Kiefer. Le alchimiste


foto © Ela Bialkowska, OKNO Studio

Kiefer. Le alchimiste

Milano, Palazzo Reale , 13 maggio 2026

L’alchimia della memoria: Kiefer alla Sala delle Cariatidi

Anselm Kiefer non ha mai avuto paura delle macerie del passato. Anzi: sembra cercarle, attraversarle, trasformarle in materia viva. Ogni suo progetto nasce da una collisione tra memoria, storia e rovina, e ogni volta l’artista tedesco riesce a generare immagini di una forza quasi tellurica. Non importa che il confronto riguardi la propria biografia o luoghi gravati da secoli di storia: Kiefer entra negli spazi come un alchimista contemporaneo, li ascolta, li ferisce, li riaccende.

Lo aveva dimostrato in modo spettacolare nel 2022, quando intervenne nella Sala dello Scrutinio di Palazzo Ducale a Venezia. Lì, sotto gli sguardi solenni di Tintoretto, Palma il Giovane e Andrea Vicentino, comparvero giganteschi teleri contemporanei che dialogavano con la celebrazione della Serenissima trasformandola in qualcosa di nuovo, ambiguo, monumentale. Non una semplice installazione, ma un cortocircuito visivo tra il trionfo della Repubblica veneziana e la sensibilità inquieta del presente.

Dopo quella prova monumentale, nel 2024 l’Italia ha nuovamente accolto Kiefer con una grande retrospettiva a Palazzo Strozzi, a Firenze. Ora è Milano a diventare il teatro della sua visione. E ancora una volta il luogo scelto non è neutrale: la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale porta sulle pareti e nelle sue crepe il peso della storia. Progettata da Giuseppe Piermarini tra il 1774 e il 1778, la sala venne devastata il 15 agosto 1943 durante i bombardamenti della RAF su Milano. Un ordigno incendiario colpì il tetto provocando un incendio che lasciò il salone ferito per sempre. Le cariatidi in stucco, mutilate e annerite, continuano ancora oggi a testimoniare la violenza della guerra.

È in questo scenario drammatico che Kiefer colloca Le Alchimiste – Le cariatidi e le donne cancellate della storia, un ciclo pittorico concepito appositamente per Palazzo Reale. Le sue figure femminili sembrano così osservate dalle antiche cariatidi sopravvissute al fuoco: donne del passato che guardano altre donne dimenticate dalla storia.

Il progetto è dedicato infatti alle alchimiste, figure spesso rimosse o marginalizzate, donne che nei secoli hanno praticato discipline considerate oscure, pericolose o eretiche. Kiefer non le racconta come semplici custodi di misteri esoterici: le restituisce come pioniere del pensiero scientifico, visionarie che hanno osato deviare dall’ossessione della pietra filosofale per aprire nuove strade alla conoscenza, alla medicina, alla trasformazione della materia.

La pittura di Kiefer rimane inconfondibile. Le sue tele non sono superfici, ma territori. L’artista accumula materiali, li ferisce, li lascia reagire chimicamente. Foglie secche, rami, sedimenti, piombo, ossidazioni, combustioni: tutto entra nel quadro. Perfino la fiamma ossidrica diventa uno strumento pittorico. E poi c’è l’oro, onnipresente, abbacinante, simbolo supremo della metamorfosi alchemica. Non un lusso decorativo, ma la traccia di una trasmutazione continua.

Le opere sono quarantadue grandi tele alte quasi sei metri, installate come enormi paraventi che creano una sorta di labirinto. Il visitatore attraversa corridoi silenziosi, si avvicina alle superfici screpolate, entra fisicamente dentro il processo alchemico evocato dall’artista. Materia e spirito si confondono. Nulla appare stabile o definitivo. Le opere sembrano ancora vive, ancora in trasformazione.

In fondo, l’alchimia accompagna Kiefer da decenni. Già negli anni Ottanta l’artista aveva affrontato il tema della “malinconia saturnina”, utilizzando il piombo — il metallo legato al primo stadio alchemico — come materiale simbolico e reale. Ancora oggi il suo lavoro sembra più interessato alla metamorfosi che alla conservazione: le superfici cambiano, si ossidano, invecchiano. La chimica continua ad agire anche dopo la conclusione dell’opera. Nulla è immobile.

Ogni alchimista evocata da Kiefer compare con il proprio nome scritto in caratteri dorati. Intorno ritornano simboli ormai tipici della sua poetica: il libro di piombo, i girasoli reclinati, i fiori essiccati, le tracce vegetali, le figure sospese nell’aria avvolte da mantelli agitati dal vento. Sono apparizioni solenni, quasi spettrali, che emergono da fondi vulcanici.

Ed è proprio attraverso queste immagini che riaffiorano storie straordinarie. Ci sono figure antiche come Theosebia, associata all’alchimista Zosimo di Panopoli tra III e IV secolo d.C., oppure Paphnutia, indicata dallo stesso Zosimo come esempio negativo. Ad Alessandria d’Egitto operò anche Cleopatra l’Alchimista, mentre nel Medioevo Blanche von Navarra sostenne Nicolas Flamel.

Con il Rinascimento le testimonianze diventano più numerose. Caterina Sforza raccolse nel manoscritto Experimenti centinaia di ricette tra cosmesi, medicina e pratiche alchemiche. Anne Marie Ziegler prometteva di generare la vita attraverso il misterioso “sangue di leone” e finì sul rogo nel 1575. Sophie Brahe, sorella del grande astronomo Tycho, studiò chimica e medicina coltivando rimedi per i più poveri.

La genealogia continua nei secoli successivi: Anne Conway interpretò l’alchimia come pratica di cura; Dorothea Juliana Wallich pubblicò testi chimici; Elisabeth Grey mescolò ricette alchemiche e cucina; Susanna von Klettenberg introdusse Goethe all’ermetismo in un laboratorio domestico improvvisato. Fino a Mary Anne Atwood, protagonista dell’Ottocento inglese, che arrivò a distruggere il proprio libro convinta di aver rivelato segreti troppo sacri.

Kiefer riporta tutte queste donne fuori dall’ombra. Non le celebra come reliquie del passato, ma come presenze ancora attive, capaci di parlare al presente. Nella Sala delle Cariatidi, tra le ferite della guerra e la polvere della storia, le sue alchimiste sembrano finalmente reclamare spazio, voce e memoria.

Lascia un commento