocando esplicitamente il rito del Giovedì Santo. Dopo la sua morte uomini e donne vestiti di bianco invadono lentamente il palcoscenico e vi si sdraiano nella stessa posizione in cui lui giace nella tomba scavata nel pavimento. Non è solo il protagonista a cercare la salvezza: tutta la comunità viene coinvolta nel medesimo cammino. È un’immagine che potrebbe apparire persino ingenua nella sua trasparenza simbolica. Eppure funziona.
In un’epoca teatrale spesso dominata dall’ironia talora cinica, dalla decostruzione e dal continuo bisogno di sorprendere, Robert Carsen compie un gesto quasi controcorrente: prende Hofmannsthal sul serio, senza ammiccamenti, senza provocazioni, senza il desiderio di dimostrare quanto il regista sia più importante del testo.
Il risultato è uno spettacolo che forse non rivoluziona Jedermann, ma gli restituisce la sua natura originaria di rito collettivo. Quando risuona la chiamata «Jedermann!», non sembra soltanto il nome del protagonista. È quasi una chiamata rivolta a chiunque stia assistendo allo spettacolo, ricordandogli che la domanda posta oltre un secolo fa da Hofmannsthal continua a riguardare ciascuno di noi: Il denaro non può seguirti. Il corpo stesso deve essere lasciato. Quando tutto ciò che possiedi viene tolto, che cosa rimane di te?
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