Guillaume Apollinaire

Les mamelles de Tirésias

Francis Poulenc, Les mamelles de Tirésias

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Saint-Jean-Cap-Ferrat, Villa Ephrussi-Rothschild, 24 August 2018

Baby boom in the French Riviera

“Quelque part entre Monaco et Nice” (Somewhere between Monaco and Nice) writes Poulenc on the score of Les mamelles de Tirésias (The Breasts of Tiresias). Then, why not the stately pink villa that stands on top of the Cap Ferrat peninsula, halfway between the two sea resorts of the French Riviera?

The main hall, a sort of covered cloister in the building that belonged to Beatrice de Rothschild and the baron Maurice de Ephrussi, hosts the final performance of Azuriales Opera, devoted to “les talents de demain” (tomorrow’s talented artists), ten young singers who engaged in a singing competition and in two masterclasses before performing in Francis Poulenc’s first opera under Bryan Evans’ musical direction and in Alessandro Talevi’s staging.

The task of expressing Poulenc’s shining orchestration through the piano keys is brilliantly won by Bryan Evans: if not the timbres of the individual instruments, the colours and the fizzy and mellow themes of this surreal musical work are effectively rendered in the hands of the director and owner of Diva Opera, an English company that since 1997 presents works in chamber form. His experience is evident in the effectual conducting of the voices, for example in the final of the first act with that vocal quintet punctuated by the caustic comments of the “people of Zanzibar” or in the numerous animated scenes of this opera bouffe.

The title choice is well suited: eleven roles in which young performers can display their vocal skills and put their stage performances to the test. They have all passed a rigorous trial and possess a fairly good vocal quality. Maybe some voices have a dash of unripeness, while others are already prompt for even more demanding debuts. Here are all their names: Eliza Boom, soprano from New Zealand (Thérèse/Tirésias); Glenn Cunningham, tenor, United Kingdom (Lacouf); Lawrence Halksworth, baritone, United Kingdom (gendarme); Elmira Karakhanove, soprano, Russia (fortune-teller); Satrya Krisna, tenor, Indonesia (husband); Thembinkosi Magagula, soprano, South Africa (newsagent); Ema Nikolovska, mezzo-soprano, Macedonia (journalist); Chuma Sijeda, baritone, South Africa (Presto); Katie Stevenson, mezzo-soprano, United Kingdom (prologue, fat woman); Igor Yadrov, bass, Russia (bearded gentleman). No one is French-speaking, but the linguistic subtleties are well assimilated and satisfactorily delivered while the commitment is shared in equal measure. Perhaps it is in the women’s department that the most interesting voices can be found: one cannot but underline the vocal flair of Thérèse, the beautiful colour of the mezzo that lends her voice to the prologue and the nonchalant rendition of the fortune teller.

If the task of the musical director is not easy, that of Alessandro Talevi is equally difficult: he must employ his dramaturgical skills in an environment that is not very suitable to a stage performance. It is not the first time that the young director born in Johannesburg deals with such an exploit: the experience he made in this same location with Handel’s Il trionfo del Tempo e del Disinganno (which won him the European Opera-directing Prize in 2007) and Partenope in 2008, led to last night euphoric reaction.

With props limited to a few chairs, a small table and an ironing board (which also served as a delivery table for the forty thousand forty-nine newborns, not one more, not one less), the beaming outcome was achieved through the director’s expertise and the performers’ skill that made this surreal plot fully enjoyable. Apollinaire’s text was up to date in 1917 as well as thirty years later, at the debut of Poulenc’s opera, as it is now when humans, in some countries, are reluctant to generate children and where feminist demands are anything but resolved. The finale does not use metaphors to encourage the people, French or otherwise, to procreate: «Cher public, faites des enfants, | vous qui n’en faisiez guère, | vous qui n’en faisiez plus!» (Dear audience, make babies! You who scarcely have any, you who no longer make them!) and the gestures of the performers on stage, properly coupled after the confusion of sexes and roles that took place previously, leaves no doubt. And who knows, perhaps someone from the public, after the elegant dinner under the trees of Villa Ephrussi-Rothschild gardens following the performance, did comply with the inducement after returning home…

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photo © Les Azuriales Opéra 2018

Les mamelles de Tirésias

Francis Poulenc, Les mamelles de Tirésias

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Saint-Jean-Cap-Ferrat, Villa Ephrussi-Rothschild, 24 agosto 2018

Baby boom a Cap Ferrat

«Quelque part entre Monaco et Nice» scrive Poulenc sulla partitura di Les mamelles de Tirésias. Quindi, perché non la grande villa rosa che sorge sulla penisola di Cap Ferrat, a metà strada tra le due località della Costa Azzurra?

Il salone principale, una specie di chiostro coperto nell’edificio che fu proprietà di Béatrice de Rothschild e del barone Maurice de Ephrussi, ospita lo spettacolo conclusivo di Opéra Azuriales, dedicati quest’anno ai “talents de demain”, dieci giovani artisti che hanno partecipato a una competizione canora e a due masterclass prima di esibirsi nell’opera di Francis Poulenc con la direzione musicale di Bryan Evans e la mise en espace di Alessandro Talevi.

L’impresa di esprimere la cangiante orchestrazione di Poulenc con i soli tasti del pianoforte è brillantemente vinta da Bryan Evans: se non i timbri dei singoli strumenti, i colori e i temi frizzanti e suadenti di questo surreale lavoro sono resi con efficacia dalle mani del direttore e proprietario della Diva Opera, la compagnia inglese che dal 1997 presenta opere in forma cameristica. L’esperienza maturata è evidente nella efficiente concertazione delle voci, ad esempio nel folle finale del primo atto con quel quintetto di personaggi punteggiato dai caustici commenti del «popolo di Zanzibar» o nelle frequenti vivaci scene di questa deliziosa opéra bouffe.

La scelta del titolo è congeniale: undici ruoli in cui giovani interpreti possono esibire le loro doti vocali e mettere a prova quelle sceniche. Tutti hanno superato una selezione rigorosa ed esibiscono qualità di tutto rispetto. Magari talune voci hanno ancora un tocco di immaturità, altre sono invece già pronte per debutti anche più impegnativi. Ecco i loro nomi: Eliza Boom, soprano della Nuova Zelanda (Thérèse); Glenn Cunningham, tenore, Regno Unito (Lacouf); Lawrence Halksworth, baritono, Regno Unito (gendarme); Elmira Karakhanove, soprano, Russia (cartomante); Satrya Krisna, tenore, Indonesia (marito); Thembinkosi Magagula, soprano, Sud Africa (giornalaia); Ema Nikolovska, mezzosoprano, Macedonia (giornalista); Chuma Sijeda, baritono, Sud Africa (Presto); Katie Stevenson, mezzosoprano, Regno Unito (prologo, donna grassa); Igor Yadrov, basso, Russia (signore barbuto). Come si nota nessuno è di lingua francese, ma le sottigliezze linguistiche sono ben assimilate e rese soddisfacentemente e l’impegno è ripartito tra tutti in ugual misura. Forse è nel reparto femminile che si incontrano i casi più interessanti poiché non si può non notare la sicurezza vocale di Thérèse, il bel timbro del mezzosoprano che dà voce al prologo e la spigliata interpretazione della cartomante.

Se il compito del direttore musicale non è facile, altrettanto arduo è quello di Alessandro Talevi che deve utilizzare le sue capacità drammaturgiche in un ambiente ben poco adatto alla rappresentazione scenica. Non è la prima volta che il giovane regista di Johannesburg affronta il cimento: l’esperienza fatta in questa stessa location con i titoli händeliani Il trionfo del Tempo e del Disinganno (che gli ha fatto vincere nel 2007 lo European Opera-directing Prize) e la Partenope nel 2008 ha condotto al felice risultato di ieri sera.

Con arredi scenici limitati a poche sedie, un tavolino e un asse da stiro (che serve genialmente anche da letto per il parto dei quarantamilaquarantanove neonati, non uno di più, non uno di meno), tutto è giocato sull’abilità del regista e la simpatia degli interpreti per rendere godibile questa surreale vicenda il cui testo di Apollinaire era à la page nel 1917 come trent’anni dopo, al debutto della prima opera di Poulenc, così come lo è adesso in cui, in certi paesi, si è restii e generare figli e dove le istanze femministe sono tutt’altro che risolte. Il finale non ricorre a metafore per incoraggiare il popolo, francese e non, a procreare: «Cher public, faites des enfants, | vous qui n’en faisiez guère, | vous qui n’en faisiez plus!» e i movimenti degli interpreti in scena, regolarmente accoppiati dopo la confusione dei sessi e dei ruoli avvenuta in precedenza, non lasciano dubbi. E chissa che qualcuno del pubblico, dopo l’elegante dîner sotto gli alberi del giardino di Villa Ephrussi-Rothschild che è seguito alla rappresentazione, al ritorno a casa non abbia colto il pressante invito…

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photo © Les Azuriales Opera 2018

 

Les mamelles de Tirésias


Francis Poulenc, Les Mamelles de Tirésias

Lione, Opéra Nouvel, 4 dicembre 2010

(registrazione video)

Da Thérèse a Tirésias: femminismo surrealista

Il “dramma surrealista” Les mamelles de Tirésias di Guillaume Apollinaire è del giugno 1917. Esattamente trent’anni dopo, non ancora esaurita la stagione del surrealismo, Francis Poulenc ne fa un adattamento musicale trasformando l’inverosimile vicenda in un’opera buffa andata in scena all’Opéra Comique il 3 giugno 1947. In un prologo, piuttosto diverso dall’originale, e due atti il cui testo è meno rimaneggiato, costituisce la prima prova operistica del compositore francese.

Prologo. Il direttore della compagnia, in frac e con il bastone in pugno, chiede la benevolenza del pubblico e introduce con tono serio un dramma «che ha lo scopo di riformare i costumi» e di incitare i francesi a fare figli. (1)
Atto primo. La piazza del mercato di Zanzibar, luogo che secondo Poulenc «si trova da qualche parte tra Montecarlo e Nizza», il regno del gioco d’azzardo. Thérèse si ribella fermamente al marito e al ruolo di riproduttrice a cui è destinata da un consolidato costume e aspira invece a nuove professioni (soldato, medico, telegrafista, presidente della repubblica, torero…). Si sbottona allora la camicetta facendo così volar via le mammelle. Davanti al marito si trasforma in maschio e assume il nome di un uomo, Tirésias. Come in un intermezzo buffo di un’opera barocca compaiono due ubriachi, Presto e Lacouf, che litigano tra loro e impugnando entrambi una pistola di cartone, finiscono per spararsi e uccidersi a vicenda. Il popolo di Zanzibar canta un patetico requiem. Nel frattempo Tirésias si spoglia, scambia i propri vestiti con quelli del marito e lo lega. Compare quindi un gendarme che, vedendo il marito legato, lo libera scambiandolo per una donna; intanto Presto e Lacouf resuscitano, ma riprendono a litigare. Tra il marito, Presto, Lacouf e una venditrice di giornali nascono ora degli equivoci, provocati soprattutto da giochi di parole: il marito promette di riuscire a dare al mondo dei figli anche senza l’aiuto di una moglie.
Atto secondo. Sulla scena sono accatastate delle culle. Il marito è riuscito a dare alla luce 40.049 figli in un solo giorno e spiega a un giornalista come intende diventare ricco grazie a loro, ma un figlio già ricatta il padre con pretese di denaro. Interviene ancora una volta il gendarme, preoccupato per le sorti della nazione, che deve sfamare tutte quelle nuove bocche; il marito suggerisce allora di chiedere consiglio a una cartomante. È Tirésias/ Thérèse, che si fa avanti e si riconcilia finalmente col marito in un valzer sentimentale invitando il popolo a fare figli. Segue uno scatenato finale, che ha qualcosa di un finale di rivista, in cui tutti si trovano festosamente d’accordo.

Apollinaire intendeva parodiare con il suo solito tono sarcastico la propaganda per neutralizzare il declino demografico della Francia del suo tempo. Tre decenni dopo Poulenc rilegge il testo come «un’escursione tra le atmosfere effervescenti della Parigi d’inizio secolo. [Il compositore] dà il meglio del proprio talento là dove esercita la sua capacità di affrescare complessi stati d’animo, con un linguaggio che evoca le più diverse sfumature affettive, come avverrà nei Dialogues des carmélites. In quest’opera buffa le felici intuizioni melodiche, alcune atmosfere da rivista e le tipiche suggestioni ‘barocche’ (per usare un aggettivo impiegato da Poulenc stesso) non vanno oltre un certo tono scanzonato, di una lirica e divertita superficialità. D’altra parte occorre ricordare che la ricerca surrealista di Apollinaire e le escursioni nostalgiche di Poulenc vanno ben distinti dall’umorismo acre, ‘filosofico’ e dadaista di Erik Satie, che oppose infatti un netto rifiuto alla proposta di Apollinaire di scrivere le musiche per Les mamelles de Tirésias allorché i due si incontrarono, nel 1917, proprio alla ‘prima’ del dramma surrealista». (Tiziano Rosselli)

Nella musica di Les mamelles de Tirésias c’è già tutto il Poulenc futuro, l’orchestrazione leggera e sapiente, gli slanci melodici, ma soprattutto il recupero delle forme meno nobili dello spettacolo, quali il circo e il cabaret. Dopo l’impressionismo debussiano, l’avanguardia del “Gruppo dei Sei” (Milhaud, Honegger, Tailleferre, Auric, Durey e Poulenc) con la sua “musica oggettiva” ripristinava un’arte “facile” volta all’espressione tradizionale e popolare, in polemica con le coeve sperimentazioni dell’Espressionismo viennese e del Neoclassicismo stravinskiano. «Assumendo polemicamente le forme dimesse dei piccoli complessi, e mutuando dalla musica leggera le melodie accattivanti, i martellanti ritmi squadrati, “moderni”, carichi di vita e di ottimismo, nasceva una provocatoria produzione di “banalité”». (Cesare Orselli)

In questa produzione dell’Opera di Lione il prologo è preceduto da due pezzi musicali che danno il tono all’ambientazione circense scelta dalla regista Macha Makeïeff : il Foxtrot dalla Suite n° 1 per orchestra jazz di Dmitrij Šostakovič e Le boeuf sur le toit di Darius Milhaud, la musica per il balletto di Jean Cocteau.

Il circo colorato e malconcio della Makeïeff, che firma anche scenografie e costumi, è ricettacolo di quanto la società rigetta come strano, come in Freaks di Tod Browning. Ovviamente è anche occasione di innumerevoli gag in cui rivivono il tenente Colombo e Joséphine Baker, il cinema dadaista di Buñuel e quello onirico di Fellini, mentre le immagini video che evocano la Grande Guerra (sia Apollinaire che Poulenc hanno concepito i loro lavori durante i due conflitti mondiali) aggiungono assurdità alla storia.

La lettura della Makeïeff non sfrutta il potenziale polemico di questa parabola femminista o di confusione di sessi e generi, ma sottolinea il lato comico con mezzi irresistibili come l’efficientissima macchina produttrice di latte per saziare la moltitudine di bebè sfornati dal marito o, prima ancora, il “volo” delle mammelle di Thérèse («Envolez-vous, oiseaux de ma faiblesse») su un seducente motivo da café chantant.

Il brillantissimo testo di Apollinaire è pieno di facezie anche spinte («viens cueillir la fraise avec la fleur du bananier!» dice Thérèse al marito), surreali giochi di parole («médecin-merdecine-mère des cygnes…»), “rimes cocasses”. Non è da meno la morale finale, un inno alla libertà d’amare: «Il faut s’aimer! | Et puis chantez matin et soir! | Grattez-vous si ça vous démange! | Aimez le blanc… | Ou bien le noir… | C’est bien plus drôle quand ça change!».

Il tutto è reso ancora più godibile dalla musica scintillante di Poulenc qui resa con freschezza e brio da Ludovic Morlot e dagli interpreti in scena. La parte della moglie/cartomante permette a Hélène Guilmette di esibire il suo timbro luminoso e un registro acuto sorprendente assieme a una notevole presenza scenica. Non sono da meno il marito/marinaretto, Ivan Ludlow, e soprattutto Werner van Mechelen, autorevole direttore e sapido gendarme. Nei ruoli di Presto e Lacouf sono altrettanto efficaci Christophe Gay e Loïc Felix.

(1) «Public, attendez sans impatience. Je vous apporte une pièce dont le but est de réformer les mœurs. Il s’agit des enfants dans la famille. C’est un sujet domestique. Et c’est pourquoi il est traité sur un ton familier. Les acteurs ne prendront pas de ton sinistre. Ils feront appel tout simplement à votre bon sens et se préoccuperont avant tout de vous amuser afin que, bien disposés, vous mettiez à profit tous les enseignements contenus dans la pièce. Plus nombreux encore que les scintillements d’étoiles. Ecoutez, ô Français, la leçon de la guerre, et faites des enfants, vous qui n’en faisiez guère.
Vous trouverez ici des actions qui s’ajoutent au drame principal et l’ornent. Les changements de ton du pathétique au burlesque et l’usage raisonnable des invraisemblances. Il est juste que le dramaturge se serve de tous les mirages dont il dispose, comme fasait Morgane sur le Mont Gibel. Il est juste qu’il fasse parler les foules, les objets inanimés s’il lui plaît. Et qu’il ne tienne pas plus compte du temps que de l’espace. Son univers est sa pièce à l’interieur de laquelle il est le Dieu créateur qui dispose à son gré les sons, les gestes, les couleurs pour faire surgir la vie même dans toute sa vérité.
Car la pièce doit être un univers complet avec son créateur. Pardonnez-moi cher public de vous avoir parlé un peu longuement mais il y a encore là-bas un brasier où l’on abat des étoiles toutes fumantes, et ceux qui les rallument vous demandent de vous hausser jusqu’à ces flammes sublimes et de flamber aussi. Ô public, soyez la torche inextinguible du feu noveau, et faites des enfants, vous qui n’en faisiez guère».