Raffaele Viviani
Don Giacinto
La musica dei ciechi
regia di Geppy Gleijeses
Torino, Teatro Carignano, 14 maggio 2026
La fatica di far vivere Viviani oggi
Con Napoli nobilissima, Geppy Gleijeses accosta Don Giacinto e La musica dei ciechi, restituendo il mondo dolente e grottesco di Viviani tra miseria, ambizione e illusioni. Se il primo atto unico soffre di ritmo incerto e recitazione disomogenea, il secondo trova maggiore intensità poetica grazie a una regia più astratta e alle efficaci interpretazioni di Gleijeses e Chiara Baffi.
Nel teatro di Raffaele Viviani la commedia non ha mai il lusso di essere soltanto intrattenimento. Anche quando fa ridere, e fa ridere spesso, lascia sempre dietro di sé una piccola scia di malinconia, come una luce che si spegne troppo lentamente. È dentro questa grammatica emotiva — fatta di riso e ferita, verità e maschera — che si colloca Don Giacinto, atto unico scritto nel 1923. Un testo oggi meno battuto rispetto ai capolavori più noti del suo autore, ma perfettamente riconoscibile come vivianeo fino al midollo: nei personaggi, nel ritmo, e soprattutto in quella sua particolare capacità di guardare in faccia la dignità ferita del quotidiano.
Siamo nel pieno della maturità artistica di Viviani, in una fase decisiva del suo percorso. Il suo teatro si è ormai allontanato dalla tentazione pittoresca dei primi anni e si fa più essenziale, più tagliente, meno compiaciuto del colore locale e molto più interessato alle crepe dell’identità sociale. È qui che emergono con forza le sue vere ossessioni: le maschere della piccola borghesia, l’ambizione come compensazione della miseria, i rituali dell’umiliazione quotidiana che attraversano la vita urbana napoletana come un sottotesto costante.
Come accade spesso nella sua produzione, anche Don Giacinto nasce dentro il laboratorio vivo della compagnia di “prosa e musica” fondata e diretta dallo stesso autore dopo l’esperienza del varietà. Viviani scrive per corpi concreti, per voci reali, per interpreti che conosce uno a uno, costruendo testi su misura per un teatro che è insieme letteratura e performance, parola e ritmo, canto e gesto. In quegli anni lavora stabilmente nei grandi teatri popolari napoletani, primo fra tutti il Teatro Umberto I, dove il pubblico non va a “vedere uno spettacolo”, ma a riconoscere sé stesso in scena, con le sue miserie, le sue ambizioni e le sue illusioni.
È proprio questo universo umano — piccoli borghesi sospesi tra povertà e aspirazione, individui consumati dal bisogno di apparire, figure tragicamente comiche — che Viviani mette in moto in Don Giacinto. Il protagonista è una di quelle creature tipicamente vivianee che vivono di scarto e di simulazione: un uomo del popolo che tenta con ostinazione quasi tenera di darsi un tono nobiliare, costruendosi addosso un’identità più alta della propria condizione reale. Il risultato è un personaggio duplice, insieme comico e struggente, in cui il ridicolo non cancella mai la fragilità, ma anzi la rivela.
Geppy Gleijeses ha scelto di accostare questo atto unico a La musica dei ciechi, racchiudendo entrambi sotto il titolo volutamente ironico di Napoli nobilissima. L’operazione mette in dialogo due diverse declinazioni della poetica di Viviani: da un lato il bozzetto sociale più diretto e graffiante di Don Giacinto, dall’altro il patetismo struggente e quasi musicale de La musica dei ciechi. L’allestimento privilegia una lettura dichiaratamente teatrale, senza forzare un aggiornamento contemporaneo, anzi accentuando l’idiomaticità del testo.
La scena costruita da Roberto Crea riproduce una facciata di casa popolare con finestre e balconi da cui si affaccia una umanità minuta e incessante. Il ritmo complessivo non sempre risulta fluido, la recitazione appare disomogenea, alcune gag scivolano nel prevedibile e la comprensione del testo messa a dura prova di comprensione dalla dizione di alcuni attori.
Il passaggio a La musica dei ciechi segna invece un cambio di registro netto. Qui Viviani raggiunge uno dei vertici assoluti della sua scrittura. Ambientato nel borgo di Santa Lucia, il testo racconta una piccola orchestrina di musicisti ciechi che sopravvive suonando per strada. Il misero ensemble è guidato da Don Alfonso, l’unico in grado di vedere, anche se con un occhio solo. Intorno a loro, una catena di sospetti e gelosie si accende quando un venditore di ostriche insinua il dubbio di una tresca tra Nannina e Don Alfonso.
Nel momento culminante, essendo accusata di infedeltà, per provare la sua innocenza Nannina decide di rivelare il doloroso segreto — «Ferdinà, io so’ brutta!» — e la verità diventa insieme confessione e ferita aperta. È qui che Viviani mostra la sua grandezza: la cecità non è più solo condizione fisica, ma metafora dell’esistenza stessa, fatta di illusioni necessarie e verità insopportabili. Ennio Flaiano intravide in questo atto unico un’eco sorprendente di Chaplin e di Luci della città: la stessa capacità di raccontare gli esclusi senza sentimentalismo, trasformando la povertà in poesia tragica.
E poi c’è la musica, che non è mero accompagnamento: valzer, canzoni, l’operetta e perfino la comica citazione da La traviata sono parte integrante della drammaturgia e si intrecciano in un organismo teatrale vivo e pulsante.
In questa seconda parte dello spettacolo il regista, che fu allievo di Eduardo, trova una maggiore coerenza visiva, con una scena più astratta, dominata da un cielo notturno artificiale che suggerisce un’atmosfera quasi brechtiana o addirittura beckettiana e il testo emerge con più forza. Per di più gli interpreti, anche musicisti, si rivelano più efficaci. Su tutti si distinguono Geppy Gleijeses e soprattutto Chiara Baffi, capaci di restituire quella miscela inconfondibile di ironia e dolore che è la cifra più autentica di Viviani.
⸪
