Mese: settembre 2026

Death in Venice

foto © New Reporter Favretto

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Benjamin Britten, Death in Venice

Brescia, Teatro Grande, 25 settembre 2026

★★★★☆

bandiera francese.jpg  ici la version française sur premiereloge-opera.com

L’ultimo mare di Britten

Con Death in Venice (Morte a Venezia), ultimo approdo del mare di Britten, Venezia diventa specchio del desiderio e della dissoluzione di Aschenbach, diviso fra Apollo e Dioniso. Al Teatro Grande di Brescia Daniel Smith guida una partitura sensuale e rarefatta, con Toby Spence e Dominic Sedgwick protagonisti. Rodula Gaitanou firma una regia fin troppo lineare, mentre scene, luci e riflessi restituiscono una Venezia fantasmatica e inquietante.

Com’è diverso il mare nelle opere di Benjamin Britten. Cupo e minaccioso, l’oceano di Peter Grimes è forse più protagonista dello stesso Grimes: elemento fisico e concreto, determina il lavoro, la povertà, la paura e persino la mentalità degli abitanti del Borough, fino a diventare il luogo della scomparsa del protagonista. La tragedia individuale viene infine riassorbita nell’indifferenza della natura e della comunità.

In Billy Budd non siamo più sulla costa a guardarlo: siamo dentro il mare. La HMS Indomitable è un mondo chiuso, sospeso sull’acqua, e il mare diventa isolamento. Britten rinuncia in gran parte alla spettacolare pittura marina dei Four Sea Interludes: qui l’acqua è meno visibile, ma ancora più onnipresente.

Con Death in Venice arriviamo all’estremo opposto. È il mare stagnante della laguna e della spiaggia del Lido, ma anche della luce e della distanza del desiderio: un mare sensuale. Venezia stessa è acqua, riflesso, instabilità. Nell’ultima opera di Britten non servono più le grandi masse orchestrali di Peter Grimes: la scrittura si fa rarefatta, rituale, quasi astratta. Il mare diventa il confine fra possesso e contemplazione, fra vita e morte.

Con quest’opera si inaugura – coraggiosamente – la nuova stagione del Teatro Grande di Brescia, secondo titolo del circuito OperaLombardia. Opera rappresentata qui per la prima volta nel cinquantenario della morte del compositore. Una scelta che invita il pubblico a entrare nel Novecento dalla sua porta più affascinante e meno rassicurante.

Tratto dalla novella di Thomas Mann, Der Tod in Venedig, questo di Britten è un lavoro estremo e lucidissimo, scritto quando la salute del compositore è già fragile e nel quale sembra confluire, quasi per distillazione, una vita intera di teatro musicale.

Al centro c’è Gustav von Aschenbach, scrittore celebre, disciplinato, rigoroso. Un uomo che ha costruito la propria esistenza sul controllo e sulla forma. Un giorno, in preda ad “astratti furori”, decide di partire e, come il protagonista del libro di Vittorini, va a sud. Arriva a Venezia. E Venezia, naturalmente, fa il resto. Al Lido incontra Tadzio, adolescente polacco di straordinaria bellezza. Non gli parlerà mai. Non ce n’è bisogno. Da quel momento il viaggio geografico diventa interiore e ciò che sembrava perfettamente ordinato comincia lentamente a incrinarsi.

È qui che Britten compie qualcosa di straordinario: trasforma un’ossessione quasi immobile in teatro. L’azione esteriore è minima, quella interiore vertiginosa. Aschenbach osserva, pensa, desidera, si interroga, mentre Venezia diventa progressivamente ambigua: luminosa e malata, sontuosa e putrescente, bellissima e già contaminata dal colera che le autorità cercano di nascondere. La città non è più uno sfondo, ma lo specchio del protagonista. Tutto splende mentre tutto si disfa.

La voce di Aschenbach domina l’opera attraverso un canto sospeso fra parola, pensiero e confessione. Tadzio, invece, non canta. Il suo mondo è affidato alla danza e alle percussioni: appartiene a una dimensione che Aschenbach può contemplare ma nella quale non può entrare. È una delle intuizioni teatrali più folgoranti dell’opera: l’oggetto del desiderio rimane fuori dalla parola, appartiene al gesto, al corpo, alla distanza. Più la bellezza appare perfetta, più diventa inafferrabile. Sullo sfondo affiora l’antico conflitto fra Apollo e Dioniso, fra misura e abbandono, disciplina e desiderio. Aschenbach ha trascorso la vita dalla parte di Apollo; Venezia gli rivela Dioniso. Venezia diventa miraggio, labirinto, febbre. Death in Venice è così anche un’opera sulla fine: la fine di un uomo, certamente, ma anche quella di un’idea di ordine e forse di un’intera epoca.

Britten accompagna questa progressiva perdita di controllo con una musica sensuale e rarefatta magnificamente resa dall’Orchestra dei Pomeriggi Musicali diretta da Daniel Smith, acclamato interprete del repertorio contemporaneo ma formato anche sulla cantabilità e sul teatro italiano: L’ultimo, rarefattissimo Britten ha un’orchestra molto particolare: legni, ottoni relativamente contenuti, pianoforte, arpa ma soprattutto una enorme batteria di percussioni (gong, tam-tam, vibrafono, xilofoni, glockenspiel, campane, wind machine ecc.) affidata a cinque esecutori.

Britten aveva realmente “ascoltato” Venezia. Nel 1971 vi soggiornò prendendo appunti sui suoi suoni: le campane di San Marco e i richiami dei gondolieri finirono nella partitura. Il mare di Death in Venice nasce dunque anche da suoni reali, progressivamente trasfigurati. Il rischio è evidente: accentuando il colore Venezia diventa pittoresca; spingendo l’astrazione perde sensualità. Smith trova un convincente punto di equilibrio, privilegiando il flusso e il viaggio psicologico di Aschenbach senza trasformare la complessità della partitura in un esercizio intellettuale.

Toby Spence è un interprete britteniano di lunga esperienza e il suo Aschenbach non appare come un intellettuale già estenuato e prossimo alla morte, ma come un uomo ancora energico di cui assistiamo alla progressiva perdita del controllo. Presenza scenica, statura vocale e sicurezza nell’affrontare una scrittura spesso scoperta – con monologhi a cappella o accompagnati dal solo pianoforte – giustificano il caloroso successo tributato dal pubblico.

Geniale, nell’economia dell’opera, è la decisione di Britten di affidare sette personaggi maschili allo stesso baritono. Non sono semplicemente sette piccole parti, diventano manifestazioni diverse di una medesima presenza che accompagna Aschenbach verso la dissoluzione. Prima lo chiama al viaggio, poi lo conduce attraverso Venezia, lo seduce, lo inquieta, lo trasforma e infine assume la voce di Dioniso. Dominic Sedgwick affronta magnificamente questa parte multiforme: voce dal colore scuro, presenza scenica incisiva, è un autentico baritono-attore, particolarmente adatto a un teatro nel quale parola e caratterizzazione contano quanto la pura bellezza vocale. Nella folla di comprimari da segnalare il controtenore Danilo Pastore come Apollo mentre ottima prova la fornisce il Coro OperaLombardia, preparato da Diego Maccagnola, coeso e scenicamente disinvolto.

L’allestimento è affidato alla regista greca Rodula Gaitanou, proveniente dalla musica e dichiaratamente interessata a un teatro modellato sulla partitura e sulla precisione psicologica più che su un “concetto” imposto all’opera. Ed è forse proprio qui il limite della produzione. Al coraggio della scelta di questo titolo per un teatro come quello di  Brescia non corrisponde un analogo azzardo registico: Gaitanou preferisce una lettura lineare, talvolta quasi didascalica, probabilmente anche per questo apprezzata dal pubblico.

Il suo precedente The Turn of the Screw allo Spoleto Festival USA è significativo: entrambe le opere pongono la stessa insidiosa domanda al regista: quanto di ciò che vediamo è reale e quanto appartiene alla mente del protagonista?  e come si rappresentano desiderio, ossessione e ambiguità? Nella lettura bresciana questi elementi sono forse spiegati troppo: il confronto fra Apollo e Dioniso diventa eccessivamente concreto e il teatro fisico – Gaitanou si è formata anche alla scuola di Jacques Lecoq – finisce talvolta per competere con quel teatro della parola e dell’interiorità che costituisce l’essenza di Death in Venice.

Più sottile la scenografia di Takis, autore anche dei costumi. Con le luci di Fiammetta Baldisseri, Venezia diventa un miraggio di riflessi e rispecchiamenti, la cui decadenza procede parallelamente alla disintegrazione di Aschenbach. Il pavimento nero e specchiante riflette il sobrio apparato video di Dick Straker che restituisce una Venezia allusa, fantasmatica. Mattia Agatiello firma i movimenti coreografici dei giovani sulla spiaggia e di Tadzio, interpretato da Filippo Polli, centro silenzioso ed erotico dell’opera.

Alla fine rimane il mare. Non più quello violento di Peter Grimes, né quello claustrofobico di Billy Budd, ma un’acqua immobile che riflette senza trattenere. È questa l’immagine più potente dell’ultimo Britten: Aschenbach cerca nella bellezza una forma assoluta e scopre invece che la bellezza, come Venezia, esiste proprio perché non può essere posseduta. Tutto ciò che può fare è guardarla mentre si allontana. E quando Tadzio indica l’orizzonte e Aschenbach muore sulla spiaggia, il viaggio iniziato come fuga si conclude davanti al mare: non con una risposta, ma con un’immagine. Ed è proprio in quella distanza, sospesa fra desiderio e morte, che Death in Venice continua a esercitare la sua inquietante seduzione.

⸪

TEATRO DAL VERME

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Teatro Dal Verme

Milano (1872)

1436 posti

 

Il Teatro Dal Verme nasce nella Milano della seconda metà dell’Ottocento per iniziativa del conte Francesco Dal Verme, nell’area precedentemente occupata dal Circo Ciniselli. Il progetto viene affidato all’architetto milanese Giuseppe Pestagalli e il nuovo teatro viene inaugurato il 14 settembre 1872 con Gli Ugonotti di Giacomo Meyerbeer.

L’edificio rappresentava una soluzione particolarmente originale nel panorama teatrale milanese. Pestagalli concepì infatti una struttura capace di unire il tradizionale teatro all’italiana con le caratteristiche di una grande arena destinata anche a spettacoli popolari ed equestri. La sala originaria aveva una vasta platea a ferro di cavallo, con circa 1.200 posti, circondata da due ordini di 28 palchi ciascuno e sovrastata da una grande galleria gradinata capace di circa 1.400 spettatori. Complessivamente il teatro poteva accogliere oltre 3.000 persone.

Anche la collocazione urbana era insolita: il Dal Verme nasceva come un vero e proprio padiglione teatrale isolato, circondato dal verde e concepito come luogo di spettacolo e svago. L’esterno ha conservato in larga parte il carattere dell’edificio ottocentesco, compreso il portico monumentale della facciata.

Il grande palcoscenico, dimensionato fin dall’origine per le esigenze dell’opera e del balletto, fece rapidamente del Dal Verme uno dei luoghi musicali più importanti della Milano di fine Ottocento. Qui, il 31 maggio 1884, ebbe luogo la prima assoluta di Le Villi, prima opera teatrale di Giacomo Puccini; nel 1892 vi debuttò Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, sotto la direzione del giovane Arturo Toscanini.

La storia dell’edificio cambia radicalmente durante la Seconda guerra mondiale. I bombardamenti del 1943 distruggono gran parte degli interni e la cupola originaria. Nel dopoguerra il Dal Verme viene trasformato e utilizzato per spettacoli di rivista, cinema, manifestazioni e congressi, perdendo progressivamente la configurazione della grande sala lirica ottocentesca.

Dopo un lungo periodo di trasformazioni e progetti, il complesso viene sottoposto a un importante intervento di recupero e viene nuovamente inaugurato nel 2001. La ricostruzione conserva l’involucro storico esterno ma interpreta l’interno secondo criteri contemporanei, trasformando l’antico teatro lirico in un moderno complesso destinato prevalentemente alla musica e agli eventi culturali.

Oggi il Teatro Dal Verme è di proprietà del Comune di Milano ed è sede di concerti di musica classica, spettacoli, proiezioni ed eventi culturali. È inoltre strettamente legato all’attività della Fondazione I Pomeriggi Musicali.

⸪

TEATRO CIVICO

 

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Teatro Civico

Moncalvo (1878)

350 posti

 

La storia del Teatro Civico di Moncalvo prende avvio nel 1857, quando viene presentata al Consiglio comunale la proposta per la costruzione di un teatro, considerato un luogo di grande utilità pubblica per la città. Il progetto viene inizialmente rimandato e sarà soltanto nel 1878 che prenderà concretamente forma il nuovo edificio teatrale.

Il teatro sorge nel cuore storico di Moncalvo, nei pressi dell’antico corpo di guardia del castello, in un’area profondamente legata alla storia della città. La sala viene concepita secondo il modello del teatro all’italiana: uno spazio raccolto, dalla pianta a ferro di cavallo, pensato per creare una relazione particolarmente intima tra scena e pubblico.

Sulla facciata trovano posto i busti di due illustri figure legate a Moncalvo: Guglielmo Caccia, celebre pittore conosciuto come “il Moncalvo”, e Gabriele Capello, raffinato ebanista attivo alla corte di Carlo Alberto.

Piccolo nelle dimensioni ma fortemente rappresentativo della tradizione teatrale piemontese, il Teatro Civico di Moncalvo è oggi riconosciuto dal Comune come uno dei teatri storici del Piemonte. La sua forza risiede nella scala raccolta, nell’impianto ottocentesco e nel rapporto diretto tra architettura, palcoscenico e spettatore.

Nel 1922 il teatro passa nelle mani del Comune. Dopo successivi interventi e un importante restauro concluso nel 1983, torna ad accogliere spettacoli, incontri ed eventi culturali.

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TEATRO DEI RUSTICI

 

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Teatro dei Rustici

Monteleone d’Orvieto (1732)

99 posti

Il Teatro dei Rustici di Monteleone d’Orvieto, piccolo borgo umbro al confine tra le province di Terni e Perugia, costituisce uno dei più singolari esempi di piccolo teatro storico italiano.

Le sue origini risalgono al 1732, quando un gruppo di giovani monteleonesi chiese ai Priori della Comunità di poter utilizzare alcuni locali dell’antico Palazzo Pubblico per rappresentarvi commedie durante il periodo di Carnevale. La richiesta venne accolta e da questa iniziativa nacque il primo nucleo del teatro, cui seguì la costituzione dell’Accademia Filodrammatica dei Rustici, dalla quale la sala prese il nome.

Secondo la tradizione, l’ambiente destinato agli spettacoli era in origine il granaio dell’antico Palazzo Pubblico. A ricordarne la trasformazione è ancora oggi un’iscrizione celebrativa posta all’ingresso della sala, che testimonia come già nel XVIII secolo la comunità considerasse il teatro uno strumento di educazione civile e di partecipazione alla vita culturale.

Nonostante le diffidenze delle autorità pontificie, preoccupate che le rappresentazioni teatrali potessero diventare veicolo delle nuove idee politiche e sociali che si stavano diffondendo in Europa, l’attività del teatro proseguì nei secoli successivi.

Nel corso dell’Ottocento alcune delle famiglie più importanti di Monteleone contribuirono alla costruzione dei palchetti, che rimasero di proprietà privata fino alla metà del Novecento. La sala assunse progressivamente la configurazione che ancora oggi la caratterizza, secondo il modello del teatro all’italiana, ma declinato in dimensioni eccezionalmente ridotte.

L’interno presenta infatti una pianta a ferro di cavallo, una piccola platea e due ordini di palchi che avvolgono lo spazio scenico. Le proporzioni raccolte e la strettissima relazione tra pubblico e palcoscenico conferiscono alla sala un carattere particolarmente intimo.

Nel corso della sua lunga storia il teatro è stato più volte ampliato e restaurato. Importanti interventi furono effettuati alla fine dell’Ottocento e nuovamente nel corso del Novecento; un complesso intervento di recupero iniziato negli anni Ottanta ha consentito di restituire definitivamente il teatro alla comunità.

Con una capienza di appena 99 spettatori, il Teatro dei Rustici è considerato uno dei più piccoli teatri storici d’Italia e del mondo. Le sue dimensioni hanno dato origine anche a un curioso confronto con il vicino Teatro della Concordia di Monte Castello di Vibio, anch’esso celebre per le dimensioni minime.

A differenza di molti piccoli teatri storici trasformati nel tempo in semplici monumenti o spazi museali, il Teatro dei Rustici ha conservato la propria funzione originaria. La sala continua infatti a ospitare rappresentazioni teatrali, rassegne, manifestazioni culturali ed eventi della comunità, mantenendo vivo il rapporto tra il teatro e il piccolo centro che lo ha creato quasi tre secoli fa.

⸪

TEATRO DELLA CONCORDIA

 

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Teatro della Concordia

Monte Castello di Vibio (1808)

99 posti

Inaugurato nel 1808, il Teatro della Concordia sorge nel cuore del piccolo borgo umbro di Monte Castello di Vibio, a pochi chilometri da Todi. Voluto da nove famiglie locali come luogo destinato agli spettacoli, agli incontri e alla vita sociale del paese, deve il proprio nome all’ideale di “concordia tra i popoli” diffusosi in Europa nel clima culturale successivo alla Rivoluzione francese.

Con appena 99 posti, suddivisi tra 37 posti in platea e 62 nei palchetti, è considerato il più piccolo teatro storico all’italiana ancora attivo, una vera riproduzione in miniatura dei grandi teatri italiani ed europei. La sala misura solamente 68 m², mentre il palcoscenico occupa circa 50 m².

La sala presenta una caratteristica pianta a campana, con due ordini di palchi lignei, boccascena e plafone realizzato secondo la tradizionale tecnica della camorcanna. Sono proprio la pianta, i palchi in legno e la costruzione del soffitto a identificarlo come una preziosa testimonianza in miniatura del teatro settecentesco all’italiana di tradizione goldoniana.

L’intimità delle proporzioni rende particolarmente sorprendente la ricchezza dell’apparato decorativo. Palchetti, soffitto e foyer sono impreziositi da decorazioni e affreschi legati all’opera di Cesare Agretti e del figlio Luigi Agretti. Quest’ultimo intervenne nel 1892, quando aveva appena quattordici anni, realizzando una parte importante delle pitture che ancora oggi caratterizzano la sala.

Nel 1914 furono installate in platea 36 poltroncine, divenute successivamente 37. Il teatro rimase in attività fino al 1951, quando venne chiuso; negli anni Sessanta il cedimento di una parte del tetto aggravò ulteriormente le condizioni dell’edificio. Un lungo intervento di recupero, condotto conservando anche l’originaria struttura lignea dei palchetti, si concluse nel 1993, restituendo il teatro alla comunità e agli spettacoli.

Le dimensioni ridottissime non gli impediscono di possedere tutti gli elementi di un vero teatro storico: platea, palchi, palcoscenico, boccascena, graticciata, camerini, foyer, caffè del teatro, atrio e biglietteria. Una sorta di teatro all’italiana perfettamente compiuto, semplicemente ridotto a una scala quasi domestica.

Nel corso della sua storia il Teatro della Concordia ha ospitato anche personalità destinate a diventare celebri. Nel 1945 una giovanissima Gina Lollobrigida vi recitò in Santarellina di Eduardo Scarpetta; è inoltre legato alla figura del soprano tuderte Antonietta Stella, poi affermatasi come importante interprete del repertorio verdiano.

Nel 1997 il piccolo teatro umbro venne simbolicamente gemellato con il monumentale Teatro Farnese di Parma. Il contrasto tra le due dimensioni sottolinea proprio la peculiarità della Concordia: possedere, in uno spazio estremamente raccolto, la struttura e l’atmosfera di un autentico teatro all’italiana.

Oggi il Teatro della Concordia è nuovamente attivo e ospita spettacoli, eventi culturali, incontri, convegni e matrimoni civili, oltre a essere visitabile come monumento storico.

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Il trionfo dell’onore

illustrazione della locandina di Ugo Nespolo

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Alessandro Scarlatti, Il trionfo dell’onore

Venezia, Teatro Malibran, 15 marzo 2025

★★★★☆

(video streaming)

Il Don Giovanni en travesti di Scarlatti si pente e cambia vita

In occasione dei trecento anni dalla morte di Alessandro Scarlatti (1660-1725), la Fondazione Teatro La Fenice ha scelto di riportare sulle scene un raro lavoro, presentandolo per la prima volta a Venezia in un nuovo allestimento al Teatro Malibran: Il trionfo dell’onore, ovvero il dissoluto pentito, un’opera a lungo rimasta ai margini del repertorio.

Una scelta dal forte valore musicale e culturale, perché Il trionfo dell’onore occupa un posto del tutto particolare nella vastissima produzione teatrale di Scarlatti: è infatti la sua unica commedia per musica e costituisce una tappa significativa nella storia di quel linguaggio teatrale che, pochi decenni più tardi, avrebbe condotto alla grande stagione dell’opera buffa italiana.

Composta su un arguto libretto di Francesco Antonio Tullio, l’opera debuttò il 26 novembre 1718 al Teatro dei Fiorentini di Napoli, incontrando il favore di un pubblico sempre più interessato a un teatro musicale capace di raccontare non soltanto eroi, divinità e vicende mitologiche, ma uomini e donne con le loro passioni, debolezze, gelosie e contraddizioni.

Al centro della vicenda troviamo Riccardo Albenori, giovane seduttore, incostante e libertino. Il richiamo alla figura di Don Giovanni è immediato, ma Scarlatti e Tullio conducono il loro protagonista verso un destino differente: Riccardo, dopo aver attraversato una successione di inganni, seduzioni, fughe ed equivoci, arriverà infine al pentimento. Il dissoluto non viene dunque punito, ma ricondotto all’ordine attraverso una trasformazione che conserva, fino all’ultimo, una sottile ambiguità.

Attorno a lui si intrecciano le vicende di quattro coppie, dando vita a un meccanismo teatrale estremamente vivace. Amori contrastati, gelosie, travestimenti, incomprensioni e riconciliazioni si susseguono con un ritmo che rivela quanto Scarlatti avesse intuito le possibilità della commedia musicale e quanto il rapporto tra parola, musica e azione fosse ormai destinato a diventare uno degli elementi fondamentali del nuovo teatro settecentesco.

Atto I. La vicenda si svolge a Pisa, dove arrivano due giovani amici molto diversi tra loro: Riccardo Albenori e Flaminio Castravacca. Riccardo è un seduttore incostante e spregiudicato, abituato a conquistare le donne e ad abbandonarle senza preoccuparsi delle conseguenze. Flaminio, pur accompagnandolo nelle sue avventure, ha un carattere più prudente e riflessivo. Il passato di Riccardo torna però presto a presentargli il conto. Il giovane ha sedotto e abbandonato Leonora Dorini, che continua ad amarlo e lo cerca nella speranza di ottenere giustizia e di veder riconosciuto il proprio sentimento. Con lei è coinvolto anche il fratello Erminio, deciso a difendere l’onore della famiglia e a chiedere conto a Riccardo del suo comportamento. Ma il libertino non sembra disposto a cambiare vita. A Pisa incontra infatti Doralice Rossetti e ne rimane immediatamente affascinato. Anche Doralice, nonostante sia legata sentimentalmente a Erminio, subisce il fascino del nuovo arrivato. Da questo incontro prende avvio una catena di equivoci e gelosie. Riccardo corteggia Doralice senza preoccuparsi né di Leonora né di Erminio, mentre Flaminio si trova coinvolto nelle conseguenze delle avventure dell’amico. Parallelamente si sviluppa il mondo dei personaggi più apertamente comici. Rosina Caruccia, giovane vivace e concreta, e il vanaglorioso Capitano Rodimarte Bombarda introducono nella vicenda un registro popolare e farsesco. Il Capitano ama esibire il proprio coraggio e la propria importanza, ma dietro le sue grandi parole si nasconde una natura assai meno eroica. Alla fine del primo atto le relazioni sono ormai completamente intrecciate: gli amori dichiarati si scontrano con quelli nascosti, i personaggi si inseguono e si osservano, mentre il comportamento di Riccardo diventa il motore di un disordine sentimentale destinato a coinvolgere tutti. 
Atto II. Nel secondo atto il gioco amoroso si complica ulteriormente. Riccardo continua a corteggiare Doralice, incurante della sofferenza provocata a Leonora e del legame della giovane con Erminio. Il suo comportamento rende inevitabile lo scontro con quest’ultimo, che vede nel seduttore non soltanto il rivale in amore, ma anche l’uomo responsabile del disonore della sorella. Leonora, intanto, oscilla tra dolore, indignazione e speranza. Nonostante sia stata abbandonata, il sentimento per Riccardo non è scomparso. Il suo personaggio introduce così nella commedia una dimensione più intima e malinconica: dietro il gioco teatrale degli equivoci si intravedono le conseguenze reali della leggerezza del protagonista. Anche Doralice si trova divisa tra attrazione e convenienza, tra il fascino esercitato da Riccardo e il rapporto con Erminio. Gli incontri clandestini, le dichiarazioni d’amore ascoltate o fraintese e le improvvise apparizioni degli altri personaggi producono una successione sempre più serrata di situazioni comiche. Flaminio tenta di muoversi in questo labirinto sentimentale, ma finisce a sua volta coinvolto nelle vicende amorose. Attorno ai protagonisti, Rosina e il Capitano Rodimarte continuano a offrire un contrappunto ironico: le pretese eroiche del Capitano vengono continuamente messe alla prova dalla realtà, mentre Rosina dimostra di possedere uno sguardo molto più concreto sulle debolezze degli uomini. 
Atto III. Nel terzo atto il gioco non può più continuare. Riccardo è costretto ad affrontare le conseguenze delle proprie azioni. Quello che fino a quel momento aveva considerato un divertimento – sedurre, promettere, fuggire e ricominciare – si trasforma in una situazione dalla quale non può più sottrarsi. Il confronto con Erminio diventa decisivo. L’onore di Leonora deve essere ristabilito e Riccardo è chiamato finalmente ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte. È qui che Il trionfo dell’onore si allontana definitivamente dal modello del Don Giovanni destinato alla punizione. Il “dissoluto” di Scarlatti non viene condannato: si pente. Riccardo riconosce il male provocato dal proprio comportamento e accetta di riparare sposando Leonora. Il ritorno a lei non rappresenta soltanto la soluzione dell’intreccio amoroso, ma dà significato al titolo stesso dell’opera: l’onore può finalmente “trionfare” perché il protagonista sceglie di riconoscere le proprie responsabilità. Anche le altre vicende trovano progressivamente una soluzione. Gli equivoci vengono chiariti, le rivalità si ricompongono e le coppie possono raggiungere un nuovo equilibrio. Il disordine che aveva dominato i primi due atti lascia così spazio alla riconciliazione.

Scarlatti non rinuncia mai alla leggerezza della commedia. Il lieto fine non cancella l’ironia con cui per tutta l’opera osserva i propri personaggi: uomini vanitosi, donne determinate, amanti gelosi, seduttori e falsi eroi compongono un piccolo universo nel quale ciascuno, almeno per un momento, diventa vittima delle proprie debolezze. Ed è proprio questa assenza di veri eroi a rendere il lavoro così moderno: nessuno possiede completamente la ragione, nessuno è immune dal ridicolo.

La partitura alterna arie, recitativi, duetti e brani d’insieme, fino allo straordinario concertato che conclude il secondo atto. È nella capacità di trasformare il movimento scenico in movimento musicale che Il trionfo dell’onore mostra uno dei suoi aspetti più innovativi: i personaggi non sono semplicemente tipi comici, ma figure dotate di una propria identità musicale e teatrale. Con quest’opera Scarlatti apre una strada che sarà successivamente percorsa da Giovanni Battista Pergolesi e dagli altri protagonisti della scuola napoletana, contribuendo alla formazione di un nuovo modello di teatro musicale.

Dopo il grande successo della prima napoletana del 1718, Il trionfo dell’onore scomparve dalle scene per oltre due secoli. La prima ripresa moderna documentata avvenne in Inghilterra, a Loughton, nel 1937, seguita l’anno successivo da una rappresentazione londinese; in Italia l’opera tornò sulle scene a Siena nel 1940, nella revisione di Virgilio Mortari e sotto la direzione di Antonio Guarnieri. Seguirono nel corso del Novecento altre sporadiche riprese, a conferma di una fortuna moderna discontinua ma mai completamente interrotta. Particolarmente significativa fu la produzione del Teatro Massimo di Palermo del 2001, diretta da Fabio Biondi con la regia di Maurizio Scaparro e basata sull’edizione della partitura curata da Malcolm Boyd. Quella veneziana del 2025 non costituisce dunque una riscoperta in senso assoluto, ma una nuova e importante tappa nella moderna fortuna dell’opera, oltre che la sua prima rappresentazione alla Fenice.

La produzione nasce dalla revisione del manoscritto originale curata da Aaron Carpenè ed è affidata musicalmente a Enrico Onofri, profondo conoscitore del repertorio sei-settecentesco, alla guida dell’Orchestra del Teatro La Fenice. La regia è di Stefano Vizioli, mentre Ugo Nespolo firma scene e costumi, questi ultimi realizzati da Carlos Tieppo. Il disegno luci è di Nevio Cavina.

Il risultato è un incontro particolarmente felice tra la vitalità della musica di Scarlatti e un universo visivo dichiaratamente contemporaneo. Il segno inconfondibile di Nespolo trasforma il palcoscenico del Malibran in una grande macchina teatrale: colore, geometria, ironia e artificio dichiarano fin dall’inizio che ci troviamo dentro il gioco della rappresentazione. Non vi è alcuna volontà di ricostruire filologicamente il Settecento. Il passato diventa piuttosto materia da reinventare, creando un mondo sospeso tra memoria e contemporaneità.

La regia di Vizioli segue la stessa direzione, mettendo in evidenza il ritmo della commedia e il continuo movimento dei personaggi, ma lasciando emergere, dietro il divertimento, anche quella dimensione sentimentale che rende l’opera più complessa di una semplice successione di situazioni comiche. La scena non cerca continuamente la gag, ma lascia che sia spesso la musica stessa a produrre il comico. È forse proprio questo equilibrio a spiegare perché Il trionfo dell’onore riesca ancora oggi a comunicare con tanta immediatezza. Dietro gli abiti, i codici e le convenzioni teatrali del primo Settecento troviamo sentimenti perfettamente riconoscibili: il desiderio, la vanità, la gelosia, l’opportunismo, la paura di perdere chi amiamo e, infine, la possibilità di cambiare.

La distribuzione veneziana tiene conto dell’originalissima concezione vocale della prima rappresentazione napoletana, con quel consueto scambio di generi che apparteneva alla pratica teatrale dell’epoca: il dissoluto protagonista era affidato a un soprano, Caterina Testi, mentre Cornelia era interpretata dal tenore Simone de Falco ed Erminio fu creato dal castrato Biagio Stabile. Leonora e Rosina erano affidate a voci di contralto, Doralice a un soprano, Flaminio a un tenore e il Capitano Rodimarte a un basso. Non si tratta di una semplice curiosità storica: questa distribuzione delle tessiture determina infatti una particolare geografia sonora dell’opera, nella quale sesso del personaggio, registro vocale e identità teatrale entrano continuamente in gioco.

Nel cast veneziano si ritrova una compagnia complessivamente ben assortita, chiamata ad affrontare una scrittura nella quale alla precisione stilistica deve necessariamente accompagnarsi una spiccata capacità attoriale: in Scarlatti, e soprattutto in questa sua singolare commedia, il canto non può essere separato dal gesto, dalla parola e dal ritmo teatrale.

Giulia Bolcato affronta l’insolito ruolo en travesti di Riccardo con energia scenica e una linea vocale salda e controllata. Il suo protagonista possiede l’irruenza, la vanità e la sfrontata sicurezza necessarie a rendere credibile il giovane seduttore. La voce, chiara e ben proiettata, segue con coerenza l’evoluzione del personaggio, anche se un colore timbrico non sempre particolarmente morbido o seducente. Questa componente meno levigata contribuisce tuttavia, sul piano teatrale, alla caratterizzazione di un uomo ancora immaturo, più trascinato dal proprio narcisismo che realmente consapevole delle conseguenze delle proprie azioni.

Di segno diverso è la Leonora di Rosa Bove, interprete capace di sottrarre il personaggio al rischio dello stereotipo della donna abbandonata. La naturalezza della recitazione, la cura della parola e una vocalità controllata le consentono di dare consistenza alle oscillazioni sentimentali di Leonora senza caricarne eccessivamente il versante patetico. 

Raffaele Pe mette la propria esperienza nel repertorio barocco al servizio di Erminio, uno dei personaggi vocalmente più particolari della partitura. Il controtenore, sorvegliato e stilisticamente consapevole, restituisce con distinzione tanto i momenti elegiaci quanto gli scatti di gelosia e di vendetta, ma in alcuni passaggi la peculiarità stessa dell’emissione può introdurre una certa distanza rispetto all’immediatezza teatrale degli altri personaggi.

Particolarmente vivace è la Doralice di Francesca Lombardi Mazzulli, che unisce presenza scenica, agilità e una vocalità luminosa. La sua interpretazione coglie bene l’ambiguità del personaggio, evitando di trasformarlo in una semplice macchietta e sottolineandone invece l’intelligenza, l’istinto e la capacità di governare il gioco amoroso.

Sul versante più apertamente comico acquistano rilievo Dave Monaco e Luca Cervoni. Il Flaminio di Monaco è costruito con misura, senza ricorrere a una comicità eccessivamente marcata, mentre la precisione della dizione e il controllo del gesto rendono efficaci anche le situazioni più farsesche. Cervoni, chiamato a interpretare Cornelia secondo la tradizione del personaggio femminile affidato a una voce tenorile, affronta con brillantezza una delle convenzioni oggi più stranianti dell’opera, trasformandola in una risorsa teatrale senza ridurla alla caricatura.

Giuseppina Bridelli porta in Rosina una presenza scenica immediata e una notevole concretezza espressiva. La sua vocalità ricca di carattere trova nella servetta intraprendente un terreno particolarmente congeniale e contribuisce a dare ritmo alle scene nelle quali il gioco della seduzione si fa più scopertamente comico. Tommaso Barea completa efficacemente il quadro con il Capitano Rodimarte Bombarda, personaggio volutamente sopra le righe, al quale il registro grave conferisce quella pomposa sicurezza che la commedia provvede continuamente a mettere in discussione.

Il maggiore punto di forza del cast, tuttavia, risiede meno nella somma delle singole prestazioni che nella capacità degli interpreti di funzionare come una vera compagnia teatrale. È nei duetti e soprattutto nei momenti d’insieme che la scrittura di Scarlatti rivela pienamente la propria modernità: le voci si sovrappongono, i caratteri si scontrano e l’azione procede attraverso la musica. Qualche disomogeneità timbrica e la diversa familiarità degli interpreti con la prassi barocca non compromettono questo equilibrio; la varietà delle vocalità finisce anzi per accentuare la differenziazione dei personaggi.

A tenere insieme questo complesso meccanismo è soprattutto Enrico Onofri la cui direzione evita sia il rischio di una lettura archeologica eccessivamente preoccupata della correttezza filologica, sia quello opposto di trasformare Scarlatti in un anticipatore dei linguaggi musicali posteriori. Alla guida dell’Orchestra del Teatro La Fenice, Onofri ricerca trasparenza, articolazione e leggerezza, mantenendo sempre percepibile il disegno delle parti strumentali e un rapporto attentissimo fra buca e palcoscenico. I tempi sono mobili e teatrali, capaci di accompagnare la rapidità dei recitativi e di imprimere slancio ai pezzi d’insieme senza sacrificare la chiarezza della scrittura. Nei momenti più lirici Onofri lascia emergere la cantabilità della partitura; in quelli comici accentua invece nervature ritmiche, contrasti e dettagli strumentali che contribuiscono direttamente alla costruzione teatrale. Se talvolta questa costante ricerca di eleganza e controllo può attenuare quella componente più ruvida, popolare e istintivamente farsesca propria della commedia per musica napoletana, il vantaggio è una lettura di grande coerenza, nella quale la raffinatezza della scrittura scarlattiana non viene mai sacrificata all’effetto.

Ed è forse questo il risultato musicalmente più significativo dell’intera produzione: Onofri e gli interpreti mostrano come Il trionfo dell’onore non sia soltanto un’importante curiosità storica o un anello di congiunzione verso la futura opera buffa: dietro l’apparente leggerezza della commedia emerge una partitura sofisticata, nella quale il carattere dei personaggi nasce dall’incontro fra parola, gesto, timbro e ritmo. Le differenze fra le singole prove vocali passano così in secondo piano davanti alla riuscita complessiva di un’esecuzione che restituisce all’opera la sua natura più autentica: quella di un teatro musicale vivo, mobile e sorprendentemente moderno.

Riscoprire oggi Il trionfo dell’onore significa dunque osservare uno dei momenti nei quali il teatro musicale italiano comincia a cambiare pelle. Scarlatti guarda ancora al Seicento, ma contemporaneamente apre una porta verso il Settecento e verso quel nuovo modo di raccontare l’uomo attraverso la musica che avrebbe profondamente influenzato la storia dell’opera europea.

⸪

MITO-Settembre Musica: Variazioni Goldberg

foto © James Bort / Warner Classics

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Johann Sebastian Bach, Variazioni Goldberg BWV 988

David Fray pianoforte

Torino, Conservatorio Giuseppe Verdi, 20 settembre 2026

La memoria dell’Aria

Tutto comincia nel silenzio, con poche note.

Un’Aria lenta, raccolta, di una semplicità quasi disarmante: una sarabanda che non annuncia la grandezza dell’opera che sta per nascere, non cerca di stupire, non alza la voce. Sembra piuttosto aprire una porta e invitarci ad attraversarla e oltre quella soglia Johann Sebastian Bach costruisce uno degli edifici più perfetti, enigmatici e profondamente umani della storia della musica: le Variazioni Goldberg.

Pubblicate a Norimberga nel 1741 come quarta e ultima parte del Clavier-Übung, le Goldberg occupano un luogo particolare persino nell’immensa produzione bachiana. Sono un’opera nella quale il rigore assoluto della costruzione convive con una sorprendente libertà dell’immaginazione; dove matematica e poesia, disciplina e fantasia, virtuosismo e contemplazione sembrano continuamente cercarsi e rispondersi.

La celebre Aria iniziale è il principio generatore dell’intera composizione. Bach, tuttavia, non ne varia semplicemente la melodia. Ciò che rimane costante è soprattutto la sua architettura armonica, fondata sul basso e sulla successione degli accordi. Su queste fondamenta costruisce trenta variazioni, ciascuna dotata di una propria identità. È quasi un esercizio di metamorfosi. La stessa struttura diventa, di volta in volta, danza, meditazione, gioco, corsa vertiginosa, conversazione, preghiera. Cambiano il carattere, il ritmo, la densità, la luce. Eppure, sotto ogni trasformazione, continua a esistere qualcosa di riconoscibile, come se Bach ci mostrasse trenta stanze differenti appartenenti alla medesima, immensa architettura.

Nulla è lasciato al caso. Ogni tre variazioni compare un canone e, procedendo nell’opera, la distanza tra le voci aumenta progressivamente: dall’unisono fino alla nona. Tra questi punti di riferimento Bach colloca pagine di carattere diversissimo: variazioni virtuosistiche, danze, una fughetta, un’ouverture, momenti di straordinaria leggerezza e improvvise zone d’ombra.

L’ordine è rigorosissimo, matematico. Eppure, ascoltando le Goldberg, si ha raramente l’impressione di trovarsi davanti a un esercizio intellettuale. La struttura scompare dietro la vitalità della musica. È forse questo uno dei grandi misteri di Bach: riuscire a costruire forme di precisione quasi assoluta e, nello stesso tempo, farle sembrare inevitabili e naturali.

All’interno di questo universo esistono momenti nei quali il tempo sembra accelerare e altri nei quali pare improvvisamente sospendersi. È proprio questa continua alternanza tra luce e ombra, movimento e immobilità, rigore e libertà a fare delle Goldberg qualcosa di molto più grande di una straordinaria dimostrazione di tecnica compositiva. Sono un viaggio attraverso le possibilità dell’immaginazione.

Affrontare quest’opera significa inevitabilmente confrontarsi anche con una lunga e illustre storia interpretativa: Wanda Landowska, Claudio Arrau, Rosalyn Tureck, Murray Perahia, Grigory Sokolov, András Schiff e, ovviamente, lui: Glenn Gould.

Ogni interprete chiamato alle Goldberg deve compiere delle scelte: decidere il rapporto con il tempo, con il silenzio, con la ripetizione, con il carattere delle singole variazioni e, soprattutto, con l’unità dell’intero percorso.

David Fray entra in questo universo con una sensibilità fortemente personale. Il suo Bach non è immobile, monumentale o distante: Fray sembra cercare continuamente la dimensione umana nascosta dietro la perfezione della scrittura. Il suo pianoforte respira, interroga, talvolta indugia. Le diverse voci vengono illuminate come personaggi di una conversazione, ciascuna con il proprio peso, la propria direzione e il proprio colore. C’è nel suo modo di interpretare Bach una particolare attenzione al silenzio. Le pause, le sospensioni, la risonanza lasciata vivere dopo una frase diventano parte del discorso. La musica non è soltanto ciò che viene suonato: è anche ciò che rimane nell’aria quando il suono sembra essersi concluso.

In alcune variazioni Fray mette in evidenza la dimensione danzante e quasi fisica della scrittura; in molte altre prevale l’introspezione. A tratti sembra dimenticare il pubblico: è lui solo con lo strumento. Come nella Variazione 25 in sol minore: lenta, cromatica, profondamente introspettiva. Uno dei punti emotivamente più intensi dell’intero percorso. Qui Fray sembra condurci in uno spazio più oscuro, intimo, quasi privato.

E poi arriva la trentesima variazione. 

Ci aspetteremmo forse una conclusione grandiosa, una dimostrazione finale di virtuosismo. Bach sceglie invece il Quodlibet, intrecciando motivi di canti popolari in un gesto sorprendentemente terreno, quasi affettuoso. Dopo aver raggiunto vertici di complessità straordinaria, sembra ricordarci che la musica nasce anche dalla convivialità, dalla memoria e dal piacere di cantare insieme.

Ma l’opera non termina qui. Dopo trenta trasformazioni accade qualcosa di ancora più semplice e, proprio per questo, più sconvolgente: ritorna l’Aria. Le stesse note dell’inizio. Sulla pagina nulla è cambiato. Ma siamo cambiati noi. Abbiamo attraversato trenta mondi e ora quella melodia iniziale porta con sé la memoria di tutto ciò che abbiamo ascoltato. La sua semplicità non è più innocente: contiene il viaggio, le distanze percorse, la luce, l’ombra, l’energia e il silenzio. È un ritorno a casa dopo essere stati molto lontano. E qui il pianista sembra quasi scomparire. Il capo chino, immobile; soltanto le mani continuano a muoversi sulla tastiera. Quasi staccate dal corpo.

Bach parte da una forma essenziale, la moltiplica fino a farne un universo e infine la riconduce al silenzio dal quale era nata. Non offre una conclusione: ci riporta all’origine. E quando Fray lascia risuonare le ultime note dell’Aria, ciò che rimane non è soltanto la sensazione di aver ascoltato uno dei massimi capolavori della musica occidentale. Rimane qualcosa di più intimo: la percezione che il tempo sia trascorso e, nello stesso istante, sia rimasto immobile. Che siamo tornati esattamente nel punto da cui eravamo partiti. E che quel punto, ormai, non sia più lo stesso. 

Dopo l’ultima nota, il silenzio. Un silenzio lunghissimo. 

Finché il solito importuno non si mette ad applaudire. E allora tutto il pubblico lo segue, con ovazioni anche queste lunghissime.

(anche su Le Salon Musical)

⸪

MITO-Settembre Musica: I quartetti di Beethoven (parte prima)

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Ludwig van Beethoven

Quartetto n° 3 in Re op. 18 n° 3

Quartetto n° 1 in Fa op. 18 n° 1

Quartetto n° 12 in Mi bemolle op. 127

Torino, Conservatorio Giuseppe Verdi, 14 settembre 2026

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Quartetto n° 2 in Sol op. 18 n° 2

Quartetto n° 13 in Si bemolle op. 130

Große Fuge in Si bemolle op. 133

Torino, Conservatorio Giuseppe Verdi, 16 settembre 2026

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Quartetto n° 6 in Si bemolle op. 18 n° 6

Quartetto n° 10 in La bemolle op.74 “delle arpe”

Quartetto n° 8 in mi op. 59 n° 2 “Razumovskij”

Torino, Conservatorio Giuseppe Verdi, 18 settembre 2026

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Quartetto d’archi del Teatro alla Scala: Francesco Manara, Daniele Pascoletti violini, Simonide Braconi viola, Massimo Polidori violoncello

Oltre il silenzio. L’integrale dei Quartetti per archi di Beethoven

MITO Settembre Musica inaugura un ciclo biennale affidato al Quartetto d’archi del Teatro alla Scala, che in tre appuntamenti propone la prima parte di un percorso che prevede l’esecuzione di tutti i quartetti di Ludwig van Beethoven. Quest’anno tocca ai quartetti 1, 2, 3, 6, 8, 10, 12 e 13. Il progetto si concluderà nel 2027, anno in cui ricorre il bicentenario della morte del compositore di Bonn.

Affrontare l’esecuzione integrale dei Quartetti per archi di Beethoven significa intraprendere uno dei viaggi più profondi e affascinanti della storia della musica: non una semplice successione di concerti, ma un percorso attraverso la vita creativa di un compositore che, nell’arco di quasi trent’anni, trasformò il quartetto in uno dei luoghi più intimi, liberi e visionari della propria ricerca artistica.

I sedici Quartetti per archi, ai quali si aggiunge la Grande Fuga op. 133, accompagnano Beethoven dalle prime affermazioni nella Vienna di fine Settecento fino agli ultimi anni della sua vita. Ascoltati nella loro completezza, raccontano un’evoluzione straordinaria: dalla conoscenza e dal confronto con la grande tradizione di Haydn e Mozart alla conquista di una voce assolutamente personale, fino alle opere estreme dell’ultimo periodo, nelle quali il linguaggio sembra oltrepassare i confini del proprio tempo.

Nei Quartetti op. 18 incontriamo un Beethoven ancora profondamente legato alla grande tradizione classica, ma già pronto a metterne in discussione equilibri, proporzioni e convenzioni. Il modello di Haydn e Mozart rimane riconoscibile, ma il dialogo fra i quattro strumenti acquista un’energia nuova: nessuna voce è semplicemente subordinata alle altre e il quartetto diventa progressivamente uno spazio di confronto, tensione e libertà espressiva.

Il Quartetto n. 3, con cui si apre il progetto di MITO, è in realtà il primo dei sei ad essere stato composto. È forse il più lirico e disteso del gruppo: vi prevalgono trasparenza, cantabilità e naturale fluidità. Beethoven sembra avvicinarsi al genere con particolare libertà, esplorandone le possibilità senza rinunciare alla grazia della tradizione viennese.

Nel Quartetto n. 1 emerge invece con maggiore evidenza la sua ambizione drammatica. Dietro l’apparente adesione alle forme classiche si avverte una tensione nuova, che raggiunge uno dei suoi vertici nel celebre Adagio affettuoso ed appassionato: una pagina di straordinaria intensità nella quale il dialogo fra gli strumenti sembra trasformarsi in racconto ed emozione.

Un carattere diverso appartiene al Quartetto n. 2, tradizionalmente soprannominato “Komplimentierquartett”. È il volto più elegante, luminoso e conversativo del giovane Beethoven: le frasi musicali sembrano scambiarsi gesti di cortesia, domande e risposte, richiamando il raffinato mondo settecentesco. Dietro questa apparente leggerezza si nasconde tuttavia una scrittura rigorosamente controllata, nella quale Beethoven comincia già a forzare con sottigliezza le regole ricevute dai suoi predecessori.

Il Quartetto n. 6 chiude infine il ciclo dell’op. 18 guardando decisamente oltre. Nell’introduzione all’ultimo movimento, significativamente intitolata “La Malinconia”, l’atmosfera diventa sospesa e inquieta. Improvvisi mutamenti di tempo e di carattere conducono dalla meditazione più oscura a una vitalità quasi febbrile: è come se, proprio alla conclusione dell’op. 18, Beethoven aprisse una finestra sul proprio futuro.

Con i tre Quartetti op. 59, dedicati al conte Andrej Razumovskij, quel futuro è ormai presente. Le dimensioni si ampliano, i contrasti diventano più radicali e il materiale musicale viene continuamente trasformato. I quattro strumenti acquistano una forza quasi orchestrale senza perdere l’intimità propria della musica da camera.

Il secondo Quartetto dell’op. 59, con cui si conclude quest’anno il ciclo, è uno degli esempi più intensi di questa nuova concezione. Energia e inquietudine, raccoglimento e tensione drammatica, silenzi e improvvisi scatti attraversano l’intera composizione. Il suo cuore è il Molto Adagio, pagina contemplativa e quasi metafisica, mentre nel terzo movimento compare un tema russo, omaggio a Razumovskij, che Beethoven trasforma attraverso un’elaborazione contrappuntistica serrata.

Il Quartetto op. 74 inaugura i quartetti “isolati”, non compresi cioè in una successione con lo stesso numero d’opus. Detto “delle arpe” per le figurazioni in pizzicato del primo movimento, appartiene alla piena maturità del cosiddetto periodo “eroico”. I quattro strumenti diventano interlocutori quasi alla pari: una frase può iniziare nel violoncello, essere completata dalla viola, passare al secondo violino e infine emergere nel primo. Una vera conversazione a quattro.

È proprio questa caratteristica che rende l’op. 74 un ponte molto interessante: conserva ancora la forza e la chiarezza del Beethoven “eroico”, ma comincia a privilegiare silenzio, timbro, frammentazione, trasformazione e dialogo interno. Elementi che Beethoven porterà molto più lontano nei quartetti degli ultimi anni.

Con i Quartetti op. 127 e op. 130 entriamo pienamente nell’universo dell’ultimo Beethoven. Ormai completamente sordo, il compositore vive il suono come una dimensione interiore e conduce il quartetto oltre i confini della forma classica. Nell’op. 127 una solenne apertura introduce un mondo nel quale lirismo, meditazione e improvvisi mutamenti espressivi sembrano sospendere il tempo.

Nell’op. 130 Beethoven procede ancora oltre. I sei movimenti accostano leggerezza, ironia, tensione e introspezione con una libertà sorprendente. Al centro emotivo dell’opera emerge la Cavatina, pagina di estrema semplicità e commozione, particolarmente cara allo stesso Beethoven.

A questo universo appartiene anche la Grande Fuga op. 133, concepita originariamente come finale dell’op. 130 e successivamente pubblicata come opera autonoma. Nel programma di MITO viene eseguita dopo l’op. 130, restituendo così il legame originario fra le due composizioni. È una delle creazioni più radicali di Beethoven: quasi incomprensibile ai contemporanei, conserva ancora oggi intatta la propria forza dirompente.

Dall’op. 18 alla Grande Fuga si compie così un percorso straordinario: la forma, inizialmente ereditata dalla tradizione, diventa progressivamente uno spazio di assoluta libertà, nel quale Beethoven sembra interrogare il silenzio, la memoria e la dimensione più profonda dell’esperienza umana.

A raccogliere questa sfida sono Francesco Manara e Daniele Pascoletti ai violini, Simonide Braconi alla viola e Massimo Polidori al violoncello: quattro musicisti provenienti dalla grande tradizione scaligera, nella quale la cultura del suono orchestrale e quella del teatro convivono con una profonda esperienza cameristica. La loro storia comune nasce proprio dalla volontà di trasformare l’affinità maturata all’interno dell’Orchestra del Teatro alla Scala in un dialogo cameristico autonomo, fondato sull’ascolto e sul confronto.

Francesco Manara, al primo violino, imprime al quartetto autorevolezza e slancio, con un fraseggio che unisce rigore, chiarezza e naturale capacità narrativa. Al suo fianco Daniele Pascoletti, secondo violino, offre sensibilità e duttilità, muovendosi con equilibrio tra primo piano e trama interna e alimentando costantemente il dialogo dell’ensemble.

Alla viola, Simonide Braconi porta un timbro caldo e profondamente riconoscibile: una voce interiore che unisce i registri e sa emergere con intensità nei momenti più espressivi. Massimo Polidori, al violoncello, costituisce il fondamento sonoro del quartetto, conferendogli profondità e respiro senza rinunciare a una raffinata cantabilità.

Quattro personalità distinte, quelle del Quartetto d’Archi del Teatro alla Scala, che attraverso un lungo cammino condiviso hanno costruito un’intesa profonda.

Il confronto diventa così parte essenziale del fare musica e trasforma le singole voci in un unico organismo, capace di respirare, ascoltare e interpretare insieme. Per il pubblico assistere all’intero ciclo significa seguire due storie parallele: quella di Beethoven, che attraverso i Quartetti percorre quasi trent’anni della propria esistenza creativa, e quella di quattro interpreti che scelgono di misurarsi con uno dei vertici assoluti della letteratura musicale.

Nell’affrontare l’integrale beethoveniana, queste quattro personalità non cercano di annullarsi, ma di confrontarsi. È qui che il quartetto d’archi rivela la propria natura più profonda: quattro individualità, quattro timbri, quattro modi di pensare la musica che devono respirare insieme senza perdere la propria identità. Nel repertorio di Beethoven questa relazione viene portata al limite, tecnicamente, musicalmente e umanamente.

La lunga esperienza del Quartetto della Scala rende questo confronto particolarmente significativo: non uniformità, ma equilibrio; non sovrapposizione, ma dialogo. Soprattutto nella Große Fuge la lettura dei quattro musicisti rispecchia il titolo di MITO SettembreMusica di quest’anno: “Armonia”, un perfetto equilibrio di proporzioni.

Se usiamo la metafora di Massimo Mila, che a proposito di questa pagina aveva detto che ai quattro musicisti tocca «dipanare una matassa di filo spinato», questa volta le punte di questo filo spinato sembrano leggermente smussate: nella loro esecuzione vincono la musicalità e il controllo piuttosto che le intemperanze espressive, la bellezza del suono piuttosto che l’asprezza delle dissonanze.

La scelta di non eseguire i quartetti in ordine cronologico potrebbe apparire discutibile, ma si rivela invece convincente perché ripropone in ogni concerto il salto vertiginoso dai lavori giovanili – ogni serata è aperta da uno dei Quartetti op. 18 – a quelli della maturità. Un breve intervallo, con le luci in sala, separa la luminosità delle prime opere dalle domande quasi metafisiche delle ultime e Manara, Pascoletti, Braconi e Polidori diventano così mediatori di un pensiero che, a due secoli di distanza, conserva intatta la propria necessità.

Beethoven continua a parlarci non come un monumento del passato, ma come una voce viva: fragile e potente, intima e universale, ancora capace di interrogarci sulla condizione umana.

Alla fine dell’ultimo concerto, l’entusiasmo del pubblico strappa questa volta il bis che non aveva ottenuto nei due precedenti: un’esecuzione ultraterrena della Cavatina. Adagio molto espressivo dell’op. 130, una pagina di un’intensità e di una bellezza rarefatta la cui atmosfera sembra anticipare di quasi cinquant’anni quella del wagneriano Siegfried-Idyll, se non addirittura dell’Adagietto della Quinta di Mahler!

(anche su Le Salon Musical)

⸪

MiTo-Settembre Musica: Stabat Mater

foto @ Alessandro Bosio

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Gioachino Rossini, Stabat Mater per soli, coro e orchestra
Introduzione (soli e coro) Stabat Mater
Aria (tenore) Cujus animam gementem
Duetto (soprano e mezzosoprano) Quis est homo
Aria (basso) Pro peccatis suae gentis
Coro e Recitativo (basso e coro, a sole voci) Eja Mater, fons amoris
Quartetto (soli) Sancta Mater
Cavatina (mezzosoprano) Fac ut portem
Aria (soprano) e coro Inflammatus
Quartetto (soli) Quando corpus morietur
Finale (coro) Amen

Orchestra degli allievi dei Conservatori di Torino e Milano, Speranza Scappucci direttrice, Coro Maghini, Claudio Chiavazza maestro del coro, Maria Grazia Schiavo soprano, José Maria Lo Monaco mezzosoprano, Levy Sekgapane tenore, Andrea Pellegrini basso

Torino, Chiesa di San Filippo Neri, 17 settembre 2026

1978-2026. San Filippo, ancora una volta

Nel 1978 nasceva a Torino Settembre Musica. Era l’inizio di un’avventura destinata a cambiare profondamente il rapporto della città con la grande musica: Torino stessa diventava una sorta di immensa sala da concerto, capace di aprire alla musica non soltanto i teatri e gli auditorium, ma anche le sue chiese e alcuni dei suoi luoghi più suggestivi. Il 28 settembre di quell’anno, nella Chiesa di San Filippo Neri, il pubblico poteva assistere gratuitamente al Sacrum militare oratorium Juditha Triumphans di Antonio Vivaldi, eseguito dai Virtuosi di Roma sotto la direzione di Renato Fasano.

Quarantotto anni dopo, quello stesso luogo, che appartiene alla memoria fondativa di Settembre Musica, torna ad accogliere, ancora gratuitamente, il pubblico per una delle pagine più alte del repertorio sacro dell’Ottocento: lo Stabat Mater di Gioachino Rossini. Il tempo è trascorso, la manifestazione si è trasformata, è diventata MITO SettembreMusica e ha unito Torino e Milano, ma qualcosa dello spirito originario è rimasto intatto. Anche l’acustica di San Filippo Neri continua a non essere ottimale, ma gli ampi spazi della grande chiesa barocca consentono di accogliere un numero considerevole di ascoltatori. E il pubblico risponde con lo stesso entusiasmo. Oggi come allora.

Sul podio c’è Speranza Scappucci, direttrice artistica della rassegna, alla quale è affidata la concertazione di una delle opere più intense e profonde del Rossini maturo. Nello Stabat Mater spiritualità e teatro, raccoglimento e potenza espressiva convivono in un equilibrio straordinario. Rossini affida alle voci soliste, al coro e all’orchestra il compito di attraversare il dolore della Madre ai piedi della Croce e di trasformarlo progressivamente in qualcosa che supera il racconto religioso per diventare meditazione universale sulla sofferenza, sulla speranza e sulla luce.

Composto sulla celebre sequenza medievale Stabat Mater dolorosa, il capolavoro rossiniano conserva intatta la forza drammatica del grande autore d’opera, ma la conduce verso una dimensione più intima e spirituale. I momenti di austera contemplazione si alternano a improvvise aperture liriche; la delicatezza delle voci soliste incontra la monumentalità del coro; silenzi e tensioni preparano esplosioni musicali di straordinaria intensità. Sono contrasti che, per certi aspetti, appartengono anche alla quasi coeva Grande Messe des morts di Hector Berlioz: lo Stabat Mater rossiniano prende forma nel decennio 1833-1843, mentre il monumentale Requiem del compositore francese risale al 1837.

Dall’immagine antica e universale della Madre immobile ai piedi della Croce nasce così una delle creazioni più sorprendenti di Rossini. Il compositore non rinuncia alla propria natura teatrale: la mette al servizio del sacro. Le voci emergono dall’orchestra come presenze, il coro assume il carattere di una voce collettiva dell’umanità e i momenti di intimo raccoglimento vengono improvvisamente attraversati da grandi aperture sonore. Dolore, silenzio, paura, pietà e speranza si susseguono fino a trasformare la sofferenza individuale di Maria in un’esperienza nella quale ogni uomo può riconoscersi.

La Chiesa di San Filippo Neri, con la sua monumentalità e la forza della sua architettura, diventa inevitabilmente parte di questa esperienza. Spazio, musica e luce entrano in dialogo. Le grandi proporzioni della chiesa amplificano il carattere solenne dell’opera e, nonostante una risposta acustica non sempre favorevole alla nitidezza, orchestra, coro e voci riescono a restituire al testo la sua dimensione più profondamente umana.

Lo Stabat Mater attraversa così quasi due secoli senza perdere la propria forza. Perché non è soltanto musica sacra. È teatro dell’anima: il racconto di un dolore che appartiene a una madre e che, nello stesso istante, diventa il dolore di tutti.

Speranza Scappucci arriva a questo appuntamento forte di un rapporto costruito nel tempo con il compositore pesarese. Specialista del repertorio rossiniano, a Torino la si ricorda nella Cenerentola di dieci anni fa con la regia di Alessandro Talevi; con Il barbiere di Siviglia aveva debuttato alla Canadian Opera Company di Toronto, mentre al Rossini Opera Festival ha diretto Il turco in Italia. Esperienze che rendono particolarmente interessante il suo incontro con lo Stabat Mater.

Dalla leggerezza, dal ritmo e dalla vertigine teatrale dell’opera buffa si passa qui a una dimensione spirituale. Il linguaggio cambia, ma l’energia teatrale di Rossini entra con lui nello spazio sacro. Il sorriso lascia il posto alla contemplazione, il virtuosismo si trasforma in espressione e il teatro diventa preghiera. Per Scappucci affrontare lo Stabat Mater significa quindi misurarsi con un altro volto del compositore: più austero, monumentale e spirituale, eppure ancora profondamente teatrale. Rossini cambia scena, ma non perde mai la voce del teatro.

L’orchestra riunisce le eccellenze degli allievi dei Conservatori delle due città di MITO, Milano e Torino, che anche quest’anno affrontano insieme un percorso formativo nel quale possono condividere le competenze acquisite e, soprattutto, confrontarsi direttamente con il pubblico. Il risultato è eccellente e nasce dall’incontro fra l’impegno dei giovani musicisti e la capacità di Scappucci di gestire, coordinare ed esaltare le qualità tecniche ed espressive dell’ensemble.

Non emergono sezioni deboli. Colpiscono l’omogeneità degli archi, la brillantezza degli ottoni, il colore dei legni e la precisione delle percussioni. Gli interventi dei fagotti all’inizio e alla conclusione del lavoro rimangono particolarmente impressi nella memoria per bellezza del suono e intensità espressiva; la fanfara di trombe e tromboni nell’Amen possiede uno splendore sorprendente, mentre il battito dei timpani mantiene una precisione costante, contribuendo in maniera determinante alla tensione della partitura.

Il Coro Maghini si conferma una compagine di eccellenza, dalle prime note in pianissimo dei bassi sulle parole Stabat Mater sino all’Amen fugato conclusivo. Scappucci riesce a mantenere in equilibrio le due grandi masse sonore, coro e orchestra, senza sacrificare le voci dei quattro solisti, fra i quali figurano interpreti affermati sulla scena internazionale.

Per proiezione e bellezza del timbro, Maria Grazia Schiavo conferisce alla parte del soprano una particolare luminosità. Nell’aria Inflammatus et accensus il Rossini operista mostra alcune delle sue armi migliori e la cantante risponde con sicurezza e slancio. Un momento solistico di grande fascino è affidato anche al mezzosoprano José Maria Lo Monaco nella cavatina Fac ut portem Christi mortem; insieme, le due voci femminili danno poi vita al sorprendente duetto Quis est homo, una delle pagine più immediatamente teatrali dell’intera composizione.

L’aria del tenore, Cujus animam gementem, porta inevitabilmente con sé il ricordo di Luciano Pavarotti, che ne fu un interprete forse insuperabile. Anche per questo il confronto è arduo e la prova del pur apprezzabile Levy Sekgapane non riesce a soddisfare pienamente. Più convincente il basso Andrea Pellegrini, al quale Rossini affida l’intensa aria Pro peccatis suae gentis e, successivamente, la sorprendente pagina con coro a cappella Eja, Mater, fons amoris.

È ancora il canto senza accompagnamento orchestrale a creare uno dei momenti più sospesi della serata nel Quando corpus morietur, affidato alle quattro voci soliste a cappella: una musica rarefatta, quasi una visione del Paradiso, prima che l’Amen conclusivo riporti tutta la forza della costruzione rossiniana.

Alla fine, le numerose chiamate degli artisti e gli applausi intensi e prolungati raccontano con chiarezza la soddisfazione del pubblico. Ma forse il significato della serata va oltre il successo dell’esecuzione. Ascoltare oggi lo Stabat Mater proprio qui significa ritrovare qualcosa dell’intuizione originaria di Settembre Musica: portare la grande musica nei luoghi della città e permettere che quei luoghi, attraverso la musica, possano essere guardati e vissuti in modo diverso.

Nella chiesa di San Filippo Neri gremita, Rossini fa il resto: il dolore della Madre diventa teatro, il teatro diventa preghiera e la preghiera, attraverso la musica, torna a essere esperienza collettiva.

(anche su Le Salon Musical)

⸪

MITO-Settembre Musica: Les Arts Florissants

foto © Fabio Miglio

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Marc-Antoine Charpentier

Les Arts Florissants H.487

La Descente d’Orphée aux Enfers H.488

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Les Arts Florissants, William Christie direttore

Torino, Auditorium Giovanni Agnelli, 9 settembre 2026

Christie e Les Arts Florissants: quando la musica vince la Discordia e commuove l’Inferno

Per MITO Settembre Musica torna a Torino una presenza particolarmente cara agli appassionati del Barocco: Les Arts Florissants, l’ensemble fondato nel 1979 da William Christie e diventato in quasi mezzo secolo uno dei protagonisti della riscoperta della musica francese del Sei e Settecento.

Americano di nascita e francese d’adozione, clavicembalista e direttore, Christie ha fatto molto più che riportare alla luce pagine dimenticate: ha restituito loro una lingua, un gesto, un colore, contribuendo in maniera decisiva a cambiare il nostro modo di ascoltare il Barocco francese. Dal 2020 condivide la direzione musicale dell’ensemble con Paul Agnew, da tempo figura centrale del gruppo.

Il nome scelto da Christie è già una dichiarazione d’amore e d’intenti: viene da Les Arts florissants H.487 — Les Arts florissans nella grafia originale —, “Idylle en Musique” composto da Marc-Antoine Charpentier nel 1685. Nel concerto torinese gli si affianca un altro piccolo capolavoro teatrale dello stesso autore, La descente d’Orphée aux enfers, “Petit opéra en deux actes”.

Charpentier scrisse Les Arts florissants per i musicisti al servizio di Marie de Lorraine, duchessa di Guisa, nella cui residenza parigina lavorò per molti anni. Il libretto anonimo mette in scena il familiare universo seicentesco dell’allegoria: Musica, Poesia, Pittura e Architettura, sotto il regno della Pace, vivono una stagione felice. Sono, letteralmente, “arti fiorenti”.

A turbare l’armonia arriva la Discordia, seguita da Guerrieri e Furie. La Pace invoca allora Giove, che con una pioggia di fulmini ricaccia i nemici negli Inferi, ristabilendo l’ordine. Sullo sfondo è evidente l’omaggio alla Francia di Luigi XIV e all’idea che sotto un potere capace di garantire pace e stabilità anche le arti possano raggiungere il massimo splendore. Ma Charpentier va oltre la celebrazione politica e trasforma l’allegoria in materia musicale: alla grazia luminosa delle Arti contrappone l’agitazione della Discordia, facendo coincidere il ritorno dell’ordine con quello dell’armonia sonora.

Non stupisce che Christie abbia scelto proprio questo titolo per battezzare il suo ensemble. “Far rifiorire le arti” poteva diventare il motto ideale di un gruppo nato per restituire vita a un repertorio che attendeva di essere nuovamente ascoltato. Charpentier sarebbe diventato uno dei suoi autori d’elezione: già nel 1981 Christie incise Les Arts florissants, contribuendo alla riscoperta dell’opera e del suo compositore.

Con La descente d’Orphée aux enfers il viaggio cambia direzione. Euridice è morta per il morso di un serpente e Orfeo decide di scendere nel regno dei morti per riprendersela. La sua unica arma è il canto, capace di commuovere le anime infernali e lo stesso Plutone. Charpentier concentra il mito in un teatro intimo e potentissimo, nel quale l’efficacia della musica non viene proclamata ma mostrata: Orfeo canta e l’Inferno ascolta.

Plutone gli concede di ricondurre Euridice tra i vivi a condizione che non si volti a guardarla. Ma Charpentier interrompe l’opera prima della catastrofe: non vediamo Orfeo voltarsi né assistiamo alla seconda perdita di Euridice. Restiamo sulla soglia, in una sospensione nella quale speranza e inquietudine convivono.

Le due partiture mostrano così volti complementari di Charpentier: da una parte il teatro allegorico, luminoso e politico; dall’altra il teatro del mito e degli affetti. In entrambi, però, alla musica è attribuito un potere concreto: può ricomporre ciò che la Discordia ha spezzato, placare le Furie e persino sospendere, per un istante, le leggi della morte.

Christie riserva però una sorpresa ulteriore al pubblico di MITO. Insieme alle registe Marie Lambert-Le Bihan e Stéphane Facco e al coreografo Martin Chaix propone una vera messa in scena dei due lavori. Se già Les Arts florissants beneficia di una realizzazione elegante e dinamica, è soprattutto La descente d’Orphée aux enfers a trovare una sorprendente forza teatrale. Con mezzi ridottissimi — alcune corde, una macchina del fumo, luci colorate — il palcoscenico dell’Auditorium Agnelli si trasforma progressivamente nel regno dei morti. L’essenzialità non diventa povertà, ma al contrario stimola l’immaginazione: pochi elementi, governati con precisione, bastano a suggerire il passaggio dal mondo dei vivi a quello delle ombre.

A dare unità alla serata è naturalmente Christie, che dal clavicembalo distende sulle due partiture il suo inconfondibile gusto per il fraseggio, la misura e il colore. Non c’è nulla di esibito nella sua direzione: il gesto musicale sembra nascere dall’interno della partitura, con quella naturalezza che può derivare soltanto da una frequentazione lunga decenni. Magistrale la risposta dei dieci strumentisti del ristretto ensemble — sei archi, due flauti, arciliuto e percussioni — capaci di ottenere una tavolozza timbrica sorprendentemente ricca senza mai appesantire la trasparenza della scrittura. Ne La descente d’Orphée aux enfers si fanno apprezzare in modo particolare le viole da gamba di Myriam Rignol e Mathilde Vialle, determinanti nel creare quel colore scuro, morbido e dolente che accompagna la discesa nell’oltretomba.

L’unico limite viene proprio dall’Auditorium Agnelli: l’ampiezza della sala non favorisce pienamente una musica nata per spazi più raccolti, nella quale il dettaglio strumentale, la parola e le minime sfumature dinamiche chiederebbero una prossimità maggiore. La qualità dell’esecuzione riesce in larga parte a compensare il problema, ma resta il desiderio di poter ascoltare una musica così intima in un ambiente acusticamente più complice.

Il versante vocale e teatrale è affidato ai giovani solisti diplomati alla 12ma edizione dell’Académie Le Jardin des Voix. Eccone i nomi in ordine alfabetico: Kevin Arboleda-Oquendo, Josipa Bilić, Camille Chopin, Sarah Fleiss, Sydney Frodsham, Tanaquil Ollivier, Bastien Rimondi, Attila Varga-Tóth e Matthieu Walendzik. Accanto ai quattro danzatori, tutti sono chiamati a un impegno scenico notevole, affrontando movimenti coreografici tutt’altro che elementari e dimostrando una preparazione che va ben oltre la dimensione strettamente vocale.

È proprio questa disponibilità a diventare insieme cantanti-attori-danzatori a costituire uno degli elementi più riusciti dello spettacolo. Le comprensibili acerbità di interpreti all’inizio della carriera sono largamente compensate dalla presenza scenica, dalla dedizione e dall’entusiasmo con cui affrontano un debutto tanto prestigioso. Il risultato è un teatro vivo, nel quale il canto non resta mai separato dal gesto e la musica di Charpentier ritrova quella fusione fra parola, movimento e suono che appartiene alla sua natura più autentica.

Fra tutti emerge Richard Pittsinger nel ruolo di Orphée, haute-contre di eccellente livello. Il timbro luminoso, l’eleganza della linea e la sicurezza tecnica gli consentono di dare al protagonista una nobiltà mai manierata. Ma è soprattutto nella capacità di far coincidere virtuosismo vocale ed espressione che Pittsinger convince: il suo Orfeo non conquista l’Inferno con la potenza, bensì con la bellezza e la persuasione del canto, rendendo immediatamente credibile il cuore stesso del mito.

Ed è forse questo il gioco di specchi più bello della serata: ascoltare Les Arts Florissants interpretare Les Arts florissants e poi seguirli, insieme a Orfeo, fino agli Inferi. Un ensemble che da quasi cinquant’anni porta nel nome l’utopia di Charpentier torna al compositore dal quale tutto ebbe inizio e, grazie a Christie, ai suoi musicisti e a una nuova generazione di interpreti, dimostra ancora una volta che certe arti continuano magnificamente a fiorire.

(anche su Le Salon Musical)

⸪