Mese: agosto 2018

Ricciardo e Zoraide

Gioachino Rossini, Ricciardo e Zoraide

★★★☆☆

Pesaro, Adriatic Arena, 11 agosto 2018

(ripresa televisiva)

Tre tenori, zero idee

Se nel 1990 in occasione dell’unica ripresa al Rossini Opera Festival di Pesaro dopo il debutto nel 1818, Michelangelo Zurletti lamentava la «scarsissima presenza di numeri belli» nel Ricciardo e Zoraide di Rossini, ma ne lodava l’allestimento (firmato da Luca Ronconi e Gae Aulenti) definendolo «di gran pregio», cosa dire dell’attuale produzione del ROF a due secoli esatti dalla prima? Che la parte visiva è quella che più lascia sconcertati.

Il libretto di Francesco Berio di Salsa, tratto da un “poema eroicomico” di un secolo prima, non rende facile la comprensione della trama – «O quai vicende s’affollano in un punto» dirà infatti Zomira – e suggerisce al compositore uno schema di opera seria che avrà miglior risultato nella successiva Ermione. Particolarità di questo lavoro è l’utilizzo della musica fuori scena, effetto usato per la prima volta da Rossini. Dopo la sinfonia ritornerà anche nel quadro della prigionia di Zoraide in un curioso dialogo con il coro fuori scena che rimprovera la poveretta senza pietà: «Per tua colpa omai dal trono | Sei discesa in questo loco; | Spegni in te l’impuro foco | E fia spento ogni dolor».

Questo della prigionia non è l’unico momento in cui della Zoraide di Pretty Yende si ammirano le doti vocali – un notevole volume di voce, acuti luminosi, agilità precise e gustose variazioni nelle riprese. Una certa freddezza all’inizio viene spazzata via dalla passione con cui il soprano sudafricano affronta il duetto con Zomira, poi il terzetto con Agorante, ma soprattutto il duetto con Ricciardo. Il quale Ricciardo trova in Juan Diego Flórez, al suo debutto nella parte, l’interprete ideale. Ritornato a un ruolo prettamente belcantistico dopo aver spaziato ultimamente in Gluck, Offenbach, Verdi, il tenore peruviano conferma la classe della sua vocalità che nel frattempo si è irrobustita di un accento quasi eroico, ferme restando la grande espressività e l’eleganza dei suoi recitativi in cui ogni singola parola trova il giusto peso e colore.

Il rivale Agorante, un ruolo da baritenore con escursioni dal do grave al do acuto, ha in Sergey Romanovsky figura aitante e sicura. Il cantante russo esprime il meglio di sé non tanto nei recitativi, quanto nei passaggi d’agilità dove ha dato ottima prova. Anche per lui è un’impresa impossibile dare una parvenza di plausibilià a un personaggio in continuo ondeggiamento psicologico. Il registro grave femminile caratterizza la parte di Zomira, la sposa trascurata e vendicativa, qui una Victoria Yarovaya molto espressiva e che rende con efficacia la non facile aria di sorbetto «Più non sente quest’alma dolente | che la brama di giusta vendetta» del secondo atto. Quasi un deus ex machina è il personaggio di Ircano, la cui breve parte viene affidata a un Nicola Ulivieri in gran forma. Terzo tenore è Ernesto, i cui interventi dalla notevole estensione vengono affidati al giovane e talentuoso Xabier Anduaga che in soli due anni è passato dall’Accademia Rossiniana al palco prestigioso dell’Arena ROF. Ottimi gli altri comprimari e il coro del Teatro Ventidio Basso, compatto e intonato.

I toni scuri dell’estesa sinfonia giocata tra orchestra in buca, quella Sinfonica Nazionale della RAI al suo debutto qui a Pesaro, e banda fuori scena, sono stesi con maestria da Giacomo Sagripanti e la sua mano competente si fa notare nei tanti numeri d’insieme di questo lavoro che assegna una sola aria solistica ai singoli personaggi della storia. La meno fortunata delle opere napoletane di Rossini trova qui il giusto equilibrio di colori e suoni, peccato che manchi una drammaturgia condivisa tra direzione orchestrale e regia.

Sulla lettura di Marshall Pynkoski si propenderebbe a considerare il suo intervento come una ironica presa in giro dell’opera seria ottocentesca, perché non si spiegherebbero in tal modo i gesti convenzionali imposti ai cantanti, le accademiche coreografie della moglie Jeannette Lajeunesse Zingg (sic), il trito espediente della passerella su cui si avventurano i protagonisti negli assoli e nei concertati, i numerosi momenti al limite del ridicolo involontario (?) come la luna piena per il duetto di Ricciardo e Zoraide o il cielo stellato del finale. Ma l’operazione non convince e se si vanno a guardare altri interventi del regista ex-coreografo – come il suo Persée a Toronto o il Lucio Silla alla Scala – si capisce che quella è la sua solita chiave di lettura, oscillante tra kitsch, camp, accademia e rassicurante convenzionalità. Analoga è la confusa babele di costumi disegnati da Michael Gianfrancesco: tinte pastello per gli impeccabili ballerini impegnati negli stucchevoli e invadenti passi di danza, rossa toga cardinalizia (!) per Ernesto, costume da domatore di circo per Agorante, folclore balcanico per il travestimento di Ricciardo, abiti da damine settecentesche per le donne. Per non parlare dell’armatura di Ircano, dei marinaretti sbandieratori e delle solite brache attillate in velluto per gli uomini – le stesse utilizzate nell’allestimento dell’opera di Lully.

I movimenti dei cantanti sono moine da parodia del Settecento, roteare di gonne e inginocchiamenti con la mano sul cuore, il coro viene schierato a gambe larghe in ranghi simmetrici o seduto per terra a fare tappezzeria e a completare il tutto la piatta e oleografica scenografia dipinta di Gerard Gauci in cui con tanta buona volontà qualcuno ha visto un richiamo ai colori dei pittori orientalisti, ma senza averne la profondità.

Se si trattava di una parodistica caricatura bisognava spingere il coraggio più in là e utilizzare una qualche idea, qui del tutto latitante. Alla fine il pubblico non sembra decidersi tra lo sconcerto e la rassicurante convenzionalità dell’allestimento. Come nel film The Producers di Mel Brooks, non sa se ridere o inorridire.

Nessun dubbio invece per gli interpreti, tutti unanimamente e calorosamente festeggiati.

 

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TEATRO SALVINI

Teatro Salvini

Pieve di Teco (1834)

50 posti

Perché inserire in un elenco che comprende il Teatro alla Scala e il Metropolitan un teatrino di una cinquantina di posti di una cittadina di 1300 abitanti dell’entroterra savonese? Per dimostrare la cultura diffusa dello spettacolo nell’Italia del passato ed evidenziare un esempio di virtuoso recupero di questo patrimonio. Fin dal Settecento a Pieve di Teco si ha notizia di occasioni di intrattenimento musicale e teatrale. Dopo la ventata laica dell’era napoleonica, parte della popolazione chiede che la Chiesa della Ripa, già adibita a teatro prima del 1789, torni ad essere dedicata alla medesima attività, mentre la Confraternita di N.S. Assunta in Cielo si oppone vivacemente. Un decreto di Sua Maestà Reale conclude il dibattito proibendo la ricostruzione del teatro nella sede proposta. Nel 1834 Giuseppe Manfredi, esponente di una famiglia benestante, avanza al Consiglio Comunale, che la approva, la richiesta di concessione del fabbricato del forno della Roggia per costruire un teatro.

Così, sino agli anni Venti del XX secolo, il piccolo teatro di Pieve presenta spettacoli di diverso tipo, attraverso l’iniziativa privata ma anche grazie allo stesso Comune che si mantiene su posizioni di mecenatismo intelligente contribuendo ad arricchire il Salvini di importanti opportunità. Nel 1897 i Sibilla, nuovi proprietari, commissionano lavori di restauro e rifacimento della copertura dell’immobile; nello stesso periodo compare l’intitolazione all’attore Tommaso Salvini, uno dei miti teatrali dell’Ottocento. Ma la crisi demografica ed economica seguita alla Prima Guerra Mondiale spegne il fermento che aveva favorito la nascita e la crescita del Salvini: inizia la triste decadenza del teatro, che si accompagna a quella generale di Pieve di Teco, e il Salvini è definitivamente chiuso. Nel 2004, con i lavori di recupero della struttura, la Provincia di Imperia sceglie di ribaltare il finale di una storia di decadenza culturale e di restituire questo piccolo gioiello al suo territorio, animandolo con una programmazione di rilievo, nonostante le dimensioni contenute.

Il teatro, giunto a noi molto degradato ma mantenuto nella sua configurazione originale, presentava una piccola platea rettangolare  su cui si affacciano un ordine di palchetti lignei ed il loggione. La pianta a U rispondeva a un bisogno di comunicazione dell’epoca, quando, essendo molto frequenti le feste danzanti, l’interazione fra il palcoscenico – pur di modeste dimensioni – i palchetti e la platea doveva essere necessariamente favorita. La facciata dipinta e le decorazioni dell’interno, ancorché molto degradate, mantengono la loro leggibilità. Dopo il restauro si è mantenuto il feeling particolare di questa struttura leggera e calda, dove l’impatto emozionale, confortato dalla sicurezza degli interventi recenti, è ancora ingigantito dall’armonioso rapporto fra scena e cavea e fra spettatore e spettatore.

GRAND THEATRE

Grand Theatre

Leeds (1878)

1550 posti

Il Grand Theatre di Leeds è stato progettato da James Robinson Watson, capo assistente dell’architetto George Corson, con sede a Leeds, e inaugurato il 18 novembre 1878. L’esterno è in una miscela di stili romanici e scozzesi e l’interno ha motivi gotici come i ventagli e i pilastri polistili.

Il teatro è sede di Opera North e ospita regolarmente il Northern Ballet,  produzioni itineranti, musical e spettacoli di prosa. L’edificio è stato chiuso nel maggio 2005 per un importante rinnovamento ed è stato riaperto nell’ottobre 2006 con una produzione del Rigoletto di Verdi. La platea è stata completamente rifatta, la buca orchestrale è stata ampliata, è stata installata l’aria condizionata e migliorate le strutture tecniche. Opera North ha ora un Opera Center a sud del teatro, accessibile tramite un ponte a livello stradale, che comprende due nuovi spazi per prove e uffici.

Trouble in Tahiti

 

Leonard Bernstein, Trouble in Tahiti

★★★☆☆

Leeds, Grand Theatre, 11 ottobre 2017

(streaming video)

Anni ’50: dalla satira alla nostalgia

In anticipo sulle celebrazioni dei cento anni della nascita di Leonard Bernstein (1918-1990), l’Opera North, la compagnia con sede a Leeds e propaggine della English National Opera, mette in scena la sua prima opera, Trouble in Tahiti, un breve atto unico formato da un preludio e sette scene su libretto proprio – l’unico caso in cui Bernstein sia stato l’autore sia della musica che delle parole.

Le intenzioni del compositore erano quelle di mettere alla berlina il sogno americano della middle class negli agglomerati suburbani del suo tempo, prendendo spunto da una coppia in crisi dopo dieci anni di matrimonio. Una metafora dell’incomunicabilità: pur di non dover affrontare i silenzi di una serata in cui non sanno più cosa dirsi, i coniugi fuggono la realtà chiudendosi in un cinematografo e lasciandosi trasportare dalle fasulle vicende romantiche proiettate sullo schermo.

Preludio – Un «never stop smiling» trio canta della vita perfetta a Suburbia, con le sue casette bianche e le famiglie felici e amorevoli.
Scena I – La vita reale contrasta molto con ciò che il Trio ha dipinto. Sam e Dinah stanno facendo colazione, alternando i litigi abituali alla nostalgia per l’amore passato. Dinah accusa Sam di avere una relazione con la sua segretaria, ma egli lo nega. Ricorda anche a Sam la recita scolastica del figlio Junior quel pomeriggio, ma per Sam il suo torneo di pallamano alla palestra è più importante. Dinah ha bisogno di soldi per pagare l’analista e aggiunge che anche Sam dovrebbe andarci. Entrambi sono d’accordo che questo non è il modo di vivere e decidono di discutere dei loro problemi relazionali la sera stessa. Entrambi chiedono l’un l’altro maggior gentilezza e pregano affinché il muro costruito tra loro possa essere abbattuto. Sam esce, in ritardo per il treno.
Scena II – In ufficio Sam gestisce affari al telefono e nega un prestito a un certo Mr. Partridge. Il coro ne loda in senso per gli affari. Poi arriva una chiamata da Bill, e Sam è lieto di prestargli denaro. Non è una combinazione che Bill partecipi al torneo di pallamano con Sam. Il coro ne commenta la generosità.
Scena III – Nell’ufficio dell’analista, Dinah ricorda un suo sogno in cui si era trovata in un giardino abbandonato all’incuria da cui non poteva uscire fino a che una voce non l’ha chiamata: «There is a garden, come with me, come with me. A shining garden, come and see, come and see. There love will teach us harmony and grace, harmony and grace. Then love will lead us to a quiet place» (C’è un giardino, vieni con me, vieni con me. Un giardino splendente, vieni a vedere, vieni a vedere. Lì l’amore ci insegnerà l’armonia e la grazia, l’armonia e la grazia. Allora l’amore ci condurrà in un posto tranquillo). Nell’ufficio Sam chiede alla segretaria se le sembra che egli le abbia mai fatto delle avance. Alla risposta positiva afferma che è stato un incidente e che deve dimenticare quanto è successo.
Scena IV – Sam e Dinah si incontrano per caso per strada. Piuttosto che pranzare l’uno con l’altro, entrambi inventano menzogne ​​su impegni immaginari. Poi riflettono sulla strada confusa e dolorosa che il loro rapporto ha preso e anelano alla felicità perduta.
Interludio – All’interno della casa, il Trio canta della bella vita di Suburbia, descrivendo il sogno americano.
Scena V – In palestra, Sam ha appena vinto il torneo di pallamano. Canta trionfalmente sulla natura degli uomini: alcuni provano con tutte le loro forze per salire in cima, ma non vinceranno mai, mentre altri, come lui, nascono vincitori e avranno sempre successo.
Scena VI – In un negozio di cappelli, Dinah racconta a una persona non identificata del film d’amore “Trouble in Tahiti” che ha appena visto al cinema. All’inizio lei critica il film come una stupidaggine in technicolor, ma mentre racconta la storia con la sua canzone “Island Magic”, cantata ora dal Trio, viene presa dalla fantasia di una evasione d’amore. Tornando all’improvviso a sé stessa
corre a preparare la cena per Sam.
Scena VII – Mentre torna a casa, Sam intona un’altra legge degli uomini: anche il vincitore deve pagare a caro prezzo quello che ottiene. Il Trio canta di beatitudine domestica a Suburbia. Dopo cena, Dinah lavora a maglia e Sam legge il giornale. Sam decide che è giunto il momento della loro discussione, ma Sam non non sa da dove cominciare. Dà la colpa a Dinah per le interruzioni, ma lei non ha detto nulla. Nell’unico dialogo parlato nell’opera, Sam chiede a Dinah della recita di Junior; ma neanche lei ci è andata, come sappiamo. Sam suggerisce di andare al cinema, di vedere un nuovo film su Tahiti. Mentre escono, entrambi cercano a lungo in silenzio se è possibile riscoprire l’amore l’uno per l’altro. Per il momento optano per quell’altra magia, «the bought-and-paid-for magic» del grande schermo. Il Trio fa il suo ultimo commento ironico, riprendendo il titolo della canzone del film.

Presentato il 12 giugno 1952 nel campus della Brandeis University di Waltham, MA, davanti a tremila persone, due mesi dopo, con il finale modificato, fu eseguito a Tanglewood e a novembre, con ulteriori modifiche, fu trasmesso in televisione dalla NBC Opera Theatre e poi messo in scena dalla New York City Opera nel 1958. Fino al 1973 Lenny non lo volle più eseguire se non per una produzione della London Weekend Television.

«Trouble in Tahiti dura solo quaranta minuti. È breve, ma è un’opera nel senso che è tutta cantata dall’inizio alla fine, eccetto un piccolo dialogo volutamente parlato. […] Era una sfida che avevo lanciato a me stesso: vedere se la espressione vernacolare americana – vuoi musicale vuoi linguistica – potessere essere utilizzata in qualcosa che si potesse chiamare opera senza però avere l’artificiosità dell’opera convenzionale» scrisse a suo tempo Bernstein. «Le radici di Trouble in Tahiti sono nel musical americano, non c’è dubbio, per questo non ho cercato di evitare il modello alla Jerome Kern o Gershwin. Quello che ho evitato di certo sono gli stilemi dell’opera italiana o tedesca tradizionale». E questo è evidente: i songs e l’unico duetto sono tipici del teatro musicale americano e l’orchestrazione ha sapori e colori jazzistici.

A causa della sua brevità nel 1983 il lavoro fu inglobato in un sequel come un lungo flashback e così è stato rappresentato col titolo A Quiet Place alla Scala nel 1984 diretto da John Mauceri.

Questa produzione di Leeds propone invece il lavoro originale con due soli interpreti e un trio swing di vocalist.

Nella messa in scena di Matthew Eberhardt l’atmosfera anni ’50 è ottenuta con la semplice ma efficace ambientazione di Charles Edwards e George Leigh e dei congrui costumi di Hanna Clark. La regia soddisfa pienamente le richieste espresse a suo tempo dall’autore: semplicità di esecuzione, chiarezza di espressione, agili movimenti scenici e mancanza di pause per i cambi di scena. L’unica cosa che si può imputare a questa lettura è una certa mancanza di criticità nei confronti di un lavoro di quasi settant’anni fa.

Gli interpreti di Sam (Quirijin de Lang, baritono olandese) e Dinah (Wallis Giunta, mezzosoprano canadese) hanno le facce giuste per interpretare i coniugi in crisi. Soprattutto la moglie è scenicamente convincente e sfoggia una bella voce lirica. La direzione di Tobias Ringborg esalta i toni jazz di un’orchestra dominata dai fiati.

Se nel 1984 Angelo Foletto a proposito della produzione scaligera parlava di «incubo del sogno americano», dopo altri trentaquattro anni è cambiata ancora la nostra visione: sarà facile ridere di quell’epoca ingenua, ma non è possibile non provare una certa nostalgia per quei semplici valori e quel modo di vivere rispetto a quelli del nostro tempo.

La dama di picche

Pëtr Il’ič Čajkovskij, La dama di picche

★★★☆☆

Salisburgo, Großes Festspielhaus, 16 agosto 2018

(streaming video)

Tre carte e la morte

Nel libretto de La dama di picche il fratello di Čajkovskij, Modest, aggiunge una storia d’amore che manca nella vicenda di Puškin. Nel racconto originale  Hermann, un giovane ufficiale del Genio, pur essendo estremamente attratto dal gioco d’azzardo, non osa praticarlo fino a che la sua lucidità non viene sconvolta dal racconto del suo commilitone Tomskij che gli riferisce dell’aneddoto riguardante il passato di sua nonna, una nobildonna ormai decrepita, un tempo giocatrice appassionata. Secondo il racconto di Tomskij la donna sarebbe in possesso del segreto per vincere al gioco, segreto che custodisce gelosamente. La storia della vecchia contessa impressiona profondamente Hermann, che da quel momento sarà ossessionato dal desiderio di conoscere il segreto. Seducendone la giovane dama di compagnia, riesce ad introdursi nella stanza della contessa, e la implora di svelargli le tre carte. Terribilmente spaventata, la contessa muore sul colpo, lasciando Hermann senza risposta e in preda all’ossessione. Dopo aver assistito al funerale dell’anziana donna, Hermann rincasa e cade in un sonno profondo dal quale si sveglia bruscamente. Un rumore gli annuncia l’ingresso di qualcuno che si rivela essere il fantasma della contessa la quale promette ad Hermann di farlo vincere al gioco grazie a tre carte: il tre, il sette e l’asso. Quando Hermann ha finalmente occasione di giocare, le parole della contessa sembrano rivelarsi profetiche: il tre lo fa vincere e così il sette, ma come terza carta, invece dell’asso vincente, Hermann si ritrova una donna di picche nella quale crede di riconoscere il volto beffardo della contessa. La delusione porta Hermann alla follia.

La dama di compagnia della contessa qui ha un ruolo molto più importante nella trasposizione di Čajkovskij che debutta nel 1890 e che arriva dopo quella di Halévy del 1850 e di von Suppé del 1865. «Ben poco del testo puskiniano è rimasto nella versione dei fratelli Cajkovskij: nel racconto Hermann non è innamorato di Lisa, e finge di corteggiarla per poter avere accesso alla contessa; Lisa è la pupilla, non la nipote della contessa, e non si suicida bensì va sposa, al termine della vicenda, a un simpatico impiegato; nemmeno Hermann si suicida, ma finisce in manicomio e continua a borbottare «Tre, sette, asso; tre, sette, donna». Puskin non ha scritto una vicenda di passione e di morte, come risulta essere l’opera cajkovskiana, ma l’inquietante storia di un’ossessione, di un’idea fissa. Al centro dell’opera di Cajkovskij c’è invece la travolgente passione di Hermann per Lisa, che diventa appunto la nipote della contessa ed è felicemente fidanzata con il principe Yeletskij, personaggio nuovo, assente nel racconto. Hermann diventa così ‘l’uomo del destino’ sia per Lisa che viene travolta dalla sua passione sia per la contessa, che sente in lui, nel suo sguardo di fuoco, una volontà malefica e distruttiva». (Fausto Malcovati)

Oltre ai grandi leitmotive dell’opera (le tre carte, l’amore e il destino), molte sono nella partitura le affinità musicali con le ultime sinfonie, la Quinta e la Sesta. Ci sono poi espliciti imprestiti e richiami: «a Carmen (opera amatissima da Cajkovskij) si rifanno il coro dei bambini-soldati della prima scena e l’ultima aria di Hermann nel terzo atto. Una serie di citazioni è tutta la scena del ballo: qualche eco mozartiana (dal Quintetto in do minore KV 406) nel duetto dei pastori, mentre il tema del minuetto viene da un coro del Figlio rivale di Bortnjanskij; l’arrivo dell’imperatrice è accompagnato dall’inno ‘Tuoni di vittoria’ di Kozlovskij, scritto nel 1791 per una vittoria militare di Caterina. Anche nell’aria della contessa c’è una celebre citazione: “Je crains de lui parler la nuit” proviene dal Richard coeur de Lion di Grétry». (Fausto Malcovati)

La musica de La dama di picche trova nel lèttone Mariss Jansons l’interprete ideale: la morbidezza dei violini, la dolcezza dei legni, i motivi appassionati sostenuti da viole e violoncelli rifulgono di sensualità con l’orchestra dei Wiener Philharmoniker qui a Salisburgo. Ed è l’incomparabile esecuzione musicale a dare unità di senso a quest’opera frammentata in molti quadri.

I momenti della messa in scena del 77enne regista tedesco si susseguono con più o meno efficacia, essendo due i più convincenti: la morte di Lisa che strappa la sua ombra e crolla a terra, e quella di Hermann che viene letteralmente inghiottito dal tavolo verde. L’ingresso della zarina, raffigurata da uno scheletro dalle braccia allungate, e la camminata di Hermann per le strade di San Pietroburgo mentre sullo sgondo vengono proiettate facciate di case in movimento non sono idee proprio originali e l’uso continuo di diversi nastri scorrevoli per far entrare coristi e mobili neppure. Il nero-grigio delle scenografie di Christian Schmidt lascia spazio al bianco abbagliente della stanza della contessa – che anche in punta di morte non disdegnerebbe le attenzioni del giovane che le chiede insistentemente delle tre carte – e alla cornice dorata dell’intermezzo pastorale. Ma sono gli stravaganti e continui cambi di costumi, disegnati da Reinhard von der Thannen, a rendere la produzione visualmente stravagante e oltremodo costosa.

Chi non cambia mai d’abito è Hermann, qui Brandon Jovanovich in uniforme rossa eternamente sbottonata sul petto villoso a dispetto delle intemperie baltiche che inducono i suoi commilitoni a indossare enormi pellicce nere. Il tenore americano ha una vocalità generosa, spesso spinge con forza negli acuti che alterna a mezze voci ben gestite, ma è la continua presenza scenica spesso sopra le righe a portare presto alla noia: smorfie e barcollamenti, rotolamenti per terra e gesti inconsulti non portano ad immedesimarci con lui e a commuoverci al suo dramma.

Più contenuta, al limite della freddezza, la prestazione di Evgenia Muraveva, Lisa vocalmente di gran classe. Più sanguigna la Polina del mezzosoprano Oksana Volkova. Il ruolo della Contessa, generalmente appaltato a glorie in fine carriera, è affidato qui alla 75enne Hanna Schwarz il cui flebile tono ha spinto sul patetico la sua prestazione. Sicuri ed efficaci i baritoni Igor Golovatenko (Yeletskij) e Vladislav Sulimskij (Tomskij) così come gli altri interpreti nelle parti secondarie.

 

Les mamelles de Tirésias

Francis Poulenc, Les mamelles de Tirésias

2000px-Flag_of_Italy.svg Qui la versione in italiano

Saint-Jean-Cap-Ferrat, Villa Ephrussi-Rothschild, 24 August 2018

Baby boom in the French Riviera

“Quelque part entre Monaco et Nice” (Somewhere between Monaco and Nice) writes Poulenc on the score of Les mamelles de Tirésias (The Breasts of Tiresias). Then, why not the stately pink villa that stands on top of the Cap Ferrat peninsula, halfway between the two sea resorts of the French Riviera?

The main hall, a sort of covered cloister in the building that belonged to Beatrice de Rothschild and the baron Maurice de Ephrussi, hosts the final performance of Azuriales Opera, devoted to “les talents de demain” (tomorrow’s talented artists), ten young singers who engaged in a singing competition and in two masterclasses before performing in Francis Poulenc’s first opera under Bryan Evans’ musical direction and in Alessandro Talevi’s staging.

The task of expressing Poulenc’s shining orchestration through the piano keys is brilliantly won by Bryan Evans: if not the timbres of the individual instruments, the colours and the fizzy and mellow themes of this surreal musical work are effectively rendered in the hands of the director and owner of Diva Opera, an English company that since 1997 presents works in chamber form. His experience is evident in the effectual conducting of the voices, for example in the final of the first act with that vocal quintet punctuated by the caustic comments of the “people of Zanzibar” or in the numerous animated scenes of this opera bouffe.

The title choice is well suited: eleven roles in which young performers can display their vocal skills and put their stage performances to the test. They have all passed a rigorous trial and possess a fairly good vocal quality. Maybe some voices have a dash of unripeness, while others are already prompt for even more demanding debuts. Here are all their names: Eliza Boom, soprano from New Zealand (Thérèse/Tirésias); Glenn Cunningham, tenor, United Kingdom (Lacouf); Lawrence Halksworth, baritone, United Kingdom (gendarme); Elmira Karakhanove, soprano, Russia (fortune-teller); Satrya Krisna, tenor, Indonesia (husband); Thembinkosi Magagula, soprano, South Africa (newsagent); Ema Nikolovska, mezzo-soprano, Macedonia (journalist); Chuma Sijeda, baritone, South Africa (Presto); Katie Stevenson, mezzo-soprano, United Kingdom (prologue, fat woman); Igor Yadrov, bass, Russia (bearded gentleman). No one is French-speaking, but the linguistic subtleties are well assimilated and satisfactorily delivered while the commitment is shared in equal measure. Perhaps it is in the women’s department that the most interesting voices can be found: one cannot but underline the vocal flair of Thérèse, the beautiful colour of the mezzo that lends her voice to the prologue and the nonchalant rendition of the fortune teller.

If the task of the musical director is not easy, that of Alessandro Talevi is equally difficult: he must employ his dramaturgical skills in an environment that is not very suitable to a stage performance. It is not the first time that the young director born in Johannesburg deals with such an exploit: the experience he made in this same location with Handel’s Il trionfo del Tempo e del Disinganno (which won him the European Opera-directing Prize in 2007) and Partenope in 2008, led to last night euphoric reaction.

With props limited to a few chairs, a small table and an ironing board (which also served as a delivery table for the forty thousand forty-nine newborns, not one more, not one less), the beaming outcome was achieved through the director’s expertise and the performers’ skill that made this surreal plot fully enjoyable. Apollinaire’s text was up to date in 1917 as well as thirty years later, at the debut of Poulenc’s opera, as it is now when humans, in some countries, are reluctant to generate children and where feminist demands are anything but resolved. The finale does not use metaphors to encourage the people, French or otherwise, to procreate: «Cher public, faites des enfants, | vous qui n’en faisiez guère, | vous qui n’en faisiez plus!» (Dear audience, make babies! You who scarcely have any, you who no longer make them!) and the gestures of the performers on stage, properly coupled after the confusion of sexes and roles that took place previously, leaves no doubt. And who knows, perhaps someone from the public, after the elegant dinner under the trees of Villa Ephrussi-Rothschild gardens following the performance, did comply with the inducement after returning home…

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photo © Les Azuriales Opéra 2018

Les mamelles de Tirésias

Francis Poulenc, Les mamelles de Tirésias

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Saint-Jean-Cap-Ferrat, Villa Ephrussi-Rothschild, 24 agosto 2018

Baby boom a Cap Ferrat

«Quelque part entre Monaco et Nice» scrive Poulenc sulla partitura di Les mamelles de Tirésias. Quindi, perché non la grande villa rosa che sorge sulla penisola di Cap Ferrat, a metà strada tra le due località della Costa Azzurra?

Il salone principale, una specie di chiostro coperto nell’edificio che fu proprietà di Béatrice de Rothschild e del barone Maurice de Ephrussi, ospita lo spettacolo conclusivo di Opéra Azuriales, dedicati quest’anno ai “talents de demain”, dieci giovani artisti che hanno partecipato a una competizione canora e a due masterclass prima di esibirsi nell’opera di Francis Poulenc con la direzione musicale di Bryan Evans e la mise en espace di Alessandro Talevi.

L’impresa di esprimere la cangiante orchestrazione di Poulenc con i soli tasti del pianoforte è brillantemente vinta da Bryan Evans: se non i timbri dei singoli strumenti, i colori e i temi frizzanti e suadenti di questo surreale lavoro sono resi con efficacia dalle mani del direttore e proprietario della Diva Opera, la compagnia inglese che dal 1997 presenta opere in forma cameristica. L’esperienza maturata è evidente nella efficiente concertazione delle voci, ad esempio nel folle finale del primo atto con quel quintetto di personaggi punteggiato dai caustici commenti del «popolo di Zanzibar» o nelle frequenti vivaci scene di questa deliziosa opéra bouffe.

La scelta del titolo è congeniale: undici ruoli in cui giovani interpreti possono esibire le loro doti vocali e mettere a prova quelle sceniche. Tutti hanno superato una selezione rigorosa ed esibiscono qualità di tutto rispetto. Magari talune voci hanno ancora un tocco di immaturità, altre sono invece già pronte per debutti anche più impegnativi. Ecco i loro nomi: Eliza Boom, soprano della Nuova Zelanda (Thérèse); Glenn Cunningham, tenore, Regno Unito (Lacouf); Lawrence Halksworth, baritono, Regno Unito (gendarme); Elmira Karakhanove, soprano, Russia (cartomante); Satrya Krisna, tenore, Indonesia (marito); Thembinkosi Magagula, soprano, Sud Africa (giornalaia); Ema Nikolovska, mezzosoprano, Macedonia (giornalista); Chuma Sijeda, baritono, Sud Africa (Presto); Katie Stevenson, mezzosoprano, Regno Unito (prologo, donna grassa); Igor Yadrov, basso, Russia (signore barbuto). Come si nota nessuno è di lingua francese, ma le sottigliezze linguistiche sono ben assimilate e rese soddisfacentemente e l’impegno è ripartito tra tutti in ugual misura. Forse è nel reparto femminile che si incontrano i casi più interessanti poiché non si può non notare la sicurezza vocale di Thérèse, il bel timbro del mezzosoprano che dà voce al prologo e la spigliata interpretazione della cartomante.

Se il compito del direttore musicale non è facile, altrettanto arduo è quello di Alessandro Talevi che deve utilizzare le sue capacità drammaturgiche in un ambiente ben poco adatto alla rappresentazione scenica. Non è la prima volta che il giovane regista di Johannesburg affronta il cimento: l’esperienza fatta in questa stessa location con i titoli händeliani Il trionfo del Tempo e del Disinganno (che gli ha fatto vincere nel 2007 lo European Opera-directing Prize) e la Partenope nel 2008 ha condotto al felice risultato di ieri sera.

Con arredi scenici limitati a poche sedie, un tavolino e un asse da stiro (che serve genialmente anche da letto per il parto dei quarantamilaquarantanove neonati, non uno di più, non uno di meno), tutto è giocato sull’abilità del regista e la simpatia degli interpreti per rendere godibile questa surreale vicenda il cui testo di Apollinaire era à la page nel 1917 come trent’anni dopo, al debutto della prima opera di Poulenc, così come lo è adesso in cui, in certi paesi, si è restii e generare figli e dove le istanze femministe sono tutt’altro che risolte. Il finale non ricorre a metafore per incoraggiare il popolo, francese e non, a procreare: «Cher public, faites des enfants, | vous qui n’en faisiez guère, | vous qui n’en faisiez plus!» e i movimenti degli interpreti in scena, regolarmente accoppiati dopo la confusione dei sessi e dei ruoli avvenuta in precedenza, non lasciano dubbi. E chissa che qualcuno del pubblico, dopo l’elegante dîner sotto gli alberi del giardino di Villa Ephrussi-Rothschild che è seguito alla rappresentazione, al ritorno a casa non abbia colto il pressante invito…

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photo © Les Azuriales Opera 2018

 

Salome

Richard Strauss, Salome

★★★★☆

Salisburgo, Felsenreitschule, 28 luglio 2018

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La tragedia dello sguardo negato

Il marchigiano Romeo Castellucci – «provocative Italian stage director» secondo il New York Times che così lo definisce dopo la rappresentazione del suo Shakespeare a Wall Street – lavora solo all’estero, qui sarebbe troppo provocative: «ho lavorato in tutte le Fondazioni liriche, tranne che alla Scala» dice sconsolato il regista. A Salisburgo invece c’è chi paga 430€ per vedere la sua Salome e le recite sono tutte ausverkauft.

Nel silenzio riempito solo dal frinire di cicale, sullo smisurato palcoscenico della Felsenreitschule si apre il sipario nero su cui sono proiettate le parole “TE SAXA LOQUUNTUR”, il motto di Salisburgo. Le 96 arcate scavate nella roccia sono state tappate così da formare un immane muro di pietra che si riflette sul pavimento di specchio dorato. Avanzano due personaggi vestiti di nero e coi visi dipinti a metà di rosso, sembrano  imbavagliati o appena emersi da un bagno di sangue. Uno di essi è Narraboth, che con la limpida e lirica voce di Julian Prégardien intona «Wie schön ist die Prinzessin Salome heute nacht!» (com’è bella stanotte la principessa Salome) sulle note fluide dei legni («ziemlich fliessendes Zeitmass», con tempo piuttosto scorrevole prescrive la partitura) e il tremolo dei violini secondi, mentre gli altri archi, divisi in 10 sezioni (!), alcuni con sordina altri senza, sostengono una sola nota. Inizia così, con questa raffinatissima semplicità una delle più sconvolgenti opere del Novecento, qui sotto la direzione di Franz Welser-Möst che lascia ai Wiener Phiharmoniker la libertà di esprimere la bellezza dei suoni dei loro strumenti dando una lettura di questa partitura che prefigura tutta la musica che seguirà.

La drammaturgia di Castellucci, autore anche di scene, costumi e luci, inizialmente non sconvolge la vicenda, aggiunge solo alcuni particolari rivelatori: al muro sono appese fruste e finimenti per cavallo e quando nel pavimento si apre la botola circolare che rinchiude il profeta i soldati si portano un fazzoletto alla bocca per ripararsi dal fetore che esala dal sotterraneo. Salome entra correndo spaventata dallo sguardo che il patrigno ha posato su di lei e l’abito bianco è macchiato di sangue, come se avesse appena avuto la sua prima mestruazione. Il confronto di Salome con Jochanaan è visualmente netto: lei tutta in bianco con una corona dorata sul capo come la statua di una Madonna in processione, lui nero come la pece con piume di corvo in testa, una pelliccia nera e su uno sfondo altrettanto nero da cui si fa fatica a discernerne le fattezze. Altro che l’«immagine d’avorio» del libretto!

Salome qui è un’esile figura e la sola a non avere quella specie di maschera che si scioglie sotto il sudore. Non è la viziata e morbosa smorfiosa che si ostina ad avere il suo “regalo”, è una ragazza che ha perso l’innocenza ed è più vittima che carnefice, l’unico essere con un po’ di umanità in un mondo senza sentimenti. E alla fine la beffa, il sogno infranto: non viene portato il capo, bensì solo il corpo nudo e acefalo del profeta e il bacio tanto desiderato è nel vuoto. Salome si immerge nell’acqua di una cisterna in attesa della morte ordinata dal Tetrarca.

Anche l’altro momento topico della vicenda, la danza dei sette veli, è trattato da Castellucci in maniera da sconvolgere tutte le attese: Salome si rannicchia svestita e legata in posizione fetale sul trono del patrigno, un cubo dorato, del tutto immobile fino a che un cubo fatto della pietra uguale a quella dello sfondo della scena, non cala dall’alto a inglobarla. Il regista qui gioca non solo con le aspettative del pubblico, ma sul concetto di visione negata, come quando Salome si lamenta: «Ah! Perché non mi hai guardato, Jochanaan? Sopra i tuoi occhi ponesti la benda di colui che contemplava solamente il suo dio. Ecco! Il tuo dio l’hai visto, Jochanaan, invece me, me, non m’hai guardata mai. M’avessi tu guardato, certo m’avresti amato!».

Molti sono i momenti in cui la visionarietà di Castellucci mette a prova l’intelligenza e l’intuizione degli spettatori: la pozza di latte, il cavallo nero la cui testa mozzata sostituisce poi quella del profeta, la rock band silenziosa in scena, i pugili immobili eccetera, ma il successo della serata è assicurato dalla presenza nel ruolo titolare del soprano lituano Asmik Grigorian, che fa palpitare i cuori per la sua sensibile e intensa caratterizzazione del personaggio di cui sottolinea la fragilità e la diversità rispetto a tutti gli altri. Vocalmente luminosa e a suo agio nelle asperità di una parte che la tiene quasi sempre in scena, senza denunciare mai la fatica esalta la modernità della scrittura vocale con il ricorso a momenti di quasi sprechgesang e dissonanze. Bisogna ascoltare come ripete la sua richiesta al Tetrarca articolando ogni volta in modo diverso le consonanti e le vocali di «den Kopfs des Jochanaan!».

John Daszak e Anna Maria Chiuri sono due interpreti di cui non si è mai ammirata certo la bellezza del timbro, ma anche se coerenti con i personaggi, i suoni poco intonati di Erode e le asprezze di Erodiade qui sono talora al limite dell’accettabile. Vocalmente imponente ma un po’ rozzo lo Jochanaan di Gábor Bretz mentre del Narraboth di Julian Prégardien, qui senza barba, si è già detto per quanto riguarda la purezza della linea e la soavità del timbro. Eccellenti gli altri interpreti che si affollano in scena.

© Salzburger Festspiele / Ruth Walz

Vanessa

Samuel Barber, Vanessa

★★★☆☆

Glyndebourne, Opera House, 14 agosto 2018

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Tre donne, tre generazioni

Prima di Antony and Cleopatra, la sua altra opera il cui fiasco nel 1966 lo aveva portato a una profonda depressione e all’alcolismo, Samuel Barber aveva conosciuto il successo, per lo meno in America, con Vanessa, presentata al MET nel 1958.

Tema dell’opera è l’aspro conflitto tra l’idealismo emotivo e la realtà sessuale. Vanessa si è confinata nel suo palazzo in scandinavia (siamo nel 1905) nell’ossessiva attesa del ritorno di Anatol, un uomo sposato con il quale ha avuto una relazione 20 anni prima. I suoi unici compagni sono la nipote Erika, una giovane sognatrice, e la madre di Vanessa, la baronessa. Quest’ultima, arbitro della verità morale, si rifiuta di parlare con chiunque lei consideri vivere nella menzogna e con la figlia ha mantenuto un silenzio assoluto dopo la fine della sua relazione con Anatol. Un uomo chiamato Anatol arriva veramente, ma si dimostra non essere l’ex amante di Vanessa, ma suo figlio, un avvenente opportunista senza scrupoli che seduce Erika. L’incontro porta al risveglio sessuale della ragazza, ma rende anche palese l’incapacità dell’uomo ad amare. Anche quando si rende conto di essere incinta, lei lo rifiuta, affermando il diritto di ogni donna ad aspettare l’arrivo del vero amore. Anatol sposta allora le sue attenzioni verso Vanessa che, vedendolo come la parte più giovane del padre, se ne innamora. La notte che Vanessa e Anatol annunciano ufficialmente il loro fidanzamento Erika si allontana dalla casa e si fa deliberatamente del male in modo da abortire. Vanessa, chiusa nei suoi deliri, parte con l’uomo per affrontare un futuro che intuiamo sarà catastrofico. Erika, nel frattempo, si confina nel palazzo e tocca a lei ora aspettare, come sua zia ha fatto in precedenza. Erika ha mentito sulla sua gravidanza e ora deve convivere con il silenzio ostinato della baronessa. «It shall all be as you were here» sono le ultime parole di Erika a Vanessa.

L’abile libretto di Giancarlo Menotti ben delinea l’atmosfera di suspense della vicenda, ma non fa molto per rendere realmente interessante la psicologia dei personaggi, che rimangono mere figure teatrali, tanto che il titolo dell’opera di Barber potrebbe essere Erika o anche Anatol.

A sessant’anni esatti dal debutto, Glyndebourne ripropone Vanessa in una produzione che ha meriti molto superiori all’opera stessa. Il regista Keith Warner gioca intelligentemente con il tempo. Come sono tre le donne e di tre diverse generazioni, tre sono anche i livelli temporali utilizzati: il presente della vicenda (gli anni ’50 del secolo scorso, quelli del debutto del lavoro); i vent’anni prima, alla partenza di Anatol; i quarant’anni prima, la giovinezza della baronessa. L’ambientazione non suggerisce un castello del Nord Europa quanto una mansion degli Stati Uniti, con i personaggi di colore che aggiungono un tocco di problemi razziali. Gli specchi, coperti per volontà di Vanessa, qui sono schermi solo in parte riflettenti montati dentro enormi cornici che ruotano o traslano per creare i diversi ambienti. L’elegante scenografia di Ashley Martin-Davis permette di rappresentare il passato che ancora perseguita le tre donne: lo spettacolo si apre con il grido di Vanessa che rivive il momento di quando diede alla luce un bambino morto, il figlio di Anatol probabilmente, il motivo del silenzio della madre con la figlia. O il flirt della baronessa da giovane con l’uomo di colore, il vecchio dottore, e così via. Molti sono i momenti rilevanti della regia di Warner, come la cameriera che piange non tanto per l’addio alla padrona, quanto per il padrone, con cui aveva un evidente affare sentimentale, o il feticismo per le pellicce femmminili del maggiordomo. Efficaci risultano il gioco luci di Mark Jonathan e le video proiezioni di Alex Uragallo.

Il direttore Jakub Hrůša evidenzia gli archi nella lettura della partitura, memore dell’“adagio per archi” che Barber aveva composto vent’anni prima, ma anche gli altri reparti dell’orchestra hanno il loro momento, come nella musica atmosferica che annuncia l’arrivo degli uomini che hanno ritrovato Erika, secondo consolidate convenzioni dell’opera o della musica da film. Altri casi di momenti topici sono quelli delle arie, qui songs, come «Must the winter come so soon» di Erika, «Under the willow tree» del dottore, o il quintetto «To leave, to break, to find, to keep».

Virginie Verrez delinea un’intensa Erika, Vanessa è Emma Bell, anche lei di grande presenza scenica, mentre il ruolo quasi muto della baronessa si avvale del cammeo di Rosalind Plowright. Il cast maschile è dominato da Edgaras Montvidas, Anatol, e dal vecchio dottore di Donnie Ray Albert.

Lohengrin

Illustrazione di Henning Wagenbreth, “The New Yorker” agosto 2018

Richard Wagner, Lohengrin

★★★☆☆

Bayreuth, Festspielhaus, 25 luglio 2018

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Il cavaliere azzurro, anzi blu elettrico

Il titolo non ha nulla a che vedere con il gruppo di artisti espressionisti che nel 1909 si unirono sotto il nome “Der Blaue Reiter”: qui azzurro è il colore dominante, dai capelli ai costumi alla scena dipinta (!) dal pittore figurativo Neo Rauch e dalla moglie Rosa Loy. Le loro immagini dai colori acidi e dallo stile da neo-realismo sovietico sono qui virate in blu e rivisitate verso un neo-romanticismo di cieli tempestosi al di sopra di una centrale elettrica in disuso.

Fu Friedrich Nietzsche a definire la musica del Lohengrin blu: «blau, von opiatischer, narkotischer Wirkung» (blu e dagli effetti narcotizzanti dell’oppio). Sembra di entrare in una ceramica di Delft, con i brabantini in costumi che sono la caricatura di quelli dei quadri fiamminghi. Solo al terzo atto entra in scena il colore arancione della stanza di Elsa e Lohengrin da cui parte l’elettricità di cui hanno bisogno nel Brabante. L’elettricità proviene dalla tensione tra i due novelli sposi, anche se lui si toglie appena l’armatura e le ali (!) e rimane coi guanti mentre lei legge da un libro preso dal comodino la sua “dichiarazione d’amore”.

Già, dai roditori di Hans Neuenfels della precedente produzione, si è passati agli insetti: qui i potenti hanno ali da libellula, il duello Lohengrin/Talremund avviene in volo, le ali di quest’ultimo alla sua morte vengono trafitte da spilloni e le luci sono fornite da lucciole infilzate su picche. Il popolo del Brabante è uno sciame di falene che seguono ciecamente la “luce” di Lohengrin fino all’annientamento.

Oltre a ciò il regista Yuval Sharon si è inventata una drammaturgia in cui buoni e cattivi vengono scambiati: Lohengrin, enigmatico principe azzurro, sottomette con sguardo gelido e lega a una bobina Tesla la povera Elsa, il re Heinrich è un ipocrita e Ortrud in fondo è una donna che combatte per la libertà di Elsa, assieme alla quale sopravvive all’ecatombe finale. Ma su questa interpretazione non c’è da mettere la mano sul fuoco.

Yuval Sharon (il primo americano e, assieme a Barrie Kosky, il primo ebreo a mettere in scena Wagner a Bayreuth) ha sostituito il previsto Alvis Hermanis le cui esternazioni sui migranti non erano piaciute ad Angela Merkel, assidua spettatrice del festival. Non ci sono invece retroscena politici per Piotr Beczała che ha preso il posto di Roberto Alagna nel ruolo titolare a pochi mesi dall’incarico. Semplicemente, al tenore italo-francese sembra sia mancato il coraggio a salire la collina. Il timbro chiaro e “italiano” di Beczała si è dimostrato adeguato al ruolo del cavaliere sul cigno, che qui scende incravattato da una nave spaziale d’argento e armato della saetta di Captain Marvel. Nel ruolo meno “wagneriano” delle opere di Wagner il tenore polacco ha confermato le sue caratteristiche vocali: timbro luminoso e musicale, ma una certa mancanza di espressività che si è evidenzata nell’attesa scena finale «Im fernem Land». Elsa ha in Anja Harteros un’interprete di grande statura e forte intensità di espressione seppure con un vibrato eccessivo e bruschi salti di registro. Qualche segno di usura è evidente nella voce di Waltraud Meier, assente da parecchio tempo dalle tavole di Bayreuth, che delinea una Ortrud in costume da regina nera (ma alla Disney) lasciata però senza valide indicazioni registiche. Georg Zeppenfeld ritorna al ruolo di König Heinrich con la solita autorevolezza, mentre tra il Friedrich von Telramund di Tomasz Konieczny e l’araldo di Egils Siliņš si apprezza maggiormente il secondo, essendo il primo anche troppo caratterizzato in malvagità e non sempre a suo agio nella tessitura del ruolo. Il baritono lituano finisce così per essere il più apprezzabile del cast.

Christian Thielemann spreme dall’orchestra del festival un suono di una bellezza sconvolgente e imprime all’opera un tono brillante e corposo molto apprezzato dal pubblico per una volte indulgente con il metteur en scène.