Trouble in Tahiti

 

Leonard Bernstein, Trouble in Tahiti

★★★☆☆

Leeds, Grand Theatre, 11 ottobre 2017

(streaming video)

Anni ’50: dalla satira alla nostalgia

In anticipo sulle celebrazioni dei cento anni della nascita di Leonard Bernstein (1918-1990), l’Opera North, la compagnia con sede a Leeds e propaggine della English National Opera, mette in scena la sua prima opera, Trouble in Tahiti, un breve atto unico formato da un preludio e sette scene su libretto proprio – l’unico caso in cui Bernstein sia stato l’autore sia della musica che delle parole.

Le intenzioni del compositore erano quelle di mettere alla berlina il sogno americano della middle class negli agglomerati suburbani del suo tempo, prendendo spunto da una coppia in crisi dopo dieci anni di matrimonio. Una metafora dell’incomunicabilità: pur di non dover affrontare i silenzi di una serata in cui non sanno più cosa dirsi, i coniugi fuggono la realtà chiudendosi in un cinematografo e lasciandosi trasportare dalle fasulle vicende romantiche proiettate sullo schermo.

Preludio – Un «never stop smiling» trio canta della vita perfetta a Suburbia, con le sue casette bianche e le famiglie felici e amorevoli.
Scena I – La vita reale contrasta molto con ciò che il Trio ha dipinto. Sam e Dinah stanno facendo colazione, alternando i litigi abituali alla nostalgia per l’amore passato. Dinah accusa Sam di avere una relazione con la sua segretaria, ma egli lo nega. Ricorda anche a Sam la recita scolastica del figlio Junior quel pomeriggio, ma per Sam il suo torneo di pallamano alla palestra è più importante. Dinah ha bisogno di soldi per pagare l’analista e aggiunge che anche Sam dovrebbe andarci. Entrambi sono d’accordo che questo non è il modo di vivere e decidono di discutere dei loro problemi relazionali la sera stessa. Entrambi chiedono l’un l’altro maggior gentilezza e pregano affinché il muro costruito tra loro possa essere abbattuto. Sam esce, in ritardo per il treno.
Scena II – In ufficio Sam gestisce affari al telefono e nega un prestito a un certo Mr. Partridge. Il coro ne loda in senso per gli affari. Poi arriva una chiamata da Bill, e Sam è lieto di prestargli denaro. Non è una combinazione che Bill partecipi al torneo di pallamano con Sam. Il coro ne commenta la generosità.
Scena III – Nell’ufficio dell’analista, Dinah ricorda un suo sogno in cui si era trovata in un giardino abbandonato all’incuria da cui non poteva uscire fino a che una voce non l’ha chiamata: «There is a garden, come with me, come with me. A shining garden, come and see, come and see. There love will teach us harmony and grace, harmony and grace. Then love will lead us to a quiet place» (C’è un giardino, vieni con me, vieni con me. Un giardino splendente, vieni a vedere, vieni a vedere. Lì l’amore ci insegnerà l’armonia e la grazia, l’armonia e la grazia. Allora l’amore ci condurrà in un posto tranquillo). Nell’ufficio Sam chiede alla segretaria se le sembra che egli le abbia mai fatto delle avance. Alla risposta positiva afferma che è stato un incidente e che deve dimenticare quanto è successo.
Scena IV – Sam e Dinah si incontrano per caso per strada. Piuttosto che pranzare l’uno con l’altro, entrambi inventano menzogne ​​su impegni immaginari. Poi riflettono sulla strada confusa e dolorosa che il loro rapporto ha preso e anelano alla felicità perduta.
Interludio – All’interno della casa, il Trio canta della bella vita di Suburbia, descrivendo il sogno americano.
Scena V – In palestra, Sam ha appena vinto il torneo di pallamano. Canta trionfalmente sulla natura degli uomini: alcuni provano con tutte le loro forze per salire in cima, ma non vinceranno mai, mentre altri, come lui, nascono vincitori e avranno sempre successo.
Scena VI – In un negozio di cappelli, Dinah racconta a una persona non identificata del film d’amore “Trouble in Tahiti” che ha appena visto al cinema. All’inizio lei critica il film come una stupidaggine in technicolor, ma mentre racconta la storia con la sua canzone “Island Magic”, cantata ora dal Trio, viene presa dalla fantasia di una evasione d’amore. Tornando all’improvviso a sé stessa
corre a preparare la cena per Sam.
Scena VII – Mentre torna a casa, Sam intona un’altra legge degli uomini: anche il vincitore deve pagare a caro prezzo quello che ottiene. Il Trio canta di beatitudine domestica a Suburbia. Dopo cena, Dinah lavora a maglia e Sam legge il giornale. Sam decide che è giunto il momento della loro discussione, ma Sam non non sa da dove cominciare. Dà la colpa a Dinah per le interruzioni, ma lei non ha detto nulla. Nell’unico dialogo parlato nell’opera, Sam chiede a Dinah della recita di Junior; ma neanche lei ci è andata, come sappiamo. Sam suggerisce di andare al cinema, di vedere un nuovo film su Tahiti. Mentre escono, entrambi cercano a lungo in silenzio se è possibile riscoprire l’amore l’uno per l’altro. Per il momento optano per quell’altra magia, «the bought-and-paid-for magic» del grande schermo. Il Trio fa il suo ultimo commento ironico, riprendendo il titolo della canzone del film.

Presentato il 12 giugno 1952 nel campus della Brandeis University di Waltham, MA, davanti a tremila persone, due mesi dopo, con il finale modificato, fu eseguito a Tanglewood e a novembre, con ulteriori modifiche, fu trasmesso in televisione dalla NBC Opera Theatre e poi messo in scena dalla New York City Opera nel 1958. Fino al 1973 Lenny non lo volle più eseguire se non per una produzione della London Weekend Television.

«Trouble in Tahiti dura solo quaranta minuti. È breve, ma è un’opera nel senso che è tutta cantata dall’inizio alla fine, eccetto un piccolo dialogo volutamente parlato. […] Era una sfida che avevo lanciato a me stesso: vedere se la espressione vernacolare americana – vuoi musicale vuoi linguistica – potessere essere utilizzata in qualcosa che si potesse chiamare opera senza però avere l’artificiosità dell’opera convenzionale» scrisse a suo tempo Bernstein. «Le radici di Trouble in Tahiti sono nel musical americano, non c’è dubbio, per questo non ho cercato di evitare il modello alla Jerome Kern o Gershwin. Quello che ho evitato di certo sono gli stilemi dell’opera italiana o tedesca tradizionale». E questo è evidente: i songs e l’unico duetto sono tipici del teatro musicale americano e l’orchestrazione ha sapori e colori jazzistici.

A causa della sua brevità nel 1983 il lavoro fu inglobato in un sequel come un lungo flashback e così è stato rappresentato col titolo A Quiet Place alla Scala nel 1984 diretto da John Mauceri.

Questa produzione di Leeds propone invece il lavoro originale con due soli interpreti e un trio swing di vocalist.

Nella messa in scena di Matthew Eberhardt l’atmosfera anni ’50 è ottenuta con la semplice ma efficace ambientazione di Charles Edwards e George Leigh e dei congrui costumi di Hanna Clark. La regia soddisfa pienamente le richieste espresse a suo tempo dall’autore: semplicità di esecuzione, chiarezza di espressione, agili movimenti scenici e mancanza di pause per i cambi di scena. L’unica cosa che si può imputare a questa lettura è una certa mancanza di criticità nei confronti di un lavoro di quasi settant’anni fa.

Gli interpreti di Sam (Quirijin de Lang, baritono olandese) e Dinah (Wallis Giunta, mezzosoprano canadese) hanno le facce giuste per interpretare i coniugi in crisi. Soprattutto la moglie è scenicamente convincente e sfoggia una bella voce lirica. La direzione di Tobias Ringborg esalta i toni jazz di un’orchestra dominata dai fiati.

Se nel 1984 Angelo Foletto a proposito della produzione scaligera parlava di «incubo del sogno americano», dopo altri trentaquattro anni è cambiata ancora la nostra visione: sarà facile ridere di quell’epoca ingenua, ma non è possibile non provare una certa nostalgia per quei semplici valori e quel modo di vivere rispetto a quelli del nostro tempo.

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