Evgenij Onegin

Pëtr Il’ič Čajkovskij, Evgenij Onegin

★★★★☆

Vienna, Staatsoper, 28 maggio 2026

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Onegin secondo Černjakov: anatomia di un fallimento sentimentale

La storica regia di Dmitrij Černjakov trasforma Evgenij Onegin in un dramma psicologico claustrofobico, dove la società sostituisce il destino e l’amore fallisce per ritardo emotivo. Straordinaria Asmik Grigorian come Tat’jana, intensa e modernissima, sostenuta dalla direzione elegante di Timur Zangiev. Una lettura radicale, priva di romanticismo consolatorio, che rivela tutta la crudeltà nascosta del capolavoro di Čajkovskij.

Evgenij Onegin di Čajkovskij appartiene a quella ristretta categoria di opere che continuano a colpire non soltanto per la bellezza della musica, ma per la lucidità quasi spietata con cui osservano il comportamento umano. Al centro della vicenda non c’è infatti un eroe romantico travolto dal destino, bensì un uomo incapace di riconoscere l’amore quando lo incontra e pronto a desiderarlo solo quando è diventato irraggiungibile. È una tragedia costruita non sull’eccezionalità degli eventi, ma sul ritardo emotivo, sull’incapacità di capire il momento giusto. Ed è proprio questa dimensione, profondamente moderna, che la celebre produzione firmata da Dmitrij Černjakov per il Bol’šoj — nata ormai vent’anni fa, quando il regista non era ancora il nome di riferimento che sarebbe poi diventato nei maggiori teatri europei — porta alle estreme conseguenze.

Černjakov non si limita a mettere in scena Onegin: lo seziona, lo ricostruisce, lo trasforma in una sorta di esperimento sociale. Scompare completamente la Russia romantica fatta di campagne, stagioni e paesaggi interiori riflessi nella natura. Non esistono più i grandi quadri lirici tradizionali né l’idea di uno spazio aperto capace di dare respiro alla musica. Tutto accade in ambienti chiusi, domestici, borghesi o aristocratici, volutamente soffocanti. La società smette di essere semplice cornice narrativa e diventa il vero motore drammatico dell’opera.

È una scelta decisiva, perché sposta l’asse della tragedia. In questa lettura non sono il destino o il fato a distruggere i personaggi: è il peso continuo dello sguardo altrui. L’opera perde così il respiro del poema romantico e assume quello di un lungo dramma da camera. La festa, in particolare, diventa il centro nascosto dell’intera costruzione teatrale: non un momento di evasione o di brillantezza mondana, ma un dispositivo di controllo sociale. I personaggi non riescono mai davvero a incontrarsi nella libertà dell’emozione. Ogni gesto, ogni confessione, ogni esitazione avviene sotto la pressione costante di una comunità che osserva, giudica, interferisce.

In questo senso, il trasferimento di tutta l’azione “all’interno” rende esplicito qualcosa che in Čajkovskij era già presente in filigrana: il dramma nasce dalla società molto più che dal destino. La crudeltà dell’opera non sta nell’inevitabilità degli eventi, ma nella loro evitabilità. Ed è qui che la regia di Černjakov diventa particolarmente inquietante.

L’esempio più evidente è probabilmente il duello tra Onegin e Lenskij. Nella tradizione teatrale questo episodio rappresenta uno dei momenti simbolicamente più forti dell’opera: una scena sospesa tra fatalismo romantico, amicizia tradita e codice d’onore. Černjakov smonta completamente questa aura. Il duello perde ogni dimensione rituale o “mitica” e diventa un incidente nato da un conflitto gestito male, da una catena di comportamenti stupidi e impulsivi che nessuno riesce a fermare. La morte di Lenskij non appare come il compimento poetico di una tragedia, ma come qualcosa di banalmente evitabile.

È un cambiamento cruciale, perché sostituisce l’idea romantica del fato con quella, molto più scomoda, della responsabilità quotidiana. Nessuno è davvero innocente. Nessuno può rifugiarsi dietro il destino. Anche alcuni dettagli apparentemente minori confermano questa volontà di rilettura: basti pensare alla scelta di affidare a Lenskij i couplets di Monsieur Triquet o a quella di far riemergere il duetto tra Tat’jana e Ol’ga nel caos generale della festa, con un solo invitato che ascolta rapito le due ragazze mentre tutto intorno continua a muoversi indifferentemente.

Parallelamente, i personaggi vengono privati della loro dimensione archetipica e ripensati come figure profondamente psicologiche. Tat’jana non è più soltanto la giovane sensibile del romanzo in versi di Puškin, ma una donna che osserva il mondo circostante, ne assorbe i codici e finisce per trasformarsi completamente. La sua evoluzione nella seconda parte dell’opera non appare come una semplice maturazione romantica, ma come il risultato di una lenta interiorizzazione delle regole sociali.

Anche Onegin cambia radicalmente. Non è più soltanto il classico dandy cinico e disilluso, ma un individuo incapace di abitare davvero qualunque contesto umano. La sua freddezza iniziale non nasce dalla sicurezza, ma dal disadattamento; il suo rifiuto di Tat’jana non è lucidità, ma incapacità emotiva. E quando finalmente comprende ciò che ha perduto, la sua disperazione non assume il carattere della redenzione tragica: appare piuttosto come il sintomo di un ritardo insanabile.

La produzione viennese riprende integralmente questa impostazione e la rafforza attraverso un lavoro attoriale di precisione quasi ossessiva. Il celebre spazio unico dominato dal grande tavolo centrale diventa una metafora estremamente chiara: la società come superficie continua di negoziazione, scontro e controllo reciproco. Non esistono veri cambi di ambiente perché non esiste alcuna possibilità di fuga. Campagna, città, ballo, salotto aristocratico: tutto sembra appartenere allo stesso universo chiuso.

Ed è inevitabile, a questo punto, il confronto con le produzioni più tradizionali, come quelle storiche del Metropolitan Opera o di molte grandi messinscene russe. In quelle letture il mondo di Onegin mantiene una struttura narrativa più esterna e riconoscibile: la campagna, il ballo, il duello, San Pietroburgo sono luoghi distinti, ognuno con una precisa funzione drammatica e visiva. L’emozione passa anche attraverso la varietà scenica, e la musica di Čajkovskij può aprirsi con maggiore naturalezza al lirismo.

Nel teatro di Černjakov, invece, questa varietà viene volutamente compressa. Il rischio potrebbe essere quello di una certa uniformità visiva o persino di una freddezza emotiva. Eppure è proprio qui che la produzione trova la sua forza più autentica. Quella che inizialmente può sembrare distanza si trasforma progressivamente in una forma di prossimità quasi insostenibile. Non esiste più la distanza estetica che consente allo spettatore di contemplare la tragedia dall’esterno. Tutto accade troppo vicino, in uno spazio emotivamente saturo dal quale sembra impossibile uscire. Contribuiscono molto a questo risultato i costumi di Maria Danilova, eleganti ma privi di ogni nostalgia decorativa, e soprattutto il magnifico lavoro sulle luci di Gleb Filshtinsky, capace di trasformare lo spazio scenico in una continua zona di pressione psicologica.

Dal punto di vista musicale, un’impostazione simile produce inevitabilmente un effetto ambivalente. L’assenza di grandi aperture sceniche concentra l’attenzione sull’orchestra e sulle voci, amplificando la dimensione interiore della partitura. Allo stesso tempo, però, il lirismo di Čajkovskij entra continuamente in attrito con la durezza del dispositivo teatrale costruito dalla regia. Ed è proprio questa frizione a rendere il progetto così interessante: la musica sembra voler offrire conforto emotivo mentre la scena ne rivela la violenza nascosta. La produzione non illustra l’opera, la interroga costantemente.

A guidare musicalmente questo equilibrio delicatissimo è Timur Zangiev, autore di una direzione chiara, elegante e sempre controllata. Il suo approccio evita ogni enfasi spettacolare e privilegia invece una lettura intima, coerente con l’idea di Čajkovskij di definire Onegin come “scene liriche” piuttosto che come grande opera teatrale. Colpisce soprattutto la capacità di sospendere il tempo nei momenti centrali del dramma e l’attenzione continua all’equilibrio tra orchestra e palcoscenico.

Il vero fulcro del successo della produzione resta però Asmik Grigorian. La sua Tat’jana è una delle interpretazioni più impressionanti della scena contemporanea, forse addirittura definitiva per intensità drammatica, qualità vocale e precisione scenica. La recitazione è costruita su dettagli minimi ma continui, mentre il controllo dinamico della voce appare assoluto. Straordinaria soprattutto la trasformazione nella seconda parte, dove la ragazza di campagna lascia spazio a una figura aristocratica completamente diversa senza che si perda mai la memoria emotiva del personaggio iniziale.

La scena della lettera rappresenta il vertice dell’intera produzione. È il momento in cui musica, psicologia e regia raggiungono una perfetta unità. La Grigorian costruisce una Tat’jana che perde progressivamente il controllo di sé stessa, trasformando la scena in un’esperienza quasi mentale. Non si assiste semplicemente alla scrittura di una lettera d’amore: si entra dentro un processo psicologico in tempo reale, in una sospensione assoluta del tempo teatrale. È il punto in cui l’intero impianto registico di Černjakov trova la sua piena giustificazione.

Più positivo che entusiastico il giudizio su Boris Pinkhasovič. La voce è solida, ben proiettata e musicalmente affidabile, ma l’interpretazione manca talvolta di carisma, soprattutto nella prima parte dell’opera, dove il personaggio avrebbe bisogno di una presenza più incisiva e magnetica.

Di fortissimo impatto emotivo è invece il Lenskij di Bogdan Volkov. La sua celebre aria rappresenta uno dei momenti culminanti della serata, grazie a un’interpretazione immediata, vulnerabile e vocalmente sicura. È probabilmente uno dei personaggi più riusciti dell’intera produzione, anche perché riesce a mantenere una spontaneità umana che nel mondo costruito da Černjakov appare quasi disarmante.

Autorevole e misuratissimo il Gremin di Dmitrij Ulyanov, capace di dare all’“Aria della felicità coniugale” una nobiltà autentica, priva di ogni sentimentalismo eccessivo. Molto coerente, nel complesso, l’intero cast della Wiener Staatsoper, con l’ottima Elena Manistina nel ruolo di Larina, Daria Suškova come Ol’ga, Elena Zaremba nei panni della njanja Filippevna e Dan Paul Dumitrescu come Zareckij.

Alla fine, ciò che emerge da questa lettura è un Onegin radicalmente privo di consolazione romantica. Non esiste destino, non esiste fatalità poetica, non esiste nemmeno una vera redenzione. Esiste soltanto il tempo che passa e rende irreparabile ciò che avrebbe potuto essere diverso. Ed è forse proprio questa la lezione più dura, ma anche più moderna, della produzione di Černjakov: l’amore non fallisce per sfortuna. Fallisce per ritardo.

Per pochi giorni ancora la ripresa in diretta dello spettacolo è disponibile sul sito del teatro.