A Midsummer Night’s Dream

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★★★★★

Nel bosco degli incantesimi

Vva il DVD, che ci permette di rivivere l’emozione di uno spettacolo che, altrimenti, sarebbe destinato a dissolversi nella memoria di chi ha avuto la fortuna di assistervi. Il teatro è per sua natura un’arte effimera: ogni rappresentazione nasce e muore nell’arco di una sera, lasciando dietro di sé soltanto il ricordo degli spettatori, qualche fotografia e le recensioni. Per questo la registrazione video di un allestimento particolarmente riuscito rappresenta molto più di un semplice documento: è la possibilità di conservare un momento irripetibile della vita teatrale. Oh, quanto darei per poter rivedere quel leggendario A Midsummer Night’s Dream diretto da Peter Brook, visto a Stratford-upon-Avon nel lontanissimo 1970, uno di quegli spettacoli entrati nella storia ma sopravvissuti soltanto nei racconti di chi c’era.

In mancanza di simili tesori perduti, possiamo almeno accontentarci di questa felicissima lettura del capolavoro operistico di Benjamin Britten, un’opera che costituisce quasi un inevitabile atto d’amore verso Shakespeare. Il compositore inglese nutrì infatti per il drammaturgo una venerazione autentica, considerandolo uno dei vertici assoluti della cultura britannica. Non sorprende quindi che abbia scelto proprio A Midsummer Night’s Dream per trasformarlo in un’opera lirica capace di restituirne l’atmosfera sospesa fra realtà, sogno, comicità e magia.

Il libretto è opera dello stesso Britten insieme al compagno Peter Pears ed è tratto con notevole libertà dall’omonima commedia shakespeariana. L’adattamento elimina circa metà dei versi originali e sopprime completamente il primo atto, facendo iniziare l’azione direttamente nel bosco incantato. Una scelta che concentra immediatamente l’attenzione sul mondo fantastico delle fate e rende più compatta la narrazione teatrale. Pur nella drastica riduzione del testo, tutti gli elementi fondamentali della vicenda rimangono intatti: gli amori contrastati dei quattro giovani ateniesi, le schermaglie fra Oberon e Titania, gli equivoci provocati da Puck e l’irresistibile comicità degli artigiani impegnati nella preparazione dello spettacolo destinato alle nozze del duca.

Atto primo. Oberon è in lite con la consorte Tytania per il possesso di un paggio. Il re degli Elfi incarica il folletto Puck di procurargli una certa erba degli incanti d’amore per castigare la moglie. Giungono le due coppie di amanti ateniesi Hermia e Lysander e Helena e Demetrius, anche loro in lite. Dopo il passaggio di alcuni artigiani che stanno organizzando una recita per festeggiare le nozze del duca Theseus, fa il suo ingresso Tytania che chiede alle fate di intonare per lei un canto che la faccio dormire. Oberon spreme il succo dell’erba sui suoi occhi perché al suo risveglio Tytania si innamori della prima creatura che vedrà.
Atto secondo. Mentre gli artigiani iniziano le prove dello spettacolo, Puck tramuta il tessitore Bottom con una testa d’asino che fa fuggire tutti di paura. Tytania, invece, risvegliandosi si innamora del mostro. Oberon è dapprima divertito dello scherzo, ma finisce per incollerirsi quando scopre che Puck ha creato una gran confusione amorosa anche tra le coppie degli innamorati. Per rimediare al pasticcio le fate fanno addormentare di nuovo i giovani e durante il sonno Oberon riesce a riappacificarli.
Atto terzo. Oberon libera Tytania dall’incantesimo e Bottom dalla testa d’asino. Al suono di una sarabanda Oberon e Tytania si recano al palazzo del duca Theseus dove vengono celebrate le triplici nozze allietate dallo spettacolo organizzato dagli artigiani.

L’opera vide la luce nel 1960 in occasione della riapertura della restaurata Jubilee Hall di Aldeburgh, il centro musicale fondato dallo stesso Britten. Fin dalla sua prima esecuzione si impose come una delle sue creazioni più originali, grazie soprattutto alla straordinaria capacità di differenziare musicalmente i tre mondi che convivono nella vicenda.

Gli artigiani sono caratterizzati da ritmi popolari, volutamente semplici e talvolta goffi, affidati prevalentemente ai registri gravi dei legni e agli ottoni. Britten si diverte inoltre a disseminare questa parte della partitura di irresistibili parodie dell’opera ottocentesca, arrivando perfino a citare ironicamente una tipica scena della pazzia di gusto donizettiano durante la rappresentazione di Piramo e Tisbe. È una comicità musicale raffinata, mai grossolana, che dimostra ancora una volta l’infinita cultura teatrale del compositore.

Di tutt’altro carattere è il linguaggio destinato ai giovani amanti. Qui prevale una scrittura più lirica e romantica, sostenuta dal calore degli archi e dalla morbidezza dei legni, strumenti che accompagnano con grande sensibilità le incertezze sentimentali e gli slanci amorosi dei quattro protagonisti. La musica sembra seguire fedelmente il continuo mutare dei loro stati d’animo, passando con naturalezza dall’entusiasmo alla disperazione, dalla tenerezza all’incomprensione.

Ancora diverso è il mondo soprannaturale delle fate. Per descriverlo Britten ricorre a una tavolozza orchestrale di sorprendente trasparenza: arpa, clavicembalo e celesta creano un tessuto sonoro etereo, quasi immateriale, mentre gli archi con sordina introducono il bosco incantato attraverso continui glissandi ascendenti e discendenti che sembrano evocare il fruscio delle foglie, il soffio del vento e la natura misteriosa di quel luogo sospeso fra sogno e realtà.

Particolarmente significativa è la scelta della vocalità di Oberon. Britten affida infatti il re delle fate a un controtenore, realizzando la prima grande parte operistica del Novecento concepita espressamente per questa tipologia vocale. Non si tratta di una semplice curiosità timbrica, bensì di una precisa scelta drammaturgica. Essendo una creatura soprannaturale, Oberon non appartiene pienamente né al mondo maschile né a quello femminile; il timbro del controtenore, ambiguo e luminoso insieme, conferisce al personaggio un’aura di mistero perfettamente coerente con l’atmosfera dell’opera. È inevitabile cogliere in questa scelta anche un omaggio alla tradizione inglese e in particolare a Henry Purcell e alla sua The Fairy Queen, anch’essa ispirata alla commedia shakespeariana e presente come suggestione lontana nell’intera partitura di Britten.

Alla prima rappresentazione il ruolo fu affidato al grande Alfred Deller, autentico pioniere della rinascita della vocalità del controtenore, mentre già l’anno successivo, nella ripresa al Covent Garden, fu Russell Oberlin a raccoglierne il testimone. Anche gli altri personaggi del regno delle fate sono caratterizzati con grande originalità: le fate sono affidate alle voci bianche di un coro di bambini, mentre Puck rimane un ruolo esclusivamente parlato, destinato a un giovane attore acrobata, continuamente impegnato in salti, corse e spericolate evoluzioni sceniche.

Quella proposta in questo DVD è la celebre produzione del Festival di Aix-en-Provence, successivamente ripresa nel 2005 al Gran Teatre del Liceu di Barcellona, da cui proviene la registrazione video. Robert Carsen firma una delle sue regie più ispirate, costruendo uno spettacolo capace di coniugare fantasia, eleganza e assoluta chiarezza narrativa. In perfetta sintonia con lui, lo scenografo Michael Levine realizza uno spazio scenico di grande fascino, essenziale ma continuamente mutevole, nel quale realtà e immaginazione si fondono senza soluzione di continuità.

Il risultato è un autentico incanto visivo che accompagna lo spettatore per oltre due ore e mezza senza mai perdere freschezza o capacità di sorprendere. Ogni quadro possiede una precisa identità estetica, ogni trasformazione scenica sembra nascere naturalmente dalla musica, mentre luci, costumi e movimenti contribuiscono a costruire un universo teatrale sospeso, poetico e insieme profondamente divertente.

Sul podio Harry Bicket dirige con grande sensibilità stilistica, valorizzando tanto la raffinatezza timbrica dell’orchestra quanto la fluidità della narrazione musicale. La sua lettura evita ogni eccesso di sentimentalismo, privilegiando la trasparenza delle linee orchestrali e lasciando respirare con naturalezza il canto. Ne risulta un’esecuzione equilibrata, ricca di colori e perfettamente aderente allo spirito dell’opera.

David Daniels, abbandonati per una volta i ruoli del repertorio barocco che lo hanno reso celebre, veste magnificamente i panni di Oberon. La limpida luminosità della voce, il timbro prezioso impreziosito da delicate screziature brunite e la costante eleganza del fraseggio ne fanno un interprete ideale del re delle fate. Daniels riesce a conferire al personaggio quell’ambiguità aristocratica e quella distante sensualità che Britten aveva chiaramente immaginato nella scrittura vocale.

Molto validi risultano anche gli altri interpreti, forse meno noti al grande pubblico ma perfettamente inseriti nello spirito dell’ensemble, contribuendo con omogeneità e intelligenza teatrale alla riuscita complessiva dello spettacolo. Una menzione particolare merita il magnifico coro di voci bianche dell’Escolanía de Montserrat, la cui precisione, purezza d’intonazione e straordinaria qualità timbrica suscitano autentica ammirazione e, perché no, anche un pizzico d’invidia.

Di altissimo livello è infine la realizzazione tecnica del DVD. François Roussillon firma una ripresa video elegante e discreta, capace di valorizzare sia i dettagli della regia sia l’insieme dello spettacolo senza inutili virtuosismi cinematografici. Ottima anche la qualità dell’audio del doppio DVD, che restituisce con chiarezza la ricchezza della scrittura orchestrale di Britten e l’equilibrio fra buca e palcoscenico. L’unico vero motivo di rammarico è l’assenza di contenuti speciali: da un’edizione di questo livello ci si sarebbe aspettati qualche documentario, un’intervista o almeno un approfondimento sull’allestimento. Pazienza. La qualità artistica della produzione è tale che il DVD merita comunque senza esitazione un posto nella videoteca di ogni appassionato d’opera.