La musica dei cattivi

Carlo Fiore, La musica dei cattivi

Neri Pozza Editore, 2026, 158 pagine

Quando Beethoven è più cattivo di Brahms

Da tempo, tra cinema e televisione si diffonde un’idea tanto persistente quanto discutibile: quella che la musica classica sia per eccellenza la “musica dei cattivi”.

È un’associazione che sembra inevitabile, quasi automatica. Innumerevoli film e serie tv hanno contribuito a consolidarla, fino a trasformarla in un vero e proprio luogo comune. Assassini, terroristi, serial killer, scienziati folli, maniaci, megalomani, boss criminali e creature mostruose di ogni tipo condividono spesso una stessa passione: ascoltano musica classica, frequentano teatri d’opera e, non di rado, suonano essi stessi uno strumento.

Questo schema narrativo si è imposto con tale forza che basta l’eco di un brano classico per suggerire allo spettatore che qualcosa di inquietante stia per accadere. Una melodia raffinata, un’aria d’opera o un passaggio orchestrale diventano segnali premonitori di violenza o rivelatori della natura oscura di un personaggio. La musica, invece di evocare bellezza o elevazione, viene caricata di un significato ambiguo, quasi minaccioso.

Le origini di questa convenzione risalgono agli albori del cinema. Già nelle prime produzioni, la contrapposizione tra immagini disturbanti e musica colta veniva utilizzata per creare tensione e spaesamento. Col tempo, però, questa scelta espressiva si è cristallizzata, trasformandosi in un cliché riconoscibile e ripetuto. Pur cambiando epoche, contesti e figure narrative, il meccanismo è rimasto sostanzialmente invariato. Il risultato è un grande equivoco culturale che, soprattutto tra gli spettatori più abituati ai codici dei media visivi, ha contribuito a generare un certo sospetto nei confronti della musica classica.

Da quel momento in poi, il legame tra musica classica e oscurità si rafforza e si diffonde. Nelle produzioni televisive più recenti, soprattutto a partire dagli anni Duemila, questo immaginario si amplia ulteriormente. Celebri composizioni vengono riproposte in contesti drammatici o violenti, contribuendo a rafforzare l’associazione tra raffinatezza musicale e pericolo imminente. Anche figure iconiche come i vampiri — dalle prime incarnazioni cinematografiche fino alle versioni seriali contemporanee ambientate tra licei e università — partecipano a questo schema, mostrando gusti musicali colti che contrastano con la loro natura predatoria.

Non mancano tuttavia eccezioni, seppur rare, che offrono una prospettiva diversa. Alcuni personaggi positivi o comunque complessi utilizzano la musica classica come espressione di intelligenza, sensibilità o introspezione. Il violino di un celebre investigatore o il violoncello di una giovane outsider rappresentano esempi in cui la musica torna ad essere strumento di identità, e non semplice segnale di minaccia.

Per contrastare questa visione distorta, Carlo Fiore propone una sorta di viaggio critico nell’immaginario occidentale. Attraverso una ricognizione attenta, precisa e affrontata con grande spirito ironico, Fiore smonta questo stereotipo per restituire alla musica classica la sua ricchezza originaria, liberandola da un’immagine riduttiva e fuorviante. Non si tratta solo di correggere una convenzione narrativa, ma di recuperare un rapporto più autentico con un patrimonio artistico che merita di essere riscoperto senza pregiudizi.

Riconoscere il valore della musica classica al di là dei cliché significa anche riappropriarsi della sua capacità di emozionare, sorprendere e parlare a tutti. Solo così sarà possibile sottrarla al ruolo di colonna sonora del male e tornare ad ascoltarla per ciò che è davvero: una forma d’arte capace di raccontare l’intera gamma dell’esperienza umana.