Mese: giugno 2026

Biennale Arte di Venezia 2026

Biennale Arte di Venezia (eventi collaterali)

Venezia, Palazzo Contarini Polignac, 27 giugno 2026

Still Joy: l’etica della gioia nell’Ucraina in guerra

Tra i tesori meno frequentati di Dorsoduro c’è Palazzo Contarini Polignac, un luogo affascinante della Venezia rinascimentale. Anche quest’anno, in occasione della 61ª Biennale d’Arte di Venezia, il palazzo ospita uno degli Eventi Collaterali più intensi e riusciti della manifestazione: Still Joy — From Ukraine into the World, presentato dalla Victor Pinchuk Foundation e dal PinchukArtCentre.

La mostra riunisce alcuni tra i più importanti artisti ucraini e internazionali attorno a una domanda tanto semplice quanto radicale: che cosa significa provare gioia in tempi di guerra? La gioia non viene raccontata come evasione o leggerezza, ma come una forza vitale, una forma di resistenza, un gesto profondamente umano.

A fare da filo conduttore sono le testimonianze raccolte da Hlib Stryzhko, marine, veterano ed ex prigioniero di guerra, oggi raccoglitore di storie. Le sue parole attraversano l’intero percorso espositivo come frammenti di realtà che impediscono all’arte di rifugiarsi nell’astrazione.

L’ingresso è affidato alla potente installazione video di Roman Khimei e Yarema Malashchuk, che alterna immagini dei rave di Kyiv prima e durante l’invasione russa. La musica elettronica, il ballo e i corpi diventano qui una dichiarazione di esistenza, quasi un atto politico. Poco oltre, i delicati paesaggi di Aliinyk, dove la natura continua silenziosamente a vivere sotto una luce lunare, dialogano con il video-saggio di Armianovski, sospeso tra la devastazione della guerra e i sogni della città martire di Mariupol.

Il percorso culmina in una sorprendente installazione immersiva di Simone Post, che trasforma gli ambienti del palazzo in un’architettura effimera costruita interamente con caramelle e dolcini: un’esplosione di colore che restituisce, almeno per un istante, quella gioia infantile che la guerra sembra voler cancellare.

Tra le opere più poetiche spicca la luminosa installazione di Ashfika Rahman: centinaia di campane provenienti da templi indù, sospese a fili di seta dorata fino a formare una grande sfera vibrante. Di fronte, Zhanna Kadyrova costruisce un giardino fragile con piante recuperate da edifici bombardati e light box che evocano figure di rifugiati in transito, accolti e curati. Due opere diversissime che dialogano sul tema della perdita, della cura e della possibilità di rinascere.

Di straordinaria intensità è anche Personal Accounts (a quiet rush) di Gabrielle Goliath. Undici persone queer e transgender ucraine raccontano esperienze di violenza, discriminazione e trauma, ma anche di guarigione e speranza. Il capitolo dedicato a Kyiv include soldati e soldatesse impegnati nella difesa del Paese. Le loro parole non vengono però rese udibili: il video mostra soltanto pause, respiri, esitazioni e gesti. Una scelta che protegge i protagonisti e, allo stesso tempo, restituisce una dimensione universale al racconto, lasciando che siano i corpi a parlare.

Tra i lavori più sorprendenti c’è Open World, ancora di Malashchuk e Khimei. Attraverso un cane robotico, Yaroslav, un ragazzo costretto a lasciare Zaporižžja per rifugiarsi in Polonia, torna virtualmente nella propria città. Cammina tra le vie, entra nella scuola semidistrutta, percorre il lungofiume, accarezza il proprio gatto e conversa con la madre, tutto attraverso gli occhi e i sensori della macchina. La tecnologia, nata per applicazioni militari, si trasforma così in uno strumento di memoria e di vicinanza. Il titolo richiama i videogiochi “open world”, nei quali il giocatore può muoversi liberamente nello spazio: qui è invece il mondo reale a essere esplorato a distanza, perché tornarvi fisicamente è diventato impossibile.

Il percorso si chiude come era iniziato, con un’opera di grande forza simbolica di Nikita Kadan. Il monumentale disegno raffigura una dark room durante un rave: i corpi si fondono fino a diventare un unico paesaggio attraversato dalla storia. Lo spettatore rimane sospeso in un’ambiguità volutamente irrisolta. Sta osservando una celebrazione estatica o una scena di catastrofe? Forse entrambe le cose. In quest’opera estasi e violenza, desiderio e distruzione convivono fino a diventare inseparabili. Kadan ci costringe così a interrogarci sulla capacità della cultura di distinguere la festa dalla tragedia e su ciò che accade ai corpi – individuali e collettivi – quando la storia si spezza.

È proprio questa la forza di Still Joy: non raccontare la guerra, ma interrogare ciò che riesce a sopravvivere dentro di essa. Una mostra che nasce dall’Ucraina ma parla a tutti noi, ricordandoci che la gioia non è il contrario del dolore. A volte è il suo più ostinato antidoto.

Venere e Adone

Salvatore Sciarrino, Venere e Adone

Venezia, Teatro La Fenice, 26 giugno 2026

★★★★☆

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Sciarrino riscrive il mito in punta di suono

 

In Venere e Adone Sciarrino reinterpreta il mito come meditazione su amore e morte, eliminando la narrazione tradizionale a favore di un teatro fatto di silenzi e suoni rarefatti. Centrale è il Mostro, vittima dell’amore. La direzione di Kent Nagano, il cast e la regia di Georges Delnon valorizzano una partitura di straordinaria intensità percettiva.

Salvatore Sciarrino intrattiene da sempre un rapporto privilegiato con la Fenice. Nel 1977 il teatro veneziano ospita l’esecuzione in forma di concerto della sua prima opera, Amore e Psiche. Nel 1979 è la volta di Cailles en sarcophage, presentata poi in forma scenica l’anno successivo, Aspern nel 2013 e La porta della legge nel 2014. Dopo Milano, in cui debutta Ti vedo, ti sento, mi perdo (2017), torna a Venezia con Luci mie traditrici nel 2019, vent’anni dopo la prima di Schwetzingen. Ora Venere e Adone vi approda in prima nazionale con gli stessi interpreti della produzione alla Hamburgische Staatsoper del maggio 2023 confermando un legame artistico che attraversa mezzo secolo.

Con Venere e Adone, significativamente sottotitolato Naufragio di un mito, Salvatore Sciarrino torna al teatro musicale con una delle opere più radicali e, al tempo stesso, più coerenti del suo percorso creativo. L’opera non rappresenta soltanto la quindicesima tappa del catalogo teatrale del compositore siciliano, ma appare piuttosto come una summa della sua poetica sonora, della sua riflessione sul mito e della sua concezione del teatro come spazio di apparizioni acustiche più che narrative.

Sciarrino affronta ancora una volta un soggetto mitologico, ma lo priva di ogni monumentalità. In Venere e Adone non c’è nulla dell’opera intesa come grande macchina drammatica: il compositore elimina ogni retorica eroica e trasforma la vicenda in un paesaggio mentale fatto di frammenti, respiri, silenzi e vibrazioni minime. La storia di Venere e Adone — ispirata soprattutto all’Adone di Giovan Battista Marino — viene così svuotata della sua funzione narrativa tradizionale per diventare una meditazione sull’eros, sulla violenza e sulla morte.

La vicenda (1) si apre con un prologo corale che introduce il mito e lascia già emergere la misteriosa figura del Mostro, il cinghiale destinato a uccidere Adone. Sull’Olimpo Vulcano rivela a Marte che Venere ha abbandonato entrambi per un giovane mortale; ferito nell’orgoglio, il dio della guerra convince Amore a intervenire contro il rivale. Intanto Venere e Adone vivono il loro breve idillio amoroso, continuamente interrotto dalle meditazioni del Mostro, creatura solitaria che osserva gli eventi senza comprenderne il senso.

Quando Adone decide di partire per la caccia, la tragedia diventa inevitabile. Colpito anch’esso dalla freccia di Amore, il cinghiale non aggredisce il giovane per ferocia ma per un impulso amoroso che non sa dominare. Nel momento dello scontro i due si scambiano misteriosamente le anime: Adone rimane prigioniero del corpo del Mostro, mentre Venere, ignara dell’accaduto, trasforma in anemone il corpo che crede appartenere al suo amante. L’opera si chiude con una domanda destinata a restare senza risposta: a trionfare è stato l’amore o la morte?

La scelta più sorprendente dei librettisti — Sciarrino stesso e Fabio Casadei Turroni — riguarda proprio il ruolo del Mostro, il cinghiale che uccide Adone. Nella tradizione iconografica e letteraria è una presenza marginale, quasi un semplice strumento del destino. Sciarrino, invece, lo colloca al centro dell’opera, facendone la figura più umana e vulnerabile. Marino gli attribuiva già una certa complessità psicologica; Sciarrino porta quell’intuizione alle estreme conseguenze. Il Mostro diventa una creatura ferita dall’amore, vittima esso stesso di Cupido, incapace di comprendere la propria natura. Non è un assassino mosso dalla ferocia, ma un essere tragicamente travolto dal desiderio. In questo rovesciamento prospettico risiede il nucleo filosofico dell’opera: l’amore non salva, ma distrugge; eros e morte finiscono per coincidere fino a diventare indistinguibili.

L’interrogativo finale — «Chi ha vinto, amore o morte?» — resta volutamente aperto. Non c’è catarsi, né soluzione morale. Sciarrino lascia lo spettatore in uno stato di sospensione, come se il mito fosse un relitto riemerso dal passato per continuare a interrogare il presente.

Musicalmente, Venere e Adone rappresenta una delle formulazioni più pure del linguaggio sciarriniano. L’opera sembra nascere ai margini dell’udibile: clarinetti che emettono note fantasmatiche, archi sfregati sul ponticello, percussioni lontane, armonici che appaiono e scompaiono come fenomeni atmosferici. Tutto concorre a creare uno spazio sonoro rarefatto e instabile. Respiri, fruscii, mormorii, brusii, cinguettii: un universo di suoni appena percettibili, da cui gli strumenti emergono per poi ritornare nel silenzio. La dinamica scende spesso fino al pianississimo, interrotta soltanto da improvvise esplosioni orchestrali che infrangono una trama sonora altrimenti sottilissima. Ne nasce un vero ecosistema acustico, nel quale l’ascoltatore è costretto a ridefinire continuamente la propria soglia percettiva.

Sciarrino lavora da decenni sull’idea di «amplificare il silenzio», e in quest’opera tale principio raggiunge uno dei suoi esiti più compiuti. I celebri «crescendo dal nulla» e «diminuendo nel nulla», disseminati nella partitura, non sono semplici effetti dinamici, ma autentici dispositivi drammaturgici. Ogni apparizione sonora sembra sul punto di dissolversi, come se la musica fosse costantemente minacciata dall’estinzione. L’orchestra non accompagna l’azione: evoca piuttosto lo spazio invisibile nel quale i personaggi si muovono.

Questa rarefazione estrema non coincide però con l’immobilità. Uno degli aspetti più impressionanti della scrittura di Sciarrino è proprio la capacità di generare tensione attraverso mezzi minimi. Dopo lunghi tratti quasi impercettibili, improvvise esplosioni orchestrali irrompono con una violenza tanto più sconvolgente quanto più inattesa. Nel Prologo, ad esempio, il fragile equilibrio sonoro viene improvvisamente lacerato da un gesto orchestrale brutale, quasi una tempesta che nasce da un soffio. È il tipico contrasto sciarriniano fra fragilità e caos: una musica apparentemente contemplativa che custodisce, sotto la propria superficie, il rischio costante della catastrofe.

Interessante, a questo proposito, è il confronto con Kaija Saariaho proposto da Alex Ross sul New Yorker nel giugno 2023. Non si tratta di stabilire una graduatoria fra due compositori, bensì di mettere a confronto due modi profondamente diversi di concepire il suono. Ross osserva come entrambi possiedano una firma sonora immediatamente riconoscibile.

Le loro poetiche, tuttavia, divergono profondamente. Saariaho modella una materia sonora luminosa, continua e cangiante, nella quale il timbro si trasforma in un flusso ininterrotto. Pur provenendo anch’essa dalla ricerca sul timbro e dall’eredità del modernismo, la sua scrittura orchestrale produce un effetto immersivo, nel quale il suono sembra espandersi senza soluzione di continuità.

Sciarrino percorre invece la strada opposta. Costruisce il proprio linguaggio ai limiti dell’udibile, creando un ambiente sonoro quasi vuoto, attraversato da eventi minimi che acquistano forza proprio grazie alla loro estrema fragilità. Se la musica di Saariaho tende ad avvolgere l’ascoltatore, quella di Sciarrino lo costringe invece a tendere costantemente l’orecchio, trasformando l’ascolto in un atto di attenzione assoluta.

Anche il trattamento delle voci contribuisce a questa poetica della sottrazione. I personaggi non «cantano» nel senso operistico tradizionale; emergono piuttosto dalla trama orchestrale come apparizioni intermittenti. Le linee vocali sono scarne, spesso sillabiche, percorse da inflessioni prossime al parlato. I duetti fra Venere e Adone si sviluppano in un flusso rapido e nervoso, mentre il coro interviene con formule spezzate e quasi rituali. Tutto appare ridotto all’essenziale, come se Sciarrino volesse liberare l’opera da ogni residuo decorativo per ricondurla a un nucleo archetipico.

La direzione di Kent Nagano è uno degli elementi decisivi della riuscita dello spettacolo. Una partitura di questo tipo esige un controllo assoluto delle dinamiche, dei timbri e delle proporzioni interne, perché basta il minimo squilibrio a compromettere il delicatissimo equilibrio sonoro costruito da Sciarrino. Nagano dimostra una conoscenza profonda di questo linguaggio, mantenendo sempre trasparente la fitta rete di micro-eventi orchestrali. Talvolta i tempi appaiono leggermente più tesi di quanto suggerirebbe la dimensione onirica della partitura; ma proprio questa tensione impedisce alla rarefazione di trasformarsi in inerzia contemplativa. Il risultato è particolarmente convincente nella scena IV, dove le sorprendenti parodie dello stile settecentesco che accompagnano il secondo duetto fra Venere e Adone acquistano un rilievo teatrale di rara efficacia.

Anche sul piano vocale Sciarrino si muove in una direzione lontanissima dalla tradizione operistica. Più che volume o espansione sonora, richiede agli interpreti un controllo assoluto del fiato, precisione d’intonazione anche nelle dinamiche più estreme, nitidezza della dizione e capacità di passare con naturalezza dal parlato al canto. La voce diventa così uno strumento da camera, destinato a fondersi con il tessuto orchestrale anziché dominarlo. Quella di Sciarrino è una vocalità fatta di mezze voci, filati, sillabazione nitidissima, emissioni rarefatte e controllo rigoroso del respiro. È proprio questa combinazione di raffinatezza tecnica, precisione dinamica e intensità trattenuta a rendere Layla Claire e Randall Scotting interpreti particolarmente adatti ai ruoli di Venere e Adone.

Layla Claire possiede un timbro luminoso, caratterizzato da grande omogeneità fra i registri, eccellente controllo del pianissimo, legato naturale e una dizione italiana di rara accuratezza, qualità ideali per la scrittura di Sciarrino. La sua Venere non è una dea passionale nel senso verista del termine, ma una figura sospesa, che seduce attraverso il colore della voce più che mediante l’espansione sonora. Sul piano espressivo Claire mantiene un equilibrio ammirevole fra sensualità trattenuta, malinconia e costante fragilità. La sua interpretazione evita ogni enfasi e privilegia un fraseggio di raffinata impronta cameristica.

Affidando Adone a un controtenore, Sciarrino ottiene un effetto di ambiguità timbrica lontanissimo dalla tradizione dell’eroe tenorile. Randall Scotting esibisce un timbro morbido e vellutato, un’emissione estremamente stabile nel registro acuto e una notevole capacità di sfumare continuamente il suono, anche nelle linee vocali più frammentate. Il suo Adone appare giovanile, inconsapevole, privo di qualsiasi retorica eroica. Lo stesso Scotting ha osservato come Sciarrino descriva il personaggio soprattutto come un ragazzo pieno di vitalità, interessato alla caccia e all’amore più che alle imprese gloriose: un tratto che emerge con particolare evidenza nella grande scena venatoria.

Molto convincente è anche Evan Hughes nel ruolo del Mostro, autentico fulcro drammatico dell’opera. Pur disponendo di un tempo scenico relativamente limitato — i suoi primi quattro interventi sono “a parte”, fuori scena — la sua presenza costituisce il contrappeso ideale alla rarefazione vocale dei due protagonisti. Hughes possiede un timbro scuro, profondamente risonante, sostenuto da un registro grave di notevole autorevolezza. Sciarrino non sfrutta queste qualità come massa sonora, ma come presenza inquietante che emerge lentamente dal silenzio. Fondamentale è il controllo dinamico: anche nei pianissimi più estremi Hughes conserva sempre un nucleo sonoro saldo e perfettamente definito. La dizione è incisiva: ogni parola è scolpita con chiarezza senza mai sconfinare nella declamazione. Sul piano interpretativo evita accuratamente di trasformare il Mostro in una figura puramente minacciosa; al contrario, ne restituisce tutta la tragica umanità.

Il Marte di Matthias Klink, il Vulcano di Cody Quattlebaum — due figure tratteggiate con un sottile gusto caricaturale —, la Fama affidata a Nicholas Mogg e Vera Talerko e il quartetto vocale del Prologo e dell’Epilogo (Livia Rado, Francesca Gerbasi, Paolo Mascari e Francesco Milanese) completano un cast di livello eccellente.

Con la rarefatta scenografia di Varvara Timofeeva, gli eleganti costumi di Marie-Thérèse Jossen, il raffinatissimo disegno luci di Carsten Sander — che riprende il lavoro realizzato da Bernd Gallasch per la produzione di Amburgo — e i suggestivi video di Marcus Richardt, la regia di Georges Delnon si distingue per l’eleganza visiva e per la capacità di costruire una successione di tableaux di grande forza evocativa.

Il teatro di Sciarrino pone tuttavia un problema fondamentale alla regia contemporanea: come rappresentare scenicamente un’opera che sembra rifiutare l’idea stessa di azione? La sua drammaturgia è anzitutto acustica; accade nell’ascolto prima ancora che nello spazio scenico. Qualunque eccesso visivo rischia quindi di tradirne la natura. Delnon evita questa trappola con intelligenza, scegliendo la via della sottrazione anche sul piano teatrale. Le immagini non illustrano la musica, ma ne amplificano il carattere allusivo, lasciando che sia il suono a guidare lo sguardo dello spettatore. Proprio questa irriducibilità rende Venere e Adone una delle esperienze teatrali più singolari degli ultimi anni.

Sciarrino continua a occupare una posizione isolata nel panorama musicale contemporaneo: pur provenendo dall’avanguardia del secondo Novecento, non ha mai condiviso né il culto della complessità seriale né l’estetica spettacolare che caratterizza una parte della produzione contemporanea. Il suo teatro procede nella direzione opposta: riduzione, fragilità, sottrazione. È una musica che obbliga l’ascoltatore a rallentare, a modificare radicalmente la propria percezione del tempo e dello spazio sonoro.

In questo senso Venere e Adone non è soltanto un’opera sul mito classico. È anche una riflessione sul destino stesso del melodramma. Sciarrino sembra interrogarsi su ciò che può sopravvivere dell’opera dopo la dissoluzione delle sue convenzioni storiche. La risposta non consiste in un recupero nostalgico del passato, ma nella ricerca di una nuova intensità percettiva. Eliminando quasi tutto — volume, gesto, narrazione, spettacolo — il compositore tenta di riportare il teatro musicale alla sua condizione più originaria: il mistero di un suono che nasce dal silenzio e nel silenzio subito si dissolve.

Alla fine resta soprattutto questa impressione: non quella di aver assistito a una narrazione, ma a un fenomeno naturale, a una lenta metamorfosi sonora. Come il fiore nato dal sangue di Adone, anche la musica di Sciarrino sembra sbocciare per un istante sull’orlo del nulla, prima di ritornarvi definitivamente.

Lo dimostra anche la risposta del pubblico che, nonostante qualche sporadica defezione durante lo spettacolo, al termine dei sessantacinque minuti ha tributato un caloroso successo a tutti gli interpreti. Gli applausi più convinti sono andati a Evan Hughes ma soprattutto a Kent Nagano, autentico artefice del delicatissimo equilibrio sonoro di questa straordinaria partitura.

(1) Prologo. Il coro espone velatamente la vicenda cui assisteremo. Tra le strofe si ode la voce del Mostro.
Scena I. Vulcano (l’artefice, marito di Venere) e Marte (il guerriero, amante di Venere, nonché padre illegittimo di Amore) si incontrano in un luogo non meglio definito — forse sulla vetta dell’Olimpo. Si odono soltanto il vento e lo stridio dei rapaci che volteggiano nel cielo. Vulcano avverte Marte che la bella Venere ha un nuovo amante, giovane e ancora imberbe — un cucciolo d’uomo. Marte stenta a crederci e Vulcano, il marito tradito, lo prende in giro: le corna di Marte son più lunghe delle proprie perché l’amato è un mortale. A parte I. Il Mostro si sveglia come dal nulla da cui proviene. Non sa chi è. Giace nella sua tana lontano da tutto, ma ascolta tutto.
Scena II. Nascosti in Libano, Venere e Adone si amano. A parte II. Il Mostro percepisce la propria diversità.
Scena III. Sempre sull’Olimpo. Marte chiama a sé Amore perché punisca il giovane amante. Amore non intende tradire sua madre, che se la sta spassando con Adone, solo per fare contento suo padre. Tuttavia, Marte riesce a convincere il figlio a far scivolare una delle sue frecce nella faretra di Adone. A parte III Il. Mostro origlia, ma disdegna gli intrighi.
Scena IV. Trascorsa la notte d’amore, Adone vuole andare a caccia prima dell’alba. Venere cerca di dissuaderlo e lui decide di non andare. Però la dea è irritata e lo sgrida come se fosse un bambino. Alla fine, lo caccia fuori dal letto. A parte IV. Il Mostro sente i cani e il frastuono della caccia, benché riluttante sa che gli tocca difendersi.
Scena V. Adone vuole abbattere il cinghiale e portare la testa in dono a Venere, a mo’ di trofeo, ma lei gli ha detto che bisogna amare da lontano e questa saggezza lo turba profondamente.
Scena VI. La Fama, cantata a due voci, subentra nella narrazione: Adone si addentra nella boscaglia e libera i cani. Vede il cinghiale, si spaventa. Tra l’azzannare dei cani e le frecce che si spezzano a contatto della sua pelle, il Mostro getta un’occhiata su Adone, per poi ignorarlo del tutto. Vorrebbe tanto tornare nel fango della sua caverna. Ma viene trafitto dall’ultima freccia (la freccia di Amore): lo pervade una tenerezza sconosciuta, che gli cambia lo spirito. Colto dal desiderio di baciare Adone, lo insegue e finisce per sbranarlo; ma ecco che, attraverso gli occhi, i due si scambiano le anime. Adone vede con gli occhi del Mostro il proprio corpo dilaniato, mentre il cinghiale vede la propria figura orrida attraverso gli occhi della sua vittima. «Ma davvero l’ho baciato con così tanta foga?», si chiede. La Fama chiama Venere: deve accorrere per vedere quanto sta soffrendo il suo amato. La dea arriva subito, scaccia l’incolpevole cinghiale e trasforma colui che crede essere Adone in un anemone, a perpetuo ricordo del suo sfortunato amante. Prigioniero di un corpo irsuto, Adone chiama Venere, ma la sua voce non può raggiungerla.
Epilogo. A questo punto, tutti ci chiediamo: chi ha vinto? L’amore o la morte? Se vince l’amore, siamo tutti in pericolo, belli o brutti. L’amore ci inganna, assume forme illusorie e scatena tempeste. Per gli amanti sarebbe più prudente trovare riparo in un porto sicuro.

Amor tiranno

Amor Tiranno
Storie d’amanti nell’Opera del Seicento

Carlo Vistoli controtenore, Filippo Pantieri maestro concertatore al clavicembalo, Ensemble Sezione Aurea

Teatro Ponchielli, Cremona, 21 giugno 2026

Lacrime, desiderio e oblio: Vistoli chiude in bellezza il Monteverdi Festival

Ecco qual era il programma dell’ultima giornata del 43° Monteverdi Festival di Cremona, domenica 21 giugno, solstizio d’estate.

Alle 5.30 (non 17.30: proprio 5.30!) concerto all’alba nel Cortile dei Canonici con il liutista Roberto Cascio. Per chi proveniva dalla rappresentazione de L’incoronazione di Poppea della sera precedente, significava meno di quattro ore di sonno.

Alle 12.00 all’Auditorium Giovanni Arvedi del Museo del Violino appuntamento con In tono antico, audizioni su strumenti storici appartenenti al patrimonio liutaio cremonese.

Alle 16.00, al Teatro Ponchielli, Le nozze di Teti e Peleo di Francesco Cavalli, proposta in prima rappresentazione moderna in occasione del 350° anniversario della morte del compositore. Volendo, alle 19.30 si poteva assistere alla presentazione del volume di Francis Thompson, curato da Giulio Solzi Gaboardi, con Alberto Mattioli, consulente artistico e volto narrante ufficiale del Festival, nel ruolo di moderatore.

Infine, alle 21.30, la grande chiusura del Festival con Amor tiranno. Storie d’amanti nell’opera del Seicento, concerto affidato a Carlo Vistoli, all’Ensemble Sezione Aurea e a Filippo Pantieri, maestro concertatore al clavicembalo.

Tutto questo in una delle città più calde d’Italia in questi giorni.

Chi scrive non è riuscito a essere presente ovunque, ma si è limitato alla rappresentazione dell’opera e al concerto di Carlo Vistoli, il quale per raccontare gli “strani amori” dell’opera secentesca ha costruito un programma dedicato ai due grandi protagonisti del Festival, Monteverdi e Cavalli, affiancati da alcuni loro contemporanei.

Si inizia con “Ohimè, che miro”, uno dei più intensi lamenti del primo teatro musicale veneziano. Si trova nel terzo atto de Gli amori d’Apollo e di Dafne, la seconda opera di Cavalli giunta fino a noi, rappresentata al Teatro San Cassiano di Venezia nel 1640 su libretto di Giovanni Francesco Busenello, lo stesso autore de L’incoronazione di Poppea. Dal punto di vista drammaturgico la scelta è straordinaria, perché Busenello rovescia il mito classico: Apollo non appare come il dio trionfante della luce e dell’armonia, ma come un amante sconfitto, vulnerabile e profondamente umano. Particolarmente suggestiva è l’immagine poetica delle lacrime. Apollo desidera che il proprio pianto irrighi le radici dell’alloro nato dal corpo di Dafne: «Vadano in doppio fonte ad irrigare d’un lauro le dolcissime radici». L’amore impossibile trova così una forma di sopravvivenza simbolica: se non può possedere Dafne come donna, Apollo la celebrerà come pianta sacra.

Segue “Ombra mai fu”, l’intonazione cavalliana del testo di Nicolò Minato per Il Xerse, opera di cui Vistoli fu protagonista al Festival della Valle d’Itria nel 2022. Qui si celebra addirittura l’amore per un albero, un platano. Nel recitativo precedente («Fronde tenere e belle del mio platano amato») Serse augura all’albero pace e protezione dagli elementi; poi intona questa brevissima lode alla sua ombra. Musicalmente la versione di Cavalli è lontanissima da quella resa immortale da Händel. Non possiede ancora la monumentalità lirica del celebre Largo, ma rivela una grazia tutta secentesca: fraseggio essenziale, canto quasi parlato, accompagnamento ridotto all’osso e un senso di intimità che rende immediatamente umano il personaggio. Vistoli, con la sua intelligenza musicale e la sua sensibilità interpretativa, valorizza pienamente questa miniatura.

Un altro lamento è l’intensissimo “Uscitemi dal cor, lacrime amare”, quello di Idraspe da L’Erismena, uno dei ruoli che contribuirono ad affermare Carlo Vistoli sulla scena internazionale nella produzione del Festival di Aix-en-Provence del 2017. Cavalli non costruisce ancora l’aria chiusa settecentesca, ma un discorso musicale fluido nel quale recitativo e canto arioso si fondono continuamente. La linea vocale segue da vicino gli affetti del testo: sospiri, cromatismi, discese melodiche e improvvise tensioni armoniche traducono musicalmente il pianto e l’angoscia del personaggio. È una delle pagine in cui emerge con particolare evidenza il genio teatrale di Cavalli: poche battute bastano a trasformare un dolore amoroso in una meditazione universale sulla fragilità umana.

Da La Calisto e da Il Giasone provengono rispettivamente “Erme e solinghe cime” e “Delizie, contenti”. Se la prima è pura sospensione poetica, nella quale Endimione, «contemplator secreto» della dea Diana, ammira il cielo notturno e invoca la Luna trasformando il paesaggio in specchio del proprio sentimento, la seconda è una pagina di sensualità quasi spudorata. Qui Giasone, l’eroe destinato alla conquista del Vello d’Oro, appare lontanissimo dall’immagine tradizionale dell’eroe guerriero: è un amante appagato, ancora immerso nei piaceri di una notte d’amore. L’incipit dell’aria — «Delizie, contenti, che l’alma beate…» — è un’esaltazione della felicità sensuale. Giasone non pensa alla gloria né alle imprese eroiche: celebra il piacere come valore assoluto. Musicalmente il brano è un piccolo gioiello di eleganza, costruito su una melodia semplice e immediata, un ritmo cullante e danzante e ostinati del basso che accentuano il carattere sensuale del testo. Il timbro sontuoso di Vistoli sembra fatto apposta per questa musica.

Sempre di Cavalli è “Sonno, placido Nume” da Pompeo Magno, opera tarda del 1666. Si tratta di una tipica invocazione al Sonno, figura allegorica molto amata dal teatro veneziano del Seicento. Il protagonista non chiede gloria, vendetta o amore, ma l’oblio: «Spargi d’oblivion i miei ardori». La linea vocale, raccolta e intensamente cantabile, si distende su un accompagnamento dal ritmo cullante, quasi una ninna nanna aristocratica. La strettissima aderenza agli accenti del testo e la prevalenza dell’atmosfera contemplativa sull’esibizione virtuosistica trovano in Vistoli un interprete ideale.

L’oblio è anche il tema di una delle pagine più enigmatiche e sublimi de L’incoronazione di Poppea, ascoltata il giorno precedente. Dall’ultima opera di Monteverdi Vistoli sceglie “I miei subiti sdegni” e “Son rubini amorosi”, due brani che condensano i caratteri opposti di Ottone e Nerone. Il cantante conosce profondamente entrambi i personaggi, avendoli interpretati più volte: Nerone, tra l’altro, nella celebre produzione salisburghese del 2018, e Ottone più recentemente alla Staatsoper di Berlino. Pur essendo entrambi destinati originariamente a voci acute maschili, i due personaggi incarnano mondi opposti. Ottone, moralmente ambiguo ma profondamente umano, è malinconico e introspettivo; Nerone, dominato dal desiderio e dalla volontà di potere, è impulsivo, sensuale, teatrale. Vistoli possiede quella rara combinazione di nobiltà timbrica, morbidezza del legato e intensità drammatica che gli consente di passare con naturalezza dall’uno all’altro.

Tra i contemporanei di Monteverdi e Cavalli figurano Antonio Cesti e Alessandro Stradella. Del primo si ascolta “Qual profondo letargo” da L’Orontea, opera recentemente riproposta alla Scala; del secondo due arie da Il Trespolo tutore, titolo in cui Vistoli ha interpretato il personaggio di Nino nella produzione del Teatro Carlo Felice di Genova del 2020. Anche in questo caso il programma dialoga con il percorso artistico del cantante, che in quelle opere ha vestito i panni dei protagonisti.

Le esibizioni vocali hanno trovato un sostegno ideale nell’Ensemble Sezione Aurea, diretto da Filippo Pantieri al clavicembalo. L’approccio filologicamente informato della compagine non ha nulla di rigidamente accademico, come hanno dimostrato i brani strumentali inseriti nel programma. Accanto a una Sonata-Canzone di Cavalli del 1656, gli ascoltatori hanno potuto scoprire pagine di Dario Castello — con due Sonate del 1629 —, Marco Uccellini con l’Aria decimaquarta sopra “La mia Pedrina” e Girolamo Frescobaldi con la Toccata prima del 1627. In tutti questi pezzi si è potuta apprezzare la qualità sonora, la precisione e la vivacità espressiva dei sei strumentisti: Gianandrea Guerra e Gabriele Raspanti (violini), Francesca Camagni (violino e viola), Elisa La Marca (tiorba e chitarra barocca), Sebastiano Severi (violoncello) e Rosita Ippolito (viola da gamba,  lirone e violone).

L’entusiasmo del pubblico ha infine strappato tre bis a Carlo Vistoli: due pagine monteverdiane, tra cui lo struggente “Sì dolce è ‘l tormento”, e l’immancabile versione händeliana di “Ombra mai fu”.

E così, dopo tante ore di musica distribuite fra alba e notte, il Monteverdi Festival ha salutato il suo pubblico nel modo più coerente possibile: affidandosi alla forza di un repertorio che, a quasi quattro secoli di distanza, continua a parlare con sorprendente immediatezza. Nei lamenti degli amanti abbandonati, nelle estasi sensuali degli eroi innamorati, nelle invocazioni al sonno e all’oblio, Carlo Vistoli ha trovato il filo rosso di un viaggio attraverso le passioni del Seicento. Un viaggio che ha ricordato come Monteverdi, Cavalli e i loro contemporanei non appartengano soltanto alla storia della musica, ma continuino a raccontare, con straordinaria verità teatrale, le inquietudini e i desideri di ogni tempo. E mentre le ultime note di Händel si spegnevano nella notte ancora torrida, il Festival chiudeva la sua quarantatreesima edizione confermando una volta di più il ruolo di Cremona come una delle capitali europee della musica antica.

Le nozze di Teti e Peleo

foto © Antonino Dimondo

Francesco Cavalli, Le nozze di Teti e Peleo

Cremona, Teatro Ponchielli, 21 giugno 2026

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Quando la Discordia inventò l’opera: il primo Cavalli al Monteverdi Festival di Cremona

Al Monteverdi Festival, Le nozze di Teti e Peleo di Cavalli rivela le origini dell’opera veneziana. Antonio Greco ricostruisce con intelligenza una partitura fondamentale, mentre Petra Deidda firma una regia visionaria e metateatrale. Tra dèi, Discordia e presagi troiani, musica, scene e luci danno vita a una festa barocca dove già si intravede l’ombra della tragedia.

Tra le molte meritorie operazioni di riscoperta che animano il Monteverdi Festival di Cremona, poche possono vantare il fascino archeologico di Le nozze di Teti e Peleo di Francesco Cavalli. Non si tratta soltanto di riportare alla luce un titolo dimenticato: siamo davanti alla più antica opera veneziana giunta fino a noi con la musica completa e, in sostanza, all’atto di nascita di un modo nuovo di concepire il teatro musicale. Presentata per la prima volta in epoca moderna in occasione dei 350 anni dalla morte del compositore, questa produzione del Teatro Ponchielli ha assunto inevitabilmente il valore di un evento storico oltre che artistico.

L’opera nasce da un libretto di Orazio Persiani, personaggio ancora avvolto in molte ombre, ma fondamentale nella storia del teatro musicale veneziano. Più che un librettista nel senso moderno del termine, Persiani fu un uomo di teatro coinvolto direttamente nell’avventura imprenditoriale del Teatro San Cassiano, il luogo in cui l’opera smette di essere privilegio delle corti e diventa spettacolo destinato a un pubblico pagante. In questo senso Le nozze di Teti e Peleo (1639) non racconta soltanto un mito: racconta la nascita stessa dell’opera commerciale veneziana.

Nel libretto Eaco, padre di Peleo, non gradisce il matrimonio del figlio con Teti, già destinata e poi rifiutata da Giove. Chiede perciò aiuto a Plutone perché impedisca queste nozze. Plutone invia sulla terra la Discordia, che prima interrompe la cerimonia con lo stratagemma funesto del pomo d’oro (quello che poi porterà alla guerra di Troia) e quindi insinua gelosie e sospetti nei promessi sposi. Alla fine Himeneo, deus ex machina, stanco di tutta quella confusione, rivelerà le trame di Discordia permettendo a Teti e Peleo, ormai riconciliati, di sposarsi. (1)

Ciò che nella tradizione classica è un semplice episodio genealogico destinato a introdurre la nascita di Achille, nelle mani di Persiani diventa una macchina drammaturgica di sorprendente ambizione. Non assistiamo soltanto a un matrimonio. Assistiamo alla genesi della guerra di Troia.

È questo l’aspetto più affascinante del libretto che costruisce infatti una sorta di prequel mitologico. Nel prologo Fama e Tempo annunciano che quanto sta per accadere avrà conseguenze immense. Lo spettatore conosce già il futuro: sa che da queste nozze nascerà Achille e che dal pomo della Discordia nascerà il conflitto destinato a incendiare il mondo antico. La tensione non deriva quindi dall’incertezza degli eventi, ma dalla contemplazione delle loro cause.

Persiani appartiene ancora al mondo delle feste teatrali seicentesche. Il suo teatro vive di apparizioni, metamorfosi, cori, interventi divini. Tuttavia dentro questa struttura apparentemente ingenua si intravede già qualcosa che porterà direttamente a Busenello e ai grandi librettisti della maturità veneziana. Quando il celebre pomo d’oro viene gettato tra gli invitati alle nozze, il dramma si sposta dall’Olimpo all’interiorità dei personaggi.

Qui emerge tutta la modernità di Cavalli. Se Monteverdi aveva aperto la strada, Cavalli è il compositore che rende possibile la diffusione dell’opera. La sua scrittura possiede una fluidità teatrale sorprendente. Il recitar cantando non è più esperimento ma linguaggio vivo. I recitativi scorrono con naturalezza, le arie emergono come momenti di condensazione emotiva, i cori ampliano continuamente la prospettiva drammatica.

Per questa prima rappresentazione mondiale in epoca moderna, Antonio Greco ha curato la ricostruzione musicale del lavoro a partire dal manoscritto conservato alla Biblioteca Marciana. Un’impresa che richiede non soltanto competenza filologica, ma anche immaginazione teatrale: perché una partitura del 1639 non può essere semplicemente riesumata, deve tornare a respirare. E Greco, figura centrale della vita musicale cremonese, ha dimostrato ancora una volta di possedere entrambe le qualità.

Riportare oggi in teatro un’opera come Le nozze di Teti e Peleo non significa semplicemente eseguire una partitura antica. Significa confrontarsi con una fonte storica che, pur conservando in modo prezioso la traccia dell’opera, non ci consegna sempre un oggetto musicale completo, immediatamente praticabile. La versione moderna dell’opera nasce dunque da un lavoro stratificato: la trascrizione e la trasposizione in edizione moderna realizzata da Angela Romagnoli hanno costituito il punto di partenza indispensabile; su questa base si è poi innestato l’intervento musicale di Greco, chiamato a restituire all’opera non solo una forma eseguibile, ma anche un respiro teatrale coerente. 

Il manoscritto superstite si presenta complessivamente leggibile e curato e conserva con chiarezza una parte consistente dell’opera. Le sue difficoltà non dipendono tanto dalla cattiva conservazione, quanto dalla sua natura d’uso. È probabile, infatti, che il manoscritto fosse destinato ai musicisti del basso continuo, oppure che servisse in teatro per diverse esigenze pratiche. Proprio questa natura funzionale spiega molte delle lacune presenti nel testimone. Nelle pagine d’insieme, il manoscritto riporta spesso soltanto la linea del basso continuo, tanto nelle sinfonie e nei ritornelli strumentali quanto in numerosi cori; verosimilmente complete in un testimone precedente. II manoscritto, insomma, non sempre conserva l’intera realizzazione sonora dell’opera, ma ne lascia spesso le tracce. Tracce a volte chiarissime, a volte più sfuggenti, che indicano la direzione della volontà musicale e teatrale di Cavalli senza consegnarcela sempre in forma compiuta. Caso atipico rispetto a quanto detto fin ora sono i due cori del primo atto, per «Alla caccia, alla caccia» e «Su dunque all’armi», che risultano scritti integralmente. Questo dato dimostra che, almeno in alcuni punti, il progetto originario prevedeva una scrittura completa delle sezioni d’insieme.

In questa prospettiva si colloca anche l’inserimento di materiali musicali tratti da compositori contemporanei a Cavalli. Per esigenze sceniche e registiche sono state introdotte pagine strumentali appartenenti allo stesso periodo storico e stilistico dell’opera, in particolare si è scelto di utilizzare materiali di Biagio Marini. Non si tratta di innesti casuali o decorativi, ma di materiali scelti per la loro prossimità cronologica, linguistica e stilistica. Un altro esempio particolarmente significativo riguarda l’inizio del prologo, una solenne fanfara scandita dal tamburo e dai fiati. La didascalia presente nel manoscritto, «La Fama suona la Tromba, di poi dà principio al Canto» presuppone la presenza di una sinfonia introduttiva, pur non essendo presente nel manoscritto. Da questa indicazione è nata la scelta di utilizzare, insieme al Maestro Emilio Botto, materiale di Girolamo Fantini, perfettamente contemporaneo all’opera e coerente con il contesto evocato.

Antonio Greco dirige questa materia con evidente familiarità. Non c’è mai il senso dell’operazione museale. Al contrario, la musica sembra nascere davanti agli spettatori con una freschezza quasi improvvisata. L’ensemble Cremona Antiqua conferma la qualità che da anni ne fa uno dei punti di riferimento del repertorio secentesco italiano: colori raffinati, continuo ricco di invenzione, attenzione costante alla parola. I tredici componenti andrebbero tutti enunciati, ma ricordiamo almeno l’arpa barocca di Margherita Burattini, la tiorba e chitarra di Mauro Pinciaroli, le “tastiere” (clavicembalo, organo, regale) di Luigi Accardo.

È soprattutto la dimensione teatrale a colpire nella musica di Cavalli, il quale possiede già quell’istinto scenico che diventerà il marchio dell’opera veneziana. Ogni personaggio entra in scena con una precisa funzione drammatica; ogni episodio contribuisce ad accrescere il movimento complessivo. Persino le lunghe sezioni allegoriche mantengono una sorprendente capacità di coinvolgimento.

Nel cast emerge anzitutto la Teti di Valentina Ferrarese, chiamata a incarnare una figura sospesa tra volontà divina e inquietudine umana. Il soprano affronta il ruolo con musicalità e sensibilità stilistica, restituendo credibilità a un personaggio che rischia facilmente di trasformarsi in un simbolo astratto. Accanto a lei Ferran Albrich disegna un Peleo autorevole e nobile, sostenuto da una vocalità ben controllata e da una presenza scenica molto efficace.

Molto riuscita anche la caratterizzazione della Discordia, Danilo Pastore, autentico motore dell’azione. È il personaggio che guarda già al futuro dell’opera veneziana: non più semplice allegoria ma incarnazione delle passioni che agitano il mondo. Ogni sua apparizione imprime nuova energia alla vicenda e ricorda continuamente allo spettatore che la guerra di Troia è già inscritta dentro quella festa nuziale.

Coeso ed efficace il resto del numeroso cast in cui quasi ogni interprete è impegnato in più parti: Matteo Straffi (Mercurio, Eaco); Alessandro Ravasio (Giove, Nereo), Giacomo Pieracci (Sileno, Plutone, Tritone), Jorge Navarro Colorado (Paride, Tempo), Benedetta Zanotto (Pallade), Maximiliano Danta (molto applaudito Himeneo), Gaia Ammaturo (Megera, Mergellina), Alessandro Simonato (Aletto), Marcello Zinzani (Radamanto), Arrigo Liverani Minzoni (Chirone) e alcuni vincitori del concorso Cavalli Monteverdi Competition – oltre alla protagonista Valentina Ferrarese, Angelo Testori (Marte, Momo, Minos), Mara Gaudenzi (Giunone, Fama), Marzia Marzo (Venere, Tesifone), Matteo Laconi (Bacco). Di ottimo livello anche i coristi di Cremona Antica, sempre inappuntabili nei loro fantasiosi costumi.

Le nozze di Teti e Peleo viene messa in scena da Petra Deidda – sembra incredibile ma è il suo debutto nella regia d’opera – come «un cabaret illusionista. Responsabilità collettive e scelte individuali vengono evocate e rielaborate in un immaginario straniante e surrealista, che attinge tanto al quotidiano quanto al simbolico. Un mondo bizzarro e metafisico in cui convivono sogno e concretezza, realtà e finzione, comico e drammatico, fato e causalità. Un mondo in cui gli immortali sono curiosi e disorientati e i mortali sono a una sola dimensione. Un luogo insomma dove è vera ogni cosa e il suo contrario, in cui gli opposti convivono indissolubilmente e i confini si rivelano solo apparenti».

L’idea di fondo è quella di trasformare il Teatro Ponchielli in parte integrante della vicenda: l’azione viene infatti “precipitata” all’interno della sala teatrale stessa, rompendo la distanza fra spettatori e mito. Non una Grecia antica da cartolina, dunque, ma un teatro che riflette su sé stesso e sul proprio potere di creare illusioni. Deidda privilegia una dimensione metateatrale e giocosa, coerente con lo spirito veneziano del Seicento: gli dèi si muovono come personaggi di una grande macchina spettacolare, le trasformazioni diventano occasioni per invenzioni sceniche continue, e la vicenda procede con un tono che alterna meraviglia, ironia e sensualità. Più che cercare una lettura psicologica moderna, la regista sembra aver puntato sul carattere visionario e spettacolare dell’opera, valorizzando quel misto di mito, comicità e stupore che costituiva il fascino delle prime opere veneziane. 

Deidda evita sia la ricostruzione archeologica del Seicento sia la trasposizione contemporanea, scegliendo invece una dimensione dichiaratamente teatrale e immaginifica, da “macchina delle meraviglie”. L’opera di Cavalli nasce infatti come una “festa teatrale” ricca di metamorfosi, apparizioni divine, cori e danze, e Deidda sembra aver costruito lo spettacolo proprio attorno a questa idea di stupore continuo. L’aspetto più riuscito della regia è proprio questo: aver capito che Le nozze di Teti e Peleo non è ancora il dramma psicologico di Giasone o La Calisto, ma un gigantesco spettacolo di meraviglie, dove il teatro racconta prima di tutto il piacere del teatro stesso. In questo senso la scelta metateatrale appare un modo intelligente di tornare allo spirito originario dell’opera.

L’aspetto più interessante della messa in scena è la sua capacità di mantenere costantemente una doppia prospettiva. Da un lato si assiste a una festa nuziale, con il suo apparato di gioia, celebrazione e armonia; dall’altro la regia lascia intravedere continuamente il futuro. Ogni gesto festoso sembra già contenere il seme della catastrofe. Il celebre pomo della Discordia non viene trattato come un semplice episodio mitologico, ma come l’innesco di una tragedia che lo spettatore conosce già.

In questo senso la messa in scena di Petra Deidda riesce a cogliere il cuore del libretto di Persiani: raccontare non tanto un matrimonio, quanto il momento esatto in cui la storia di Troia comincia a prendere forma. La festa si conclude, Imeneo ristabilisce l’ordine e gli sposi vengono finalmente uniti; ma la regia lascia chiaramente percepire che quella pace è soltanto apparente. Dietro il coro finale si avverte già il rumore lontano delle armi, come se il destino di Achille e la caduta di Troia fossero nascosti nell’ombra di quelle nozze felici.

Le scene ideate da Valentina Volpi evitano qualsiasi tentazione archeologica o illustrativa. Lo spazio scenico si presenta come una dimensione simbolica e mutevole, nella quale il mito viene evocato più che rappresentato. L’impianto essenziale permette ai diversi piani del racconto — il mondo degli dèi, quello degli uomini e quello infernale — di convivere senza fratture, favorendo una fluidità narrativa particolarmente adatta alla drammaturgia di Cavalli. La scena non descrive luoghi, ma crea atmosfere e relazioni, trasformandosi continuamente sotto gli occhi dello spettatore.

Anche i suoi costumi seguono questa linea e rinunciano a qualsiasi citazione filologica per costruire un linguaggio autonomo. Gli dèi non sono vestiti da dèi dell’antichità, ma da entità simboliche. Le linee, i materiali e i colori contribuiscono a definire immediatamente la natura dei personaggi. Teti è avvolta in tonalità chiare e cangianti che richiamavano l’acqua e il mondo marino; Peleo possiede  invece una maggiore concretezza terrena. Gli abitanti degli Inferi sono caratterizzati da tessuti più scuri, stratificati e materici, mentre la Discordia emergeva come una figura perturbante, quasi una ferita visiva all’interno dell’armonia generale.Determinante risulta il contributo di Oscar Frosio, che attraverso un sapiente disegno luci diventa quasi il vero architetto dello spettacolo. Sono le sue luci a modellare gli ambienti, a separare i diversi livelli della vicenda e a suggerire il passaggio dalla celebrazione nuziale alle oscure trame della Discordia. I contrasti luminosi accompagnano efficacemente il conflitto tra armonia e disordine che attraversa l’intera opera. Nei momenti infernali la scena si addensa in atmosfere più cupe e minacciose; nelle scene celebrative si apre invece a una luminosità che sembra riflettere l’ordine cosmico voluto dagli dèi.

Nel complesso, il lavoro di Petra Deidda, Valentina Volpi e Oscar Frosio costruisce uno spettacolo visivamente coerente, nel quale ogni elemento concorre a raccontare il vero tema dell’opera: non semplicemente le nozze di Teti e Peleo, ma la nascita della Discordia destinata a sfociare, molti anni dopo, nella tragedia di Troia. Proprio questa tensione fra festa e presagio costituisce uno degli aspetti più affascinanti dell’allestimento cremonese.

Il valore culturale dell’operazione va comunque oltre il risultato musicale. e spettacolare. Le nozze di Teti e Peleo rappresenta un documento vivente della nascita dell’opera pubblica. Qui convivono ancora la favola pastorale rinascimentale, l’allegoria morale, il teatro delle macchine e il nuovo gusto per gli affetti che dominerà il Seicento. È come osservare una specie artistica nel momento stesso della sua evoluzione.

Particolarmente interessante è il rapporto con il successivo Paride di Busenello. Persiani racconta il momento in cui la Discordia nasce; Busenello racconterà quello in cui la Discordia trionfa. In questo senso l’opera di Cavalli appare come il primo tassello di quel vasto ciclo troiano che attraverserà tutta l’opera veneziana del Seicento. Alla fine interviene Imeneo, ristabilisce l’ordine e celebra le nozze. Il lieto fine è rispettato. Eppure il pubblico sa che quella pace è soltanto apparente. Dietro il coro festoso si intravedono già le mura di Troia in fiamme.

Forse è proprio questa ambiguità a rendere ancora oggi affascinante la prima opera di Cavalli. Sotto la superficie luminosa della festa barocca si nasconde la consapevolezza che ogni grande catastrofe nasce da un gesto apparentemente innocente, da una parola, da una gelosia, da una mela d’oro lanciata nel momento sbagliato. 

Grandi applausi finali per tutti e meritate ovazioni per Antonio Greco. Cremona non ha semplicemente riportato in scena un’opera dimenticata. Ha restituito vita a uno dei luoghi in cui il teatro musicale europeo ha imparato a raccontare sé stesso.

(1) Prologo. La Fama e il Tempo disputano per affermare chi dei due abbia maggior potere sul destino degli uomini: la sfida si gioca sulle vicende amorose della ninfa Teti e del guerriero Peleo. Fama prevede che riuscirà a impedire la loro unione grazie all’intervento di Discordia, secondo la volontà dell’inferno (Averno); Tempo la contraddice, assicurando che egli con la sua azione riuscirà a dissipare ogni incomprensione tra gli amanti e che il divino Himeneo li unirà infine in matrimonio.
Atto I. Eaco, giudice infernale e padre di Peleo, si reca presso Plutone a chiedere il suo aiuto perché Teti e Peleo siano separati; Plutone convoca gli spiriti infernali perché si frappongano tra i due amanti. Discordia prevale tra tutti gli spiriti e prende in carico la preghiera di Plutone. Scena di caccia. Meleagro e Peleo hanno stanato e ferito un cinghiale, che fuggendo tra i boschi li ha condotti fino in riva al mare. Lì si imbattono in Teti; li raggiungono anche i cacciatori, che si uniscono gioiosamente alle Driadi marine nella caccia e nella pesca. Sopraggiunge Tritone, dio dei mari, che rivolgendosi ingiuriosamente a Teti vorrebbe conquistarne i favori e le grazie; tenta perciò di scacciare Peleo, che di Teti è innamorato. Peleo risponde alle minacce del dio marino aizzando i suoi cavalieri allo scontro con i Tritoni. Giove si lagna con Mercurio e Momo della sua passione amorosa per Teti e confida di volerla rapire con l’inganno. Mercurio rivela allora che Teti avrebbe ricevuto una profezia: il figlio da lei generato spodesterà un giorno il padre. Tanto basta a far retrocedere Giove dal suo proposito. Comanda così Mercurio e Momo di diffondere subito alle divinità dell’Olimpo l’invito a celebrare le prossime nozze di Teti e Peleo sul monte Pelio, in Tessaglia. Mercurio trasmette a Peleo il comando di Giove e invoca le ninfe dei mari e dei boschi perché si festeggi con canti e danze. Tritone compiange il proprio dolore amoroso per Teti; poiché ella non Io ricambia, vuole estorcerle il consenso fin con la forza. Teti si imbatte in Tritone e, stanca della sua molesta insistenza, finge di assecondarne le attenzioni per burlarsi di lui; quando infine Tritone le si avvicina desideroso, si ritrae disgustata e invoca le ninfe in sua difesa.
Atto II. Meleagro scorge Peleo in mare, in balia dei flutti, e chiama aiuto per soccorrerlo: accorre Teti, che porta Peleo a riva e prova ad animarlo. Tuttavia Peleo dà segno d’esser morto. Meleagro si dirige affranto a prepararne il commiato funebre; Teti, che in quel momento realizza di essersi innamorata di Peleo, si dispera di averlo ora perduto e decide di gettarsi da uno scoglio. Nel frattempo Peleo però si riprende. Meleagro, gioendo del miracoloso risveglio, racconta a Peleo — ché non ne ha memoria — come sia egli caduto in mare mentre era intento a osservare la ninfa da uno scoglio. Discordia afferma il suo illimitato potere sul mondo, che esercita sugli opposti elementi e le opposte stagioni come anche sulle vite degli umani e le loro vicende amorose. Peleo  confida a Chirone come il suo amore per Teti non riesca ad affievolirsi e lo prega di richiamarla con la sua lira, perché torni alla spiaggia. Al suono dell’arpa celestiale di Chirone, compare Teti, che nel suo tentativo disperato di annegarsi è stata risparmiata dai flutti; e mirando adesso davanti a sé Peleo lo crede un fantasma. Peleo crede a sua volta di essere schernito da Teti, ma presto si riconciliano, comprendendo di essere entrambi vivi e innamorati. Mercurio, conducendo gli invitati alle nozze di Teti e Peleo, tesse le lodi dell’amore coniugale e condanna il desiderio sfrenato. Momo mette in guardia Teti e tutto il genere femminile dai convenevoli e dalle lusinghe dei corteggiatori. Giove ordina a Mercurio di avviare finalmente i festeggiamenti, e Mercurio invita Bacco e Sileno a rallegrare il consesso divino: inizia ìl baccanale. Mentre Teti e Peleo si scambiano i loro voti d’amore, piomba tra gli invitati il Pomo della Discordia con la raccomandazione: «Donisi questo pomo alla più bella». Giunone, Pallade e Venere rivendicano ciascuna per sé il pomo; Marte interviene minaccioso in favore di Venere sguainando la spada, ma Giove tacita tutti ristabilendo la sua autorità e comanda Mercurio di convocare Paride, giovinetto d’Ida, perché faccia da equo giudice.
Atto III. Discordia decide di usare i suoi poteri infernali per tramutarsi in Meleagro e insinuare il sospetto nei cuori dei due innamorati. Peleo è così indotto a credere che Teti lo tradisca.  Teti afferma che la propria bellezza sia superiore a quella delle tre dee; ma subito Discordia si intromette: prende le fattezze di suo padre Nereo e, mentendo, le fa credere che Peleo sia innamorato di Mergellina, sua ancella. Peleo ritratta allora il proprio amore per Teti e rivolge le sue attenzioni a Mergellina. Teti, trovandosi così abbandonata, piange il proprio stato e rivolge il suo pensiero al suicidio. Paride nel bosco di Ida decanta i piaceri della sua umile vita pastorale, lontana dai problemi e dai lussi della corte. Paride viene condotto dinanzi alle dee e, per arrivare a formulare il suo giudizio, chiede loro di spogliarsi; soltanto Venere accetta di farlo e gli promette in ricompensa la mano della più bella donna di tutta la Grecia. Un coro di Amorini celebra la bellezza senza pari della vittoriosa Venere. Discordia, che non si dà per vinta, tenta ancora di diffondere inimicizia. Sopraggiunge però Himeneo, dio dell’unione coniugale, che, scacciata Discordia, ristabilisce verità e concordia tra gli innamorati.

L’incoronazione di Poppea

 

foto © Antonino Dimondo

Claudio Monteverdi, L’incoronazione di Poppea

Cremona, Teatro Ponchielli, 20 giugno 2026

★★★★☆

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L’ultimo scandalo di Monteverdi: Poppea influencer dell’Impero a Cremona

Al Monteverdi Festival di Cremona, Roberto Catalano legge L’Incoronazione di Poppea come un dramma contemporaneo sull’immagine e sul potere. In uno spettacolo visivamente suggestivo e musicalmente eccellente, guidato da Paul Agnew, spiccano Benedetta Torre e – a modo suo – Maayan Licht. Monteverdi continua a inquietare: la bellezza trionfa insieme all’ambizione, mentre la giustizia resta sconfitta.

Ci sono opere che appartengono alla storia della musica e altre che sembrano appartenere direttamente alla natura umana. L’incoronazione di Poppea appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Ogni volta che la si incontra si ha l’impressione che il Seicento sia soltanto un travestimento, una maschera dietro la quale continuano a muoversi passioni eternamente contemporanee: il desiderio, il sesso, il potere, la vanità, l’ambizione, la manipolazione. Monteverdi non racconta un mondo ideale; al contrario, ci trascina in una società dove la morale viene sistematicamente sconfitta dall’interesse personale. Non esistono eroi, non esistono santi, non esistono vincitori morali. Esistono uomini e donne che combattono per ottenere ciò che vogliono e che, alla fine, vedono trionfare proprio coloro che dovrebbero essere puniti. Forse è questo il motivo per cui l’ultima opera di Claudio Monteverdi giunta fino a noi continua a sembrare più moderna di tante opere contemporanee. Non consola, non corregge, non ristabilisce alcun ordine. Lascia lo spettatore davanti a una verità scomoda: il mondo non sempre premia i migliori.

 

Al Monteverdi Festival di Cremona, quest’anno dedicato alle figure femminili che hanno cambiato il corso della storia sotto il titolo omerico “Cantami, o Diva!”, Roberto Catalano affronta il capolavoro monteverdiano senza alcuna tentazione archeologica. Non gli interessa ricostruire la Roma di Nerone né riportare in vita il teatro veneziano del 1643. Gli interessa capire perché questa storia continui a parlarci. La risposta che propone è tanto semplice quanto inquietante: Poppea non appartiene al passato. Poppea vive nel presente. È la creatura perfetta dell’epoca dell’immagine, della rappresentazione permanente, della costruzione del consenso attraverso la seduzione.

Lo spettacolo si sviluppa così come una riflessione sul rapporto tra realtà e percezione. Non siamo davanti all’ennesima attualizzazione che sostituisce le toghe con abiti contemporanei per sembrare moderna. Catalano lavora più in profondità. Costruisce una società nella quale ogni individuo è costretto a recitare continuamente sé stesso. La sensazione è che nessuno viva davvero: tutti si esibiscono, tutti costruiscono un’immagine, tutti cercano di imporre una narrazione. In questo contesto assume un ruolo centrale la presenza del corpo. La fisicità non è mai decorativa né provocatoria: è lo spazio in cui si manifestano il desiderio, la fragilità, la vulnerabilità e la finitezza dell’essere umano. È una scelta perfettamente coerente con il teatro monteverdiano, dove gli affetti non sono concetti astratti, ma esperienze concrete, vissute, carnali.

 

L’impianto scenico di Mariana Moreira rinuncia a qualsiasi ricostruzione storica per creare uno spazio simbolico di grande suggestione. Terra, acqua, superfici traslucide, elementi naturali e strutture architettoniche convivono in una tensione continua che trasforma il palcoscenico in un territorio mentale. È un ambiente nel quale i personaggi sembrano muoversi all’interno delle proprie ossessioni e dei propri desideri. In questa prospettiva si inserisce con straordinaria coerenza il lavoro coreografico di Marco Caudera. I sette danzatori non rappresentano una semplice componente estetica dello spettacolo ma una sorta di coscienza collettiva. Sono il pubblico, siamo noi. Sono quella società apparentemente disciplinata che osserva l’irrompere del desiderio con una miscela di attrazione, invidia e condanna. Attraverso il movimento prendono forma i meccanismi dell’imitazione, della fascinazione, del rifiuto e del giudizio che accompagnano da sempre ogni vicenda umana dominata dal potere e dall’eros. Anche gli altri elementi visivi contribuiscono a creare un universo sospeso fuori dal tempo: le luci di Oscar Frosio accompagnano il racconto con intelligenza e discrezione, senza mai cercare effetti gratuiti; i costumi volutamente iconici di Ilaria Ariemme collocano i personaggi in una dimensione volutamente indefinita, sottraendoli a coordinate storiche precise.

La forza dello spettacolo risiede soprattutto nel modo in cui Catalano evita accuratamente di giudicare i suoi personaggi. Li osserva e li lascia vivere nelle loro contraddizioni. Poppea emerge così come una figura di straordinaria contemporaneità. Non è semplicemente la bellissima cortigiana che conquista l’imperatore. È una donna che comprende il valore dell’immagine e sa trasformarlo in potere. La sua ascesa al trono non passa soltanto attraverso l’eros, ma attraverso la capacità di costruire una narrazione vincente di sé stessa. Non è una vittima e nemmeno una semplice arrivista. È una donna intelligentissima che sa esattamente cosa sta facendo.

Lo stesso vale per Nerone. Lontanissimo dall’icona tradizionale del tiranno storico, appare qui come un giovane uomo cresciuto senza limiti, incapace di distinguere il desiderio dal diritto. Vuole qualcosa e la ottiene. Vuole qualcuno e se ne appropria. È il prodotto perfetto di un potere assoluto che non ha mai incontrato ostacoli.

Ottavia rappresenta il polo opposto. Tradita, umiliata e progressivamente cancellata dal centro del potere, sfugge però a qualsiasi stereotipo. Non è soltanto la moglie offesa. È una donna costretta ad assistere impotente alla propria eliminazione dalla storia. La sua sofferenza non genera semplice compassione sentimentale ma un profondo senso di ingiustizia.

 

E poi c’è Seneca, il personaggio che più di tutti sembra appartenere a un’altra dimensione morale. Non perché sia perfetto, ma perché è l’unico a tentare di opporre un principio alla dittatura del desiderio. La sua morte resta uno dei momenti più sconvolgenti dell’opera. Monteverdi compie qui un gesto di radicalità quasi inaudita. In qualsiasi dramma tradizionale il filosofo dovrebbe sopravvivere e guidare gli altri verso la saggezza. Qui invece viene eliminato. La ragione perde. Il pensiero perde. La coerenza perde. Vince il desiderio. Vince l’ambizione. Vince il potere. Ed è forse proprio questa la modernità più feroce dell’opera.

Sul piano musicale la serata trova in Paul Agnew una guida ideale. Da sempre immerso nell’universo monteverdiano, il direttore conosce questa lingua come una seconda pelle. La sua non è una lettura che cerca effetti o originalità a tutti i costi. Cerca il teatro e lo trova. I recitativi respirano come conversazioni autentiche, le arie nascono naturalmente dall’azione e ogni parola possiede un peso drammatico preciso. 

Ciò che colpisce maggiormente è la capacità di mantenere costante la tensione narrativa. Poppea è un’opera lunga, complessa, costruita su una continua alternanza di registri. Commedia, tragedia, erotismo, filosofia convivono senza soluzione di continuità. Agnew riesce a tenere insieme tutti questi elementi senza mai perdere il filo del racconto. L’orchestra – se proprio vogliamo chiamare così questo ensemble quasi cameristico di undici elementi – accompagna con eleganza e flessibilità, evitando qualsiasi rigidità accademica. Monteverdi respira, pulsa, vive.

Nel ruolo del titolo Benedetta Torre firma una prova di grande intelligenza teatrale. Possiede la freschezza vocale necessaria a rendere credibile il fascino del personaggio, ma soprattutto ne comprende la natura psicologica. La sua Poppea non conquista perché è bella. Conquista perché è inevitabile. Ogni gesto sembra parte di una strategia, ogni frase appare calibrata con precisione. Mai caricaturale, mai compiaciuta, sempre pericolosamente credibile.

Mara Gaudenzi offre invece un’Ottavia di intensa nobiltà espressiva. Il fraseggio raffinato e la varietà degli accenti restituiscono tutta la complessità del personaggio. Quando arriva il momento dell’esilio, la sua sconfitta assume una dimensione universale. Non è soltanto una donna a essere cacciata. È l’idea stessa di giustizia che abbandona la scena.

Con la sua voce non particolarmente potente, Agustín Pennino delinea un Ottone interiorizzato e irresoluto. Federico Domenico Eraldo Sacchi conferisce a Seneca una solenne autorevolezza scenica e vocale. Lucía Martín-Cartón è una a Drusilla di grande freschezza espressiva mentre Alessandra Visentin è la saggia Nutrice. Rilevante il contributo di Luca Cervoni particolarmente apprezzato dal pubblico nella gestione del personaggio di Arnalta a cui Monteverdi confida una pagine di enigmatica bellezza, «Oblivion soave». Jorge Navarro Colorado tratteggia con sensibilità il poeta Lucano e Giacomo Nanni è un sontuoso Mercurio. Sarah Fleiss offte la sua fresca voce a Fortuna e Damigella. Matteo Laconi (Liberto/Soldato I), Sarah Hayashi (oltre che Amore, un vivacissimo Valletto) e Silvia Porcellini (la dea Pallade), vincitori del concorso “Cavalli Monteverdi Competition”, completano il folto cast.

Una presenza destinata a restare impressa nella memoria una volta usciti dal Teatro Ponchielli, è certamente quella di Maayan Licht. Il controtenore israeliano costruisce un Nerone che non ha essuna monumentalità imperiale, nessuna posa da tiranno marmoreo. Il suo è un giovane inquieto, febbrile, attraversato continuamente da impulsi contraddittori. La voce, dal timbro penetrante e personalissimo, viene piegata alle esigenze della parola monteverdiana con fantasia, talvolta persino con qualche eccesso espressivo, quasi isterico. Ogni gesto, ogni sguardo, ogni improvviso scatto d’ira contribuisce a delineare il ritratto di un adolescente onnipotente incapace di distinguere l’amore dal possesso e il desiderio dalla legge. Nel celeberrimo duetto finale qualcosa però cambia. La linea vocale si addolcisce, diventa insinuante, quasi ipnotica. Dietro la felicità apparente emerge una sottile ombra di inquietudine, come se lo stesso Nerone intuisse la fragilità del trionfo che sta celebrando. 

Con «Pur ti miro», Monteverdi compie uno dei gesti più scandalosi della storia dell’opera. Regala la musica più bella ai personaggi moralmente peggiori. La bellezza diventa complice dell’ingiustizia. L’arte seduce proprio mentre mostra il trionfo del potere. Catalano coglie perfettamente questa ambiguità e si guarda bene dal risolverla. L’incoronazione non appare come un lieto fine e nemmeno come una condanna. È qualcosa di più inquietante: è una vittoria autentica. Ed è proprio questo a disturbare.

È qui che lo spettacolo raggiunge il proprio centro. Perché la domanda che Catalano sembra rivolgere continuamente al pubblico è semplice e devastante: siamo davvero così diversi dalla Roma di Nerone? Viviamo in un mondo che premia la visibilità, che trasforma l’immagine in valore e che spesso confonde percezione e realtà. Poppea comprende perfettamente questo meccanismo. Per questo continua a sembrarci così vicina. Non è un personaggio storico. È un archetipo contemporaneo.

Il pubblico del Teatro Ponchielli ha accolto calorosamente una produzione che si colloca tra i risultati più significativi di questa edizione del Monteverdi Festival. Uno spettacolo intelligente, coerente, visivamente affascinante e musicalmente solidissimo. Ma soprattutto uno spettacolo che riesce nell’impresa più difficile: farci uscire dal teatro non con una risposta, ma con una domanda. Chi ha davvero vinto? Poppea? Nerone? Oppure Monteverdi stesso, che quattro secoli dopo continua ancora a costringerci a guardarci allo specchio? 

Polifemo

Nicola Porpora, Polifemo

Versailles, Opéra Royal, 6 dicembre 2024

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Il mito in parrucca. Porpora, Versailles e il fascino ambiguo di un Polifemo archeologico

Nella sontuosa cornice dell’Opéra Royal di Versailles, Polifemo di Nicola Porpora rivive in una produzione che ricostruisce con rigore e splendore l’estetica settecentesca. Christian Lacroix firma costumi spettacolari, mentre Justin Way mantiene vivo il dramma. Musicalmente eccellente, con Franco Fagioli, Julia Lezhneva, Paul-Antoine Bénos-Djian e José Coca Loza, lo spettacolo affascina pur interrogando il rapporto tra filologia e teatro contemporaneo.

Quando Polifemo debuttò a Londra nel 1735, Nicola Porpora non aveva alcuna intenzione di fare archeologia. Come tutti i compositori della sua epoca, prendeva un soggetto mitologico e lo trasportava nel presente. Gli dèi dell’Olimpo, i ciclopi, le ninfe e gli eroi omerici salivano sul palcoscenico vestiti secondo la moda contemporanea, immersi in scenografie che parlavano il linguaggio visivo del loro tempo. Nessuno spettatore londinese avrebbe pensato di vedere Ulisse in tunica micenea o Galatea come una figura uscita da un vaso greco.

Da qui nasce una domanda inevitabile davanti alla nuova produzione dell’Opéra Royal di Versailles: quale senso ha oggi, a quasi tre secoli di distanza, rappresentare quell’opera in un sontuoso Settecento ricostruito? Se il Barocco era moderno nel suo presente, non si rischia di trasformarlo in un oggetto museale nel nostro?

La risposta offerta dalla produzione firmata da Justin Way, con le scene di Roland Fontaine, i  costumi di Christian Lacroix e le coreografie di Pierre-François Dollé, è tanto affascinante quanto problematica. Non siamo davanti a una rilettura contemporanea né a un tentativo di attualizzazione. Al contrario, siamo immersi in una vera macchina del tempo teatrale che ricostruisce con minuzia il mondo dell’opera barocca, sfruttando fino in fondo il genius loci di Versailles. Il risultato è uno spettacolo di straordinaria bellezza visiva, ma che solleva interrogativi sul rapporto tra filologia e teatro vivente quando mette insieme animali vivi, cartapesta e video grafica.

Eppure sarebbe ingeneroso ridurre questa operazione a un semplice esercizio antiquario. L’Opéra Royal stessa è parte integrante del discorso. Inaugurata nel XVIII secolo e oggi uno dei più affascinanti teatri storici europei, la sala di Versailles sembra fatta apposta per accogliere una simile resurrezione scenica. In questo contesto, l’idea di ricostruire l’universo visivo del Barocco acquista una sua coerenza poetica.

Polifemo rappresenta uno dei vertici della carriera londinese di Porpora, giunto in Inghilterra per contrastare il predominio di Händel nel mercato dell’opera italiana. Il compositore napoletano disponeva di armi formidabili: una conoscenza impareggiabile della voce e un cast che comprendeva autentiche leggende come Farinelli e Senesino. Polifemo nacque proprio come una macchina spettacolare pensata per esaltare tali fenomeni vocali, e il successo fu immediato.  

La trama intreccia due celebri episodi della mitologia. Da una parte la vicenda amorosa di Aci e Galatea, ostacolata dalla passione feroce del ciclope Polifemo; dall’altra l’arrivo di Ulisse sull’isola e il celebre episodio dell’accecamento del mostro. Paolo Antonio Rolli fonde i due racconti in un meccanismo drammatico che alterna tenerezza pastorale e violenza epica, offrendo a Porpora l’occasione di una straordinaria varietà espressiva. 

La grandezza dell’opera emerge soprattutto nella scrittura musicale. Le arie col da capo non costituiscono una semplice successione di virtuosismi, ma delineano un universo psicologico sorprendentemente sfaccettato. Porpora padroneggia ogni affetto: l’estasi amorosa, la malinconia, la furia, la gelosia, la disperazione. La sua orchestrazione, raffinata e colorata, dimostra come il compositore fosse molto più di un semplice fornitore di fuochi d’artificio vocali.  

La produzione di Versailles punta molto sul contrasto tra la raffinatezza della musica e la magnificenza delle immagini. Lacroix immagina un universo che sembra uscito da un sogno rococò. Parrucche monumentali, ventagli, piume, sete cangianti, colori saturi e silhouette sontuose costruiscono uno spettacolo che appaga continuamente l’occhio. Ogni quadro appare come un dipinto animato. 

Anche le onnipresenti danze partecipano a questa ricostruzione. L’Académie de Danse Baroque restituisce movimenti, gesti e posture derivati dalla tradizione coreutica settecentesca. È una scelta coerente con l’impostazione generale dello spettacolo e, per certi aspetti, persino affascinante. Tuttavia è proprio qui che emerge la principale ambiguità dell’operazione.

Se il teatro barocco era un’arte contemporanea per il suo pubblico, una riproduzione filologica del suo linguaggio rischia oggi di apparire come la copia di una copia. La distanza storica non viene colmata ma esibita. Lo spettatore è invitato ad ammirare un oggetto prezioso più che a partecipare emotivamente a un dramma.

Justin Way evita fortunatamente l’effetto museo più rigido grazie a una regia fluida e vivace. Il racconto procede con ritmo, senza lasciarsi imprigionare dalla reverenza filologica. I personaggi si muovono con naturalezza all’interno della cornice storica e la componente teatrale non viene sacrificata al mero decorativismo.  

Stefan Plewniak dirige l’Orchestre de l’Opéra Royal con energia e senso teatrale. Nella sua versione il coro e il personaggio di Nerea sono espunti. La concertazione valorizza la ricchezza ritmica della partitura e ne mette in luce i continui cambi di atmosfera. L’opera dura quasi tre ore ma raramente perde tensione.

Franco Fagioli affronta il ruolo di Aci, creato per Farinelli, con il consueto virtuosismo quasi sovrumano. Le agilità sembrano non avere limiti e l’esibizione tecnica è impressionante, anche se talvolta il fraseggio tende a privilegiare l’effetto rispetto all’abbandono lirico. Spettacolare per le colorature è «Nell’attendere il mio bene», cavallo di battaglia della Bartoli, aria qui opportunamente posposta a quella di Galatea «Fidati alla speranza».Celeberrima è poi «Alto Giove», considerata una delle pagine più sublimi dell’intero teatro musicale barocco. Dopo la morte inflittagli da Polifemo, il giovane pastore invoca Giove in una musica sospesa e luminosa che trasfigura il dolore in serenità celeste. Scritta per l’incomparabile Farinelli, l’aria rimane ancora oggi uno dei momenti più emozionanti dell’opera e uno dei simboli stessi dell’arte vocale di Porpora. Fagioli rappresenta quasi un’inquietante resurrezione di Farinelli. 

Julija Ležneva è una Galatea luminosa e musicalmente impeccabile. La sua voce conserva quella purezza cristallina che l’ha resa una delle interpreti più amate del repertorio barocco. Ogni aria è cesellata con gusto e intelligenza, evitando il rischio di una mera esibizione acrobatica. Stupefacenti per gusto e tecnica i da capo con variazioni e le cadenze. 

Paul-Antoine Bénos-Djian offre un Ulisse elegante e stilisticamente ineccepibile, mentre Éléonore Pancrazi tratteggia una Calipso intensa e sensuale ma dalla dizione un po’ impastata. Nella parte del titolo José Coca Loza evita ogni caricatura e restituisce al ciclope una dimensione autenticamente tragica. La profondità del timbro e la nobiltà dell’accento trasformano il mostro in uno dei personaggi più complessi dell’opera. La grande intuizione di Porpora e di Rolli consiste proprio nell’aver evitato un ciclope monodimensionale: Polifemo è sì un mostro, ma anche una creatura capace di soffrire e amare, anticipando una sensibilità quasi preromantica.

Alla fine resta la sensazione di aver assistito a un paradosso affascinante. Questo Polifemo è insieme filologico e artificiale, rigoroso e spettacolare, autentico e museale. Non cerca di dimostrare che il Barocco possa parlare il linguaggio del presente; preferisce invece ricrearne il mondo perduto con una ricchezza quasi ossessiva di dettagli.

È una scelta discutibile? Certamente. Ma è anche una scelta coerente. In un’epoca dominata dalle attualizzazioni e dalle regie concettuali, Versailles compie il gesto opposto: non porta il mito nel presente, ma porta il pubblico nel passato.

E forse proprio qui risiede il fascino di questo spettacolo. Non tanto nella pretesa di ricostruire ciò che il Barocco fu davvero – impresa impossibile – quanto nella capacità di evocare il sogno di quel mondo. Un sogno fatto di canto virtuosistico, di meraviglia scenica, di piume e sete. Un sogno che permette di immaginare come dovette apparire agli spettatori londinesi del 1735 l’ultimo grande assalto di Porpora all’impero operistico di Händel.

Tosca

foto @Mattia Gaido

Giacomo Puccini, Tosca

Torino, Teatro Regio, 12 giugno 2026

★★★

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Tosca, ovvero la Roma delle teche

Stefano Poda trasforma Tosca in una grandiosa installazione sulla romanità, dominata da simboli, teche e visioni monumentali. L’impatto visivo è straordinario, ma l’eccesso figurativo attenua il coinvolgimento emotivo richiesto da Puccini. Sul piano musicale brillano la Tosca intensa e autorevole di Chiara Isotton, lo Scarpia raffinato di Roberto Frontali e la vigorosa direzione di Andrea Battistoni.

Centoventisei anni dopo la prima assoluta del 14 gennaio 1900 al Teatro Costanzi di Roma, Tosca  continua a essere una macchina teatrale quasi perfetta. Puccini aveva concepito un melodramma costruito come un thriller psicologico ante litteram: tre atti, tre ambienti, tre personaggi principali, una tensione narrativa che non concede tregua. Tutto procede per concentrazione, per progressiva riduzione del campo visivo, come in un film che stringa sempre più l’inquadratura sui volti dei protagonisti. Nello spettacolo che conclude la stagione del teatro torinese, invece, Stefano Poda sceglie la strada opposta.

Per la produzione realizzata in collaborazione con l’Abay Kazakh National Opera – ma nata per il Bol’šoj di Mosca cinque anni fa – il regista-scenografo-costumista-coreografo e light designer trasforma l’opera in una gigantesca installazione contemporanea dedicata all’idea stessa di Roma. Non la Roma storica del 1800, né quella papalina evocata dal libretto, ma una Roma mentale, simbolica, archeologica, museale. Una Roma che esiste contemporaneamente nel passato, nel presente e in una sorta di futuro postumano. Il risultato è uno spettacolo immediatamente riconoscibile come “un Poda”. E per molti aspetti persino una summa del suo linguaggio. Lunghe palandrane nere per i personaggi maschili, abiti e mantelli fluttuanti per Tosca, guanti rossi per tutti quanti. Passeggiate al rallentatore, movimenti coreografici nervosi. A parte i ballerini seminudi, nulla ci viene fatto mancare in questa produzione del performer trentino.

La chiesa di Sant’Andrea della Valle diventa uno spazio monumentale dominato da superfici nere specchianti e pareti di finto marmo. Ovunque compaiono teche. Teche sul palcoscenico. Teche sospese. Teche che salgono e scendono. Teche che contengono Madonne vestite come reliquie barocche oppure statue classiche, reperti archeologici, simboli religiosi, emblemi della romanità eterna. Il Laocoonte, Apollo e Dafne, il cupolone… Immagini sacre e immagini profane convivono in un gigantesco museo della memoria occidentale. A poco a poco si comprende che quelle presenze non sono nemmeno realmente presenti: sono ologrammi, apparizioni, fantasmi di una civiltà che continua a contemplare sé stessa.

L’idea possiede una sua forza visiva indiscutibile. In alcuni momenti lascia letteralmente senza fiato, in altri appare più insistita che significativa, come quando la Vittoria di Samotracia compare durante il celebre «Vittoria! Vittoria!» di Cavaradossi, oppure quando le campane dell’alba romana vengono accompagnate da immagini che illustrano letteralmente ciò che già si ascolta in orchestra e il simbolo rischia di diventare didascalia. Peccato poi che nel secondo atto si bruci un effetto già sfruttato prima: il pavimento della sala di Palazzo Farnese si alza e vediamo la sala delle torture, ma è la medesima cappella-cripta degli Attavanti con religiosi impiccati vista nell’atto precedente.

Ma il vero tratto distintivo della regia non è tanto la simbologia quanto l’horror vacui.

Puccini e i suoi librettisti avevano immaginato una tragedia dominata da tre figure. Poda risponde popolando il palcoscenico fino all’inverosimile. Guardie, cardinali, religiosi, bambini vestiti da guardie svizzere, cortigiani, danzatori, figure allegoriche e soprattutto una moltitudine di Maria Carolina di Napoli che sembrano uscite da una galleria immaginaria dove Velázquez incontra Fellini. La sensazione è quella di assistere a una gigantesca processione visionaria.

L’apice arriva naturalmente nel finale del primo atto. Durante il Te Deum, già uno dei momenti più impressionanti della storia del melodramma, il palcoscenico si riempie di papi collocati ciascuno nella propria teca, come reperti di un museo pontificio. È una visione che supera ogni realismo e persino ogni riferimento storico. Qualcuno vi vedrà un’eco di Zeffirelli, qualcun altro di certa iconografia cinematografica felliniana. In realtà è puro Poda: un universo autoreferenziale, coerente e riconoscibile, costruito sulla proliferazione dell’immagine.

Siamo davanti a una “grande macchina” scenica che finisce quasi per emanciparsi dall’opera stessa. Il rischio è che il contenitore diventi più importante del contenuto. Paradossalmente, si esce dal teatro con gli occhi colmi di immagini ma con il cuore meno coinvolto di quanto Tosca normalmente riesca a fare.

Ed è qui che emerge il principale limite dell’allestimento.

Puccini è probabilmente il più cinematografico dei compositori italiani. Vive di dettagli, di sguardi, di mezze frasi, di improvvise confessioni interiori. La sua scrittura presuppone continui primi piani emotivi. Poda lavora invece quasi esclusivamente in campo lungo. I protagonisti risultano spesso dispersi dentro un ambiente enorme, continuamente attraversato da figure secondarie, simboli e movimenti coreografici e la vicenda perde così parte della propria urgenza drammatica. Anche il secondo atto, il più feroce e claustrofobico dell’opera, fatica a raggiungere quella temperatura emotiva che dovrebbe renderlo insostenibile.

Emblematico il momento di Vissi d’arte. Finalmente il palcoscenico si svuota. Finalmente Tosca rimane sola. Finalmente la musica può respirare. E infatti il pubblico reagisce immediatamente. Non è un caso. Quando Puccini torna a essere il protagonista assoluto, il dramma ritrova la sua forza.

Anche il finale conferma l’approccio simbolico del regista. Tosca non si getta dagli spalti di Castel Sant’Angelo come previsto dal libretto. Esce, rientra, mentre l’architettura retrostante sembra collassare. O forse è la prospettiva che cambia. O forse precipita il mondo e non il personaggio. L’ambiguità è certamente voluta, ma lascia aperto il dubbio se il simbolo aggiunga davvero qualcosa alla tragedia o finisca per allontanarla ulteriormente.

Sul piano musicale la serata si regge invece su basi solide. Chiara Isotton conferma di essere oggi una delle Tosche più interessanti della sua generazione. Negli ultimi anni il ruolo è diventato una sorta di firma artistica per il soprano bellunese, che lo affronta con crescente maturità. La voce possiede ampiezza, compattezza e una proiezione naturale che le consente di dominare senza sforzo l’orchestra. Gli acuti sono sicuri e luminosi, il centro conserva un colore scuro e vellutato particolarmente adatto alla scrittura pucciniana, ma ciò che convince maggiormente è il fraseggio.

Isotton evita accuratamente il cliché della primadonna verista tutta temperamento e istrionismo. La sua Tosca appare più giovane, più impulsiva, quasi vulnerabile. Meno diva e più donna. In un allestimento che tende continuamente ad astrarre i personaggi, la sua interpretazione restituisce invece concretezza umana. Il pubblico lo percepisce chiaramente e le riserva il successo più caloroso della serata.

Martin Muehle affronta Cavaradossi puntando soprattutto sull’impatto vocale. Il tenore brasiliano possiede mezzi considerevoli, una voce generosa, ma l’emissione, sempre franca e diretta, privilegia l’energia rispetto alla rifinitura. Non è un interprete che seduce attraverso il cesello della parola o le sottigliezze del fraseggio. Appartiene piuttosto alla tradizione dei grandi tenori spinti, quelli che conquistano il pubblico grazie alla forza dell’accento e all’espansione sonora. Talvolta la dizione potrebbe risultare più nitida e il colore tende a una certa uniformità espressiva.

Accanto a lui Roberto Frontali offre probabilmente la prova più raffinata della serata. Il suo Scarpia rinuncia completamente agli eccessi del baritono verista. Nessuna brutalità caricata, nessun sadismo esibito, nessuna ricerca dell’effetto grossolano. Frontali costruisce un aristocratico del potere. La lunga esperienza maturata nel repertorio verdiano emerge in ogni frase. Il canto resta sempre controllato, sorvegliato, elegantemente scolpito. La crudeltà nasce dalla calma. L’autorità nasce dalla misura. In un allestimento dominato dal simbolo, questa scelta interpretativa si rivela particolarmente efficace. Il suo Scarpia non è un mostro: è un uomo che esercita il potere con assoluta naturalezza. Ed è forse proprio questo a renderlo inquietante.

Funzionano molto bene anche i comprimari, che Poda valorizza attribuendo loro una presenza scenica superiore alla consuetudine. Ottimo il Sagrestano di Matteo Torcaso, efficaci lo Spoletta di Cristiano Olivieri e l’Angelotti di Igor Durlovski, mentre Eduardo Martínez (Sciarrone), Lorenzo Battagion (Un carceriere) e il giovane Jacopo Gallo (Un pastorello) completano con professionalità il quadro dei ruoli minori. Una menzione particolare merita il coro del Regio preparato da Gea Garatti Ansini e il coro di voci bianche istruito da Claudio Fenoglio, protagonisti di un Te Deum di grande impatto sonoro e visivo.

Sul podio Andrea Battistoni dirige con l’autorevolezza di chi frequenta con entusiasmo questo repertorio. La sua lettura privilegia l’energia narrativa e la tensione teatrale, mantenendo costantemente in movimento il flusso musicale. L’orchestra del Regio risponde con precisione e ricchezza di colori, favorita anche da un’acustica che valorizza particolarmente le grandi espansioni dinamiche della partitura e meno le voci.

Alla fine degli applausi si esce dal teatro con un’impressione duplice.

Da una parte l’ammirazione per una macchina scenica imponente, costruita con straordinaria perizia tecnica e capace di generare immagini che restano impresse nella memoria. Dall’altra la sensazione che, nel tentativo di trasformare Tosca in una riflessione simbolica sulla civiltà occidentale, qualcosa della sua devastante semplicità teatrale si sia perduto. Puccini aveva scritto un dramma di carne, sangue, desiderio e paura. Poda lo trasforma in un museo vivente della romanità.

Il museo è magnifico. Ma ogni tanto viene voglia di chiudere le teche e ascoltare soltanto i battiti del cuore.

Ercole amante

Antonia Bembo, Ercole amante

Parigi, Opéra Bastille, 5 giugno 2026

★★★★

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Antonia Bembo risorge tra meraviglia barocca e lettura contemporanea

All’Opéra Bastille, Ercole amante di Antonia Bembo si rivela una straordinaria riscoperta. La regia contemporanea di Netia Jones legge il mito come riflessione sul potere e sul consenso, mentre Leonardo García-Alarcón esalta una partitura di sorprendente ricchezza. Un cast eccellente restituisce vita a un’opera che consacra definitivamente Bembo tra i grandi compositori del tardo Seicento.

Parigi riscopre una protagonista dimenticata della storia della musica. Con Ercole amante, presentato all’Opéra Bastille nella nuova produzione di Netia Jones e diretto da Leonardo García-Alarcón, l’Opéra national de Paris compie una di quelle rare operazioni capaci non soltanto di riportare alla luce un’opera perduta, ma di modificare concretamente la nostra percezione del repertorio. Non accade spesso di assistere alla rinascita di un possibile classico; eppure è proprio questa la sensazione che accompagna l’ascolto dell’unica opera giunta fino a noi di Antonia Bembo, compositrice veneziana rimasta per oltre tre secoli ai margini della storia ufficiale. 

L’importanza dell’evento è notevole. Composto nel 1707 e conservato in forma manoscritta presso la Bibliothèque nationale de France, Ercole amante non ebbe una vera fortuna esecutiva. Dopo una prima esecuzione in forma di concerto a Stoccarda nel 2023 e una produzione statunitense nel 2025, è Parigi a offrirgli una consacrazione internazionale degna della sua statura artistica. E il risultato dimostra come questa riscoperta sia tutt’altro che un’operazione archeologica o ideologica.

La vicenda di Antonia Bembo possiede già di per sé una forza narrativa straordinaria. Allieva di Francesco Cavalli nella Venezia secentesca, costretta a lasciare la propria città per sfuggire a un matrimonio infelice e probabilmente violento, trovò rifugio alla corte di Luigi XIV, dove sviluppò una voce compositiva personalissima. La sua musica unisce infatti la teatralità e l’inventiva melodica della tradizione italiana con il gusto spettacolare e la ricchezza formale della tragédie lyrique francese. Ercole amante rappresenta la sintesi più compiuta di questa duplice appartenenza culturale.

La trama riprende il libretto di Francesco Buti già utilizzato da Cavalli nel suo L’Ercole amante del 1662. L’eroe, ormai al tramonto della propria parabola, si innamora della giovane Iole, promessa sposa del figlio Hyllo. Incapace di accettarne il rifiuto, trasforma il desiderio in pretesa e trascina l’intera vicenda in una spirale di sopraffazione, vendetta e distruzione.

Dietro il soggetto mitologico emerge una riflessione sorprendentemente contemporanea: non soltanto una storia d’amore, ma il ritratto di un uomo convinto che il proprio potere gli conferisca il diritto di possedere ciò che desidera. Ed è proprio questa lettura a costituire il centro della regia di Netia Jones, che firma anche scene, costumi e video. Più che ricostruire il teatro barocco, la regista ne reinventa lo spirito attraverso un linguaggio visivo contemporaneo e multidisciplinare. Il risultato è uno spettacolo di forte impatto che intreccia teatro, videoarte, danza, installazione multimediale e mito classico in un flusso ininterrotto di immagini.

L’immenso spazio della Bastille è occupato da piattaforme mobili, strutture modulari e schermi che proiettano animazioni, testi, dettagli filmati dal vivo e immagini simboliche. Il video non è mai un semplice fondale, ma un elemento drammaturgico vero e proprio. Lo spettatore è continuamente invitato a osservare diversi livelli narrativi simultaneamente: l’azione scenica, la sua rappresentazione mediatica e la dimensione psicologica che vi si nasconde dietro.

In questo contesto il mito viene trasportato in un universo sospeso tra antichità e presente. L’Ercole di Jones non è il semidio muscolare della tradizione iconografica, bensì una figura di potere contemporanea, un leader anziano incapace di accettare il declino della propria autorità. Il parrucchino biondo, l’ossessione per l’immagine e persino certe abitudini alimentari – hamburger e patatine fritte a colazione… – trasformano il personaggio nella caricatura inquietante di un personaggio di potere attuale e ben riconoscibile. Attorno a lui si muove un mondo popolato da atleti, danzatori, creature allegoriche e figure che sembrano provenire tanto dall’Olimpo quanto dall’immaginario mediatico contemporaneo.

Particolarmente riuscito è il modo in cui la regia affronta il tema del desiderio e dell’abuso di potere. L’ossessione di Ercole per Iole non viene romanticizzata né attenuata: appare invece come una dinamica tossica di possesso e controllo. La giovane principessa diventa così il centro di una riflessione sul consenso e sulla libertà individuale che restituisce al dramma una sorprendente attualità.

Le coreografie di Maud le Pladec rinunciano a qualsiasi archeologia barocca per costruire un linguaggio fisico contemporaneo, atletico e spesso volutamente aggressivo. I danzatori non illustrano l’azione: la amplificano, la contraddicono, la commentano. Materializzano le pulsioni dei protagonisti ponendo lo spazio scenico in una tensione continua. Gare sportive, processioni rituali e movimenti corali trasformano il palcoscenico in un organismo vivente, evocando al tempo stesso l’opera francese del Seicento e l’immaginario mediatico del presente. Il risultato è una componente coreografica di notevole forza teatrale, parte integrante della drammaturgia e dell’universo visivo dello spettacolo.

I costumi contribuiscono efficacemente a creare questo universo ibrido. Accanto ai richiami classici compaiono abiti moderni, dettagli sportivi e riferimenti alla cultura pop. La contaminazione evita qualsiasi effetto museale e rafforza l’idea che il mito appartenga a ogni epoca.

Molto efficace risulta anche la gestione delle divinità. Giunone, Venere, Nettuno e gli altri personaggi soprannaturali non compaiono secondo le convenzioni del teatro barocco, ma si manifestano attraverso apparizioni video, trasformazioni sceniche e immagini simboliche che rendono visibile il loro potere senza ricorrere a meccanismi antiquati.

Nel finale la regia raggiunge i suoi esiti più suggestivi. Dopo la morte di Ercole, il racconto abbandona progressivamente il realismo psicologico per entrare in una dimensione quasi rituale. La trasfigurazione dell’eroe assume allora un significato più ampio: non soltanto la fine di un individuo, ma il tramonto di un sistema fondato sul dominio e sul possesso. È una conclusione di forte impatto, ambiziosa ma mai gratuitamente provocatoria.

Se la regia colpisce per intelligenza e coerenza, è tuttavia la musica a rappresentare il vero trionfo della serata. Leonardo García-Alarcón si conferma uno dei più autorevoli interpreti del repertorio secentesco e primo-settecentesco. Alla guida della Cappella Mediterranea e del Chœur de Chambre de Namur, evita tanto il freddo esercizio filologico quanto l’enfasi romantica, privilegiando invece una narrazione teatrale fluida, mobile e ricca di tensione drammatica.

La qualità della scrittura di Bembo sorprende costantemente. I recitativi possiedono una naturalezza quasi monteverdiana, mentre le arie alternano virtuosismo italiano e raffinatezza francese con ammirevole equilibrio. Cori e danze non svolgono una funzione ornamentale, ma diventano elementi strutturali dell’azione. In più di un momento sembra di ascoltare una sintesi ideale tra Cavalli, Lully e Campra, filtrata però attraverso una sensibilità assolutamente originale.

Nel ruolo del protagonista Andreas Wolf evita ogni monumentalità stereotipata e costruisce un Ercole inquietante proprio perché profondamente umano. La voce possiede autorevolezza e ampiezza, ma anche sufficiente flessibilità per accompagnare la progressiva disgregazione psicologica del personaggio. Non emerge un mostro mitologico, bensì un uomo divorato dal proprio narcisismo.

Splendida Ana Vieira Leite nei panni di Iole. Il soprano portoghese offre un canto luminoso, elegante e sempre rifinito, conferendo al personaggio una dignità che trascende il ruolo della vittima perseguitata. Alasdair Kent disegna un Hyllo appassionato e vocalmente sicuro, mentre Deepa Johnny restituisce a Deianira una nobiltà dolente che conquista per sincerità espressiva.

Le due divinità rivali rappresentano uno dei maggiori piaceri della serata. Julie Fuchs tratteggia una Giunone brillante, ironica e teatrale, anche se non sempre impeccabile sul piano del controllo vocale; Sandrine Piau offre invece una Venere sofisticata e manipolatrice, impreziosendo ogni intervento con l’intelligenza musicale e la raffinatezza che da anni ne fanno una delle interpreti più autorevoli del repertorio barocco.

Tra i comprimari spiccano Marcel Beekman, irresistibile come Licco, e Alex Rosen, autorevole sia come Nettuno sia come fantasma di Eutyro. Grazie a loro emerge con chiarezza quella continua oscillazione tra tragedia e comicità che costituisce uno degli aspetti più affascinanti del teatro musicale secentesco.

Di altissimo livello anche il contributo del Chœur de Chambre de Namur, chiamato ad affrontare una scrittura tutt’altro che accessoria. Bembo attribuisce infatti al coro una funzione drammatica essenziale, utilizzandolo come commento morale, presenza spettacolare e motore dell’azione. L’esecuzione ne restituisce pienamente la complessità.

Naturalmente non tutto è perfetto. La durata considerevole e la ricchezza della trama possono generare qualche momento di dispersione narrativa. Alcuni episodi allegorici conservano inoltre una certa prolissità tipicamente secentesca. E, pur ammirando la qualità complessiva della partitura, si può osservare come Bembo privilegi spesso la continuità drammatica rispetto alla creazione di numeri immediatamente memorabili. Si esce dal teatro colpiti soprattutto dall’architettura dell’opera più che da una singola melodia destinata a fissarsi nella memoria.

Sono però riserve marginali di fronte all’importanza dell’operazione. *Ercole amante* convince innanzitutto per il suo valore musicale e teatrale. Antonia Bembo emerge finalmente come una compositrice di autentica statura europea, capace di dialogare con i grandi maestri del proprio tempo senza apparire subordinata a nessuno di essi. La sua musica possiede personalità, immaginazione e una sorprendente capacità di parlare al presente.

Dopo oltre tre secoli di silenzio, Antonia Bembo non appare più come una nota a piè di pagina della storia della musica, ma come una protagonista finalmente restituita al posto che le spetta.

 

Nureev

Il’ja Demutskij, Nureev

Berlino, Deutsche Oper, 21 marzo 2026

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Nureev secondo Serebrennikov: il ritratto di un uomo che scelse la libertà


Nureev di Kirill Serebrennikov è molto più di un balletto biografico: attraverso una drammaturgia costruita come un’asta postuma, ripercorre la vita del grande danzatore dalla Russia sovietica alla fuga in Occidente, dal successo mondiale alla malattia. Tra danza, teatro e immagini di forte impatto, emerge il ritratto di un artista ribelle che fece della libertà la propria ragione di vita.

Con Nureev, Kirill Serebrennikov firma uno degli spettacoli più affascinanti e controversi degli ultimi anni. Non si tratta semplicemente di un balletto biografico dedicato a Rudol’f Nureev (1938-1993), ma di un’opera totale in cui danza, teatro, musica, cinema e arti visive si fondono in una riflessione sul rapporto tra arte, libertà e potere. Il suo approdo a Berlino assume inoltre un valore simbolico particolare: nato al Teatro Bol’šoj di Mosca nel 2017, lo spettacolo è stato progressivamente emarginato fino a scomparire dal repertorio russo dopo l’inasprimento delle politiche contro la comunità LGBTQ+, di cui Nureev è oggi una delle figure simbolo.

La drammaturgia si apre con un’asta postuma degli oggetti appartenuti al danzatore. Bauli, costumi, fotografie, opere d’arte e mobili scorrono davanti agli occhi del pubblico mentre un banditore ne illustra il valore. Ogni oggetto diventa una chiave che apre una porta sul passato, trasformando la scena in un grande archivio della memoria.

Da qui lo spettacolo procede per frammenti, ricordi e associazioni visive. L’infanzia nella Russia sovietica, gli studi di danza e i primi successi al Kirov emergono attraverso una successione di quadri montati quasi cinematograficamente. Sul fondale scorrono le immagini della storia sovietica: il ritratto dello zar Nicola II lascia il posto a Lenin, poi a Stalin e infine a Chruščëv, mentre prende forma il carattere inquieto e ribelle del giovane Nureev. Pannelli mobili, passerelle, proiezioni e strutture che appaiono e scompaiono rapidamente trasformano continuamente lo spazio scenico. Più che a un balletto tradizionale, si ha spesso la sensazione di assistere a un grande film dal vivo.

Tra i momenti più intensi spicca la celebre fuga all’aeroporto di Le Bourget nel 1961. Qui la danza arretra per lasciare spazio a una tensione quasi cinematografica: agenti sovietici, polizia francese, amici e collaboratori circondano il ballerino mentre deve decidere in pochi istanti se tornare in Unione Sovietica o chiedere asilo politico. È il momento in cui la sua vicenda personale assume un significato universale, diventando simbolo della scelta tra obbedienza e libertà.

La seconda parte racconta il trionfo occidentale di Nureev. Sfilano le tournée internazionali, i grandi teatri, la mondanità degli anni Sessanta e Settanta, il sodalizio artistico con Margot Fonteyn e il culto mediatico che lo trasforma in una celebrità globale. La coreografia di Yuri Possokhov intreccia costantemente vocabolario classico e gestualità contemporanea, riflettendo la natura stessa del protagonista: un artista sospeso tra tradizione e modernità, tra Oriente e Occidente.

Serebrennikov dedica ampio spazio anche alla dimensione privata. Sul palco compaiono apertamente le relazioni sentimentali del ballerino, in particolare quella con Erik Bruhn, insieme alla vita notturna parigina e agli ambienti della comunità gay. Non mancano immagini provocatorie: danzatori in drag, scene di forte sensualità e soprattutto la gigantesca fotografia di nudo realizzata da Richard Avedon, che domina la scena come una presenza costante. Sono proprio queste immagini ad aver reso lo spettacolo tanto scomodo quanto rivoluzionario nel contesto culturale russo. L’omosessualità di Nureev non viene mai attenuata o relegata a semplice nota biografica, ma è presentata come elemento imprescindibile della sua identità artistica e umana. In questo senso Nureev diventa anche una riflessione sulla censura e sull’impossibilità di separare l’artista dalla sua vita.

Progressivamente la vitalità sfrenata lascia spazio alla fragilità. Il corpo si indebolisce, il successo non basta più a tenere lontana la malattia e la danza si fa più rarefatta e malinconica. Figure provenienti dai grandi balletti interpretati da Nureev riemergono come fantasmi della memoria, popolando un paesaggio mentale sospeso tra sogno e rimpianto.

Particolarmente significativo è il finale. Yuri Possokhov rielabora la celeberrima “discesa delle Ombre” da La Bayadère, introducendo però anche uomini nel corpo di ballo e trasformando quella processione in un omaggio al ruolo rivoluzionario che Nureev ebbe nell’elevare la figura del danzatore maschile nel balletto classico. Il riferimento è particolarmente toccante perché La Bayadère rappresentò il suo vero testamento artistico: nonostante la malattia, Nureev lavorò fino all’ultimo alla produzione parigina del 1992 e apparve in scena per gli applausi finali in una delle sue ultime apparizioni pubbliche. Il finale diventa così una visione d’addio che collega la morte dell’artista alla sua eredità creativa.

In questa sequenza conclusiva assume particolare rilievo una misteriosa “vecchia signora” che attraversa quasi tutto il balletto. Non si tratta di un personaggio storico identificabile, ma di una figura simbolica che accompagna Nureev lungo la sua esistenza, come una personificazione del destino, della memoria o della morte. Presenza silenziosa e costante, collega le diverse epoche della vita del protagonista. Il gesto finale dei gigli bianchi è particolarmente eloquente: fiore tradizionalmente associato al commiato e presente anche ai funerali di Nureev, diventa qui il segno di una sorta di rituale di congedo che accompagna il danzatore verso la sua trasfigurazione artistica.

Straordinaria la prova di David Soares nel ruolo del protagonista. Lontano da ogni imitazione calligrafica, il danzatore costruisce un personaggio credibile e profondamente teatrale, attraversando tutte le età della vita di Nureev, dall’arroganza luminosa della giovinezza alla vulnerabilità degli ultimi anni.

Nureev non è costruito come un balletto di ruoli tradizionali: più che una successione di variazioni e pas de deux, è una grande macchina teatrale che coinvolge oltre duecento artisti tra corpo di ballo, attori, figuranti e musicisti. I personaggi appaiono e scompaiono come frammenti della memoria del protagonista, all’interno di un enorme collage scenico. Dopo David Soares, le presenze che restano maggiormente impresse sono quelle di Iana Salenko come Margot Fonteyn elegante e aristocratica, Martin ten Kortenaar intenso e malinconico Erik Bruhn e Polina Semionova (Natalia Makarova), che offre alcuni dei momenti più lirici e toccanti.

Uno degli aspetti più riusciti dello spettacolo è dunque la sua natura profondamente ibrida. La partitura di Il’ja Demutskij, eseguita sotto la direzione di Dominic Limburg alla guida dell’Orchester der Deutschen Oper Berlin, accompagna un racconto in costante movimento, mentre la regia costruisce una successione di immagini di grande forza visiva, capaci di alternare fasto, provocazione e malinconia.

 

Particolarmente interessante è l’impiego delle tre voci soliste – il mezzosoprano Aleksandra Meteleva, il controtenore Iwan Borodulin e il baritono Navasard Hakobyan – che non incarnano personaggi tradizionali, ma funzionano come autentiche “voci della memoria”. Il mezzosoprano è associato alle origini e alla solitudine del protagonista, evocando anche attraverso una suggestiva ninna nanna tatara le radici familiari e il senso di sradicamento dopo la fuga in Occidente. Il controtenore emerge nella scena di Le Roi Soleil, quando Nureev viene identificato con Luigi XIV in una visione di grande teatralità barocca. Il baritono interviene invece come presenza narrativa e simbolica, contribuendo alla dimensione riflessiva dell’opera. I testi sono cantati prevalentemente in russo e francese, mentre le parti recitate alternano inglese e francese.

Talvolta la componente narrativa e verbale tende a prevalere sulla danza, appesantendo il racconto con alcuni passaggi esplicativi che interrompono il flusso coreografico. Si tratta tuttavia di un limite marginale di fronte all’ambizione complessiva del progetto.

Alla fine resta la sensazione di aver assistito a qualcosa che supera i confini del balletto biografico. Nureev è insieme ritratto d’artista, affresco storico, manifesto politico e meditazione sulla libertà. Berlino accoglie questo spettacolo non come un semplice recupero di repertorio, ma come una vera dichiarazione culturale. Più che la storia di un grande ballerino, emerge il destino di un uomo che scelse di vivere secondo le proprie regole, pagandone il prezzo fino in fondo. Ed è forse proprio per questo che la figura di Rudol’f Nureev continua ancora oggi a parlarci con straordinaria forza.


La tomba di Rudol’f Nureev nel cimitero russo di Sainte-Geneviève-des-Bois (Parigi)

 

Antigone

Pascal Dusapin, Antigone

Parigi, Philharmonie, 8 ottobre 2025

★★★★

(video streaming)

Dusapin: anatomia musicale di un mito che continua a sanguinare

Sull’orlo del silenzio, l’Antigone di Pascal Dusapin trasforma la tragedia di Sofocle in un intenso teatro dell’ascolto. Attraverso una scrittura musicale rarefatta e inquieta, il conflitto tra Antigone e Creonte diventa lo scontro insanabile tra coscienza e potere. La direzione di Klaus Mäkelä e la regia essenziale di Netia Jones esaltano una tragedia moderna, severa e profondamente umana. Una tragedia per il nostro tempo.

Commissione congiunta con la Dresdner Philharmonie, l'”operatorio” Antigone di Pascal Dusapin è su libretto dello stesso compositore, tratto dalla traduzione tedesca di Hölderlin della tragedia di Sofocle, di cui segue sostanzialmente la struttura drammatica. È articolato in una successione di scene che possono essere lette come cinque atti teatrali continui, collegati da interludi orchestrali senza vere cesure tradizionali.

Atto I – Il decreto di Creonte. La guerra civile a Tebe è terminata. I due figli di Edipo, Eteocle e Polinice, si sono uccisi combattendo l’uno contro l’altro per il potere. Creonte, nuovo sovrano della città, proclama che Eteocle, difensore di Tebe, sarà onorato con solenni funerali; Polinice, considerato traditore, dovrà invece restare insepolto. Antigone apprende il decreto e ne rimane sconvolta. Convinta che le leggi divine impongano di onorare i morti, decide di seppellire il fratello nonostante il divieto. La sorella Ismene cerca di dissuaderla, temendo le conseguenze, ma Antigone sceglie di agire da sola.
Atto II – La trasgressione. Durante la notte Antigone compie il rito funebre sul corpo di Polinice. Le guardie scoprono che qualcuno ha infranto l’ordine del re. Dopo una seconda visita al cadavere, Antigone viene sorpresa sul luogo e arrestata. Condotta davanti a Creonte, non nega nulla. Anzi, rivendica apertamente il proprio gesto, dichiarando che l’obbedienza agli dèi vale più dell’obbedienza agli uomini. Lo scontro tra i due è violentissimo. Creonte difende l’autorità dello Stato, mentre Antigone difende la coscienza e la pietà familiare. Nessuno dei due è disposto a cedere.
Atto III – La condanna. Creonte decide di punire Antigone. Ismene tenta di condividere la colpa della sorella, ma Antigone rifiuta. Entra in scena Emone, figlio di Creonte e promesso sposo di Antigone. Emone cerca di convincere il padre che il popolo è dalla parte di Antigone e che la clemenza sarebbe segno di saggezza. Creonte interpreta queste parole come una sfida alla sua autorità e conferma la sentenza. Antigone verrà rinchiusa viva in una grotta sepolcrale, lasciata al proprio destino.
Atto IV – L’ultima marcia di Antigone. Antigone viene accompagnata verso la sua tomba. È uno dei momenti più intensi dell’opera: la giovane donna saluta la luce, la vita e il matrimonio che non potrà mai celebrare. Non rinnega però la propria scelta. Accetta la morte come conseguenza necessaria della fedeltà ai propri principi. La grotta viene chiusa e Antigone resta sola. 
Atto V – La profezia e la rovina. Compare il vecchio indovino Tiresia. Egli avverte Creonte che gli dèi sono indignati: il corpo di Polinice è stato oltraggiato e una grave sciagura colpirà la sua famiglia. Per la prima volta Creonte vacilla. Decide quindi di revocare la condanna: prima fa seppellire Polinice e poi corre a liberare Antigone. Ma è ormai troppo tardi. 
Epilogo – La catastrofe. Quando Creonte raggiunge il sepolcro, trova Antigone morta: si è impiccata. Accanto a lei c’è Emone. Disperato, il giovane si uccide. La notizia giunge alla regina Euridice, moglie di Creonte. Anche lei si toglie la vita e Creonte rimane completamente solo. Il re comprende infine che la sua ostinazione e il suo orgoglio hanno provocato la distruzione della propria casa. La tragedia si chiude con la sua desolazione e con la consapevolezza che nessun potere umano può imporsi impunemente contro ciò che è giusto e sacro.

Fin dalle prime battute emerge un linguaggio musicale teso, scabro e inquieto, nel quale l’orchestra non accompagna semplicemente l’azione, ma ne diventa la coscienza segreta. Le linee vocali, lontane dalla tradizione melodica dell’opera ottocentesca, seguono il ritmo della parola e della declamazione tragica, costruendo un flusso continuo che mantiene costante la tensione teatrale.

Di grande intensità la direzione di Klaus Mäkelä alla testa dell’Orchestre de Paris, dove ogni strumento riceve un trattamento quasi solistico, valorizzato anche dall’eccellente ripresa video. Ottimi gli interpreti: Christel Loetzsch è un’Antigone di grande statura che affronta magistralmente la difficile parte vocale; Tómas Tómasson è l’inflessibile Creonte; Anna Prohaska è Ismene; Jarrett Ott restituisce con efficacia la lunga parte del Messaggero; Thomas Atkins dà voce a Emone; Edwin Crossley-Mercer a Tiresia nella sua breve ma significativa presenza; la voce del controtenore Serge Kakudji si fa ammirare nel ruolo del Corifeo.

La regia di Netia Jones, che firma anche costumi e scenografia, valorizza l’essenzialità del dramma evitando ogni inutile decorativismo. L’impianto scenico è costituito da una struttura di prismi — il palazzo del re Creonte — posta su una piattaforma rettangolare che si incunea nell’orchestra. Su quell’estremità, una decina di microfoni su treppiede fungono da tramite comunicativo con la città. Sobrie proiezioni lasciano affiorare ombre sulla bianca geometria dei prismi.

Spoglio e simbolico, lo spazio concentra l’attenzione sul conflitto tra individuo e potere, tra coscienza e ragion di Stato. La tragedia procede così con una forza inesorabile, come un meccanismo che nessuno dei protagonisti riesce più a fermare. Particolarmente riuscita la progressione verso l’atto finale, dove la musica sembra restringere progressivamente il respiro dei personaggi fino alla catastrofe conclusiva. La morte di Antigone, il suicidio di Emone e quello di Euridice non rappresentano soltanto la rovina di una famiglia, ma il crollo dell’intero ordine costruito da Creonte.

Il risultato è uno spettacolo di rara intensità emotiva e intellettuale, che conferma Pascal Dusapin come una delle voci più autorevoli del teatro musicale contemporaneo. Lontana da ogni modernizzazione forzata, questa Antigone dimostra come i grandi miti greci continuino a interrogare il nostro presente, ricordandoci che il conflitto tra legge e coscienza, tra potere e umanità, rimane ancora oggi irrisolto.