L’Olimpiade

 

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★★★★★

«Viva il figlio delinquente / perché in lui non sia punito / l’innocente genitor»

Che caldo la sera dell’8 settembre 2011 al Teatro Studio Valeria Moriconi di Jesi! Nel pubblico è tutto un farsi aria con i ventagli e i programmi. Lo spettacolo di Jesi seguiva di pochi mesi L’Olimpiade in quella a dir poco sconcertante revisione con inserimenti rap e jazz di Roberto de Simone al San Carlo di Napoli.

Qui su una passerella centrale a forma di croce l’ultima opera di Pergolesi viene diretta con competenza da Alessandro De Marchi che già ne aveva registrato l’edizione integrale. L’orchestra, l’Accademia Montis Regalis, occupa un braccio di questa croce e la particolare messa in scena di Italo Nunziata ha l’indubbio vantaggio di eliminare il diaframma della buca e avvicinare fisicamente interpreti e spettatori, i quali vedono così i cantanti a tutto tondo, e questi ultimi, finalmente, non sbirciano verso il direttore con enorme guadagno della verità scenica.

Ulteriore vantaggio è che in questa situazione neanche si nota la quasi mancanza di scene, ma è soprattutto l’architettura del luogo, una chiesa barocca con la sua pianta ellittica e le tribune sopraelevate, a fornire degna cornice alla vicenda.

Più di 60 compositori hanno messo in musica il testo del Metastasio da Caldara a Vivaldi a Hasse, da Leo a Scarlatti a Piccinni, da Paisiello a Cherubini a Pergolesi appunto, che per il carnevale del 1735 al teatro di Tor di Nona presenta la sua Olimpiade dedicata «all’illustrissima ed eccellentissima signora duchessa donna Ottavia Strozzi Corsini, pronipote della santità di nostro signore papa Clemente XII, felicemente regnante». Il musicista si era infatti rifugiato in quel periodo a Roma. La sua versione è considerata la più ispirata da molti, compreso Stendhal che le ha dedicato un’attenta e commossa analisi.

La sinfonia e cinque arie sono mutuate dall’Adriano in Siria, ma ciononostante l’Olimpiade ha una sua originalità musicale di gioiosa freschezza tesa a esaltare il binomio bellezza-gioventù presente nella poesia metastasiana.

La vicenda ha un che di assurdo ed è difficile riassumerla in poche parole. Aristea, figlia del re Clistene, viene promessa al vincitore dei giochi olimpici, benché sia innamorata di Megacle e da lui riamata. Alla mano di lei aspira Licida, creduto figlio del re di Creta, il quale, sapendo di non poter vincere le gare proposte, invoca a sostituirlo l’amico Megacle a cui un tempo ha salvato la vita. Megacle si trova però a Creta donde giunge appena in tempo per presentarsi alle gare e apprendere che il vincitore avrà in premio la mano di Aristea. Egli però combatterà ugualmente per l’amico rinunciando alla fanciulla amata. Frattanto Argene, dama cretese che si nasconde sotto abiti di pastorella, cui Licida aveva giurato amore, apprendendo che Megacle combatterà nell’Olimpiade sotto il nome e a favore di Licida, comprende che questi non l’ama. Aristea dal canto suo è stupita e angosciata nel vedere Megacle trionfante col nome di Licida. Dopo un drammatico colloquio nel quale cerca di persuadere Aristea ad accogliere Licida come sposo, Megacle la lascia, deciso a uccidersi. Disperata Aristea respinge aspramente Licida mentre Argene svela a Clistene la sostituzione di persona. Condannato all’esilio Licida furente cerca di uccidere il re, ma è arrestato e condannato a morte. E invano Megacle, che non ha potuto uccidersi, cerca di salvarlo. Quando la condanna sta per essere eseguita Argene, quale sposa promessa a Licida, invoca da Clistene di poterlo sostituire nell’espiazione della pena. Licida nega ch’ella gli sia stata promessa, ma la fanciulla mostra a prova un monile da lui avuto che Clistene riconosce come quello che pendeva al collo d’un suo figlio da lui fatto esporre alle onde del mare poiché era stato predetto che avrebbe attentato alla vita del padre. Avvenuto il riconoscimento che rivela Licida filgio di Clistene e fratello di Aristea, si preannunciano le nozze di Megacle con Aristea e di Licida con Argene.

Opportunamente accorciata (il libretto è di 1454 versi!) la rappresentazione raggiunge comunque le tre ore di musica ed è un susseguirsi di arie seducenti. Una per tutte, sia per l’andamento melodico che l’accompagnamento, l’ineffabile aria di Licida «Mentre dormi amor fomenti», forse la più bella pagina di Pergolesi – e pensare che ne ha scritte tante nella sua breve vita – che vi rimarrà appiccicata addosso per molto tempo dopo lo spettacolo. (*) Chissà se Nicola Piovani la conosce…

Interprete dell’aria è Jennifer Rivera, perfetta nel legato e nelle mezze voci, ma anche le altri interpreti femminili sono di ottimo livello e con eccellente dizione. Nel reparto reparto maschile Raúl Giménez, sebbene dal mezzo vocale un po’ affaticato, si dimostra buon stilista e pieno di regale dignità. Il bel tenore murciano Antonio Lozano non lascia invece il segno nella sua unica aria «Siam navi all’onde algenti», anche se è vero che le versioni di Hasse e soprattutto di Vivaldi di questo stesso testo sono nettamente superiori.

(*) E perché non ascoltare anche l’altrettanto bella versione di Vivaldi nell’interpretazione di Spinosi/Jaroussky o di Alessandrini/Mingardo?

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