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Carmen a Ceuta: la libertà fino alla morte
Bizet scandalizzò i benpensanti del suo tempo, ma nel contempo accese gli entusiasmi, tra i tanti, di Nietzsche il quale contrappose la sua musica così piena di sangue mediterraneo alla linfa esangue delle opere di Wagner: «Per la ventesima volta ho ieri assistito al capolavoro di Bizet e ancora l’ho udito con la stessa gentile reverenza. […] Essa è malvagia, perversa, raffinata, fantastica, eppure avanza con passo leggero e composto; la sua raffinatezza non è quella di un individuo, bensì di una razza. Si sono mai uditi sulla scena accenti più tragici, più dolorosi? E come sono ottenuti? Senza smorfie, senza contraffazioni di alcun genere, in piena libertà dalle bugie del grande stile» (Der Fall Wagner, 1888).
Tratto dal racconto omonimo di Prosper Mérimée e su libretto di Meilhac & Halévy, il lavoro debutta il 3 marzo 1875 all’Opéra Comique con scarso successo dopo mesi di prove estenuanti, boicottaggi e lamentele da parte degli orchestrali secondo i quali la partitura era ineseguibile. Tra il pubblico della prima c’erano Gounod, Massenet, Delibes, Lecocq, Offenbach, Pasdeloup, Daudet e Dumas figlio. Tre mesi dopo Bizet moriva senza poter assistere al successo che la sua opera gradualmente guadagnava. Carmen è la seconda opera più eseguita nel mondo come aveva profeticamente scritto Pëtr Il’ič Čajkovskij nella lettera scritta a Nadežda Filaretovna von Meck il 19 luglio 1880: «Ieri sera, per prendermi una pausa dalla mia musica, ho ascoltato la Carmen di Bizet dall’inizio alla fine. Secondo me, è un capolavoro, cioè una delle rare opere destinate a riflettere al massimo grado tutte le tendenze musicali di un’epoca. Ci sono una moltitudine di armonie piccanti e di effetti totalmente nuovi, ma questo non è mai un obiettivo esclusivo. Bizet è un compositore che rende omaggio al suo secolo e al mondo contemporaneo, ma che è anche guidato da un’autentica ispirazione. E quale meraviglioso soggetto per l’opera! Non posso ricordare l’ultima scena senza piangere: da un lato, l’esultanza popolare e la gioia sfacciata della folla che assiste alla corrida; dall’altro, una terribile tragedia e la morte dei due protagonisti che un destino crudele, il fatum, ha riunito e condotto, attraverso una successione di sofferenze, verso una fine ineluttabile. Sono convinto che entro una decina d’anni Carmen sarà l’opera più popolare del mondo».
Atto primo. A Siviglia verso il 1820. Presso la manifattura di tabacchi, Moralès, capo dei dragoni, osserva l’andirivieni dei passanti. Giunge, dal suo paese di campagna, Micaëla, alla ricerca del brigadiere Don José. Le viene detto che José non è ancora arrivato, anche se non tarderà molto; la giovane quindi si allontana. Una grande animazione accompagna la comparsa sulla piazza delle ragazze, che escono dalla manifattura per la pausa. Solo José, giunto nel frattempo, si mostra disinteressato alle giovani: ama Micaëla e ha promesso alla madre di sposarla. Tutti gli uomini attendono la comparsa di Carmen, e quando finalmente la bella sigaraia compare le si stringono attorno mentre lei intona una habanera. Carmen si accorge dell’indifferenza di José e per provocarlo gli lancia un fiore prima di ritornare nella manifattura. José ne è turbato e, quasi inconsciamente, cela il fiore sotto la giubba. Ritorna Micaëla, consegna a José una lettera della madre e prima di tornarsene al paese lo bacia castamente. Grida improvvise s’odono provenire dalla manifattura: Carmen si è azzuffata con una compagna e l’ha ferita al volto. Zuniga, tenente delle guardie, l’arresta e ordina a José di condurla in prigione. Rimasta sola con il brigadiere la donna dà inizio alla sua opera di seduzione: gli promette amore in cambio della libertà cantando un seguidilla. José, definitivamente irretito, l’aiuta a fuggire.
Atto secondo. Un mese è passato. Nella taverna di Lillas Pastia, Carmen attende il ritorno di Don José, che è stato imprigionato per averla lasciata fuggire, danzando con le altre zingare una chanson bohème. Entra, fra le acclamazioni generali, il torero Escamillo, che vuole brindare con gli amici alla sua ultima vittoria. Egli rivolge qualche frase galante a Carmen, ma il pensiero della donna è rivolto solo a José e quando gli amici contrabbandieri la invitano a unirsi a loro per un nuovo colpo, la zingara rifiuta dichiarandosi troppo innamorata per questo genere di imprese. Giunge finalmente José, uscito di prigione, ma s’ode una tromba suonare la ritirata e il brigadiere si accinge a far ritorno in caserma. Grande è allora il dispetto di Carmen, che copre di scherno l’uomo. A nulla valgono le profferte d’amore di José e solo l’improvviso sopraggiungere di Zuniga interrompe il loro litigio. Scoppia una rissa, sedata dall’intervento dei contrabbandieri, e a quel punto José si vede costretto a unirsi a loro disertando l’esercito.
Atto terzo. La vita fra le montagne non si confà a Don José, torturato dai rimorsi. Anche il suo rapporto con Carmen non è più quello di un tempo. La zingara interroga le carte e il responso è terribile: la morte. Micaëla, nel disperato tentativo di redimere l’uomo che ama, giunge nel rifugio dei contrabbandieri implorando Don José di raggiungere la madre morente. L’uomo la segue, non senza aver prima minacciato Carmen della quale è follemente geloso.
Atto quarto. Di fronte all’arena di Siviglia, il popolo acclama festante il corteo dei toreri. Anche Carmen, ora innamorata di Escamillo, è fra la folla. Celato nella confusione generale vi è anche Don José, pazzo di gelosia. La zingara lo affronta, sola nella piazza deserta poiché tutti stanno assistendo alla corrida. José implora e minaccia. La vuole tutta per sé, ma la donna gli si nega. La sua mancanza di carattere l’ha annoiata e in segno di disprezzo gli getta in faccia l’anello che le aveva donato. A quel punto, furente e accecato dalla disperazione, José l’uccide.
Niente ventagli, mantiglie, nacchere, gonne rosse con le balze, passi di flamenco e la paccottiglia folkloristica della Spagna di maniera che forse è esistita solo al di qua dei Pirenei nell’immaginario da cartolina degli scrittori e dei pittori che non sono mai stati nella penisola iberica.
Concepita per il Festival di Peralada nel 1999 e approdata nel 2010 al Gran Teatre del Liceu di Barcellona, la Carmen di Calixto Bieito appartiene a quella rara categoria di spettacoli che, anziché invecchiare, sembrano acquistare forza con il passare degli anni. Non perché cerchino ostinatamente lo scandalo o perché ricoprano un classico di una vernice provocatoria, ma perché riescono a scoprire, sotto le incrostazioni della tradizione, qualcosa che nell’opera c’era già e che forse avevamo smesso di vedere. Nel caso del capolavoro di Bizet, Bieito elimina il pittoresco da esportazione per riportare in primo piano ciò che davvero conta: il desiderio, il possesso, la libertà e, soprattutto, la violenza.
Il cast riunito al Liceu è di quelli che fanno la differenza. Béatrice Uria-Monzon è una Carmen lontanissima dalla seduttrice professionale, dalla zingara fatale che entra in scena già consapevole di essere un mito. È invece una donna vera, sensuale senza ostentazione, spavalda per necessità e, nello stesso tempo, segretamente impaurita e fragile. La sua entrata, dalla cabina telefonica malridotta che domina il primo quadro, non promette immediatamente meraviglie: l’Habanera è corretta ma non memorabile, quasi trattenuta, e la voce sembra aver bisogno di tempo per trovare il proprio centro espressivo. Ma è proprio nel corso della rappresentazione che Uria-Monzon costruisce la sua vittoria.
Atto dopo atto la voce si scalda, il fraseggio acquista intensità e la presenza scenica diventa magnetica. Questa Carmen non sembra mai esibirsi per il pubblico: vive. E quanto più vive, tanto più diventa evidente la trappola che lentamente si chiude intorno a lei. La sua sensualità non è un’arma infallibile, ma una forma di libertà continuamente minacciata. Nel finale la distanza fra personaggio e interprete sembra quasi annullarsi. Si prova per Carmen un dolore autentico, fisico, cosa tutt’altro che scontata in un’opera tanto celebre da rischiare spesso di trasformare persino l’assassinio conclusivo in un appuntamento di repertorio. Qui, invece, non c’è routine. L’ultima scena è di una brutalità sconvolgente proprio perché non cerca effetti melodrammatici: davanti a noi non muore “Carmen”, il personaggio leggendario. Viene uccisa una donna.
Accanto a lei Roberto Alagna è in splendida forma. Il suo Don José ha soprattutto il merito di restare un personaggio lirico. Alagna evita quelle tentazioni veriste che troppo spesso trasformano il brigadiere navarrese in un urlatore geloso, accumulando decibel là dove Bizet chiede invece fraseggio, tensione e progressiva perdita di controllo. Il canto conserva morbidezza e linea anche nei momenti più accesi, e proprio questa qualità rende più inquietante la metamorfosi del personaggio. Don José non nasce mostro: lo diventa sotto i nostri occhi. La violenza arriva per gradi, si insinua nella passione e finisce per confondersi con essa.
Erwin Schrott, dal canto suo, si impadronisce di Escamillo con un’intelligente ironia. Il suo torero non è soltanto il rivale virile di José, ma quasi la caricatura vivente di un modello maschile. Schrott gioca con il machismo ispanico, ne esaspera gesti, sicurezza e narcisismo, trasformando Escamillo in una figura insieme seducente e grottesca. È una scelta perfettamente coerente con la lettura di Bieito, perché in questo universo gli uomini sembrano costantemente impegnati a recitare la propria mascolinità, salvo poi dimostrarne tutta la fragilità quando qualcuno – soprattutto una donna – rifiuta di rispettarne le regole.
Più problematica la Micaëla di Marina Poplavskaya. L’esecuzione è musicalmente accurata, le note ci sono tutte e la linea vocale è controllata, ma il registro acuto non sempre risulta gradevole e, soprattutto, al personaggio manca quella temperatura umana necessaria a trasformarlo da funzione drammaturgica in creatura viva. In una produzione in cui quasi tutti sembrano avere un corpo, una storia e delle ferite, la sua Micaëla rimane curiosamente più distante.
Sul podio Marc Piollet imprime alla partitura vivacità e tensione, privilegiando il movimento teatrale senza sacrificare l’eleganza di Bizet. I dialoghi parlati sono drasticamente ridotti: una scelta che potrà dispiacere ai puristi dell’*opéra-comique*, ma che qui possiede una precisa ragione drammaturgica. La vicenda procede senza tempi morti, compressa in una corsa sempre più inesorabile verso la catastrofe. Ogni scena sembra spingere la successiva, come se ai personaggi fosse ormai impossibile sottrarsi al meccanismo che hanno messo in moto.
E poi c’è Bieito.
La sua Carmen si svolge a Ceuta, enclave spagnola sulla costa marocchina, in un imprecisato clima anni Settanta, sospeso tra gli ultimi riflessi del franchismo e un presente che di quel mondo conserva intatta la brutalità. È una scelta decisiva. Spostando l’azione dalla Siviglia ottocentesca a un territorio di frontiera, Bieito trasforma l’esotismo dell’originale in marginalità sociale. Ceuta diventa un luogo fisico e insieme mentale: Europa e Africa, disciplina militare e contrabbando, desiderio di fuga e impossibilità di andarsene.
Il palcoscenico ha il colore della sabbia di un’arena ed è quasi completamente nudo. A definirlo bastano pochi oggetti, scelti con una precisione iconica impressionante: una cabina telefonica vandalizzata; il palo dell’alzabandiera attorno al quale si esercitano i soldati; alcune Mercedes dei contrabbandieri; soprattutto l’enorme sagoma nera del toro Osborne, quella che per decenni ha punteggiato le autostrade spagnole come pubblicità e che ha finito per trasformarsi in una sorta di simbolo nazionale. Bieito prende quell’immagine familiare e la rende minacciosa: il toro incombe sullo spettacolo come un idolo del machismo, monumento a una virilità tanto celebrata quanto distruttiva.
In questo paesaggio le donne sono quasi sempre le vittime. Vittime della povertà, dell’emarginazione, di una cultura maschile che considera il loro corpo qualcosa di disponibile. Persino il coro infantile del primo quadro perde ogni innocenza folkloristica: sono ragazzine che si avvicinano ai soldati chiedendo da mangiare. Il mondo che Bieito costruisce non concede protezione neppure all’infanzia.
Nel secondo quadro compare una bambina di una decina d’anni – forse la sorella minore di Carmen, forse semplicemente una delle tante piccole Carmen destinate a crescere in quell’ambiente – che osserva gli adulti e impara. Ma quali modelli ha davanti? Una Frasquita che cerca rifugio nell’alcol e una Mercédès coinvolta in un rapporto sessuale con Moralès. Non c’è bisogno di spiegazioni: basta lo sguardo della bambina. Il futuro è già contenuto nel presente
Anche Carmen, che pure sembra la donna più forte di questo universo, finisce intrappolata nella stessa logica. Don José le strappa la borsetta, la scaraventa a terra, la afferra, pretende di decidere per lei. Sono gesti che rendono visibile ciò che spesso, in allestimenti più convenzionali, rimane nascosto dietro la retorica della “passione fatale”. Bieito rifiuta questa comoda definizione. Quello fra Carmen e José non è un grande amore reso impossibile dal destino: è una relazione che degenera quando un uomo non accetta che una donna possa smettere di amarlo.
Ed è qui che la regia raggiunge la sua forza maggiore. Carmen non muore perché “deve” morire, né perché le carte hanno annunciato il suo destino. Muore perché dice di no. E continua a dirlo quando sarebbe più prudente mentire, fuggire, fingere. La libertà che canta fin dall’inizio smette così di essere una posa romantica e diventa una scelta terribilmente concreta.
Bieito dissemina lo spettacolo di immagini teatrali memorabili. Straordinario l’entr’acte fra secondo e terzo atto, trasformato in una sorta di iniziazione del torero: un uomo nudo sotto la luce lunare, esposto nella sua vulnerabilità proprio nel momento in cui dovrebbe incarnare la massima potenza virile. Altrettanto impressionante è l’ultimo quadro, quando la corrida resta invisibile e il pubblico fuori scena esplode in applausi per la sfilata. Dentro l’arena si celebra il rito collettivo; fuori, quasi inosservato, se ne compie un altro, infinitamente più terribile. Mentre la folla acclama l’eroe, una donna viene assassinata.
La regia video restituisce con attenzione questo universo senza soffocarlo con inutili virtuosismi televisivi. L’edizione non offre materiali extra e presenta sottotitoli in ben sette lingue, con l’inspiegabile assenza dell’italiano. È un limite editoriale, non artistico.
Perché questa Carmen resta, soprattutto, teatro allo stato puro: scomodo, fisico, sporco, sensuale, a tratti perfino insopportabile. Non cerca di piacere e non offre allo spettatore la rassicurante bellezza della Spagna da cartolina. Bieito prende un’opera consumata dalla propria popolarità e riesce nell’impresa più difficile: farcela guardare come se non sapessimo già come andrà a finire.
Quando arriva l’ultima scena, naturalmente, sappiamo benissimo che Carmen morirà. Lo sappiamo da sempre. Eppure per qualche minuto speriamo che questa volta riesca ad andarsene.
Non accade.
Ed è forse per questo che la Carmen di Bieito, insignita del Premio della critica musicale “Franco Abbiati” per la miglior regia vista in Italia nel 2011, rimane una delle versioni più sconvolgenti e coinvolgenti disponibili in video: perché dietro il mito, dietro le melodie che tutti conoscono, dietro il toro, l’arena e il sole di Spagna, ci costringe a vedere qualcosa di molto più semplice e terribile. Un uomo che non sa accettare un rifiuto. Una donna che rivendica fino all’ultimo il diritto di essere libera. E una società che, mentre lei muore, continua ad applaudire.
⸫
- Carmen, Barenboim/Dante, Milano, 7 dicembre 2009
- Carmen, Fisch/Hartmann, Torino, 29 giugno 2016
- Carmen, Heras-Casado/Černjakov, Aix-en-Provence, 6 luglio 2017
- Carmen, Carignani/Holten, Bregenz, 21 luglio 2017
- Carmen, Scappucci/Brockhaus, Liegi, 30 gennaio 2018
- Carmen, Jones/Kosky, Londra, 2 luglio 2019
- Carmen, Sagripanti/Medcalf, Torino, 18 dicembre 2019
- Carmen, Quatrini/Vettori, Torino, 21 giugno 2022
- Carmen, Glassberg/Gilbert, Rouen, 30 settembre 2023
- Carmen, Manacorda/Michieletto, Londra, 1 maggio 2024
- Carmen, Currentzis/Carrizo, Salisburgo, 8 agosto 2026
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