foto © Luciano Romano
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Gioachino Rossini, La Cenerentola
Napoli, Teatro di San Carlo, 23 ottobre 2026
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La Cenerentola al San Carlo: Rossini tra virtuosismo, ironia e riscatto sociale
Al Teatro di San Carlo, La Cenerentola di Rossini rivive nella brillante direzione di Speranza Scappucci e nella regia di Damiano Michieletto. Attraverso un linguaggio scenico contemporaneo, la fiaba diventa una riflessione sulle disuguaglianze sociali, tra comicità e malinconia. Uno spettacolo dinamico e coinvolgente che restituisce ad Angelina la sua autentica dimensione umana, celebrandone dignità, generosità e libertà interiore.
Se nel Barbiere di Siviglia prevalgono l’intrigo, la rapidità dell’azione e l’irresistibile meccanismo comico, ne La Cenerentola, composta un anno dopo, Rossini costruisce un universo musicale nel quale comicità e malinconia convivono, talvolta sovrapponendosi. Angelina non è soltanto l’eroina di una favola a lieto fine, ma una figura di autentica umanità, la cui dignità emerge progressivamente attraverso la musica.
La scelta del contralto di coloratura – alla prima del 25 gennaio 1817 fu Geltrude Righetti Giorgi, la prima Rosina del Barbiere – conferisce al personaggio una particolare profondità espressiva. Dalla semplicità di «Una volta c’era un re» allo sfavillante rondò «Non più mesta», il virtuosismo diventa affermazione di libertà e riscatto. Nei pezzi d’insieme, Rossini sviluppa un meccanismo teatrale di straordinaria precisione, trasformando ritmo, ripetizione e crescendo in strumenti drammaturgici. Ne nasce una sintesi originalissima fra linguaggio buffo, vocalità seria e sensibilità sentimentale.
Elementi ben presenti nella direzione di Speranza Scappucci, alla guida dell’Orchestra del Teatro di San Carlo con gesto preciso, incisivo e teatralmente vivace. La sua lettura privilegia brillantezza ritmica, trasparenza delle articolazioni e tensione dinamica. I dettagli strumentali emergono con nitidezza e i celebri crescendo acquistano notevole efficacia. Non sempre, tuttavia, questa energia trova il necessario equilibrio con le esigenze del palcoscenico. Alcuni tempi, forse esasperati, mettono un po’ in difficoltà i cantanti nei passaggi di maggiore complessità sillabica e virtuosistica, dove la velocità rischia di compromettere chiarezza e naturale respirazione. Una direzione comunque ricca di personalità, capace di restituire alla partitura la sua irresistibile vitalità teatrale.
Asseconda questa lettura un cast complessivamente valido, pur con risultati non sempre omogenei. Aigul Akhmetshina, annunciata indisposta, affronta Angelina con professionalità e apprezzabile tenuta vocale. La voce conserva un colore caldo e vellutato, particolarmente suggestivo nella regione centrale e grave, mentre il fraseggio rivela sensibilità musicale e attenzione alla dimensione malinconica del personaggio. Qualche cautela negli slanci più impegnativi appare comprensibile, senza compromettere una prova di buon livello. Il rondò conclusivo restituisce efficacemente la conquistata serenità della protagonista.
Tra gli interpreti più convincenti si distingue Jack Swanson, Don Ramiro di eccellente qualità. Il tenore affronta la scrittura rossiniana con sicurezza, sfoggiando una vocalità luminosa, agile e ben proiettata. La tecnica gli consente di superare con disinvoltura le difficoltà della tessitura acuta, mentre la coloratura risulta nitida e musicalmente pertinente. Il fraseggio alterna slancio amoroso e aristocratica eleganza, restituendo al principe spontaneità e credibile partecipazione sentimentale.
Altrettanto riuscita la prova di Florian Sempey nei panni di Dandini. Il baritono possiede spiccata intelligenza teatrale, dizione efficace e naturale predisposizione al gioco comico. Il suo personaggio è brillante, disinvolto, ricco di sfumature, sostenuto da una vocalità omogenea e da una notevole precisione nel canto sillabico e nelle agilità. Particolarmente felice la capacità di costruire la caratterizzazione attraverso piccoli gesti e variazioni espressive, senza perdere il controllo musicale.
Più alterni i risultati di Giulio Mastrototaro e Gianluca Margheri, rispettivamente Don Magnifico e Alidoro. Nel primo si apprezzano vivacità comica e volontà di caratterizzazione, ma non tutti i passaggi vocali trovano uguale precisione e fluidità. Anche Margheri, dalla innegabile presenza scenica, alterna momenti di buona presenza vocale ad altri meno risolti, nei quali il fraseggio perde parte della necessaria autorevolezza. Per entrambi resta evidente l’impegno nel sostenere il ritmo serrato della rappresentazione. Laura Ulioa e Sayumi Kaneko, Clorinda e Tisbe, si distinguono soprattutto per vivacità scenica. Gestualità, mimica e gusto per la caricatura valorizzano la dimensione grottesca delle sorellastre, contribuendo al dinamismo delle situazioni d’insieme senza ridurre i personaggi a semplici macchiette. Un plauso particolare merita il coro maschile del Teatro di San Carlo, diretto da Fabrizio Cassi, musicalmente compatto, preciso negli interventi e scenicamente irresistibile, soprattutto nei divertenti travestimenti che accentuano la componente farsesca.
Sul versante scenico, Damiano Michieletto completa dodici anni di riflessione sullo stesso titolo. Un percorso iniziato a Salisburgo nel 2014 e ripensato, sette anni più tardi, nella produzione di Dresda che arriva ora a Napoli. Due spettacoli differenti, ma legati da una domanda: chi è Cenerentola oggi?
Già al Festival di Pentecoste, con Cecilia Bartoli protagonista, Michieletto trasferiva la vicenda in una realtà contemporanea immediatamente riconoscibile. La casa di Don Magnifico diventava una modesta tavola calda nella quale Angelina lavorava instancabilmente tra secchi, stracci e stoviglie. Il palazzo del principe si trasformava invece in un esclusivo loft. Nella scenografia di Paolo Fantin, il passaggio dal “Buffet” al “Palace” diventava spettacolo attraverso trasformazioni realizzate davanti agli occhi del pubblico. Michieletto non cancellava la fiaba: la faceva nascere dalla realtà. La cenere diventava lo sporco del lavoro quotidiano, il palazzo il miraggio di un mondo socialmente irraggiungibile, Alidoro l’artefice della trasformazione. La magia sopravviveva attraverso il teatro e l’immaginazione.
Nel 2021 il regista ritornava a La Cenerentola per la Semperoper di Dresda, approfondendone la dimensione sociale. Con le scene di Paolo Fantin, i costumi di Agostino Cavalca e le luci di Alessandro Carletti, lo spettacolo non rappresentava una semplice ripresa dell’esperienza salisburghese, ma una nuova interpretazione della fiaba.
Il contrasto fondamentale non era più soltanto tra povertà e ricchezza, ma tra chi serve e chi viene servito, tra chi possiede lo spazio e chi può soltanto attraversarlo, tra visibilità e invisibilità. Fantin costruisce ambienti realistici per poi sottoporli a trasformazioni e sovrapposizioni. Il mondo ordinario di Angelina e quello privilegiato di Don Ramiro finiscono così per convivere sulla scena, come due facce della stessa società.
Nella ripresa al San Carlo, lo spettacolo conserva la propria forza comunicativa grazie a un linguaggio scenico immediato, ricco di movimento e invenzioni teatrali. Il realismo degli ambienti dialoga con la stilizzazione dei comportamenti, mentre la comicità nasce dal contrasto tra la solennità delle aspirazioni e la banalità dei gesti quotidiani. La regia valorizza la dimensione corale dell’opera, moltiplicando le interazioni e costruendo un universo popolato da un’umanità insieme ridicola e riconoscibile. Qualche insistenza farsesca rischia talvolta di sovraccaricare il racconto, ma la fluidità dell’azione e l’efficacia delle trasformazioni sceniche mantengono viva l’attenzione. Il risultato è uno spettacolo nel quale l’attualizzazione non diventa un semplice espediente estetico, ma offre una chiave di lettura coerente con la natura stessa dell’opera.
Rossini e Ferretti avevano già eliminato dalla loro Cenerentola la scarpetta di cristallo, la fata e la trasformazione della zucca in carrozza, sostituendo la magia con travestimenti, riconoscimenti e scelte morali. Michieletto prosegue idealmente questo processo, avvicinando ulteriormente la fiaba alla nostra esperienza. Angelina non ha bisogno di diventare principessa per acquistare valore. Non viene salvata dalla magia e nemmeno, in senso stretto, dal principe. La sua forza esiste fin dall’inizio, nella capacità di conservare dignità, generosità e libertà interiore in un mondo che continuamente tenta di umiliarla. Michieletto non trasforma una ragazza in una principessa: rende finalmente visibile ciò che quella ragazza è sempre stata. E Rossini, con l’irresistibile leggerezza della sua musica, ci ricorda che talvolta la più autentica delle rivoluzioni può compiersi senza perdere il sorriso.
⸪