La Cenerentola

  1. Abbado/Ponnelle 1973
  2. Palumbo/Curran 2006
  3. Summers/Font 2007

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★★★☆☆

1. Peccato, è un film

Anno prolifico il 1817 per Rossini: oltre a La Cenerentola ossia la bontà in trionfo altre tre sue opere debuttano sulle scene, ma non è neanche un’eccezione per il fecondo compositore che in poco più di vent’anni scriverà quaranta opere prima del grande silenzio parigino rotto solo dai suoi ultimi Péchés de vieillesse. Come in altre opere di Rossini abbiamo qui il metodo dell’autoimprestito: la sinfonia è quella della Gazzetta, il rondò finale di Angelina è quello del conte del Barbiere di Siviglia.

Tratto ovviamente dalla fiaba di Perrault, lo spiritosissimo libretto di Jacopo Ferretti utilizza però anche altre versioni allora recenti come la Agatina o la virtù premiata (1814) di Francesco Fiorini per il musicista Stefano Pavesi.

Il ruolo di Angelina è sempre stato il cavallo di battaglia delle grandi stelle della lirica. Giulietta Simionato, Teresa Berganza, Lucia Valentini Terrani, Cecilia Bartoli, Jennifer Larmore hanno vestito i panni prima cenciosi poi sontuosi della protagonista. Nel 1973, al culmine della Rossini-renaissance, debutta con gran successo la produzione che sette anni dopo il regista trasforma in film. Dopo averci fatto assaporare durante la sinfonia ogni dettaglio del teatro alla Scala in cui era nato lo spettacolo e letta la locandina sul manifesto affisso sulla facciata del teatro, la scena si sposta in uno studio televisivo viennese dove gli interpreti cantano in playback sulla musica registrata. E questo è il primo disappunto. Ciò rende ancora più datata l’operazione. Il problema è che si sente che la registrazione è stata fatta in studio: le voci non hanno profondità, il sonoro è tutto sullo stesso piano. Per fortuna che c’è la direzione di Claudio Abbado, un miracolo di precisione, chiarezza e verve.

Il secondo disappunto è la scelta della protagonista: la voce della von Stade ha un timbro lagnoso e le sue agilità non decollano mai, è «sempre mesta», anche alla fine. Il confronto con la precedente Cenerentola di Abbado, Teresa Berganza, non gioca a suo favore. Araiza è un principe più simpatico che affascinante, Desderi istrioneggia come Dandini, le due sorellastre sono giustamente ridicole, ma il punto di forza del cast è il magnifico Don Magnifico di Montarsolo, un esempio eccelso di cantante/attore della “vecchia” scuola.

Al regista Jean-Pierre Ponnelle non si può certo dire che manchi di senso del teatro e di gusto dell’immagine. Le scene e i costumi sono il meglio che si possa avere in una produzione tradizionale dell’opera: il palazzo in rovina, gli “esterni” del giardino, il sestetto del second’atto, «Questo è un nodo avviluppato», con i personaggi visti come nere silhouette settecentesche. La fotografia di David Watkin coglie al meglio l’aspetto visuale dello spettacolo.

Immagine in formato 4:3, accettabile, così come la traccia stereo originale.

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★★★★☆

2. Quando è l’attore che fa la differenza

Ambientato a inizio ‘900 con un palazzo reale disegnato secondo i dettami della scuola di Glasgow, biciclette e automobili, ma per il resto tradizionale l’impianto dello spettacolo che approda al Carlo Felice di Genova nel 2006. Infatti c’è tutto quello ci si aspetta: la casa délabré di don Magnifico, la vecchia cucina con i tegami di rame e le collane di cipolle (le scene sono di Pasquale Grossi), l’abito cencioso di Angelina a contrasto con i maliziosi négligé delle sorellastre che poi per il ballo si impennacchiano come galline padovane (costumi di Zaira de Vincentiis).

Ma quello che fa di questa una Cenerentola quasi di riferimento è la spiritosa regia di Paul Curran e la presenza scenica di alcuni degli interpreti. In questa produzione infatti abbiamo la gamma attoriale completa, compresi gli estremi: da una parte la scialba prestazione di un principe Ramiro inespressivo e impacciato (un Antonino Siragusa convenzionale e vocalmente anche sgradevole), dall’altro l’ineguagliabile recitazione di un don Magnifico (un Alfonso Antoniozzi anche vocalmente insuperabile) che utilizza ogni parola, ogni sguardo, ogni gesto, ogni gag per definire il suo personaggio. Infiniti sono i momenti di puro umorismo della sua performance e comprendono la spassosa scena del ‘cantiniere’, quella del ‘sogno’ e terminano con il bouquet della sposa preso al volo!

In mezzo abbiamo un Dandini (il bravo e sudatissimo Marco Vinco) che quando sta per entrare in scena lo sorprendiamo fare pipì contro il muro di fondo – d’altronde fra le fontane del palazzo reale c’è anche il Manneken Piss, la statua simbolo di Bruxelles! – e un Alidoro (il nobilissimo e giustamente osannato dal pubblico Simón Orfila) vero deus ex machina della vicenda che “dirige” anche il temporale del secondo atto. Due vispe e spiritose sorellastre (Carla di Censo e Paola Gardina) completano i personaggi di questa caustica “favola” rossiniana. E poi c’è ovviamente Angelina, una Sonia Ganassi in forma soprattutto nelle agilità nel registro alto.

La direzione di Renato Palumbo può non piacere sempre, ma riesce a dipanare con perfezione i concertati, e in quest’opera ce ne sono ben tre e tutti e tre capolavori eccelsi.

Il pubblico genovese per una volta è giustamente generoso d’applausi. Fortunatamente è stato ricavato un video dello spettacolo che la TDK ha distribuito su due dischi con tre tracce audio e un’immagine di buona qualità.

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★★★★☆

3. Il sogno di Angelina

Per ben sei volte nel libretto del Ferretti viene nominata la parola sogno, prima per le avventure oniriche di Don Magnifico e poi nel rondò finale dove la protagonista canta con sollievo che «fu un lampo, un sogno, un gioco | il mio lungo palpitar» riferendosi alle angherie subite fino a quel momento.

In questa produzione al Gran Teatre del Liceu di Barcellona del dicembre 2007 invece il sogno è quello dell’illusorio riscatto della ragazza: nelle ultime note con cui si conclude l’opera spariscono gli arredi della reggia, ritorna il grande camino e Angelina riprende in mano la ramazza per scopare il pavimento dalla pioggia di coriandoli che hanno salutato il suo apparente trionfo poco prima. Con questo tono melanconico si conclude l’altrimenti festoso allestimento del regista Joan Font, appartenente al collettivo teatrale Comediants, vivace gruppo di artisti che si esibiscono nei luoghi più disparati – strade, piazze, interi quartieri, fiumi, laghi, campi, l’acquedotto di Segovia, lo stadio olimpico di Barcellona, la stazione della metropolitana di Times Square, come riportano orgogliosamente nel loro sito. La scena unica di Joan Guillén è popolata di simpatici toponi, unica compagnia della povera Angelina, come nel film Disney, che diventano protagonisti onnipresenti in questo allestimento. Di Guillén sono anche i costumi che si ispirano a infantili illustrazioni di fiabe, coloratissimi e ironicamente settecenteschi. Nessun tentativo di attualizzazione o implicazione sociale o psicologica nella lettura del regista catalano che riprende fedelmente il libretto per confezionare uno spettacolo visivamente gradevole. Si tratta di una coproduzione dei teatri di Cardiff, Houston e Ginevra.

Il direttore Patrick Summers fin dalle prime note della sinfonia utilizza i piatti in maniera ossessiva (che non sono indicati in partitura), neanche fosse una continua marcia turca suonata da una scimmia impazzita. E comunque usa la mano pesante per tutta l’opera con tempi strettamente metronomici e meccanici.

Dei due protagonisti stellari c’è poco da aggiungere: fortunati i barcellonesi che in un colpo solo si sono goduti Joyce DiDonato e Juan Diego Flórez. La prima è una Cenerentola di riferimento, il secondo un Don Ramiro senza eguali. Eccellente l’elegante Alidoro di Simón Orfila, ruolo che ha ancora affinato col tempo, mentre il Dandini di David Menéndez è vocalmente poco convincente e dalle agilità approssimate e il Don Magnifico di Bruno de Simone è sosia di Enzo Dara solo fisicamente. A loro merito il non aver calcato la mano con effetti esageratamente buffoneschi, mantenendo il tono tra il fiabesco e l’onirico.

Il blu ray contiene due tracce audio, sottotitoli anche in italiano e come extra un documentario di tredici minuti.

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