Rise and Fall of the City Mahagonny

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★★★☆☆

«Un’opera che non può essere rappresentata all’Opera» (1)

Dopo la Dreigroschenoper (L’opera da tre soldi, 1928) riprende la collaborazione tra Bertolt Brecht e Kurt Weill con un’ambiziosa, ma meno efficace, satira della società tedesca, dapprima come Mahagonny-Songspiel (un lavoro da concerto per voci e piccola orchestra) e poi nell’opera per la scena che ingloba i dieci numeri di cui era formata quella prima versione orchestrale.

Atto primo. Begbick, Trinity Moses e Fatty, inseguiti dalla polizia, fuggono con un autocarro diretti verso la Costa dell’oro. Bloccati da un guasto in una zona desertica, decidono di restare lì dove si trovano: essi stessi fonderanno sul posto una città dell’oro, la chiameranno Mahagonny e sarà un paradiso dove si potrà avere tutto: perché «gin e whisky, ragazze e ragazzi, questa è l’essenza dell’oro». I tre malfattori organizzano un’efficace propaganda ai pregi della vita nella loro città: come tante altre ragazze, Jenny e le sue sei compagne vi si trasferiscono per allietare la vita dei cercatori che nel frattempo affluiscono numerosi. Tra questi sopraggiungono Jim e i suoi amici, che si sono arricchiti dopo sette anni di duro lavoro in Alaska come tagliaboschi; Mrs. Begbick offre loro le ragazze e Jim sceglie Jenny. Ma presto nella città sopraggiunge la crisi economica. Jim contesta le già liberali leggi di Mahagonny: basta con i divieti, deve esservi permesso proprio tutto, anche soddisfare un desiderio folle come quello di mangiarsi il proprio cappello. Disgustato dalla falsità dell’ordine fondato sul denaro, Jim lo vuole sostituire con il caos di un’anarchia senza freni: mette a nudo l’ipocrisia della comunità portandone la morale alle estreme, paradossali conseguenze. Per denaro, proclama Jim, qualsiasi sopruso e qualsiasi desiderio sarà d’ora in poi lecito: mangiare, bere, prostituirsi, fare a pugni sono i suoi quattro comandamenti fondamentali. Si annuncia intanto l’arrivo di un uragano che pare sul punto di distruggere la città. Il panico e lo sconforto provocati dalla notizia della fine imminente fanno sì che le proposte di Jimmy vengano accettate: al pensiero di una catastrofe sempre in agguato per distruggere ogni cosa, concordano tutti, tanto vale vivere come se si trattasse dell’ultimo giorno della nostra vita.
Atto secondo. All’ultimo istante l’uragano cambia miracolosamente percorso: la città è salva. Ma le leggi di Jim sono rimaste in vigore e i suoi amici ne pagano gli effetti catastrofici. Jack si rimpinza di cibo sino a morirne, mentre Joe, sul quale Jim scommette tutti i suoi averi, è sconfitto e perisce in un’impari sfida pugilistica con Trinity Moses. Disperato, Jim invita Jenny e Bill a ubriacarsi. Con un tavolo da biliardo, un’asta e un lenzuolo i tre fingono di trovarsi su una nave che veleggia verso l’Alaska, nel patetico miraggio del ritorno alla vita da tagliaboschi. Ma l’incantesimo svanisce bruscamente: Jim non ha di che pagare il conto delle bottiglie di whisky che si è scolato e nessuno, neppure Jenny, si offre di farlo; viene perciò gettato in prigione.
Atto terzo. Ai danni di Jim viene celebrato un processo-farsa: i giudici sono i suoi stessi accusatori, Mrs. Begbick e Trinity Moses. Il crimine commesso da Jim è il più grave che si possa immaginare per Mahagonny: aver sedotto Jenny e provocato la morte dell’amico Joe sono peccati veniali in confronto a quello, imperdonabile, di trovarsi senza soldi. Solo la morte sulla sedia elettrica può lavare una simile vergogna, stabilisce la sentenza. Mentre la condanna viene eseguita, un incendio divora Mahagonny; in preda a una sorta di follia, gli abitanti sfilano in cortei di protesta con cartelli che si contraddicono a vicenda, ineggianti gli uni all’ordine gli altri alla libertà: la fine di Jim è anche quella della città.

Il debutto avvenne a Lipsia nel 1930 con grande scandalo (lo scopo di épater le bourgeois fu pienamente ottenuto), ma venne presto bandita dai nazisti e si dovranno aspettare gli anni ’60 per rivederla sulla scena. Nel 1974 l’opera arriva negli U.S.A. nella traduzione in inglese di Michael Feingold ed è in questa versione che viene curiosamente proposta al pubblico madrileno del Teatro Real nel 2010 con la sobria (rispetto a quello che ci ha fatto vedere altre volte) messa in scena de La Fura dels Baus in cui una discarica di rifiuti occupa il palcoscenico e dove i personaggi vengono scaricati assieme ai sacchi di immondizia, simbolo della loro sporcizia morale. Questa volta nella regia di Pedrissa e Ollé non ci sono proiezioni, videografica e acrobazie.

In questa produzione si evidenzia uno degli aspetti di Mahagonny, quello cioè di opera che mette in satira l’opera lirica e ne denuncia l’irrazionalità (sia Brecht che Weill pensavano che il genere fosse diventato un rito senza significato). Qui i suoi temi sono sovvertiti e portati al grottesco: l’amore è una merce di scambio, la legge è gestita dai criminali, la pena è inversamente proporzionale alla gravità del reato – l’omicidio è punito con sei giorni di detenzione mentre tre bottiglie di whisky non pagate portano Jimmy alla pena di morte – essendo il crimine peggiore quello di non avere soldi.

Mahagonny è soprattutto una parabola del capitalismo: la città di Mahagonny nasce per fornire utili servizi, ma poi porta alla distruzione i suoi abitanti con la corruzione e la violenza, temi di drammatica attualità anche oggi. Ambientata in un immaginario Far West, questa Las Vegas sorta nel deserto è popolata di prostitute, tagliaboschi, cercatori d’oro e criminali di ogni specie.

Dal punto di vista musicale in questa produzione si sono perse le asprezze sonore delle prime edizioni che conosciamo dai dischi. I cantanti qui sono tutti professionisti del bel canto: Michael König, Jane Henschel, Willard White e gli altri sono bravi sia vocalmente che scenicamente, ma non hanno la ruvidità dei primi interpreti, che erano infatti più attori che cantanti. Quello di Jenny è il caso più evidente: qui Measha Brueggergosman con la sua voce di soprano lirico è ben lontana dalla cruda sensualità delle prime interpreti, Lotte Lenya e Gisela May, in cui si evidenziava quell’effetto di straniamento richiesto dal teatro di Brecht. Il testo è “troppo ben cantato” e l’uso dell’inglese invece dell’originale tedesco ne accentua l’effetto lasciando solo all’immagine la forza della denuncia.

Eccellente la concertazione del trentaduenne Pablo Heras-Casado che domina l’orchestra anche nei momenti di maggior stanchezza della partitura.

La regia video privilegia i primi piani con il sudore dei cantanti. Sottotitoli in quattro lingue, ma non in italiano e nessun extra.

(1) Alfred Einstein sul Berliner Tageblatt all’indomani della prima.

Altre edizioni:

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