Death in Venice

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«La bellezza è l’unica forma di spiritualità che sperimentiamo con i sensi»

Con le struggenti note finali della sua ultima opera, Benjamin Brtitten si conferma come uno dei massimi compositori d’opera del ‘900, certo il più importante della seconda metà del secolo, essendo la prima dominata dalle figure di Richard Strauss e Leoš Janáček per quantità e qualità. Le sue diciassette opere dimostrano l’importanza che Britten ha attribuito a questo genere che era stato dato per morto.

Il romanzo breve di Thomas Mann Der Tod in Venedig (1912) viene trasposto in libretto dalla sua amica e collaboratrice Myfawny Piper che gli aveva già scritto i testi per due opere precedenti.

Gustav von Eschenbach, scrittore di mezza età in crisi di creatività, lascia la natia Monaco per Venezia e recuperare l’ispirazione perduta. Nell’hotel del Lido dove soggiorna incontra Tadzio, bellissimo rampollo adolescente di una famiglia polacca in vacanza e ne rimane profondamente colpito, dapprima solo come simbolo della bellezza, ma poi se innamora, sebbene non scambi mai una parola col giovane. Nonostante la minaccia del colera che ha colpito la città lagunare immersa nella calura estiva, non abbandona Venezia per non perdere di vista il giovane e qui morirà con l’immagine di Tadzio sulla spiaggia che entra in mare indicandogli un punto all’orizzonte.

Come artista Aschenbach è un devoto di Apollo, che impersona l’ideale di bellezza classica e ordine, ma quando si innamora inizia a provare anche l’estasi dionisiaca, che lo porta alla distruzione. Questo è un tema che Britten ha vissuto personalmente e che fa della sua ultima opera quasi un sofferto testamento spirituale.

Portata a termine nonostante la malattia che aveva colpito il compositore, Death in Venice debutta nel 1973. Britten avverte che probabilmente quello di von Aschenbach sarà l’ultimo ruolo, il più arduo, che scriverà per Peter Pears. Il musicista morirà infatti tre anni dopo. A John Shirley-Quirk va la parte multiforme del “messaggero di morte” che si incarna di volta in volta in viaggiatore, patetico bellimbusto, gondoliere, direttore d’albergo, barbiere, attore di varietà, voce di Dioniso. Per la voce di Apollo Britten ha scelto la voce di un controtenore, alla prima John Bowman. Tadzio non è un cantante, bensì un ballerino, proprio per sottolineare l’incomunicabilità tra i due personaggi. Nel 1971 era uscito il film di Visconti Morte a Venezia, ma Britten evitò di vederlo per non esserne influenzato.

L’orchestra utilizzata per Death in Venice è un complesso da camera allargato che fornisce una musica trasparente e raramente suona al completo. La tecnica balinese del gamelan è utilizzata nelle percussioni, mentre un pianoforte accompagna i monologhi di Aschenbach in uno stile non lontano dallo Sprechgesang schönberghiano.

Nell’edizione della English National Opera che celebra il centenario della nascita del musicista, 2013, abbiamo uno splendido spettacolo dove l’eccellenza è ripartita equamente tra il direttore Edward Gardner, la regista Deborah Warner, lo scenografo Tom Pye, le bellissime luci di Jean Kalman e gli appropriati costumi di Chloe Obolensky.

John Graham-Hall può non avere uno smalto vocale smagliante, ma la sua dedizione alla parte è totale e convincente. Andrew Shore impegna con successo i suoi sette ruoli a cui dedica caratteri distinti, Tim Mead presta la sua voce ultraterrena al personaggio di Apollo. Sam Zaldivar è Tadzio, qui meno ambiguo e seducente che nel film di Visconti.

Nessun bonus nel disco né sottotitoli in italiano.

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