Settecento

Le Devin du village

Jean-Jacques Rousseau, Le Devin du village

★★★☆☆

Parigi, 1 luglio 2017

(video streaming)

La reine s’amuse

Il 19 settembre 1780 nel teatrino che si era fatto costruire al Petit Trianon, Maria Antonietta canta nel ruolo della pastorella Colette ne Le Devin du village, unico lavoro di cui Jean-Jacques Rousseau abbia scritto sia il testo sia la musica – e anche il primo della storia dell’opera francese in cui librettista e compositore sono la stessa persona. Era stato presentato a Fontainebleau il 18 ottobre 1752.

Questo intermezzo illustra le contraddizioni di un intellettuale che appena un anno dopo scriverà nella sua Lettre sur la musique française della superiorità della musica italiana in quanto «il n’y a ni mesure ni mélodie dans la musique française, parce que la langue n’en est pas susceptible; que le chant français n’est qu’un aboiement continuel, insupportable à toute oreille non prévenue; que l’harmonie en est brute, sans expression et sentant uniquement son remplissage d’écolier; que les airs français ne sont point des airs; que le récitatif français n’est point du récitatif. D’où je conclus, que les Français n’ont point de musique et n’en peuvent avoir; ou que si jamais ils en ont une, ce sera tant pis pour eux» (1). Lo stesso Rousseau però nel 1774 scriverà a Gluck dopo aver assitito alle prove della sua Iphigénie en Aulide manifestandogli tutta la sua ammirazione per l’opera appena ascoltata.

Se la rappresentazione a corte fu un successo, le cose andarono altrimenti nel marzo 1753 quando Le Devin du village fu dato al Théâtre du Palais Royal, in un città in preda alla “Querelle des Bouffons”, con i partigiani di Rousseau e di Rameau che si scambiavano invettive durante la rappresentazione. In seguito comunque l’opera ebbe un grande successo rivelandosi come il punto di contatto tra la musica italiana e quella francese: le melodie semplici e naturali, facili da cantare, con un’armonia ben appoggiata alla melodia e con un perfetto accordo tra parole e musica evidenziano l’unità di concezione del lavoro la cui notorietà indusse il dodicenne Mozart a scriverne una parodia, Bastien und Bastienne.

Colin e Colette si amano, ma si sospettano l’un l’altro di infedeltà. Entrambi chiedono consiglio all’indovino del villaggio che, grande conoscitore dei sentimenti umani, con vari espedienti riesce a far riunire felicemente i due amanti.

237 anni dopo, lo spettacolo rivede la scena nello stesso luogo, occasione per aprire al pubblico il delizioso Petit Théâtre de la Reine di Versailles e ammirarne sì la sala, ma soprattutto la scena con i suoi macchinari originali. Distribuiti infatti su cinque piani (due sotterranei e due superiori) pulegge e tamburi con corde di canapa azionano i movimenti orizzontali delle quinte e quelli verticali dei fondali dipinti che in perfetta sincronia permettono sorprendenti cambi di scena, apparizioni di demoni dal basso e dèi dall’alto su nuvole che scendendo si aprono. Tre sono le scene che si sono conservate: il tempio, la foresta e l’interno rustico, tutti perfettamente restaurati e utilizzati per la mise en espace di Caroline Mutel. I costumi sono storicamente riprodotti da Jean-Paul Bouron.

Dei tre interpreti – Caroline Mutel, Cyrille Dubois, Frédéric Caton – il secondo, l’haute-contre che dà voce a Colin, è quello stilisticamente più adeguato. Les Nouveaux Caractères sotto la direzione di Sébastien d’Hérin dipanano le piacevoli melodi e le danze della compagnia Les Corps Éloquents con le coreografie di Hubert Hazebroucq.

(1) Mancano la melodia e la misura nella musica francese, perché la lingua non è adatta; il canto francese non è che un abbaiamento continuo e insopportabile per un orecchio non avvezzo; l’armonia è rozza, senza espressione e sa di esercizio scolastico; le arie francesi non sono arie; il recitativo francese non è per nulla un recitativo. Da tutto ciò si conclude che i francesi non hanno una loro musica e non la possono avere e che se mai ne avessero una, peggio per loro.

Annunci

La serva padrona

★★★☆☆

Da Pergolesi a Paisiello lo strano ménage di Uberto e Serpina

Intermezzo che Giovanni Paisiello musicò riprendendo l’opera omonima di Giovanni Battista Pergolesi composta nel 1733, La serva padrona andrò in scena presso la corte dell’imperatrice russa Caterina la Grande a Carskoe Selo, San Pietroburgo, dove si trovava Paisiello nel 1781. Nella difficoltà di reperire adeguati libretti di opera buffa da musicare, genere particolarmente gradito dalla regnante, in occasione dell’onomastico del granduca Alessandro, che all’epoca aveva quattro anni, Paisiello riprese il libretto di Gennaro Antonio Federico a cui aggiunse una nuova aria per la protagonista e due duetti, tutti confluiti nella seconda parte. Non si sa chi sia l’autore dell’ampliamento del testo, ma è probabile che sia stato ripreso del materiale già scritto. In un caso l’aria “Donne vaghe, i studi nostri” riprende Le virtuose ridicole di Goldoni e Galuppi del 1752. Se Pergolesi scrisse la parte musicale per soli archi, Paisiello fa invece largo impiego di strumenti a fiato: flauti, oboi, clarinetti, fagotti e corni, sempre in coppia.

La trama è nota: il ricco e attempato Uberto ha al suo servizio la giovane e furba Serpina che, con il suo carattere prepotente, approfitta della bontà del suo padrone. Uberto, per darle una lezione, le dice di voler prendere moglie: Serpina gli chiede di sposarla, ma lui, anche se è molto interessato, rifiuta. Per farlo ingelosire Serpina gli dice di aver trovato marito, un certo capitan Tempesta, che in realtà è l’altro servo, Vespone, travestito da soldato. Serpina chiede a Uberto una dote di 4000 scudi, ma egli, pur di non pagare, sposerà Serpina, la quale da serva diventa finalmente padrona.

«La condotta stilistica è ovviamente diversa da quella del lontano precedente pergolesiano; il segno nervoso di Pergolesi cede il passo a una cantabilità facile e distesa, a un fraseggio più ampio e simmetrico. Lo scarto stilistico è evidente anche nei confronti della prima maniera paisielliana, poiché di fronte al pubblico della corte imperiale il musicista rinuncia a una comicità eccessivamente chiassosa e caricata, a quel carattere “trop napolitain” che gli era stato attribuito da Galiani in una lettera a Madame d’Epanay del 1773. Le baruffe dei due personaggi sono perciò finemente stilizzate; nella figura di Serpina la sensualità prevale sull’aggressività pergolesiana, trovando piena espressione nel brano più esteso dell’opera, la già citata aria (“Donne vaghe”), in forma di rondò: uno dei pezzi dell’opera buffa italiana che maggiormente tradisce la comunanza di linguaggio con Mozart». (Francesco Blanchetti)

Con un lungo e abbastanza inutile prologo e un congedo scritti da Piero Rattalino, nell’aprile 2004 al teatro Sangiorgi di Catania viene messo in scena questo intermezzo di raro ascolto. L’orchestra del Teatro Massimo Bellini è diretta da Marco Zuccarini con risultati modesti. Tiziano Bracci e Gabriella Colecchia sono i due interpreti, Uberto vocalmente meglio di Serpina, mentre un Vespone anche troppo invadente è quello di Gianni Salvo, che è anche regista.

Allestimento volenteroso e ripresa poco più che amatoriale per una curiosità che aggiunge un altro piccolo tassello alla nostra conoscenza del Settecento musicale italiano.

Lucio Silla

Wolfgang Amadeus Mozart, Lucio Silla

★★☆☆☆

Bruxelles, 9 novembre 2017

(video streaming)

Dopo le scimmie i vampiri: il Mozart splatter di Tobias Kratzer

Immagini di Kennedy, Putin, Trump, ostriche, Rolls-Royce, fotogrammi del Nerone di Peter Ustinov e del Dittatore di Chaplin, lusso, potere e sangue accompagnano l’esecuzione dell’ouverture. Quando di alza il sipario vediamo il recinto di una villa modernista che occupa la scena in tutta la sua larghezza. È pattugliato da un cane lupo che si dimostra però del tutto inoffensivo in quanto ascolta senza scomporsi l’aria di Cecilio con tutte le sue colorature. Una grande vetrata dà sul primo piano dell’edificio montato sulla solita piattaforma rotante mentre nel secondo atto siamo di fronte agli innumerevoli monitor della videosorveglianza che trasmettono le immagini di Giunia nella sua camera da letto.

L’atmosfera da Twilight, il coro di morti viventi, il Silla vampiro che non crepa neppure se gli si spara alla distanza di un metro e che azzanna il collo di Giunia e ne lecca il sangue, sono tutti elementi che forse attireranno un pubblico di teenager appassionati di cinema splatter, ma che con Mozart e il suo Lucio Silla c’entrano ben poco. La banale attualizzazione a tutti i costi mostra la corda in questa lettura di Tobias Kratzer (il regista che ha ambientato l’Italiana in Algeri su Il pianeta delle scimmie) e la sua insistenza su sangue e lame assortite sfocia ampiamente nel ridicolo. La scena di stupro di Giunia da parte di Silla ci è risparmiata dal vivo ma ci viene presentata in uno dei video che l’uomo continua a visionare morbosamente, video che vengono proiettati sulle vetrate trasformate in schermo cinematografico.

Con Antonello Manacorda le cose musicalmente vanno meglio, ma dobbiamo accontentarci di un Lucio Silla dalle arie e da intere scene tagliate quando non sostituite, i recitativi impietosamente scorciati e i da capo talora omessi.

Come Giunia Lenneke Ruiten riscatta la prestazione non ottimale della Scala di due anni fa, ma la voce continua ad avere una certa acidità. Sfido però chiunque a dare il meglio di sé in un’aria come «Ah, se il crudel periglio» cantata mentre l’interprete si rade le gambe, insulsa occasione per far scorrere altro sangue. Il Silla di Jeremy Ovenden, che si cambia in continuazione la camicia, ha voce molto leggera e un porgere troppo elegante e fatuo per il personaggio del dittatore.  Anna Bonitatibus, nel ruolo di Cecilio che fu del castrato Rauzzini e in un travestimento incomprensibile da adolescente trasandato, è specialista del periodo barocco e si sente, ma il vibrato è al limite della sopportabilità. Cinna particolarmente introverso è quello di Simona Šaturová mentre Ilse Eeren, la medesima Celia di Parigi, è un’inquietante adolescente dalla psiche turbata che non si stacca mai dalla sua casa di bambole. La particolare vocalità di Carlo Allemano per una volta è congeniale al ruolo del perfido consiliere Aufidio, qui in livrea da vampiro settecentesco.

Nel finale Cecilio offre per amore il collo alla Giunia vampirizzata in una atmosfera da Notte dei morti viventi prima della conversione inverosimile del tiranno che viene arrestato dalla polizia mentre il coro fuori scena esulta e il cane lupo per l’ultima volta attraversa il palcoscenico.

Da trentadue anni mancava quest’opera di Mozart dalle scene de La Monnaie, l’ultima volta fu quella di Chéreau e il ricordo è ancora più doloroso.

 

Die Zauberflöte

Wolfgang Amadeus Mozart, Die Zauberflöte

★★☆☆☆

Parigi, 8 novembre 2017

Komische Oper e Opéra Comique per un Flauto quasi solo da vedere

Se nella mise-en-espace della Leonore di Beethoven ieri alla Philharmonie René Jacobs aveva accorciato e ritradotto i dialoghi parlati, qui in questa particolare versione del Flauto magico all’Opéra Comique i dialoghi sono del tutto mancanti e sostituiti da didascalie, come nei film muti.

E al cinema muto (quello di Méliès ma soprattutto quello espressionista tedesco) e all’illustrazione (evidenti i rimandi a Edward Gorey, ma anche a Rube Goldberg e a certi fumetti surrealisti) si ispira il progetto del gruppo d’animazione “1927” con la regia di Suzanne Andrade e di Barrie Kosky, quest’ultimo direttore della Komische Oper, per questo Zauberflöte che ha nelle animazioni di Paul Barritt il suo interesse principale. Nato a Berlino nel 2012 e dopo essere passato per varie città europee (sarà al Costanzi di Roma tra un anno) lo spettacolo ora è approdata alla Salle Favart di Parigi. Con il connubio di spettacolo dal vivo e di video questo è anche il primo lavoro operistico del collettivo londinese che ha preso il nome dall’anno dell’introduzione del sonoro nel cinema.

Nel ricreare per il nuovo pubblico dei giovanissimi la più popolare opera tedesca, i dialoghi sono dunque rimossi e le arie sono inframmezzate da arpeggi e accordi al fortepiano basati su due fantasie per pianoforte di Mozart. In scena non esistono profondità e tridimensionalità: su uno schermo bianco vengono proiettate immagini in movimento con le quali si integrano perfettamente gli interpreti, che in ciò dimostrano una superlativa abilità.

Purtroppo non si può dire parimenti dell’aspetto musicale, non tanto per la conduzione di Kevin John Edusei, corretta ma senza sfumature, dell’orchestra della Komische Oper qui messa in risalto dalla bellissima acustica del teatro parigino – che ha dimensioni perfette per questo tipo d’opera: il Flauto alla Bastille di due anni fa era risuonato in maniera del tutto diversa – quanto per la mediocre qualità degli interpreti vocali. Che la performance più apprezzata sia stata quella dei tre ragazzi del Tölzer Knabechor è tutto dire! La Pamina in stile Louise Brooks di Nadja Mchantaf è stata sostituita da una Vera-Lotte Böcker acidula e senza mezze voci. Al suo fianco un Tamino Buster Keaton tra i peggiori di quanti ascoltati finora in scena. Meglio il Papageno triste di Dominik Köninger, discutibile invece la Regina della Notte gigantesca aracnoide di Christina Poulitsi di cui si sono ascoltate le fredde acrobazie vocali. Simpaticamente funzionali le tre dame mentre il Sarastro barbuto di Wenwei Zhang avrebbe avuto bisogno dell’amplificazione anche quando presente in scena. Il Monostatos Nosferatu di Johannes Dunz ha anche lui evidenziato notevoli debolezze vocali. Si è dimostrato invece anche questa volta bravissimo come sempre l’Arnold Schönberg Chor che nel finale avanza davanti a un sipario nero e intona il canto in lode della ragione. È stato questo l’unico momento di vera emozione della serata.

La mancanza dei dialoghi e la caratterizzazione da cartone animato non hanno certo permesso una pur che minima definizione dei personaggi che qui sono figurine senza alcuno spessore psicologico. E anche la storia ha perso ogni connotazione massonica, psicanalitica, fantastica per ridursi a una fiaba un po’ gotica di cui si è ammirata la maestria dell’invenzione grafica e della sincronia dei movimenti.

Si è trattato di una festa per gli occhi apprezzata dai giovanissimi presenti in sala. Un risultato è stato comunque ottenuto.

Zémire et Azor

André-Modeste Grétry, Zémir et Azor

23 aprile 2014, Liegi

(video streaming)

La bella e la bestia

Fu su richiesta della regina Marie-Antoinette che la favola de La Belle et la Bête fu trasformata in musica, un’opéra-ballet in quattro atti che andò in scena il 9 novembre 1771 a Fointainebleau davanti alla corte e in seguito alla Comédie-Italienne a Parigi.

Il libretto di Jean-François Marmontel narra del vecchio mercante Sander che coglie una rosa nel giardino del terribile Azor per cui il mostro esige come risarcimento una delle sue tre figlie. Zémire, la più dolce delle tre, si sacrifica e piena di terrore si reca al palazzo di Azor. Poco per volta si lascia commuovere dal fondo di bontà dell’essere e questi la trasporta magicamente in famiglia con la promessa di ritornare poi da lui. Il padre la vuole dissuadere dal rientrare al palazzo, ma la costanza della giovane rompe l’incantesimo e Azor si presenta nella sua forma originale, quella di un giovane principe con cui Zémire vivrà felice e contenta.

La scrittura di Grétry è di grande eleganza e nei venti numeri musicali il compositore porta in scena un oriente favoloso ma civilizzato in chiave rococò. «Il progetto estetico di quest’opera si presenta estremamente complesso, collocato al crocevia di una serie di eterogenei influssi: il genere teatrale è debitore sia dell’opéra-comique (con dialoghi parlati), sia della comédie-ballet (con un balletto vero e proprio di fate e spiriti), mentre fa capolino un personaggio dell’opera comica, il basso buffo Ali. La raffinata e ricca scrittura orchestrale è invece tutta francese. Se l’ambientazione è fiabesca e immaginifica, non inferiore è l’attenzione di stampo illuministico-settecentesco alla psicologia dei personaggi (i cantanti ricoprono tutti ruoli umani, anche notevolmente tormentati e complessi, come quello di Azor). Non a caso Grétry scrisse nelle sue memorie del piacere provato nel cimentarsi con la verosimiglianza dei sentimenti di questo dramma». (Raffaele Mellace)

È in Belgio che più facilmente si può assistere a un’opera del belga Grétry, come avviene infatti qui all’Opéra Royal de Wallonie-Liège in questo allestimeno di Bernard Pisani espressamente indirizzato a un pubblico di bambini dove i recitativi sono sostituiti dalla voce di un narratore che collega i numeri musicali e la scena è vivacizzata dalla presenza di animali ballerini.

Guy Van Waas a capo dell’orchestra del teatro e sei interpreti volonterosi fanno parte della produzione di questa rara opera presentata a un vivace pubblico giovanile.

Le nozze di Figaro

Wolfgang Amadeus Mozart, Le nozze di Figaro

★★★★☆

Monaco, 28 ottobre 2017

(diretta video)

Gli incubi di Figaro

Come aveva già fatto Claus Guth nelle sue Nozze di Figaro a Salisburgo, anche Christof Loy qui alla Bayerische Staatsoper legge la commedia in chiave psicologica.

Mentre il direttore Costantinos Carydis snoda a velocità frenetica le note dell’ouverture, in scena appare un minuscolo teatrino di marionette che riproduce esattamente la sala del Nationaltheater di Monaco. Alle due marionette che rappresentano Figaro e Susanna in abiti moderni si aggiunge un gigante umano che sbuca nel teatrino ma subito ne viene espulso e si trova spaventato in quell’altro teatro, ben più pericoloso, che è il teatro del mondo.

La stanza rococo in cui si dipana la vicenda, con la sua alcova che riproduce un giardino, ha porte piccolissime in cui i personaggi fanno fatica a passare. Le stesse porte si ingrandiranno nel corso della rappresentazione fino a diventare gigantesche: come in Alice nel paese delle meraviglie questa folle journée è un incubo nella mente di Figaro, un incubo in cui i ruoli si sono scambiati e i burattinai sono diventati burattini: ognuno si illudeva di poter manipolare gli altri, ma così non è stato e i rapporti di potere tra le classi non sono mutati e il Conte, anche se momentaneamente umiliato, rimarrà tale mentre Figaro rimarrà servo.

Non solo dal punto di vista visivo è sorprendente questa produzione, lo è anche musicalmente: la frenesia di Carydis nell’ouverture la ritroviamo ancora in alcune arie, ma altrove invece il respiro dell’orchestra si allarga fino quasi a un silenzio sospeso che forma delle pause nei recitativi che, come nei dialoghi del Ratto dal serraglio dello stesso Loy, hanno un’intensità teatrale inusuale in questa commedia. I recitativi sono qui accompagnati da un fortepiano che spesso improvvisa e divaga fin quasi dentro le arie che gli strumenti d’epoca dell’orchestra del teatro propongono in una luce inedita che rende le immortali melodie mozartiane come ascoltate per la prima volta, e ci si chiede se un certo effetto timbrico sia sempre stato presente nella partitura o sia un’invenzione di Carydis – il fatto che questi abbia la stessa nazionalità di quell’altro direttore greco, l’imprevedibile ed eterodosso Teodor Currentzis, fa sorgere talvolta questo dubbio. Ma a un primo ascolto non sembra che sia stato aggiunto nulla di quanto non previsto, tranne… ma ci arriviamo dopo.

Nel cast vocale le due figure maschili di Figaro e del Conte sono affidate a due interpreti diversissimi. Per Alex Esposito non è la prima volta di Figaro, ma il cantante riesce ancora ad affinare la sua interpretazione con colori ed espressioni che raggiungono la perfezione. Non c’è frase nel suo «Se vuol ballare signor Contino» che si ripeta allo stesso modo, il tono è ora sibilante ora mellifluo ora minaccioso, il timbro sempre pieno, la presenza scenica semplicemente strepitosa, l’uso del corpo e le espressioni del viso da manuale. Completamente diverso il Conte di Christian Gerhaher. Il baritono tedesco non è il Conte fascinoso e seduttore portato in scena da Fischer-Dieskau, Gilfry, Hampson, Spagnoli, Finley o Keenlyside tra i tanti. Il suo è un Conte introverso, immalinconito, vendicativo, rancoroso e piuttosto che alla apparenza fisica affida a un canto tutto finezze la definizione del personaggio.

Vocalmente efficace ma tutt’altro che brillante, anzi spesso inquieta e turbata è Olga Kulchynska. La sua Susanna non dà l’idea che la relazione con Figaro possa durare molto. Fisicamente e vocalmente sontuosa è la Contessa di Federica Lombardi che ha destato i maggiori apprezzamenti del pubblico con il suo «Dove sono i bei momenti» tutto mezze voci e legati perfettamente realizzati e con variazioni intriganti. Timbro sgradevole invece quello del Cherubino di Solenn’ Lavanant-Linke la quale però ha giocato bene la carta della presenza scenica soprattutto quando delinea un Cherubino compiaciuto del suo ruolo di travestito. Molto bene il coro e gli altri comprimari, compreso il Basilio di Manuel Günther per il quale viene ripristinata l’aria «In quegl’anni in cui val poco».

Un po’ sprecato qui Paolo Bordogna come Don Bartolo, mentre da Anne Sofie von Otter ci saremmo aspettati una Marcellina dalla voce meno chioccia. Ma la cantante ci sorprende quando nel quarto atto invece de «Il capro e la capretta», per consolare Figaro, il figlio appena ritrovato, intona un lied di Mozart, Abendempfindung KV 523, questo sì impeccabilmente eseguito con accompagnamento del fortepiano. L’inaspettato canto – «Bald entflieht des Lebens bunte Szene. | und der Vorhang rollt herab. | Aus ist unser Spiel! Des Freundes Träne | fliesset schon auf unser Grab» (Presto trapassa la variopinta scena della vita e cala il sipario. È finita la nostra rappresentazione! Le lacrime dell’amico scorrono già sulla nostra tomba) – apporta un’ulteriore nota di mestizia alla lettura di questa “opera buffa”.

Don Giovanni

Wolfgang Amadeus Mozart, Don Giovanni

★★★☆☆

Venezia, 20 ottobre 2017

(video streaming)

La furia distruttrice di Don Giovanni

Damiano Michieletto aveva allestito al Festival Mozart de La Coruña del 2006 un Don Giovanni un po’ particolare: il Dissoluto punito ossia Don Giovanni Tenorio del catalano Ramón Carnicer i Batlle. Poi a partire dal 2010 aveva presentato alla Fenice la trilogia dapontiana il cui primo allestimento fu questo Don Giovanni d.o.c. ora riproposto a chiusura della stagione lirica 2016-2017 del teatro veneziano. La sua lettura è l’elemento più interessante di questa ripresa.

Michieletto propone un Don Giovanni alle prese con le sue passioni nevrotiche e le sue pulsioni violente che investono tutti gli altri personaggi i quali diventano fantocci nelle sue mani. Nessuna coppia sopravviverà, neanche quella dei popolani Masetto e Zerlina, meno che mai quella di Don Ottavio e Donna Anna, la quale neanche finge di sopportare l’inetto fidanzato. Tutti cadranno a terra come marionette a cui hanno tagliato i fili. Il caotico avvicendarsi delle scene – questa sì che è un’altra “folle journée” – porta all’orgia finale (come nel suo Dissoluto punito) e dove il Commendatore più che personaggio dell’altro mondo è la materializzazione delle ossessioni del libertino, probabilmente nei confronti della figura paterna, ossessioni che esorcizza con una frenetica attività, non solo sessuale.

La macchina claustrofobica che stritola Don Giovanni e compagni è qui resa mirabilmente dalla geniale scenografia di Paolo Fantin: una struttura girevole che forma i diversi ambienti settecenteschi di un palazzo labirintico che ha il marchio della decadenza negli specchi anneriti dalle candele e nelle pareti damascate in un color verde che dà un tono di umido e ammuffito ai muri che immaginiamo sorgere dalle acque dei canali veneziani. Anche i bellissimi costumi di Clara Teti sono sontuosi, ma lisi, come se avessero dovuto sopportare scontri fisici di tutti i generi. Completano la geniale messa in scena le luci radenti di Fabio Barettin che con le loro ombre sembrano raddoppiare i personaggi. Accuratissima come sempre nelle regie di Michieletto la cura attoriale e le mille trovate talora sorprendenti come la bella scena tra Leporello e Donna Elvira del primo atto, o il rapporto tra Zerlina e Masetto, o il ballo in casa di Don Giovanni reso come un lugubre gioco di mosca cieca dopo che tutte le candele sono state spente.

Anche la direzione di Stefano Montanari ha un che di nevrotico, con ritmi secchi e nervosi che si alternano a momenti di rilassato abbandono, ma comunque il mai ortodosso maestro riesce a mantenere un buon equilibrio tra le voci e la fossa dell’orchestra. La versione da lui scelta è quella originale di Praga con l’aggiunta delle due arie dalla versione viennese «Dalla sua pace» e «Mi tradì quell’alma ingrata», come è prassi comune.

Due diversi cast si alternano nelle recite. In quella del 20 ottobre Carmela Remigio come nel 2010 è Donna Elvira. Il temperamento della cantante bilancia in parte il timbro non felice e l’emissione a dir poco peculiare del suono. La sua ultima aria («Mi tradì quell’alma ingrata») è resa in maniera quasi espressionistica mentre tutta la struttura scenografica ruota vertiginosamente a rispecchiare il suo delirante smarrimento. Francesca Dotto ha una voce un po’ troppo leggera per Donna Anna, ma è comunque intensa e precisa nel fraseggio. Deliziosa la Zerlina mai leziosa di Giulia Semenzato. Nel reparto maschile il ruolo del titolo è affidato ad Alessandro Luongo talora dai fiati un po’ corti ma con dizione espressiva e ben calibrata, sempre fisicamente infaticabile. Omar Montanari è un Leporello penalizzato dalla balbuzie imposta al suo personaggio (ma Alex Esposito nell’edizione originale era ben altra cosa…) e un Masetto particolarmente giovanile ma brusco è quello di William Corrò. Non sempre a suo agio l’inamidato Don Ottavio di Antonio Poli, così come il Commendatore di Attila Jun, anche lui già presente nella prima edizione ma qui con la voce più traballante.

Il mondo della Luna

★★★☆☆

Il garbo di Goldoni, le preziosità di Haydn e un pizzico di noia

Intonato per la prima volta da Baldassarre Galuppi nel 1750, anche Paisiello nel 1774 aveva tratto dal testo di Carlo Goldoni una sua opera, Il credulo deluso, che poi avrebbe ripreso nel 1783 per una “festa teatrale comica” a San Pietroburgo, questa volta con il titolo originale Il mondo della Luna. Joseph Haydn scelse il medesimo libretto per una rappresentazione in occasione delle nozze del secondogenito del principe di Esterházy il 3 agosto 1777.

Questa di Haydn è l’intonazione più brillante, con una meticolosa cura dei recitativi accompagnati e un’orchestra che si diverte a imitare quanto avviene in scena – il “volo” di Buonafede come effetto dell’elisir o il canto degli uccelli nella scena pastorale del secondo atto – con una ricchezza inusuale di strumenti la cui potenza fonica viene dispiegata fin dalla sinfonia di apertura, che Haydn utilizzerà poi come primo tempo della sua sinfonia n° 63 in Do, con i legni e gli ottoni che si uniscono agli archi per l’esposizione del primo tema quasi a mo’ di fanfara. La lunghezza e complessità del finale secondo (437 battute) prelude all’analogo grandioso finale delle mozartiane Nozze di Figaro di nove anni dopo (ma là saranno ben 940!), tant’è che il terzo atto conclude la vicenda in appena un quarto d’ora.

Nell’ilare vicenda il citrullo Buonafede è portato a credere di andare sulla luna dove viene costretto, suo malgrado, a lasciar sposare le figlie con chi vogliono loro. «Goldoni compie, con il consueto garbo e con acuminata intelligenza, una puntuale critica a consuetudini e luoghi comuni della società: all’ignoranza (incarnata da Buonafede), alla falsità, alla superstizione, al potere, prospettando per converso una sorta di mondo ideale retto da un sovrano illuminato. Il testo, ricco di termini scientifici e [astrologici], riesce bene a evocare un’atmosfera di serenità ultraterrena, mentre non manca una vena di misoginia tipica del dramma giocoso (qui l’ironia verso le donne viene giustificata in quanto “va co’ la luna il lor pensiero”)». (Raffaele Mellace)

Tobias Moretti dopo Il commissario Rex dei telefilm aveva esordito come regista nel 2001 (un Don Giovanni a Bregenz) e prima di questo Mondo della Luna ha allestito la simpatica Finta giardiniera di Zurigo del 2006.

Qui al Theater an der Wien nel 2009 il risultato è molto meno convincente, con la solita ambientazione moderna ma senza ironia, costumi orribili e un palcoscenico riempito a caso con cantanti che non sanno come muoversi e allora rimangono in scena perché nessuno ha detto loro di uscire. Per di più sono latitanti le doti attoriali dell’interprete di Buonafede, un Dietrich Henschel refrattario all’umorismo oltre che vocalmente poco gradevole. Sul piano vocale le cose non vanno meglio con l’Ecclitico di Bernard Richter, di piacevole aspetto e spigliato, ma insopportabile nei recitativi mezzo parlati e dalla dizione improponibile. Ma il peggio lo dà, ahimè, il Markus Schäfer di Cecco, che assomma i difetti dei precedenti.

Si salva invece il reparto femminile, soprattutto con l’Ernesto di una Vivica Genaux in pantaloni dallo stile eccellente e dalle precise agilità, anche se messe poco alla prova dal suo breve ruolo. Bene anche la maliziosa Lisetta di Maite Beaumont neanche lei aiutata dalla regia. Di buon livello le due figlie di Buonafede, la Clarice di Christina Landshamer e la Flaminia di Anja Nina Bahrmann, cui Hydn regala due deliziose arie nel secondo atto – ma sono tutti “deliziosi” i numeri musicali di quest’opera, il problema è che rimangono isolati e non sviluppano il pathos teatrale di Mozart o la fluida comicità della scuola napoletana.

Per fortuna la partitura è nella mani di Nikolaus Harnoncourt e l’esecuzione è quasi integrale anche nei recitativi. Alla testa del suo Concentus Musicus Wien, il maestro è olimpico nei tempi (l’esecuzione sfiora le tre ore) e cesellatore di preziosità.

Il DVD ha i sottotitoli anche in italiano, due tracce audio e un bonus di quasi mezz’ora con una bella intervista al maestro Harnoncourt.

Die Zauberflöte

Wolfgang Amadeus Mozart, Die Zauberflöte

★★★★☆

Londra, 20 settembre 2017

(live streaming)

Con McVicar il Flauto incanta la vista e il cuore

La Royal Opera House ripropone per la sesta volta la gloriosa produzione del 2003 di David McVicar già presente in DVD dove è diretta da Sir Colin Davis con un trio di interpreti superlativi: Simon Keenlyside, Dorothea Röschmann e Diana Damrau (forse la miglior edizione video disponibile su disco).

McVicar fa il miracolo di creare un Flauto magico quasi inedito nella sua forza espressiva senza stravolgerne la drammaturgia e dimostra ancora una volta che un’opera può essere messa in scena in mille modi diversi: la sua regia, qui ripresa da Thomas Guthrie, è quanto di più distante ci sia dalle letture che hanno fatto di quest’opera Carsen o Michieletto, tanto per citare due esempi. Eppure, altrettanto emozionante.

Nel teatro di McVicar c’è la perfezione di una visione che non stravolge: qui c’è il serpente che minaccia Tamino («die listige Schlange»), ci sono i leoni del carro di Sarastro, i simboli massonici (la luna e il sole), tutti perfettamente realizzati e inseriti nelle scenografie ora solenni ora incantate di John MacFarlane (suoi anche i bellissimi costumi settecenteschi) immerse nelle luci magiche di Paule Constable. McVicar è talmente fedele al libretto che si può prendere alcune libertà, come Papagena che la prima volta non appare come una vecchia (da cui la battuta degli «achtzehn/achtzig Jahr und zwei Minuten») bensì come una peripatetica disinibita; o il fuoco e l’acqua delle prove dei due giovani, rappresentati da degli umani che si agitano come fiamme o boccheggiano come sommersi in un liquido.

Nella pur apparente “tradizione”, McVicar insinua però il tarlo di un’idea nuova, di una sfaccettatura cui non si era pensato. Qui si tratta della condizione femminile, definita molto precisamente dal libretto: «Die süßen Triebe mitzufühlen | Ist dann der Weiber erste Pflicht (Condividere i dolci desideri è poi il primo dovere di una donna) […] Ein Weib tut wenig, plaudert viel (una donna fa poco e chiacchiera molto) […] Ein Mann muß eure Herzen leiten, | Denn ohne ihn pflegt jedes Weib | Aus ihrem Wirkungskreis zu schreiten (Un uomo deve guidare i vostri cuori, poiché senza di lui suole ogni donna deviare dalla via che le è propria) […] Geschwätz, von Weibern nachgesagt (Chiacchiere, riportate da donne) […] [die Königin] ist ein Weib, hat Weibersinn! ([la Regina] è una donna, ha cervello da donna!)»…

Da questa misoginia McVicar si stacca con ironia: nello studio di Sarastro il maschietto studia un planetario, mentre la femminuccia agucchia sul ricamo, ma la sua Pamina ha uno spessore che manca a un Tamino di cartapesta in quanto in fondo è lei la vera eroina, colei che guida il principe attraverso le prove. È lei il motore dell’azione. Qui è interpretata dalla sensibile e tenera Slobhan Stagg. Mauro Peters non ha un timbro incantatore e i fiati sono un po’ corti, ma ha comunque disegnato un Tamino convincente. Sarastro ha in Mika Kares una statura imponente e una voce chiara, anche troppo per quando si inabissa nel registro cavernoso di «In diesen heil’gen Hallen».

Del Papageno di questa produzione si può dire che il bravissimo Roderick Williams non fa nulla per renderlo “piacione” (la simpatia se l’è giocata tutta quando ha strozzato il pennuto con cui aveva avuto una gag spassosa): il suo Papageno è un uomo pavido e prosaico e che non cerca di rubare la scena a tutti i costi, nondimeno Williams si dimostra uno stupendo attore ed esibisce una piacevole vocalità. Vivace la Papagena di Christina Gansch, che assieme al suo Papageno trasforma il loro letto in una nave traboccante di marmocchi di ambo i generi. Allo stremo delle sue possibilità vocali, Peter Bronder (contestato da parte del pubblico alla fine) ha perlomeno accentuato l’aspetto decrepito di questo Monostatos che, con la sua accolita, sembra uscito da un incubo di E.T.A. Hoffmann.

Su tutti si stacca la Regina della Notte più spettacolare degli ultimi anni: il soprano coloratura Sabine Devieilhe si dimostra una più che degna erede dell’indimenticabile Natalie Dessai di cui uguaglia la precisione delle agilità, la perfezione dei trilli, la luminosità degli acuti. Una lezione di canto ben compresa dal pubblico che ha tributato a lei gli applausi più fragorosi della serata. Efficaci si sono dimostrate anche le tre dame, come pure i tre genietti, qui ovviamente eccellenti voci bianche maschili.

Il tutto è stato concertato da Julia Jones con sensibilità ma anche fermezza, procedendo a tempi appropriati e con impasti timbrici ben calibrati.

Le fotografie della ROH si riferiscono a edizioni diverse della produzione

L’amant jaloux


★★★☆☆

La petite folle journée di Grétry

L’amant jaloux ou Les fausses apparences, presentata all’Opéra Royal del castello di Versailles il 20 novembre 1778, è una “comédie mêlée d’ariettes” in tre atti di Thomas Hales (o d’Hèle) su musica di André Grétry (1741-1813). È tra le meno famose del compositore belga (poi di nazionalità francese) il quale tra i titoli delle sue opere ha anche un Guillaume Tell, anche se le più conosciute sono Andromaque e Richard Coeur-de-Lion. Per tutta la seconda metà del Settecento Grétry fu il maestro indiscusso del genere opéra-comique – ne scriverà una quarantina. È recente la scoperta del manoscritto de L’Officier de fortune, opera del 1790 di cui si sapeva l’esistenza ma non si aveva la partitura.

Mozart aveva conosciuto Grétry a Ginevra nell’agosto 1766 quando decenne affrontava il viaggio di ritorno da Parigi. «Molte cose apprenderà Mozart da questo francese che aveva studiato cinque anni a Roma e mantenuto nelle sue composizioni l’influnza dello studio italiano» dice l’Albertini nel suo Mozart La vita Le opere. Da Ponte e Mozart sembra abbiano conosciuto L’amant jaloux e se ne siano ricordati per i concertati de Le nozze di Figaro. In effetti gli insiemi dell’opera di Grétry hanno una vivacità che ha un naturale sviluppo in quelli della “folle journée” e certe situazioni anticipano la vicenda di Beaumarchais/Da Ponte: anche qui c’è un geloso furente, un personaggio che si nasconde, un giardino di notte. Ma Da Ponte e Mozart sono un’altra cosa.

L’azione si svolge a Cadice: il ricco mercante Don Lopez non vuole che sua figlia Leonora, vedova, si risposi per dissipare il patrimonio, ma lei è innamorata del gelosissimo Alonzo. Isabella, sorella di Alonzo e amica di Leonora, è invece corteggiata dal tutore che viene cacciato dall’ufficiale francese Florival mentre Isabella si rifugia da Leonora. Il geloso Alonzo scambia la persona velata in un segreto amante di Leonora e ne segue una scenata in cui la ragazza si dichiara stufa della gelosia dell’uomo. In casa arriva intanto il francese Florival in cerca della donna misteriosa di cui si è innamorato. La serva Jacinte gli dice che la casa appartiene a Leonora e l’uomo crede che sia lei la donna che cerca. Alonzo sente la serenata che Florival canta alla donna amata ed esplode in un’altra scena di gelosia e i due uomini si confrontano di notte nel giardino ma sono sollevati dallo scoprire che non sono rivali. Un’eredità inattesa permetterà di celebrare in letizia i due matrimoni.

Un punto forte del compositore francese è la ricchezza dell’orchestrazione: fin dalle prime note dell’ouverture un dispiegamento inusuale di strumenti diversi determina l’aspetto timbrico della composizione dove spesso gli strumentini dialogano ironicamente con le voci. Anche il ritmo è trascinante già nella prima aria della vispa Jacinte, parente prossima delle furbe servette dell’opera buffa, più che della Susanna dapontiana. La fresca invenzione melodica identifica i vari personaggi come nella serenata «Tandis que tout sommeille» (che influenzerà forse l’andamento di «Rachel, quand du Seigneur” de La Juive di Halévy) che Florival canta alla persona sbagliata, uno dei pezzi musicali più conosciuti dell’opera e cavallo di battaglia, tra gli altri, di Roberto Alagna.

Prodotto dall’Opéra Comique, L’amant Jaloux nel 2009 è messo in scena nella stessa sede del debutto, appena uscita splendente da un lungo e sapiente restauro. Purtroppo nel DVD non si fa alcun cenno ai lavori e ai risultati. Peccato, un’occasione mancata.

La tentazione, trattandosi di una sede storica, di allestire una messa in scena “filologica” non sfugge al regista Pierre-Emmanuel Rousseau. E così è nei costumi e nelle scene dipinte, il tutto fatto con eleganza. Gli interpreti passano con disinvoltura dai dialoghi parlati ai numeri musicati anche se con una gesticolarità piuttosto manierata. I cantanti non sono supercelebri, ma validi: Vincent Billier, un Don Lopez forse fin troppo giovane per il ruolo di «viellard»; Magali Léger, Léonore dalle impervie agilità; Claire Debono un’Isabelle trepidante; Mariline Fallot la domestica Jacinte; Frédéric Antoun l’innamorato Florival; Brad Cooper è l’unico non di lingua francese e si sente.

Il direttore Jérémie Rhorer è perfettamente a suo agio in questo repertorio e con un’orchestra, le Cercle de l’Harmonie, che qui si rivela preziosa alleata alla sua arguta e precisa lettura.

Come si è detto niente extra nel disco e senza sottotitoli in italiano.