L’uomo femmina

foto © Mirco Magliocca – Opéra de Dijon

Baldassare Galuppi, L’uomo femmina 

Rouen, Théâtre des Arts, 19 dicembre 2025

(video streaming)

Donne guerriere e uomini civettuoli: il mondo alla rovescia di Baldassare Galuppi

L’uomo femmina di Baldassare Galuppi è una brillante opera buffa del 1762 costruita sul ribaltamento dei ruoli tra uomini e donne. Nella produzione de l’Opéra de Dijon, la direzione vivace di Vincent Dumestre e il cast, guidato da Anas Séguin ed Eva Zaïcik, valorizzano una partitura ironica, moderna e sorprendentemente attuale, elemento non del tutto sfruttato però dalla regia di Agnès Jaoui.

Il Théâtre des Arts di Rouen riporta in scena una delle riscoperte più singolari e stimolanti del teatro musicale settecentesco: L’uomo femmina di Baldassare Galuppi, dramma giocoso su libretto di Pietro Chiari rappresentato per la prima volta a Venezia nel 1762 al Teatro San Moisè e poi scomparso dal repertorio per oltre due secoli. La nuova produzione firmata da Agnès Jaoui, con la direzione musicale di Vincent Dumestre alla guida del Poème Harmonique, non si limita a recuperare una curiosità musicologica, ma restituisce al pubblico un’opera sorprendentemente moderna, capace ancora oggi di interrogare con ironia e leggerezza il rapporto tra genere, potere e convenzioni sociali.

La vicenda prende avvio da un naufragio: Roberto e il suo servo Giannino approdano su un’isola governata dalle donne, dove gli uomini vivono in posizione subordinata e assumono atteggiamenti tradizionalmente associati all’universo femminile. Fin dall’apertura si comprende il tono dell’opera. In scena compare infatti Gelsomino, favorito della principessa guerriera Cretidea, preda di una crisi isterica perché insoddisfatto della propria acconciatura. Finti svenimenti, palpitazioni, lamenti teatrali: tutto nel personaggio è eccesso, vanità, artificio. L’effetto comico è immediato, ma dietro la caricatura Galuppi e Chiari costruiscono un sofisticato gioco di specchi che ribalta continuamente i codici sociali e teatrali. 

L’opera procede infatti come una commedia degli equivoci e del rovesciamento. Le donne governano, combattono e comandano; gli uomini si adornano, obbediscono e seducono. Ma il dispositivo non serve semplicemente a provocare il riso: il libretto usa il travestimento sociale per mettere in discussione la natura stessa dei ruoli di genere. Dietro la leggerezza della farsa si nasconde una riflessione politica sorprendentemente moderna, perché mostra quanto le gerarchie tra uomini e donne siano costruzioni culturali prima ancora che naturali.

Atto I. L’azione si svolge su un’isola immaginaria governata dalla regina Cretidea, dove domina un sistema completamente matriarcale. Le donne esercitano il potere politico e militare, mentre gli uomini vivono in una condizione quasi decorativa, dediti alla bellezza, alla moda e alla seduzione. Due stranieri, Roberto e il suo servo Giannino, naufragano sull’isola dopo una tempesta. Vengono trovati da Cassandra e Ramira, guerriere della corte, che rimangono immediatamente colpite dalla loro presenza. Roberto appare virile e razionale secondo i criteri del mondo “normale”, ma proprio per questo suscita stupore e attrazione nelle donne dell’isola. Giannino, invece, osserva con comicissimo sgomento quella società capovolta: uomini truccati e vezzosi, donne armate e autoritarie. Una delle figure più bizzarre è Gelsomino, il perfetto “uomo-femmina”: elegante, narcisista, fragile, ossessionato dal proprio aspetto e incline agli svenimenti teatrali. Quando Roberto viene presentato alla regina Cretidea, questa ne resta affascinata. La sua presenza inizia a destabilizzare l’ordine dell’isola: alcune donne cominciano a mettere in dubbio il sistema vigente, mentre gli uomini temono di perdere il proprio ruolo privilegiato di “favoriti” e oggetti del desiderio. L’atto si chiude con un grande ensemble in cui desideri amorosi, gelosie e timori politici si intrecciano in modo sempre più caotico.
Atto II. Il secondo atto approfondisce il conflitto tra attrazione sentimentale e ordine sociale. Cretidea si innamora apertamente di Roberto e vorrebbe tenerlo accanto a sé. Cassandra e Ramira, anch’esse attratte dai naufraghi, entrano in rivalità reciproca. Roberto, pur cercando di adattarsi, fatica a comprendere le regole dell’isola e finisce involontariamente per mettere in crisi il sistema politico locale. Nel frattempo Giannino diventa protagonista delle scene più farsesche: travestimenti, equivoci amorosi e situazioni grottesche lo coinvolgono continuamente. Gelsomino osserva con crescente inquietudine l’arrivo di un modello maschile diverso dal suo. Roberto rappresenta infatti una mascolinità “tradizionale”, più autoritaria e sicura di sé, che lentamente seduce non solo Cretidea ma anche l’intera società dell’isola. Il cuore dell’atto è dunque la progressiva erosione del matriarcato: il potere femminile comincia a incrinarsi proprio attraverso il desiderio amoroso.
Atto III. Nel terzo atto la crisi esplode apertamente. Le passioni personali travolgono l’equilibrio politico dell’isola. Roberto acquista sempre più influenza, mentre la regina Cretidea perde lucidità nel tentativo di conciliare amore e potere. Le donne si dividono tra chi vuole conservare l’ordine tradizionale e chi è ormai conquistata dal modello rappresentato dai naufraghi. Anche gli uomini dell’isola mutano atteggiamento: alcuni temono il cambiamento, altri cercano di approfittarne. Alla fine, il sistema matriarcale crolla e si ristabilisce un ordine più vicino ai modelli patriarcali consolidati del tempo. È un finale volutamente ambiguo: apparentemente “lieto”, ma percorso da ironia e satira. L’opera infatti non propone davvero una liberazione femminile moderna; piuttosto mostra come ogni forma di dominio possa diventare arbitraria e ridicola quando si irrigidisce in stereotipo.

Agnès Jaoui affronta questo materiale con intelligenza, evitando accuratamente qualsiasi lettura didascalica o moralistica. La sua regia preferisce il tono del gioco teatrale, lasciando che l’ambiguità emerga spontaneamente dalla situazione scenica e dal comportamento dei personaggi. L’idea funziona, anche se l’allestimento nel complesso appare meno inventivo di quanto ci si potrebbe aspettare da un’opera tanto bizzarra e da una squadra artistica giovane e dinamica. La scena ideata da Alban Ho Van si basa infatti quasi interamente su un porticato fisso accompagnato da una piccola vasca laterale, elementi eleganti ma sfruttati in maniera piuttosto limitata. L’impressione è quella di uno spettacolo visivamente gradevole ma statico, talvolta prevedibile nei movimenti e nelle soluzioni teatrali.

A vivacizzare lo spazio intervengono però le belle luci di Dominique Bruguière, che riescono a dare profondità e movimento anche al fondale più semplice, creando atmosfere mutevoli tra il sogno orientaleggiante e la favola settecentesca. La scena richiama infatti un Oriente immaginario e teatrale, fatto di colonne, riflessi dorati e suggestioni esotiche.

Riusciti anche i costumi di Pierre-Jean Larroque: le guerriere indossano armature severe e abiti dalle linee marziali, mentre gli uomini-femmina sfoggiano corsetti, gonne, parrucche e dettagli volutamente eccessivi. L’effetto è ironico ma mai volgare, e contribuisce in modo decisivo alla costruzione dell’universo capovolto immaginato dal libretto. Ottimo anche il lavoro di trucco e pettinature firmato da Julie Poulaine, fondamentale nel definire il carattere caricaturale di personaggi come Gelsomino e dei suoi assistenti.

Sul piano musicale lo spettacolo convince di più e dimostra tutta la qualità della scrittura di Galuppi, compositore spesso ricordato soprattutto come figura di transizione tra il tardo barocco e il nascente classicismo. L’uomo femmina conferma invece la sua grande abilità teatrale: l’opera alterna arie di brillante vivacità ritmica a pagine più liriche e sentimentali, con ensemble che già sembrano anticipare Mozart. In alcuni momenti emergono persino reminiscenze di melodie popolari, inserite con eleganza in una scrittura sempre fluida e varia.

Vincent Dumestre dirige il Poème Harmonique con energia, precisione e soprattutto senso teatrale. La sua lettura evita ogni rigidità archeologica e privilegia invece il movimento continuo della scena, sostenendo i cantanti con tempi mobili e una grande attenzione ai contrasti dinamici. Molto belle le pagine dedicate alla tempesta iniziale e quelle in cui la musica riflette il disordine sentimentale dei personaggi: Dumestre mette in luce con intelligenza i passaggi tra comicità e malinconia, tra satira e tenerezza, senza mai appesantire il discorso musicale. L’orchestra offre un’esecuzione brillante, precisa e piena di colori. Gli strumenti del Poème Harmonique restituiscono tutta la freschezza della partitura, sottolineandone tanto l’eleganza quanto la vivacità teatrale. È soprattutto grazie alla qualità musicale, oltre che all’impegno degli interpreti, che lo spettacolo conquista davvero il pubblico.

Fra i cantanti emergono le interpreti femminili. Eva Zaïcik, nel ruolo della principessa Cretidea, domina la scena con autorevolezza vocale e forte presenza teatrale. Il mezzosoprano affronta con sicurezza le agilità della scrittura e sfoggia acuti luminosi, riuscendo a rendere credibile tanto la sovrana guerriera quanto la donna improvvisamente vulnerabile di fronte all’amore per Roberto. Il personaggio acquista così una complessità inattesa, sospesa tra autorità e desiderio.

Molto efficace anche Lucile Richardot come Ramira, grazie a una presenza scenica carismatica e a una vocalità più scura e incisiva che distingue chiaramente il personaggio dalle altre figure femminili. Victoire Bunel offre invece una Cassandra più dolce e lirica, caratterizzata da una bella inquietudine emotiva. Sarà proprio la rivelazione finale della sua identità — sorella perduta di Roberto — a risolvere il conflitto sentimentale che coinvolge Cretidea.

Più diseguale la prova di Victor Sicard nel ruolo di Roberto. La voce è bella e autorevole, ma la presenza scenica appare talvolta rigida e alcuni accenti risultano troppo marcati, quasi artificialmente teatrali. Funziona meglio invece François Rougier come Giannino: il tenore affronta con disinvoltura la trasformazione del servo in perfetto uomo-femina secondo gli usi dell’isola, regalando alcuni dei momenti più divertenti dello spettacolo, soprattutto quando compare in minigonna e borsetta con ingenua naturalezza. Il Gelsomino di Anas Séguin è l’autentico motore comico della serata. Il baritono costruisce un personaggio oscillante continuamente tra caricatura e malinconia. Vocalmente Séguin sfoggia una voce sonora, ben proiettata anche se non sempre a suo agio nelle agilità.

Molto riusciti i grandi ensemble, in particolare il concertato del primo atto e il finale conclusivo. In queste pagine emerge pienamente la capacità di Galuppi di intrecciare comicità e costruzione musicale collettiva, creando un teatro vivo e dinamico.

Ma ciò che rende davvero interessante L’uomo femmina è la sua ambiguità finale. Per tutta l’opera il ribaltamento dei ruoli sembra mettere in discussione l’ordine patriarcale tradizionale; eppure il finale ristabilisce un equilibrio più convenzionale, riportando gli uomini al centro del potere. La satira dunque non si trasforma mai in manifesto ideologico. Piuttosto, mostra come ogni sistema di dominio rischi di riprodurre le stesse dinamiche oppressive, indipendentemente da chi occupi la posizione dominante.

È forse proprio questa ambivalenza a rendere l’opera così contemporanea. L’uomo femmina non propone soluzioni né tesi definitive: preferisce giocare con le convenzioni, smascherarle attraverso il riso e mostrarne l’artificialità. In questo senso il lavoro di Galuppi e Chiari appare sorprendentemente vicino alla sensibilità moderna. Tra comicità barocca, travestimenti e riflessione sociale, questo lavoro dimostra ancora una volta quanto il teatro musicale del Settecento possa parlare al presente.

Lascia un commento