Mese: ottobre 2026

Alzira

foto © Roberto Ricci

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Giuseppe Verdi, Alzira

Parma, Teatro Regio, 1 ottobre 2026

★★★☆☆

Alzira: bagliori verdiani in un’opera irrisolta

L’ottava opera di Verdi rivela un compositore ancora in formazione, ricco di energia ma frenato da un libretto fragile e da una drammaturgia convenzionale. Al Festival Verdi, Manuel Renga propone una lettura talvolta sovraccarica di simboli, mentre James Conlon privilegia l’impeto sulla cantabilità. Non del tutto omogeneo il cast, con Antonio Poli in evidenza. Una proposta interessante, che conferma intuizioni e limiti di un’opera irrisolta.

Alzira appartiene agli “anni di galera” di Giuseppe Verdi e, più che un capolavoro dimenticato, resta uno dei titoli nei quali sono particolarmente evidenti le difficoltà e le contraddizioni del compositore ancora alla ricerca di una piena maturità teatrale. Presentata al San Carlo di Napoli nel 1845, su libretto di Salvatore Cammarano tratto dall’Alzire, ou Les Américains di Voltaire del 1736, si colloca tra Giovanna d’Arco e Attila, quando Verdi ha già alle spalle Nabucco ed Ernani ma non ha ancora compiuto quel salto drammaturgico che, appena due anni dopo, porterà a Macbeth.

Il problema di Alzira è innanzitutto teatrale. La vicenda offre temi potenzialmente formidabili – conquista e oppressione, scontro fra civiltà, potere politico, libertà, amore e vendetta – ma Cammarano li riduce sostanzialmente al consueto triangolo fra soprano, tenore e baritono. Della riflessione filosofica di Voltaire rimane ben poco e anche il conflitto fra conquistatori spagnoli e popolazioni indigene resta appena abbozzato.

 

La brevità dell’opera, circa un’ora e mezza, anziché favorire la concentrazione drammatica finisce per rendere ancora più bruschi gli snodi narrativi. Personaggi e situazioni si succedono senza avere il tempo di acquisire autentico spessore. Il caso più evidente è Gusmano: oppressore, rivale e uomo di potere per quasi tutta l’opera, arriva in punto di morte a un ravvedimento tanto repentino da risultare difficilmente credibile.

Anche musicalmente Alzira mostra più promesse che risultati. Si riconoscono l’energia ritmica, l’impeto delle cabalette, il vigore delle masse corali e alcuni procedimenti che diventeranno pienamente verdiani; ma troppo spesso la forma prevale sul dramma. Recitativo, aria e cabaletta si susseguono secondo schemi convenzionali, i numeri rimangono relativamente isolati e l’orchestra accompagna più di quanto non scavi nei personaggi. Persino al coro, così importante nel primo Verdi, vengono affidate pagine energiche ma non memorabili. Non è difficile capire perché il titolo sia rapidamente uscito dal repertorio.

Proprio per questo riportare oggi Alzira in scena costituisce una sfida interessante: una regia contemporanea dovrebbe riuscire a dare profondità a ciò che il libretto lascia in superficie, senza sovraccaricare una drammaturgia già fragile.

Manuel Renga sceglie di concentrare la propria lettura sulla conquista coloniale, sulla depredazione delle risorse e sull’opposizione fra una civiltà legata alla natura e un potere spagnolo che trasforma religione e ricchezza in strumenti di dominio. L’idea è chiara e scenicamente leggibile: Aurelio Colombo costruisce tre spazi distinti consistenti in un proscenio bianco, quasi un limbo; un paesaggio arido e devastato, scavato fino a diventare tomba; e una “stanza del potere” nella quale l’oro depredato, i ritratti, gli oggetti e i simboli della cristianità diventano reperti di un museo senz’anima.

È un’immagine efficace, ma la regia sembra fidarsi poco della propria intuizione iniziale e tende progressivamente ad aggiungere simboli a simboli. Le tre figure femminili che accompagnano Alzira – l’anziana come memoria degli antenati, la giovane come immagine di una vita possibile, la bambina come futuro negato – sono concettualmente spiegabili, ma non altrettanto immediatamente decifrabili dalla platea. Lo stesso vale per il grande girasole, simbolo di purezza destinato poi a trasformarsi in monumento al popolo di Alzira e infine segnato d’oro da Gusmano morente. Il rischio è che lo spettatore debba conoscere preventivamente la chiave di lettura per comprendere ciò che vede. E quando un simbolo necessita della spiegazione delle note di regia per acquistare significato, la sua efficacia teatrale inevitabilmente si indebolisce. Anche le coreografie di Paola Lattanzi, pur curate, finiscono talvolta per sovrapporre un ulteriore commento visivo alla musica senza far realmente avanzare l’azione, distraendo nei momenti in cui sarebbe invece necessario concentrare l’attenzione sui protagonisti. 

Più curiosa che realmente necessaria appare inoltre la mescolanza dei costumi fra Cinquecento, Ottocento e contemporaneità. Alzira, vestita per le nozze come una Madonna dei Dolori pronta per essere portata in processione con tanto di cuore trafitto dalle spade, traduce in immagine il suo ripetuto «Ho il core infranto», ma lo fa con un’evidenza simbolica quasi didascalica. L’allestimento possiede dunque immagini forti, ma non sempre riesce a trasformarle in una narrazione altrettanto forte.

Sul piano musicale James Conlon affronta una partitura che avrebbe bisogno proprio di ciò che le manca strutturalmente: elasticità, varietà, capacità di far respirare il canto e di creare continuità fra numeri musicali spesso schematici. La sua lettura privilegia invece soprattutto energia e impulso ritmico. La Filarmonica Arturo Toscanini risponde con professionalità, mantenendo generalmente un buon equilibrio con il palcoscenico, ma la direzione non sempre riesce a superare la meccanicità della scrittura. Il risultato è un’Alzira energica, talvolta persino fragorosa, ma raramente capace di trovare quella cantabilità che potrebbe riscattare la relativa povertà della costruzione drammatica. Il Coro del Teatro Regio preparato da Martino Faggiani è  compatto e incisivo, capace di dare consistenza a pagine che sulla carta non sono fra le più ispirate di Verdi.

Marta Torbidoni, annunciata indisposta prima del secondo atto, affronta con generosità il ruolo del titolo. La sua è una prova di temperamento e indubbia presenza, con momenti vocalmente riusciti e una buona sicurezza tecnica, ma manca quella dimensione più morbida, lirica e belcantistica che potrebbe restituire ad Alzira una fragilità e una nobiltà assenti nella scrittura del personaggio. Tenendo conto delle condizioni di salute, rimane una prova meritoria, ma non tale da risolvere completamente i problemi del ruolo.

Il tenore Antonio Poli, Zamoro, possiede slancio, presenza scenica e una vocalità capace di conservare una certa eleganza anche nella scrittura più concitata. Nei passaggi maggiormente spinti l’emissione può perdere qualcosa in smalto, ma è lui a trovare con maggiore continuità una linea espressiva convincente e a dare al personaggio una statura che il libretto gli concede solo parzialmente. Non sorprende che abbia raccolto particolari consensi dal pubblico.

Il Gusmano di Daniel Luis de Vicente ha un materiale vocale importante e un volume considerevole, ma non sempre si accompagna alla necessaria nobiltà del fraseggio. Per di più la regia accentua gli aspetti più brutali del personaggio, finisce per renderlo quasi caricaturale e rende ancora meno plausibile la conversione finale. Alessio Cacciamani è un solido Alvaro, pur con un vibrato che in alcuni momenti incide sulla nitidezza della dizione mentre corretti nei ruoli di fianco si din mostrano Federico Bonghi, Agostino Subacchi, Erica Cortese e Long Ning, tutti ex-allievi dell’Accademia Verdiana.

Alla fine rimane la sensazione che Alzira sia interessante soprattutto per ciò che annuncia, non per ciò che compiutamente realizza. Vi si intravede continuamente il Verdi futuro, ma lo si intravede appunto: raramente lo si possiede. L’allestimento ha il merito di non rifugiarsi nell’esotismo e di tentare una lettura contemporanea del conflitto, ma alla debolezza originaria dell’opera risponde con un apparato simbolico talvolta sovrabbondante; alla schematicità musicale, con una direzione anche troppo energica; alla fragilità dei personaggi, con interpretazioni vocali complessivamente dignitose ma diseguali.

Ne deriva uno spettacolo interessante più come operazione di riproposta – meritoria per un festival –   che come autentica rivelazione. Alzira rimane ciò che probabilmente è sempre stata: una tappa significativa nel cammino di Verdi, disseminata di intuizioni e anticipazioni, ma anche un’opera convenzionale e drammaturgicamente irrisolta.

⸪