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Benjamin Britten, Death in Venice
Brescia, Teatro Grande, 25 settembre 2026
L’ultimo mare di Britten
Con Death in Venice (Morte a Venezia), ultimo approdo del mare di Britten, Venezia diventa specchio del desiderio e della dissoluzione di Aschenbach, diviso fra Apollo e Dioniso. Al Teatro Grande di Brescia Daniel Smith guida una partitura sensuale e rarefatta, con Toby Spence e Dominic Sedgwick protagonisti. Rodula Gaitanou firma una regia fin troppo lineare, mentre scene, luci e riflessi restituiscono una Venezia fantasmatica e inquietante.
Com’è diverso il mare nelle opere di Benjamin Britten. Cupo e minaccioso, l’oceano di Peter Grimes è forse più protagonista dello stesso Grimes: elemento fisico e concreto, determina il lavoro, la povertà, la paura e persino la mentalità degli abitanti del Borough, fino a diventare il luogo della scomparsa del protagonista. La tragedia individuale viene infine riassorbita nell’indifferenza della natura e della comunità.
In Billy Budd non siamo più sulla costa a guardarlo: siamo dentro il mare. La HMS Indomitable è un mondo chiuso, sospeso sull’acqua, e il mare diventa isolamento. Britten rinuncia in gran parte alla spettacolare pittura marina dei Four Sea Interludes: qui l’acqua è meno visibile, ma ancora più onnipresente.
Con Death in Venice arriviamo all’estremo opposto. È il mare stagnante della laguna e della spiaggia del Lido, ma anche della luce e della distanza del desiderio: un mare sensuale. Venezia stessa è acqua, riflesso, instabilità. Nell’ultima opera di Britten non servono più le grandi masse orchestrali di Peter Grimes: la scrittura si fa rarefatta, rituale, quasi astratta. Il mare diventa il confine fra possesso e contemplazione, fra vita e morte.
Con quest’opera si inaugura – coraggiosamente – la nuova stagione del Teatro Grande di Brescia, secondo titolo del circuito OperaLombardia. Opera rappresentata qui per la prima volta nel cinquantenario della morte del compositore. Una scelta che invita il pubblico a entrare nel Novecento dalla sua porta più affascinante e meno rassicurante.
Tratto dalla novella di Thomas Mann, Der Tod in Venedig, questo di Britten è un lavoro estremo e lucidissimo, scritto quando la salute del compositore è già fragile e nel quale sembra confluire, quasi per distillazione, una vita intera di teatro musicale.
Al centro c’è Gustav von Aschenbach, scrittore celebre, disciplinato, rigoroso. Un uomo che ha costruito la propria esistenza sul controllo e sulla forma. Un giorno, in preda ad “astratti furori”, decide di partire e, come il protagonista del libro di Vittorini, va a sud. Arriva a Venezia. E Venezia, naturalmente, fa il resto. Al Lido incontra Tadzio, adolescente polacco di straordinaria bellezza. Non gli parlerà mai. Non ce n’è bisogno. Da quel momento il viaggio geografico diventa interiore e ciò che sembrava perfettamente ordinato comincia lentamente a incrinarsi.
È qui che Britten compie qualcosa di straordinario: trasforma un’ossessione quasi immobile in teatro. L’azione esteriore è minima, quella interiore vertiginosa. Aschenbach osserva, pensa, desidera, si interroga, mentre Venezia diventa progressivamente ambigua: luminosa e malata, sontuosa e putrescente, bellissima e già contaminata dal colera che le autorità cercano di nascondere. La città non è più uno sfondo, ma lo specchio del protagonista. Tutto splende mentre tutto si disfa.
La voce di Aschenbach domina l’opera attraverso un canto sospeso fra parola, pensiero e confessione. Tadzio, invece, non canta. Il suo mondo è affidato alla danza e alle percussioni: appartiene a una dimensione che Aschenbach può contemplare ma nella quale non può entrare. È una delle intuizioni teatrali più folgoranti dell’opera: l’oggetto del desiderio rimane fuori dalla parola, appartiene al gesto, al corpo, alla distanza. Più la bellezza appare perfetta, più diventa inafferrabile. Sullo sfondo affiora l’antico conflitto fra Apollo e Dioniso, fra misura e abbandono, disciplina e desiderio. Aschenbach ha trascorso la vita dalla parte di Apollo; Venezia gli rivela Dioniso. Venezia diventa miraggio, labirinto, febbre. Death in Venice è così anche un’opera sulla fine: la fine di un uomo, certamente, ma anche quella di un’idea di ordine e forse di un’intera epoca.
Britten accompagna questa progressiva perdita di controllo con una musica sensuale e rarefatta magnificamente resa dall’Orchestra dei Pomeriggi Musicali diretta da Daniel Smith, acclamato interprete del repertorio contemporaneo ma formato anche sulla cantabilità e sul teatro italiano: L’ultimo, rarefattissimo Britten ha un’orchestra molto particolare: legni, ottoni relativamente contenuti, pianoforte, arpa ma soprattutto una enorme batteria di percussioni (gong, tam-tam, vibrafono, xilofoni, glockenspiel, campane, wind machine ecc.) affidata a cinque esecutori.
Britten aveva realmente “ascoltato” Venezia. Nel 1971 vi soggiornò prendendo appunti sui suoi suoni: le campane di San Marco e i richiami dei gondolieri finirono nella partitura. Il mare di Death in Venice nasce dunque anche da suoni reali, progressivamente trasfigurati. Il rischio è evidente: accentuando il colore Venezia diventa pittoresca; spingendo l’astrazione perde sensualità. Smith trova un convincente punto di equilibrio, privilegiando il flusso e il viaggio psicologico di Aschenbach senza trasformare la complessità della partitura in un esercizio intellettuale.
Toby Spence è un interprete britteniano di lunga esperienza e il suo Aschenbach non appare come un intellettuale già estenuato e prossimo alla morte, ma come un uomo ancora energico di cui assistiamo alla progressiva perdita del controllo. Presenza scenica, statura vocale e sicurezza nell’affrontare una scrittura spesso scoperta • con monologhi a cappella o accompagnati del solo pianoforte – spiegano il caloroso successo riscosso a Brescia.
Geniale, nell’economia dell’opera, è la decisione di Britten di affidare sette personaggi maschili allo stesso baritono. Non sono semplicemente sette piccole parti: diventano manifestazioni diverse di una medesima presenza che accompagna Aschenbach verso la dissoluzione. Prima lo chiama al viaggio, poi lo conduce attraverso Venezia, lo seduce, lo inquieta, lo trasforma e infine assume la voce di Dioniso. Dominic Sedgwick affronta magnificamente questa parte multiforme: voce dal colore scuro, presenza scenica incisiva, autentico baritono-attore, particolarmente adatto a un teatro nel quale parola e caratterizzazione contano quanto la pura bellezza vocale. Nella folla di comprimari da segnalare il controtenore Danilo Pastore come Apollo mentre ottima prova la fornisce il Coro OperaLombardia, preparato da Diego Maccagnola, coeso e scenicamente disinvolto.
L’allestimento è affidato alla regista greca Rodula Gaitanou, proveniente dalla musica e dichiaratamente interessata a un teatro modellato sulla partitura e sulla precisione psicologica più che su un “concetto” imposto all’opera. Ed è forse proprio qui il limite della produzione. Al coraggio della scelta di questo titolo per un teatro come quello di Brescia non corrisponde un analogo azzardo registico: Gaitanou preferisce una lettura lineare, talvolta quasi didascalica, probabilmente anche per questo apprezzata dal pubblico.
Il suo precedente The Turn of the Screw allo Spoleto Festival USA è significativo: entrambe le opere pongono la stessa insidiosa domanda al regista. Quanto di ciò che vediamo è reale e quanto appartiene alla mente del protagonista? Come si rappresentano desiderio, ossessione e ambiguità? Nella lettura bresciana questi elementi sono forse spiegati troppo: il confronto fra Apollo e Dioniso diventa eccessivamente concreto e il teatro fisico – Gaitanou si è formata anche alla scuola di Jacques Lecoq – finisce talvolta per competere con quel teatro della parola e dell’interiorità che costituisce l’essenza di Death in Venice.
Più sottile la scenografia di Takis, autore anche dei costumi. Con le luci di Fiammetta Baldisseri, Venezia diventa un miraggio di riflessi e rispecchiamenti, la cui decadenza procede parallelamente alla disintegrazione di Aschenbach. Il pavimento nero e specchiante riflette il sobrio apparato video di Dick Straker che restituisce una Venezia allusa, fantasmatica. Mattia Agatiello firma i movimenti coreografici dei giovani sulla spiaggia e di Tadzio, interpretato da Filippo Polli, centro silenzioso ed erotico dell’opera.
Alla fine rimane il mare. Non più quello violento di Peter Grimes, né quello claustrofobico di Billy Budd, ma un’acqua immobile che riflette senza trattenere. È questa l’immagine più potente dell’ultimo Britten: Aschenbach cerca nella bellezza una forma assoluta e scopre invece che la bellezza, come Venezia, esiste proprio perché non può essere posseduta. Tutto ciò che può fare è guardarla mentre si allontana. E quando Tadzio indica l’orizzonte e Aschenbach muore sulla spiaggia, il viaggio iniziato come fuga si conclude davanti al mare: non con una risposta, ma con un’immagine. Ed è proprio in quella distanza, sospesa fra desiderio e morte, che Death in Venice continua a esercitare la sua inquietante seduzione.
⸪
