Gian Carlo Menotti

Vanessa

Samuel Barber, Vanessa

★★★☆☆

Glyndebourne, Opera House, 14 agosto 2018

(streaming video)

Tre donne, tre generazioni

Prima di Antony and Cleopatra, la sua altra opera il cui fiasco nel 1966 lo aveva portato a una profonda depressione e all’alcolismo, Samuel Barber aveva conosciuto il successo, per lo meno in America, con Vanessa, presentata al MET nel 1958.

Tema dell’opera è l’aspro conflitto tra l’idealismo emotivo e la realtà sessuale. Vanessa si è confinata nel suo palazzo in scandinavia (siamo nel 1905) nell’ossessiva attesa del ritorno di Anatol, un uomo sposato con il quale ha avuto una relazione 20 anni prima. I suoi unici compagni sono la nipote Erika, una giovane sognatrice, e la madre di Vanessa, la baronessa. Quest’ultima, arbitro della verità morale, si rifiuta di parlare con chiunque lei consideri vivere nella menzogna e con la figlia ha mantenuto un silenzio assoluto dopo la fine della sua relazione con Anatol. Un uomo chiamato Anatol arriva veramente, ma si dimostra non essere l’ex amante di Vanessa, ma suo figlio, un avvenente opportunista senza scrupoli che seduce Erika. L’incontro porta al risveglio sessuale della ragazza, ma rende anche palese l’incapacità dell’uomo ad amare. Anche quando si rende conto di essere incinta, lei lo rifiuta, affermando il diritto di ogni donna ad aspettare l’arrivo del vero amore. Anatol sposta allora le sue attenzioni verso Vanessa che, vedendolo come la parte più giovane del padre, se ne innamora. La notte che Vanessa e Anatol annunciano ufficialmente il loro fidanzamento Erika si allontana dalla casa e si fa deliberatamente del male in modo da abortire. Vanessa, chiusa nei suoi deliri, parte con l’uomo per affrontare un futuro che intuiamo sarà catastrofico. Erika, nel frattempo, si confina nel palazzo e tocca a lei ora aspettare, come sua zia ha fatto in precedenza. Erika ha mentito sulla sua gravidanza e ora deve convivere con il silenzio ostinato della baronessa. «It shall all be as you were here» sono le ultime parole di Erika a Vanessa.

L’abile libretto di Giancarlo Menotti ben delinea l’atmosfera di suspense della vicenda, ma non fa molto per rendere realmente interessante la psicologia dei personaggi, che rimangono mere figure teatrali, tanto che il titolo dell’opera di Barber potrebbe essere Erika o anche Anatol.

A sessant’anni esatti dal debutto, Glyndebourne ripropone Vanessa in una produzione che ha meriti molto superiori all’opera stessa. Il regista Keith Warner gioca intelligentemente con il tempo. Come sono tre le donne e di tre diverse generazioni, tre sono anche i livelli temporali utilizzati: il presente della vicenda (gli anni ’50 del secolo scorso, quelli del debutto del lavoro); i vent’anni prima, alla partenza di Anatol; i quarant’anni prima, la giovinezza della baronessa. L’ambientazione non suggerisce un castello del Nord Europa quanto una mansion degli Stati Uniti, con i personaggi di colore che aggiungono un tocco di problemi razziali. Gli specchi, coperti per volontà di Vanessa, qui sono schermi solo in parte riflettenti montati dentro enormi cornici che ruotano o traslano per creare i diversi ambienti. L’elegante scenografia di Ashley Martin-Davis permette di rappresentare il passato che ancora perseguita le tre donne: lo spettacolo si apre con il grido di Vanessa che rivive il momento di quando diede alla luce un bambino morto, il figlio di Anatol probabilmente, il motivo del silenzio della madre con la figlia. O il flirt della baronessa da giovane con l’uomo di colore, il vecchio dottore, e così via. Molti sono i momenti rilevanti della regia di Warner, come la cameriera che piange non tanto per l’addio alla padrona, quanto per il padrone, con cui aveva un evidente affare sentimentale, o il feticismo per le pellicce femmminili del maggiordomo. Efficaci risultano il gioco luci di Mark Jonathan e le video proiezioni di Alex Uragallo.

Il direttore Jakub Hrůša evidenzia gli archi nella lettura della partitura, memore dell’“adagio per archi” che Barber aveva composto vent’anni prima, ma anche gli altri reparti dell’orchestra hanno il loro momento, come nella musica atmosferica che annuncia l’arrivo degli uomini che hanno ritrovato Erika, secondo consolidate convenzioni dell’opera o della musica da film. Altri casi di momenti topici sono quelli delle arie, qui songs, come «Must the winter come so soon» di Erika, «Under the willow tree» del dottore, o il quintetto «To leave, to break, to find, to keep».

Virginie Verrez delinea un’intensa Erika, Vanessa è Emma Bell, anche lei di grande presenza scenica, mentre il ruolo quasi muto della baronessa si avvale del cammeo di Rosalind Plowright. Il cast maschile è dominato da Edgaras Montvidas, Anatol, e dal vecchio dottore di Donnie Ray Albert.

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Vanessa

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Samuel Barber, Vanessa

direzione di Lawrence Foster

regia di John Cox

febbraio 2001 Opéra de Monte-Carlo

La prima di Vanessa, op. 32 in quattro atti di Samuel Barber scritta su libretto di Gian Carlo Menotti (suo compagno sia nella professione che nella vita privata), avvenne il 15 gennaio 1958 al Metropolitan di New York sotto la bacchetta di Dimitri Mitropoulos, la regia di Menotti stesso e le scene di Cecil Beaton. Fu un successo sia di critica sia di pubblico e valse a Barber la vittoria di un premio Pulitzer. Per la ripresa nel 1964 Barber ridusse gli atti a tre e così venne presentata sulle scene europee dove venne accolta in maniera più fredda e ancora oggi è eseguita di rado, sebbene rimanga molto popolare in America. Viene erroneamente ritenuto che il libretto derivi da Seven Gothic Tales di Karen Blixen, ma in realtà è soltanto l’atmosfera di questi racconti a essere ricreata nel testo di Menotti. La scrittrice danese fu presente alla prima della ripresa dell’opera nel 1959 ma lasciò il teatro prima della fine motivando il gesto con un malessere, cosa che turbò parecchio l’autore.

Atto primo. Agli inizi del Novecento, in un non meglio precisato paese dell’Europa settentrionale. Vanessa, una bella donna di mezza età, ha speso la sua vita nell’attesa del ritorno di Anatol, l’unico uomo da lei amato. Nella grande villa di campagna, trasformata in uno scrigno di opaca rinuncia, vivono con lei la vecchia baronessa madre, chiusa in un ostile silenzio, e la giovane nipote Erika. Mentre fuori infuria una tempesta di neve, la casa è in agitazione: l’uomo atteso da venti anni ha annunciato il suo arrivo, e Erika cerca di placare la febbrile ansia della zia. Giunto l’ospite, Vanessa, seduta davanti al camino senza mostrarsi, pone come premessa al loro incontro di dirle se la ama ancora prima di guardarla, altrimenti lo prega di andarsene immediatamente senza vederla. L’uomo dichiara di amarla, ma quando Vanessa si volta getta un grido fuggendo: non è lui la persona che ha atteso per tutti questi anni. Richiesto di spiegazioni da Erika, Anatol racconta di essere il figlio dell’Anatol amato da Vanessa e di aver voluto conoscere la donna che fu così importante nella vita del padre ora morto. Lasciato dai genitori privo di sostanze, ma assai charmant di modi, il giovane invita Erika a prendere il posto della zia, nella cena preparata per la coppia che ormai non esisterà più.
Atto secondo. Un mese dopo. Erika racconta alla nonna come quella cena sia andata a finire e come Anatol le abbia poi proposto di sposarla. Ma benché quell’unica notte di passione abbia segnato per sempre il suo cuore, Erika non si nasconde che Anatol, con il suo cinico disincanto, è incapace dell’amore totale in cui ella crede. Chi invece si è ciecamente innamorata di Anatol è Vanessa, che confessa candidamente alla nipote come il giovane le abbia chiesto la mano mentre pattinavano sul laghetto. Messo alle strette da Erika, Anatol le ribadisce la sua filosofia di vita e le rinnova, alla presenza della vecchia baronessa, la proposta fattale dopo la notte d’amore. Scossa da sentimenti contrastanti, alla fine Erika decide di rinunciare ad Anatol e di lasciarlo a Vanessa, rinata a nuova vita.
Atto terzo. Il fidanzamento viene annunciato durante la festa di capodanno. Vanessa è amareggiata per l’assenza della madre e di Erika al ricevimento e comincia a sospettare qualcosa, ma le rassicuranti parole di Anatol e l’obnubilante felicità in cui vive la convincono in breve tempo che tutto sia a posto. Erika scende nel suo leggero abito da sera bianco, ma con l’intenzione di andare nel bosco gelato per disfarsi del frutto della colpa che porta in grembo, inutilmente richiamata dalla vecchia baronessa.
Atto quarto. Vanessa attende angosciata notizie della nipote, a cui è sinceramente affezionata. Anatol la riporta a casa in fin di vita e quando Erika confessa alla nonna di essere riuscita a perdere il bambino, questa cessa di parlare anche a lei. Vanessa, sempre più turbata da ciò che sta accadendo attorno alla sua felicità, implora Anatol di portarla via al più presto da quella casa. Nell’ultima scena, dopo un intermezzo musicale, la coppia di sposi novelli si congeda dalla casa. Erika rimane nella vecchia villa con la nonna e, interrogata da Vanessa in un estremo tentativo di sapere la verità, le nasconde i propri sentimenti. Partiti gli sposi, la nuova padrona dà ordine alla servitù di velare gli specchi e di chiudere il cancello, come aveva comandato a suo tempo Vanessa. Ora tocca a lei aspettare.

«Prima opera di Barber, Vanessa è impregnata della luce crepuscolare del tardo teatro borghese di Ibsen e di Strindberg. I caratteri tuttavia si fermano alla soglia di un patetismo amaro, senza arrivare a una vera e profonda tragicità. Vanessa è in sostanza una prima donna più vocale che teatrale, Anatol un fatuo amoroso piuttosto che un mascalzone e Erika, che in un certo senso è la vera protagonista, un personaggio più ammirevole che memorabile. Un pessimismo esistenziale nato dal fallimento dei sentimenti emerge con più sostanza nell’unico momento in cui al tono realista si sostituisce un siparietto astratto, un quintetto in cui i personaggi fondamentali sospendono il tempo narrativo per svelare il loro destino di perdenti. Anche un personaggio collaterale come il vecchio dottore di famiglia, che dovrebbe assicurare varietà e leggerezza al dramma, rivela nei suoi interventi una rassegnazione appena mascherata da un vitalismo velleitario. Così come il linguaggio del libretto di Menotti, neppure la sintassi musicale di Barber si azzarda a tentare rotture al passo coi tempi, anche se non manca un orecchio a gesti musicali più arditi, ad esempio in tutta la complessa scena del ballo nel terzo atto. Un respiro più moderno si nota anche nel ritmo di montaggio delle scene, in cui anche i momenti musicali stilizzati (arie, duetti, concertati) fluiscono nel tempo variando nell’intensità dell’espressione, come sequenze cinematografiche che alternino primi piani e campi lunghi. Lo stile di Barber è comunque ammirevole sia nella condotta delle voci sia nell’orchestrazione e si distingue sopra ogni altra qualità per quel lirismo introspettivo dell’invenzione melodica che è il tratto forse più caratteristico del compositore americano». (Oreste Bossini)

Nella produzione diretta da Lawrence Foster nel 2001 all’Opéra di Montecarlo Vanessa, Anatol ed Erika sono interpretati rispettivamente da Kiri Te Kanawa, David Maxwell Anderson e Lucy Schaufer. Rosalind Elias, che fu Erika nella produzione originale, ora qui è la baronessa.

  • Vanessa, Glyndebourne, 14 agosto 2018