Prosa

Le sedie

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Eugène Ionesco, Le sedie (Les chaises)

regia di Valerio Binasco

Torino, Fonderie Limone, 7 maggio 2021

Sedie vuote

Théâtre de dérision intitola Emmanuel Jacquart un suo recente saggio, un termine già introdotto a suo tempo da Fedele D’Amico che non amava quello di “teatro dell’assurdo” troppo frettolosamente affibbiato al teatro di Ionesco, Beckett e Adamov.

E neppure lo ama Valerio Binasco, che porta in scena Le sedie di Eugène Ionesco alle Fonderie Limone per il Teatro Stabile. Il regista ne propone una nuova lettura, quella di “teatro dell’amore”: «a ben vedere l’amore è un sentimento ben più assurdo dell’odio. Voglio che i personaggi sembrino persone strette nella morsa di relazioni assurde, piuttosto che assurde marionette strette nella morsa della plausibilità».

Con questo classico del teatro novecentesco, assieme al pirandelliano Il piacere dell’onestà al Teatro Carignano, il teatro Stabile di Torino riapre le sue porte al pubblico dopo la chiusura per pandemia. Approfonditi resoconti su questi due  spettacoli si possono leggere qui.

Due atti unici

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Anton Čechov, La domanda di matrimonio, L’orso

Regia di Damiano Michieletto

(video streaming)

Negli scherzi di Čechov i microdrammi della borghesia

Spettacolo nato per la televisione in tempo di pandemia, con i teatri chiusi. Registrato a dicembre al Goldoni di Venezia, viene trasmesso da RAI5 nella serata che RAI Cultura dedica al regista assieme alla sua Salome alla Scala.

Con la scenografia di Paolo Fantin, le luci di Alessandro Carletti e i costumi di Carla Teti, il regista ha cucito in un’unica serata due atti unici che il commediografo russo chiama “scherzi”. In scena solo cinque grandi interpreti: Giancarlo Previati, Petra Valentini, Edoardo Sorgente, Andrea Pennacchi e Nicola Stravalaci che interpreta il ruolo del servo, a cui è affidato il compito di traghettare l’azione da un atto unico all’altro. La regia televisiva è di Daniela Vismara.

Ecco lo spettacolo nelle parole di Michieletto «Entrambe le storie sono scritte secondo un principio di simmetria: in ogni atto un uomo si presenta all’improvviso in un salotto, si sente male e finisce per baciare la padrona di casa. Così come i drammi giocosi, questi scherzi vivono di personaggi colti in una dimensione semplice e quotidiana. Le storie si avviano sempre a partire da banali disquisizioni come la proprietà di un terreno, i malanni di salute, la noia di una giornata dove non succede nulla, la biada per i cavalli, i piselli da sgranare, la mandibola di un cane… All’interno di questa cornice domestica i personaggi prendono vita e fanno emergere sfumature che li rendono affascinanti e complessi. Dietro ad un’immagine apparentemente bonaria i vari Lomov, Čubukov, Smirnov, Natal’ja e Luka presentano dei microdrammi fatti di nevrosi, sogni infranti, inquietudini, ansie e rimorsi. Un lato interiore e non detto, fatto di piccole fratture che emergono attraverso vari dettagli come un braccio indolenzito, una gola secca, una breve confessione riguardo agli amori passati. Čechov crea un mondo interiore all’insegna della fragilità. Una fragilità che diventa esasperante e che porta allo scontro. I personaggi arrivano a puntarsi contro pistole e fucili: “se ne vada o sparo”  oppure  “sta zitto, se no prendo il fucile e ti impallino!”. In entrambi gli episodi si parte dalla calma e si arriva alla catastrofe. Il tutto in meno di mezz’ora. Il piacere di scoprire questa umanità, che diverte per il fatto di essere così fragile, è quello che mi ha portato a scegliere queste due piccole storie e affrontarle con un bellissimo cast di cinque attori, immaginandole come un’unica vicenda a distanza di tempo. La domanda di matrimonio si conclude con lo sposalizio di Natal’ja Stepanovna. Passano cinque anni nei quali, come ci racconta il servitore Luka, i destini dei personaggi sono cambiati e si approda così al secondo atto, L’orso, in cui ritroviamo la stessa donna, ora rimasta vedova. Il medesimo salotto, sintetizzato con un unico grande divano accoglie le lacrime, le minacce, le paralisi, e le crisi che scalpitano dietro a cappotti abbottonati, giacche striminzite, gonne lunghe, frac logori e pellicce irsute». 

Così è (se vi pare)

La locandina dello spettacolo

Luigi Pirandello, Così è (se vi pare)

regia di Filippo Dini

Torino, Teatro Carignano, 30 dicembre 2020

La verità inconoscibile

I temi della pazzia, vera o presunta, e della distinzione tra verità e finzione trovano la massima espressione in Luigi Pirandello, massime in questo titolo del 1917, tra i più emblematici del suo teatro.

Debuttato con successo due stagioni fa, lo spettacolo doveva essere riproposto in questi giorni al Teatro Carignano, ma la pandemia ne ha impedito l’esecuzione davanti al pubblico e quindi, come è successo e sta succedendo con il teatro musicale e i concerti, la performance viene registrata nella sala vuota e trasmessa in streaming sul sito dello Stabile Torinese. Lo spettacolo aveva ottenuto il Premio Le Maschere del Teatro Italiano 2019 per la miglior regia e le migliori luci ed è stato il primo Pirandello in lingua italiana portato in scena (con enorme successo) in Cina.

L’enigmatica vicenda viene trasformata dal regista Filippo Dini, che riserva per sé la parte dell’ironico e scettico Lamberto Laudisi, in un thriller grottesco, in un violento gioco al massacro ambientato in un interno claustrofobico che richiama Buñuel.

«In un capoluogo di provincia. Oggi.» recita la prima didascalia.  Dei borghesucci gretti e pettegoli sono morbosamente curiosi della schiva famiglia appena giunta in paese scampata a uno dei tanti terremoti della nostra terra: il signor Ponza, sua moglie, forse defunta forse no, e l’anziana signora Frola, sua suocera. La versione del genero è in contrasto con quella della suocera, ma prese ognuna per sé sono entrambe plausibili. Nulla è certo, tutti si contraddicono, o chissà, tutto ha una sua logica. Chi è sano? Chi ha ragione? Chi finge? Non è dato sapere. La verità è sfuggente e non si può conoscere se non nella sua natura, ricorda Pirandello, «tragicamente soggettiva»:
Il Prefetto – Ah, no, per sé, lei, signora: sarà l’una o l’altra!
Signora Ponza – Nossignori. Per me, io sono colei che mi si crede.
Laudisi – Ed ecco, o signori, come parla la verità. Siete contenti? Ah! ah! ah! ah!
Tela.

«L’ambientazione, anni ’20 e ’30, deve essere impeccabile. In scena mobili e tappezzerie art déco. Qualche manichino per citare la pittura metafisica. Per altre possibili allusioni figurative si può ricorrere agli astrattisti del Milione, a Casorati, alle figurine Perugina. Come collocazione stilistica dei personaggi si consiglia, alle signore, di sedere in pizzo alle poltrone, di fumare solo con il bocchino, di tenere la borsetta sotto l’ascella o in grembo. Ai signori si addice un portamento rigido, tenere le mani nelle tasche della giacca o del panciotto, avere il colletto duro. Facoltativo il monocolo, ghette eventuali…». Così prescriveva con sarcastico umorismo Rita Cirio nel 1976 nel suo Dodici Cenerentole in cerca d’autore, «ossia tutto il teatro in dodici facili lezioni», a proposito della maniera con cui veniva allora messo in scena il teatro di Pirandello. Ora i suoi drammi sono sempre meno frequentati e anche la maniera è cambiata: nello spettacolo di Dini ci sono sì i doppi petti per gli uomini e gli abiti anni ’30 per le signore, nella scenografia ci sono porte e una fuga dipinta di stanze, ma la recitazione è molto più nervosa, i personaggi nevrotici e ansiosi, i gesti inconsulti. I veri pazzi qui sono i  piccoli borghesi inquisitori.

Oltre al suddetto Dini, Maria Paiato (Signora Frola), Andrea Di Casa (Signor Ponza), Benedetta Parisi (Signora Ponza), Nicola Pannelli (Consigliere Agazzi), Mariangela Granelli (Signora Amalia), Francesca Agostini (Dina), Ilaria Falini (Signora Sirelli), Carlo Orlando Sognor Sirelli), Orietta Notari (Signora Cini), Giampiero Rappa (Prefetto), Mauro Bernardi (Commissario Centuri) formano un cast affiatato.

Che alla fine gli attori vengano alla ribalta per salutare e ringraziare un pubblico che non c’è risulta  perfettamente in linea col lavoro che hanno rappresentato. Se non è finzione questa…

Elena

foto © Federico Pitto

Euripide, Elena

regia di Davide Livermore

Genova, Teatro Ivo Chiesa, 4 ottobre 2020

Livermore firma un visionario spettacolo di arte totale 

Le guerre sono stupide, dice Euripide, o addirittura inutili quando mancano i motivi per farle. Come la guerra più famosa di tutte, quella di Troia: dieci anni di sanguinosi massacri per un “vuoto miraggio”. Elena non è mai stata posseduta da Paride e “non ha mai visto le mura di Troia”: la dea Era ha creato al suo posto un “fantasma dotato di respiro e fatto con un pezzo di cielo” in tutto simile alla donna più bella dell’antichità mentre la vera Elena ha vissuto nascosta da Ermes in Egitto, ospite del re Proteo.

Questa la tesi dell’Elena di Euripide, la tragicommedia rappresentata nel 412 a.C. e ora sul palcoscenico del Teatro Nazionale di Genova nella traduzione di Walter Lapini e con la regia di Davide Livermore, terza tappa dopo due teatri all’aperto, quelli di Siracusa e di Verona. Il regista d’opera che conosciamo si accosta al classico greco con un senso di teatro totalizzantee: anche senza scomodare Wagner, quello che vediamo è un sorprendente esempio di Gesamtkunstwerk in cui scenografia, video, musica, recitazione, canto, danza e sopraffina tecnologia, tutto è coniugato in perfetta sincronia con la colonna sonora di Andrea Chenna, una musica profonda che cita cripticamente il “Lacrimosa” del Requiem di Mozart e più chiaramente La valse di Ravel, ma soprattutto il trascinante Fandango di Boccherini.

La vicenda che aveva interessato Hugo von Hofmannsthal e Richard Strauss per la loro Elena egizia, è rivissuta da un gruppo di attori superlativi – Laura Marinoni (Elena), Sax Nicosia (il marito Menelao) e Giancarlo Judica Cordiglia (Teoclimeno, il figlio di Proteo invaghito di Elena), solo per citare i tre principali, ma eccellenti sono anche quelli che danno vita agli altri personaggi e al coro, tutti assieme formando un cast omogeneo e magnificamente rodato.

L’acqua che inonda la scena (il Nilo? il mare su cui fuggire? lo Stige che accoglie i morti nel finale?) è uno specchio che riflette gli evocativi video della D-Wok, fa galleggiare il relitto della nave di Menelao, la tomba di Proteo o un obelisco abbattuto, e inzuppa i sontuosi costumi di Gianluca Falaschi. Il disegno luci di Antonio Castro completa la realizzazione di uno spettacolo unico nel suo genere e ancora più raro e prezioso in tempi come questi in cui lo stare insieme e fare arte è crudelmente mortificato da questo stramaledetto virus.

 

 

 

Skianto

Filippo Timi, Skianto

Moncalieri, Teatro Fonderie Limone , 7 gennaio 2020

La gabbia del corpo

Filippo Timi ha proposto a Torino una nuova versione del suo lavoro del 2014. Per parlare di questo spettacolo c’è chi ha scritto le parole giuste. Eccole qui.

Queen LeaR

Queen LeaR

Torino, Teatro Astra, 3 gennaio 2020

Shakespeare on stiletto heels

Nel teatro elisabettiano potevano recitare solo uomini. E maschi furono quindi le tre figlie di Lear: Cordelia, Regan e Goneril. Anche qui sulle tavole del torinese teatro Astra, proveniente dal Carcano di Milano, nella rilettura del dramma scespiriano gli interpreti sono tutti uomini e King Lear è Queen, anzi una Drag Queen.

Da un’idea di Francesco Micheli e su un testo di Claire Dowie, le Nina’s Drag Queens, finalmente a Torino, dirigono e interpretano la vicenda del padre (qui una madre) che nella sua cieca follia non riconosce l’amore vero della figlia Cordelia e affida la sua vita invece alle altre due ingrate. La vicenda è fedele al plot originale con gli stessi personaggi, anche se il fool qui è una marionetta e Kent è la fedele dama di compagnia che si ripresenta come Clara (e l’omonimia con la cantante Clara Kent è ironicamente cercata). Lea Rossi (Lea R. dice l’insegna del suo negozio) è ossessionata dalle bambole e avviata alla demenza senile: il tema della vecchiaia è infatti l’oggetto di questa irriverente lettura che a momenti di sarcastico umorismo accosta amare riflessioni sulla senescenza, la malattia, la morte. L’attualità è invece presente nel personaggio di Edmund, qui immigrato badante nella casa di riposo. Con gli ineffabili versi di famose canzonette cantati dal vivo sulle musiche di Enrico Melozzi, lo spettacolo si sorregge sull’eccezionale bravura dei cinque interpreti: Alessio Calciolari, Gianluca di Lauro, Lorenzo Piccolo, Ulisse Romanò e il sempre sorprendente Sax Nicosia, vecchia Lea dalle mille sfaccettature. Ancora due serate.

Ruy Blas

Victor Hugo, Ruy Blas

Regia di Yves Beaunesne

Grignan,  14 luglio 2019

Hugo en plein air

«Nel silenzio del giorno che muore, da una delle molteplici finestre a crociera della facciata rinascimentale del castello cade pesantemente un indumento. Solo, sul palco nudo, un uomo indossa questa livrea “famigerata”. È il giovane Ruy Blas, lacchè di Don Salluste, un grande di Spagna caduto in disgrazia agli occhi della regina di cui si vuole vendicare. Così inizia questo romantico dramma in alessandrini, cinque atti creati nel 1838 da Victor Hugo.

Da trentatré anni in Provenza le “Fêtes nocturnes de Grignan” ospitano nel cortile del castello che si affaccia sul villaggio un titolo scelto per la sua “qualità e forza popolare”, dice Florent Turello, organizzatore di questo festival teatrale. Replicato per tutta l’estate, lo spettacolo viene affidato ogni volta a un regista affermato. Quest’anno tocca a Yves Beaunesne, direttore del Centre dramatique national de Poitou-Charentes, appropriarsi di questo luogo magico a cielo aperto per orchestrare questo intrigo romantico e sociale alla corte di Spagna nel 17° secolo. E lo fa magistralmente.

Don Salluste – Thierry Bosc, machiavellico a volontà – ordina a Ruy Blas di interpretare Don César, uno dei suoi cugini declassati, e di conquistare il cuore di Doña Maria. Il popolano Ruy Blas accetta questo inganno: per lui “verme innamorato di una stella” è una buona occasione per avvicinarsi alla regina che ama segretamente. Egli prende molto sul serio il ruolo e dal più alto ufficio di stato lavora per combattere la corruzione che affligge il regno di Spagna e la regina finisce per innamorarsi di questo valoroso nuovo primo ministro di cui non conosce la vera identità.

Impostato l’intrigo, la magia della messa in scena può fare il resto. Per guidare questo dramma ferocemente umano e sorprendentemente attuale, Yves Beaunesne si è circondato di due fedeli collaboratori: il designer Jean-Daniel Vuillermoz, che ha firmato i costumi scintillanti del periodo, e il compositore Camille Rocailleux, che ha creato la partitura musicale con accenti piacevolmente spagnoli e in cui viola e violoncello accompagnano le voci di un soprano e di un haute-contre. Ogni scena è un dipinto. In alto, il cielo prende i colori iridescenti del sole al tramonto, poi si scurisce gradualmente quando il giorno lascia il posto alla notte. Al centro, i personaggi intrecciano le loro macchinazioni, amano follemente, soffrono disperatamente su una tavola spoglia inclinata lievemente verso gli spettatori di un pubblico molto vicino.

L’emozione è palpabile quando si apre la porta del castello ed esce la regina di Spagna, solenne, ieratica, come proveniente da un dipinto di Vélasquez, la poverina imprigionata in un abito e un copricapo inamidato come la sua vita d’esilio. Lentamente perde la “armatura” per mantenere solo un vestito fluttuante color sole, promessa di una libertà che sa illusoria. Si ride quando il vero Don César – lo straordinario Jean-Christophe Quenon – ubriaco di vino e disperazione di fronte alla mediocrità umana, si sgola arringando il pubblico arrivando a coinvolgerlo. O quando i signori di Spagna, con i loro cappotti rossi bordati di ermellino e con maschere di animali, si contendono le province spagnole in una cacofonia da cortile. Il pubblico è conquistato». (Laurence Péan)

 

Amleto

William Shakespeare, Amleto

Regia di Valerio Binasco

Fonderie Limone, Torino, 2 maggio 2019

Un Amleto lineare

Un Amleto come da tempo non viene messo in scena in Italia quello di Valerio Binasco: non una “rilettura”, una “decostruzione”, un “montaggio di materiali”, un “adattamento”, una “trasposizione”, ma una fedele drammatizzazione di quasi tutti i versi della più lunga tragedia scespiriana. La traduzione di Cesare Garboli, usata da Carlo Cecchi nel’98 quando Binasco interpretò Amleto, e l’aggiunta di alcune parolacce – che fanno tanto ridere il pubblico – assieme ai costumi attualizzano la vicenda: il racconto di un giovane devastato da una terribile condizione di lutto, come la definisce il regista.

Il grande palcoscenico delle Fonderie Limone è vuoto, cassa di risonanza dei personaggi. Ben 37 quelli previsti, qui opportunamente ridotti e affidati a una compagnia che si è formata proprio con questo spettacolo tanto di identificarsi come Lemon Ensemble! Dodici attori con più ruoli, inizialmente sotto tono, poi sempre più intensi in un crescendo emotivo molto ben costruito dal regista. Se è doveroso citare Gabriele Portoghese (Amleto), Michele di Mauro (il re), Mariangela Granelli (la regina), Giulia Mazzarino (Cordelia) e Christian di Filippo (Orazio), una menzione speciale merita Nicola Pannelli, efficacissimo Polonio e poi becchino. Ma anche tutti gli altri caratterizzano al meglio i personaggi loro assegnati.

 

Bestie di scena

foto © Masiar Pasquali

Bestie di scena

Ideato e diretto da Emma Dante

Teatro della Corte, Genova, 20 marzo 2019

La vita, messa a nudo

“Animali da palcoscenico” diciamo noi italiani. I francesi usano il termine più crudo “bêtes de scène”, bestie di scena, come il titolo del lavoro che Emma Dante ha presentato al Piccolo Teatro di Milano due anni fa e che ora, dopo innumerevoli repliche in Italia e nel mondo, arriva per il Teatro Nazionale di Genova.

Difficile da definire, di certo non è “teatro di parola” – i pochi suoni sono rumori o versi animali o le note struggenti di Only You dei Platters – ma è piuttosto una coreografia, un uso talora impietoso talaltra ironico dei corpi degli attori, corpi nudi che si mostrano al nostro sguardo. “Teatro voyeuristico” ha proposto qualcuno.

Comunque vero teatro.

Molto è stato scritto su questo spettacolo, ma forse le parole più intense le ha trovate Giorgio Vasta, palermitano come Emma Dante. Qui la sua recensione.

La scortecata

Giambattita Basile, La scortecata

Regia, scenografia e costumi di Emma Dante

Teatro Gobetti, Torino, 22 dicembre 2018

Scorticata in cerca di bellezza

«S’erano raccorete drinto a no giardino dove aveva l’affacciata lo re de Rocca Forte doi vecchierelle, ch’erano lo reassunto de le desgrazie, lo protocuollo de li scurce, lo libro maggiore de la bruttezza».

Così inizia il decimo racconto della prima delle cinque giornate che compongono Lo cunto de li cunti, raccolta di cinquanta fiabe di origine popolare trascritte da Giambattista Basile e pubblicate nel 1634-36.

«Il re di Roccaforte s’innamora della voce della più anziana di due sorelle vecchie e brutte che vivono rintanate in un “basso” sotto le sue finestre. E quella che per impedire che scopra quanto sia repellente gli ha mostrato solo un dito adeguatamente succhiato per farlo ridiventare liscio, finisce, sì, a letto col re, ma al buio. Di modo che, quando al mattino il re s’accorge dell’inganno, fa gettar giù dalla finestra la vecchia, che rimane appesa ai rami di un albero. E passate di lì certe fate che l’hanno trasformata in una bellissima ragazza e andata sposa al re, racconta alla sorella minore che la sua trasformazione l’ha ottenuta facendosi scorticare. Sicché la sorella minore, invidiosa, corre da un barbiere affinché, col rasoio, le tiri via dal corpo tutta la pelle avvizzita. E, naturalmente, ci resta secca». Così si riassume la vicenda che nella lettura di Emma Dante diventa la commedia inscenata dalle due centenarie ogni giorno per illudere il tempo e cercare un riscatto per quanto effimero dalla miseria a cui sono condannate.

Sul palcoscenico solo due figure, i bravissimi Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola. Nato a Spoleto l’anno scorso, l’intenso spettacolo gioca con la lingua napoletana barocca, coi corpi dei due attori e con le note struggenti delle eterne canzoni napoletane.