Prosa

Finale di partita

photo © Manuela Giusto

Samuel Beckett, Finale di partita

Regia di Andrea Baracco

Piccolo Teatro Grassi, Milano, 28 ottobre 2018

Il teatro dell’assurdo della condizione umana

Milano beckettiana: in attesa dell’opera di György Kurtág alla Scala, il Piccolo Teatro di Milano presenta nella sala di via Rovello il classico dei classici del teatro del Novecento, quel Fin de partie che Samuel Beckett aveva scritto in lingua francese, poi tradotto in inglese col titolo Endgame, presentato al Royal Court Theatre di Londra il 3 aprile 1957.

In un ambiente spoglio in cui la luce proviene dai vetri luridi di muffa di un lucernario (scene e costumi di Marta Crisolini Malatesta), Hamm e Clov danno significato alla loro esistenza tormentandosi a vicenda: Hamm è cieco e paralizzato su una sedia a rotelle, il servo Clov, che non può sedersi,  avrebbe più libertà d’azione se solo avesse le chiavi della dispensa. Privi di gambe, gli anziani genitori di Hamm, Nagg e Nell, vivono la loro vita animalesca nudi in gabbie di conigli (nel testo originale bidoni dell’immondizia).

Da due finestre in alto entra il fuori, il nulla di un grigio post apocalisse. «Finale di partita ha suscitato interpretazioni che, in assenza (chiaramente voluta) di indicazioni didascaliche più precise, hanno ambientato la “vicenda” in un rifugio, all’indomani di una catastrofe atomica di proporzioni planetarie, o in quel momento storico […] dopo la seconda guerra mondiale, quando tutto era distrutto senza saperlo, anche la cultura, e l’umanità continuava a vegetare strisciando su un mucchio di macerie, dopo che erano accadute cose a cui in verità non potevano sopravvivere nemmeno i sopravvissuti». (Theodor Wiesengrund Adorno)

Glauco Mauri, Hamm, modula la voce con un’espressività che fa mettere in dubbio le sue ottantotto primavere. Gli fa da controcanto l’insofferenza inane del servitore interpretato da Roberto Sturno. Mauro Mandolini e Marcella Favilla, entrambi giovani e prestanti, danno voce ai personaggi dei vetusti genitori.

 

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Arlecchino servitore di due padroni

© foto Bepi Caroli

Carlo Goldoni, Arlecchino servitore di due padroni

Regia di Valerio Binasco

Torino, Teatro Carignano, 8 ottobre 2018

Goldoni noir

Un morto ammazzato, un travestimento, fughe di ricercati, mistero. Sembrano gli ingredienti di un moderno thriller e invece si tratta di un’opera giovanile di Carlo Goldoni, Il servitore di due padroni (1745) con le maschere di Pantalone, Brighella, Smeraldina e Truffaldino. Ma essendo l’interprete che aveva commissionato il lavoro un famoso Arlecchino, la sua maschera soppiantò quella di Truffaldino fino ad arrivare al titolo, ormai standard a partire dalla mitica produzione di Giorgio Strehler.

Valerio Binasco neanche ci prova a confrontarsi con la commedia dell’arte strehleriana:  il suo Servitore richiama piuttosto la commedia all’italiana del secondo dopoguerra cui si rifanno i costumi di Sandra Cardini e gli ambienti di Guido Fiorato. E se non fosse per la parlata veneziana si potrebbe pensare di essere in una commedia di Eduardo.

Natalino Basso si carica del ruolo di Truffaldino/Arlecchino, il servitore che per mangiare due volte serve due padroni con risultati esilaranti, ma ne fa una maschera tutta sua, dolente in quanto vittima dei soprusi dei padroni – e come lui è Clarice, la donna che non vuol più essere sottomessa all’uomo. I momenti delle cinghiate ci ricordano i rapporti di forza nelle relazioni sociali e di genere dell’epoca, ma con un’eco disturbante alla realtà d’oggi.

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La moglie di Frankenstein

La moglie di Frankenstein

drammaturgia di Rosa Mogliasso

regia alTREtracce e Sax Nicosia

Torino, Teatro Baretti, 23 maggio 2018

Costruzione di una femmina

In attesa del remake hollywoodiano del classico Bride of Frankenstein, gothic horror del 1935, al Teatro Baretti ritorna lo spettacolo che due anni fa rileggeva teatralmente il film di James Whale che fu un sequel del più famoso Frankenstein del 1931.

Al mezzo filmico si ispira la sequenza iniziale, con il gioco di ombre in bianco e nero e acconcia colonna sonora di pioggia e tuoni, per portarci in un cimitero dove avviene il trafugamento di cadaveri da parte del solito scienziato più o meno pazzo, interpretato qui da Sebastiano di Bella. Entrati nel laboratorio, scopriamo che l’esperimento di collage di pezzi di corpi – “spezzatino di cadaveri” verrà poi definito  – riesce perfettamente, a parte il leggero difetto di una creatura anche troppo ciarliera nelle intenzioni del suo creatore.

Tra ironia e humour nero veniamo a contatto con le moderne ossessioni per la bellezza e la giovinezza a tutti i costi, ma come l’Elina Makropulos di Čapek, anche la signora F. è stufa della sua bellezza, della sua immortalità, cui manca però “un’infanzia normale”. In un esilarante monologo si lamenta anche della fiamma della passione a cui il suo creatore non ha saputo dare sufficiente risposta.

Se la pettinatura si rifà a quella di Elsa Lanchester del film originale e anche l’abito è simile, qui il corpo è quello maschile di Sax Nicosia per evidenziare l’artificialità di un essere costruito pezzo dopo pezzo. L’attore si cala perfettamente nella parte e il gioco di espressioni vocali e gestuali – mirabile il gioco delle mani – costruisce con sapienza il perturbante “mostro” che tanto ci rispecchia.

Šostakovič il folle santo

Antonio Ianniello e Francesco Saponaro, Šostakovič il folle santo

regia e spazio scenico di Francesco Saponaro

Torino, Teatro Baretti, 16 febbraio 2018

Arte e repressione

Drammaturgia, melologo per attore, questo è lo spettacolo ora in scena sulle tavole del Teatro Baretti. Sul palco vuoto una vecchia poltrona coperta da una logora fodera, un leggio, una lampada, un telefono di bakelite nera e una bottiglia di vodka.

Un Dmitrij Šostakovič stanco e malato rivive sull’onda della sua musica la difficile esistenza vissuta tra ispirazione creativa e repressione politica. Basato su epistolari e biografie, il testo è declamato sui ritmi delle note delle sue musiche, una prestazione di grande bravura dell’attore Tony Laudadio che con le lenti spesse e l’andamento dimesso del compositore riesce a ricreare con emozione la figura del musicista russo più bistrattato dal suo regime.

Les trois soeurs

Simon Stone da Anton Čechov, Les trois soeurs

regia di Simon Stone

Torino, Teatro Carignano, 23 gennaio 2018

Čechov senza Čechov al tempo di Trump

Del testo originale di Anton Čechov rimangono quasi solo i nomi delle tre sorelle: Olga, Irina e Maša. Per il resto la riscrittura del giovane australiano nato in Svizzera Simon Stone è radicale. La struggente nostalgia qui non c’è, ma c’è il realismo e c’è l’attualità. Qui si parla della Brexit, della crisi dei rifugiati, di Trump, di hamburger, si citano Grindr, Facebook, Amazon, Kim Kardashian, Kanye West e i video giochi. Non è Mosca che fa sognare i giovani, bensì New York e San Francisco. Il ritmo allentato della pièce del commediografo russo qui diventa il passo frenetico dei dialoghi a mitraglia nel linguaggio crudo della quotidianità.

Nato in Australia, lo spettacolo è poi passato a Basilea in lingua tedesca e quindi all’Odéon di Parigi, suscitando critiche contrastanti. Ora è a Torino dove al teatro Carignano viene montata la scenografia di Lizzie Clachan, una casa su vari piani e dalle grandi vetrate posta su una piattaforma rotante che permette la simultaneità delle scene e la molteplicità dei punti di vista. Non esiste intimità per i personaggi che osserviamo come cavie in una gabbia trasparente.

Senza la tecnologia che permette di utilizzare microfoni individuali e invisibili lo spettacolo non sarebbe possibile in quanto quasi tutta l’azione avviene all’interno della casa e quindi dietro le pareti di vetro. Degli attori si può dire che neanche sembra che recitino, tanto è il coinvolgimento con i loro personaggi.

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L’illusion comique

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Pierre Corneille, L’illusion comique

regia di Fabrizio Falco

Torino, Teatro Gobetti, 17 gennaio 2018

Il Pirandello del Grand Siècle

Debutto in prima nazionale di questo spettacolo che mette coraggiosamente in scena un lavoro cruciale di uno dei più grandi drammaturghi del teatro dell’occidente. Assieme a Molière e Racine, Pierre Corneille ha dominato non solo il teatro ma tutta la cultura del Seicento, e non solo francese.

Scritta nel 1635 – epoca in cui convivono generi teatrali diversi, dalla commedia dell’arte, alla tragedia  (“tragicomédie” sarà definito il suo Cid di due anni dopo) alla nascente tragédie lyrique in musica – L’illusion comique è formata da cinque atti: il primo è un prologo che richiama nello stile una commedia pastorale, i tre atti centrali sono una “commedia imperfetta” e l’ultimo una tragedia. Il lavoro si inseriva allora in un filone alla moda che esaltava il teatro come la macchina perfetta per produrre illusioni. Il mezzo qui è quello del teatro nel teatro e il titolo della pièce va inteso come L’illusione teatrale.

Le vicende di Pridamant, padre oppresso dalla colpa di aver lasciato andare via il figlio Clindor e che ora vuol avere notizie delle sue peripezie affidandosi al mago Alcandre che gliele “rappresenta”, è elegantemente messa in scena dal giovane Fabrizio Falco, che si ritaglia per sé il personaggio di Clindor. Un altro giovane attore, Matthieu Pastore, ha modo di divertire e divertirsi con il gradasso Matamore, diretto erede della maschera del Miles gloriosus plautino, che esprime le sua fanfaronate in tre lingue.

Nell’intelligente trasposizione scenica a tratti affiorano alcuni versi che richiamano da lontano la metrica degli alessandrini originali. Belli i ricchi costumi e le semplici scenografie di Eleonora Rossi ben evidenziate dal gioco luci di Pasquale Mari. L’atmosfera sonora di Angelo Vitaliano non cerca di riproporre stilemi di musica barocca e risulta efficace nella sua modernità.

La bottega del caffè

Rainer Werner Fassbinder da Carlo Goldoni, La bottega del caffè

regia di Veronica Cruciani

Genova, Teatro della Corte, 17 dicembre 2017

Goldoni riletto da Fassbinder

Il titolo più esatto della commedia che Goldoni presenta nel 1750 a Mantova sarebbe forse La bottega della biscazza poiché è a causa di questa sala da gioco – che assieme alla bottega del caffè e a quella del barbiere si affaccia su una piazzetta veneziana – che si dipanano gli avvenimenti che legano l’incallito giocatore Eugenio, il biscazziere Pandolfo, quella malalingua di don Marzio e il caffettiere Rinaldo, l’unico onest’uomo che tenta di salvare l’amico dal tavolo del gioco.

Riscritto nel 1969 Das Kaffeehaus già svela l’attenzione del drammaturgo tedesco per quel mondo cupo dei disperati che sarà oggetto delle sue opere. Nelle parole di Marcantonio Lucidi «La distanza fra La bottega del caffè di Goldoni e la riscrittura di Rainer Werner Fassbinder sta nella disperazione. Goldoni è un entomologo che osserva con una freddezza sardonica molto settecentesca l’insetto umano; Fassbinder è un moralista che mette in scena con angoscia un’antropologia distruttiva».

La locanda e la “casa della ballerina” completano questo microcosmo goldoniano, ma nell’allestimento di Veronica Cruciani di questa rilettura di Fassbinder la scena unica di Barbara Bessi, che cura anche i costumi, propone una Venezia di oggi dove tutto è dettato dall’incessante bisogno di denaro ossessivamente calcolato in zecchini, dollari, sterline ed euro. Scrive la regista: «Il lavoro della regia come per tutti gli altri elementi dello spettacolo, sottolinea l’andamento drammaturgico del testo di Fassbinder: un graduale, lento, inesorabile smascheramento di un’apparente situazione iniziale di festa e svago, che si rivela sempre di più per quello che è veramente, ovverosia l’immagine nuda e crudele dell’incontro/scontro di un gruppo di persone guidate dalla brama di denaro e potere. Un’immagine nuda come la scena, che si staglia su una superficie aperta, astratta, e che evoca soltanto una Venezia contemporanea dove il presente e il passato dialogano in continuazione, nelle architetture, nei costumi, nelle ambientazioni».

La recitazione ripropone la scrittura fassbinderiana e il suo Anti-Teatro con le ruvide crudezze che si ritrovano nelle sue numerose opere cinematografiche.

Pinocchio

Carlo Collodi, Pinocchio

Regia di Antonio Latella

Torino, Teatro Carignano, 1 dicembre 2017

Pinocchio tra fame e morte

Nell’ultima scena di questo lungo spettacolo di Antonio Latella Pinocchio e Geppetto si fronteggiano ad un tavolo su cui mangiano un piatto caldo di fagioli il cui profumo arriva alle prime file di platea. Il burattino è diventato bambino, ha lasciato il ciocco di legno che ha sempre portato come uno scudo e ha trovato il suo babbo, che però neanche alza gli occhi dal piatto per guardarlo, né tantomeno parlargli. Sempre disilluso e tradito dalla sua creatura, lui voleva un burattino tutto per sé, non un bambino. E poi «Fare un figlio non vuol dire amarlo». Ma c’è poco tempo per le querimonie: Geppetto si accascia morto sulla sedia e Pinocchio rimane definitivamente solo. Il sipario si chiude lentamente ma non riesce a celare, e rimane minacciosamente proteso verso la platea, un grande tronco sospeso che è stato incombente in scena sugli interpreti assieme alla incessante pioggia di trucioli che dopo tre ore di rappresentazione hanno ricoperto tutto il palcoscenico.

Così si conclude il forte spettacolo prodotto dal Piccolo di Milano e ora al Carignano di Torino. Era dai tempi del fortunato Pinocchio di Carmelo Bene – dopo aver debuttato nel 1961, nelle varie repliche teatrali lo spettacolo era arrivato fino all’edizione televisiva del 1999 – che in scena non veniva portata una lettura così potente e straziante della vicenda di Collodi. Una versione che si affianca a quella operistica e altrettanto scura di Philippe Boesmans vista la scorsa estate al Festival di Aix-en-Provence.

La ricca drammaturgia di Antonio Latella, Federico Bellini e Linda Dalisi non tralascia quasi nulla della vicenda originale, anzi aggiunge ironiche citazioni e un gioco verbale allegramente sviluppato dal logorroico burattino, compresa la liberatoria sparata del turpiloquio, gioia inconfessata di ogni adolescente. Lo spettacolo non tradisce mai l’originale, ma ne attualizza spietatamente i temi portanti.

Semplicemente strepitosi gli attori in scena. Citiamo, due per tutti, Marta Pizzigallo in varie parti tra cui una stralunata Colombina, e l’indefesso e ipercinetico Christian La Rosa, dalla sua cruenta nascita sul bancone da falegname a burattino/bambino che scopre la tragedia della vita, la povertà, la fame, la morte.

Le baruffe chiozzotte

Carlo Goldoni, Le baruffe chiozzotte

Regia di Jurij Ferrini

Torino, Teatro Gobetti, 21 novembre 2017

Goldoni up-do-date

Che strano ambiente quello di Titta Nane, Padron Toni, Toffolo, Lucietta, Checca e di tutti gli altri personaggi de Le baruffe chiozzotte: non ci sono genitori, non ci sono figli. Qui sono tutti fratelli/sorelle/cognati. E sono quai tutti novizzi, a parte Isidoro, il “Coadiutore del Cancelliere Criminale”. I maschi in mare per mesi, le femmine a fare merletti al tombolo e a sognare il donzelón: «Co una putta xé granda, se ghe fa el donzelón. E co la gh’ha el donzelón, xé segno che i soi i la vol maridare».

Goldoni per una volta smette di portare in scena la borghesia e la decadente nobiltà della sua città per spostarsi di qualche chilometro, a Chioggia, e riprendere le povere vite dei pescatori e delle loro donne, una umanità senza ventagli e chicchere in preda a istinti più immediati e a sentimenti più forti, come la gelosia innanzitutto. È solo qualche chilometro, ma è un mondo tutto diverso, che parla anche una lingua diversa, il chiozzotto, quasi incomprensibile ai veneziani e figurarsi al resto del mondo. Ed per per questo che nella sua produzione per lo Stabile torinese il regista Jurij Ferrini utilizza una traduzione in italiano corrente – molto corrente, comprese volgarità e parole grosse – di Natalino Balasso e un adattamento che fa dei tre atti un unico tempo di un’ora e tre quarti. Della malinconia che pervadeva il glorioso lavoro di Strehler con le musiche di Fiorenzo Carpi qui non c’è traccia, o meglio è tutta compressa negli ultimi secondi dello spettacolo con la finta allegria e il matrimonio controvoglia di Checca con Toffolo.

Lo spettacolo è visto come una prova teatrale con il regista/Isidoro che a parte annuncia le scene prima di entrare anche lui nel pieno della vicenda, deus ex machina suo malgrado che rappacifica i contendenti dopo tante baruffe. Della lingua originale rimane soltanto la parlata di padron Fortunato che nessuno capisce, a parte la moglie e il messo di giustizia venuto dal profondo sud e col quale Fortunato intraprende un duetto verbale di esilarante surrealismo. Tra una scena e l’altra risuonano le note magiche della voce da un altro mare, quella di Fabrizio de Andrè di Crêuza de mä.

Con rapidi spostamenti di praticabili su ruote le scene di Carlo de Marino suggeriscono gli ambienti della vicenda: la strada con casupole, la veduta del canale, la Cancelleria. I costumi sono di tutti i giorni, essendo una prova. In fondo alla scena sui loro manichini aspettano gli abiti settecenteschi. Questa sera non saranno indossati.

 

Disgraced

Ayad Akhtar, Disgraced

Regia di Martin Kušej

Torino, Teatro Carignano, 11 ottobre 2017

Contrasti insanabili

Il bianco delle pareti di una camera sghemba e il nero del pavimento coperto di carbone. La luce accecante delle lampade fluorescenti e il buio tra una scena e l’altra. Lo scricchiolio dei passi sul carbone e la musica assordante. Il silenzio desolato e i dialoghi furiosi. Uomini e donne. Mussulmani ed ebrei. Il Corano e il Talmud. Civiltà laica e matrice religiosa.

Affronta contrasti insanabili il testo messo coraggiosamente in scena ad inaugurazione della stagione del Teatro Stabile di Torino. Situation comedy che diventa quasi un thriller quella dei cinque personaggi: Amir, avvocato di successo combattuto fra la sua identità mussulmana con cui è nato e la sua formazione americana; Abe, il nipote che scopre invece le sue radici mussulmane; Emily, artista newyorchese infatuata della cultura islamica che trasferisce nei suoi dipinti; Isaac, gallerista ebreo e la moglie Jory, rampante avvocatessa anche lei.

«Tutti in scena sanno bene quali siano i pregiudizi che suscitano in chi si trovano davanti.[…] Alle prese gli uni con gli altri a distanza ravvicinata, si trovano qui i nemici di ieri e i potenziali nemici di domani, che in questo momento vivono una sorta di tregua, un momento di equilibrio instabile.  Equilibrio che poi finiscono anche loro di distruggere». (Martin Kušej)

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