Prosa

Disgraced

Ayad Akhtar, Disgraced

Regia di Martin Kušej

Torino, Teatro Carignano

11 ottobre 2017

Contrasti insanabili

Il bianco delle pareti di una camera sghemba e il nero del pavimento coperto di carbone. La luce accecante delle lampade fluorescenti e il buio tra una scena e l’altra. Lo scricchiolio dei passi sul carbone e la musica assordante. Il silenzio desolato e i dialoghi furiosi. Uomini e donne. Mussulmani ed ebrei. Il Corano e il Talmud. Civiltà laica e matrice religiosa.

Affronta contrasti insanabili il testo messo coraggiosamente in scena ad inaugurazione della stagione del Teatro Stabile di Torino. Situation comedy che diventa quasi un thriller quella dei cinque personaggi: Amir, avvocato di successo combattuto fra la sua identità mussulmana con cui è nato e la sua formazione americana; Abe, il nipote che scopre invece le sue radici mussulmane; Emily, artista newyorchese infatuata della cultura islamica che trasferisce nei suoi dipinti; Isaac, gallerista ebreo e la moglie Jory, rampante avvocatessa anche lei.

«Tutti in scena sanno bene quali siano i pregiudizi che suscitano in chi si trovano davanti.[…] Alle prese gli uni con gli altri a distanza ravvicinata, si trovano qui i nemici di ieri e i potenziali nemici di domani, che in questo momento vivono una sorta di tregua, un momento di equilibrio instabile.  Equilibrio che poi finiscono anche loro di distruggere». (Martin Kušej)

01_DSC_8466

Annunci

Divine parole


Ramón María del Valle-Inclán, Divine parole

Regia di Damiano Michieletto

Milano, Piccolo Teatro

26 aprile 2015

Sangue e fango

Nella scena di Paolo Fantin lo Studio Melato del Piccolo di Milano si trasforma in una palude di fango. Qualche schizzo arriva anche agli spettatori della prima fila. Inutilmente il prete sistema passerelle per arrivare mondo all’altare bianco abbagliante.

Divinas palabras di Ramón María del Valle-Inclán è la storia di un branco di emarginati che lottano gli uni contro gli altri per sopravvivere al di fuori di ogni valore umano. Quasi una parabola pasoliniana dalla visionarietà goyesca, essendo pasoliniana l’atmosfera religiosa che pervade la pièce, anche se qui è una religiosità furibonda, folcloristica, ossessionata dalla morte ma nello stesso tempo piena dell’orrore cattolico per la vita.

Il personaggio sempre presente in scena è il bambino nano e idrocefalo che la madre porta in giro per spillare qualche elemosina ai passanti. Morta lei, fratello e sorella si contendono il carrozzino, fonte di guadagno. Rapito dalla donna e fatto ubriacare il bambino muore sbranato dai maiali. Le parole del titolo sono quelle pronunciate per fermare il tempo della lapidazione della donna nel finale: «qui sine peccato est vestrum, primus in illam lapidem mittat».

La prima regia di Michieletto per il Piccolo non è passata inosservata.

Il Don Giovanni

Filippo Timi, Il Don Giovanni

Diretto e interpretato da Filippo Timi

Torino, Teatro Carignano

17 marzo 2015

«Vivere è un abuso, mai un diritto»

“Don Giovanni 2.0; Don Giovanni postmoderno; Don Giovanni glam-rock; Don Giovanni all’eccesso”: si sprecano le definizioni per questo spettacolo scritto, diretto e interpretato dal più irriverente e geniale degli artisti del teatro italiano. Ed è anche lo spettacolo più discordemente recensito, pur riconoscendo quasi tutti, come Mariaelena Prinzi, che «è uno spettacolo necessario: anni di produzioni scellerate, troppo spesso radical chic, hanno creato delle opere meravigliose messe in scena in teatri quasi sempre mezzi vuoti. È giunto il momento di ripopolare le sale con dei ragazzi giovani. Il Don Giovanni fa proprio questo. Non è il pubblico che si avvicina al teatro ma è quest’ultimo che strappa lo spettatore dal divano e lo porta in platea».

Delle varie scritture del mito, questa sembra vicina a quella di Da Ponte in cui più che la seduzione erotica è il desiderio di conquista il motore del dramma. E i costumi estremi, eccessivi, ingombranti (di Fabio Zambernardi, già stilista di Miuccia Prada) sono le gabbie di una prigione esistenziale in cui si rinchiudono gli stessi protagonisti.

Le proiezioni di assurdi video di youtube non lasciano dubbi sulla volontà dell’autore di analizzare, nascondendola sotto uno strato di comicità beffarda e demenziale, la realtà attuale di un’umanità in caduta libera e condannata a estinguersi.

As You Like it

William Shakespeare, As You Like it

regia di Polly Findlays

Londra, National Theatre

23 febbraio 2016

L’inarrivabile professionalità della scuola attoriale inglese

Ventiquattro personaggi divisi tra la corte di Duke Frederick, quella di Duke Senior, la famiglia di Sir Rowland de Boys e gli abitanti della foresta di Arden. Ventiquattro persone in scena che sanno recitare, cantare, ballare, suonare uno strumento. Questo può capitare solo sul palcoscenico di un teatro di Londra.

La “pastoral comedy” del Bardo nella lettura della regista Polly Findlays e nella scenografia di un’altra donna, Lizzie Clachan, diventa una vicenda di potere e di amori ambientata inizialmente negli uffici di una corporation in cui gli istinti sono più violenti di quelli che possiamo trovare tra le fiere di una foresta. Il momento del lunch si trasforma in un rito di team-bonding in cui tutti addentano il tramezzino e lo masticano in unisono.

Il passaggio alla scena della foresta di Arden è impressionante: sedie e scrivanie vengono issati con inquietanti scricchiolii verso l’alto da dove penzolano investiti da un gioco di luci che rende magnificamente il mistero e la minaccia della selva. Un colpo di teatro indimenticabile.

Il divorzio

Vittorio Alfieri, Il divorzio

Regia di Beppe Navello

Roma, Teatro Palladium

22 aprile 2017

«Se il matrimonio Italico è un Divorzio»

Prendere il testo di uno dei nostri più illustri e meno rappresentati drammaturghi e trasformarlo in un meccanismo teatrale infallibile è il risultato ottenuto da Beppe Navello e dai giovani e talentuosi attori della Fondazione Teatro Piemonte Europa i quali riescono a divertirsi e a farci divertire con gli endecasillabi della sesta e ultima commedia scritta dal grande astigiano intorno al 1801. Commedia “stravagante”, intrisa di caustica ironia, quest’opera così disillusa in cui trionfa l’ipocrisia, trova nella lettura farsesca di Navello la dimensione adatta a sfogare lo sdegno sarcastico dell’Alfieri: «O fetor de’ costumi Italicheschi | che giustamente fanci esser l’obbrobrio | di Europa tutta».

Una scena che più spoglia non si può: una semplice cornice inquadra i vivaci tableaux vivants ravvivati dai colorati costumi settecenteschi di Barbara Tomada, comprensivi di velieri e torte sormontanti le parrucche delle due signore. Uno specchio alla fine riflette il pubblico della platea: i Cherdalosi, i Ciuffini, i Piantaguai, i Benintendi, gli Sparati, i Becchini, gli Stomaconi, i Rodibene ancora oggi li vediamo in giro intorno a noi.

L’ultima notte del Rais

Renzo Sicco, L’ultima notte del Rais

regia di Giovanni Boni

Collegno, Stireria dell’ex Manicomio

17 settembre 2016

Cronaca di una morte annunciata

Come fare del grande teatro con niente, o meglio con un ingrediente indispensabile: tanta intelligenza.

Tratto dall’omonimo testo di Yashmina Kadra, negli spazi ancora inquietanti dell’ex Manicomio di Collegno si viene investiti dalle crude immagini della cattura di Muammar Gheddafi. Poi inizia l’immaginaria ultima conferenza stampa del Rais libico, la notte tra il 19 e il 20 ottobre 2011.

Un tavolo, una sedia, una teiera, un paesaggio sonoro definito dalle percussioni di Vito Miccolis e Roberto Leardi. E un attore di enorme personalità come Sax Nicosia che delinea un personaggio di statura scespiriana che nella sua solitudine ripercorre la propria vita dalla “chiamata divina” ai fasti del potere alla fine. «Con la mia morte sarà l’inizio dell’orrore», dice a un certo punto. Tragica profezia.

Una delle ultime sere di carnovale

Carlo Goldoni, Una delle ultime sere di carnovale

regia di Beppe Navello

Torino, Teatro Astra

4 marzo 2017

Perfetta messa in scena dell’opera di addio a Venezia di Goldoni

Una concertazione impeccabile di caratteri e voci in un ambiente rarefatto che fa riverberare i suoni di questa meravigliosa lingua vecchia di trecento anni eppure così moderna. Costumi semplicemente perfetti con tocchi geniali: dall’azzurro che sale dal basso come un’aqua granda sulle gonne, sulle brache, sulle gambe delle sedie, ai coriandoli impigliati nei tabarri di tulle. Tutti eccellenti i tredici attori e alla fine si va via con la malinconia di dover lasciare dei vecchi cari amici. Tutti quanti, da Alba a Zamaria, in ordine alfabetico. Ci mancherete.

Il sindaco del rione Sanità

 

Eduardo De Filippo, Il sindaco del rione Sanità

Regia di Mario Martone

Torino, Teatro Gobetti

22 marzo 2017

La Gomorra di Eduardo

Nell’ultimo spettacolo da direttore del Teatro Stabile torinese, Mario Martone affronta il suo primo Eduardo. Con molta circospezione. Lo avevano frenato fino ad oggi non tanto la potente immagine del nostro maggior drammaturgo, quanto la forza delle sue messe in scena che, dopo le varie versioni televisive, fanno ormai parte dell’immaginario collettivo del nostro paese.

Fin da subito si capisce che questa messa in scena – nata in una palestra abbandonata di una delle periferie di Napoli dal collettivo teatrale NEST (Napoli Est Teatro) – è diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta. Oggi i capi della criminalità partenopea sono giovanissimi, ecco quindi la scelta del regista di far interpretare da loro coetanei i personaggi della straordinaria commedia. ‘O Palummiello, prima di venir ferito, si esibisce in un rap struggente e quando finalmente arriva in scena Antonio Barracano, il “Sindaco”, non è il 75enne previsto dal copione, bensì un giovane, scalzo, con la felpa e il cappuccio calato sul capo rasato, come quanti abbiamo visti nei film del filone camorristico. Ma nel momento in cui Francesco di Leva pronuncia le prime parole del suo personaggio, pur nella enorme differenza di età, stile, ambiente, un brivido corre giù per la schiena. Quei suoni arrochiti, quel dialetto qui ancora più stretto, riverberano della voce indimenticata del grande de Filippo.

Tra i velluti e gli stucchi della bomboniera del Gobetti le battute non perdono la loro forza e anche se per ragioni tecniche nella versione torinese è venuta a mancare la geniale invenzione del palcoscenico trasparente sotto il quale si muoveva nervosamente un cane («Malavita, che non è un cane, è una belva»),  il coinvolgimento del pubblico è totale. Il fragore degli applausi fa dimenticare che siamo in un teatro di soli 220 posti e il pubblico non lascia che gli attori abbandonino la scena se non dopo innumerevoli chiamate.