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Biennale Arte di Venezia (eventi collaterali)
Venezia, Palazzo Contarini Polignac, 27 giugno 2026
Still Joy: l’etica della gioia nell’Ucraina in guerra
Tra i tesori meno frequentati di Dorsoduro c’è Palazzo Contarini Polignac, un luogo affascinante della Venezia rinascimentale. Anche quest’anno, in occasione della 61ª Biennale d’Arte di Venezia, il palazzo ospita uno degli Eventi Collaterali più intensi e riusciti della manifestazione: Still Joy — From Ukraine into the World, presentato dalla Victor Pinchuk Foundation e dal PinchukArtCentre.
La mostra riunisce alcuni tra i più importanti artisti ucraini e internazionali attorno a una domanda tanto semplice quanto radicale: che cosa significa provare gioia in tempi di guerra? La gioia non viene raccontata come evasione o leggerezza, ma come una forza vitale, una forma di resistenza, un gesto profondamente umano.
A fare da filo conduttore sono le testimonianze raccolte da Hlib Stryzhko, marine, veterano ed ex prigioniero di guerra, oggi raccoglitore di storie. Le sue parole attraversano l’intero percorso espositivo come frammenti di realtà che impediscono all’arte di rifugiarsi nell’astrazione.
L’ingresso è affidato alla potente installazione video di Roman Khimei e Yarema Malashchuk, che alterna immagini dei rave di Kyiv prima e durante l’invasione russa. La musica elettronica, il ballo e i corpi diventano qui una dichiarazione di esistenza, quasi un atto politico. Poco oltre, i delicati paesaggi di Aliinyk, dove la natura continua silenziosamente a vivere sotto una luce lunare, dialogano con il video-saggio di Armianovski, sospeso tra la devastazione della guerra e i sogni della città martire di Mariupol.
Il percorso culmina in una sorprendente installazione immersiva di Simone Post, che trasforma gli ambienti del palazzo in un’architettura effimera costruita interamente con caramelle e dolcini: un’esplosione di colore che restituisce, almeno per un istante, quella gioia infantile che la guerra sembra voler cancellare.
Tra le opere più poetiche spicca la luminosa installazione di Ashfika Rahman: centinaia di campane provenienti da templi indù, sospese a fili di seta dorata fino a formare una grande sfera vibrante. Di fronte, Zhanna Kadyrova costruisce un giardino fragile con piante recuperate da edifici bombardati e light box che evocano figure di rifugiati in transito, accolti e curati. Due opere diversissime che dialogano sul tema della perdita, della cura e della possibilità di rinascere.
Di straordinaria intensità è anche Personal Accounts (a quiet rush) di Gabrielle Goliath. Undici persone queer e transgender ucraine raccontano esperienze di violenza, discriminazione e trauma, ma anche di guarigione e speranza. Il capitolo dedicato a Kyiv include soldati e soldatesse impegnati nella difesa del Paese. Le loro parole non vengono però rese udibili: il video mostra soltanto pause, respiri, esitazioni e gesti. Una scelta che protegge i protagonisti e, allo stesso tempo, restituisce una dimensione universale al racconto, lasciando che siano i corpi a parlare.
Tra i lavori più sorprendenti c’è Open World, ancora di Malashchuk e Khimei. Attraverso un cane robotico, Yaroslav, un ragazzo costretto a lasciare Zaporižžja per rifugiarsi in Polonia, torna virtualmente nella propria città. Cammina tra le vie, entra nella scuola semidistrutta, percorre il lungofiume, accarezza il proprio gatto e conversa con la madre, tutto attraverso gli occhi e i sensori della macchina. La tecnologia, nata per applicazioni militari, si trasforma così in uno strumento di memoria e di vicinanza. Il titolo richiama i videogiochi “open world”, nei quali il giocatore può muoversi liberamente nello spazio: qui è invece il mondo reale a essere esplorato a distanza, perché tornarvi fisicamente è diventato impossibile.
Il percorso si chiude come era iniziato, con un’opera di grande forza simbolica di Nikita Kadan. Il monumentale disegno raffigura una dark room durante un rave: i corpi si fondono fino a diventare un unico paesaggio attraversato dalla storia. Lo spettatore rimane sospeso in un’ambiguità volutamente irrisolta. Sta osservando una celebrazione estatica o una scena di catastrofe? Forse entrambe le cose. In quest’opera estasi e violenza, desiderio e distruzione convivono fino a diventare inseparabili. Kadan ci costringe così a interrogarci sulla capacità della cultura di distinguere la festa dalla tragedia e su ciò che accade ai corpi – individuali e collettivi – quando la storia si spezza.
È proprio questa la forza di Still Joy: non raccontare la guerra, ma interrogare ciò che riesce a sopravvivere dentro di essa. Una mostra che nasce dall’Ucraina ma parla a tutti noi, ricordandoci che la gioia non è il contrario del dolore. A volte è il suo più ostinato antidoto.
⸪