foto @ Alessandro Bosio
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Gioachino Rossini, Stabat Mater per soli, coro e orchestra
Introduzione (soli e coro) Stabat Mater
Aria (tenore) Cujus animam gementem
Duetto (soprano e mezzosoprano) Quis est homo
Aria (basso) Pro peccatis suae gentis
Coro e Recitativo (basso e coro, a sole voci) Eja Mater, fons amoris
Quartetto (soli) Sancta Mater
Cavatina (mezzosoprano) Fac ut portem
Aria (soprano) e coro Inflammatus
Quartetto (soli) Quando corpus morietur
Finale (coro) Amen
Orchestra degli allievi dei Conservatori di Torino e Milano, Speranza Scappucci direttrice, Coro Maghini, Claudio Chiavazza maestro del coro, Maria Grazia Schiavo soprano, José Maria Lo Monaco mezzosoprano, Levy Sekgapane tenore, Andrea Pellegrini basso
Torino, Chiesa di San Filippo Neri, 17 settembre 2026
1978-2026. San Filippo, ancora una volta
Nel 1978 nasceva a Torino Settembre Musica. Era l’inizio di un’avventura destinata a cambiare profondamente il rapporto della città con la grande musica: Torino stessa diventava una sorta di immensa sala da concerto, capace di aprire alla musica non soltanto i teatri e gli auditorium, ma anche le sue chiese e alcuni dei suoi luoghi più suggestivi. Il 28 settembre di quell’anno, nella Chiesa di San Filippo Neri, il pubblico poteva assistere gratuitamente al Sacrum militare oratorium Juditha Triumphans di Antonio Vivaldi, eseguito dai Virtuosi di Roma sotto la direzione di Renato Fasano.
Quarantotto anni dopo, quello stesso luogo, che appartiene alla memoria fondativa di Settembre Musica, torna ad accogliere, ancora gratuitamente, il pubblico per una delle pagine più alte del repertorio sacro dell’Ottocento: lo Stabat Mater di Gioachino Rossini. Il tempo è trascorso, la manifestazione si è trasformata, è diventata MITO SettembreMusica e ha unito Torino e Milano, ma qualcosa dello spirito originario è rimasto intatto. Anche l’acustica di San Filippo Neri continua a non essere ottimale, ma gli ampi spazi della grande chiesa barocca consentono di accogliere un numero considerevole di ascoltatori. E il pubblico risponde con lo stesso entusiasmo. Oggi come allora.
Sul podio c’è Speranza Scappucci, direttrice artistica della rassegna, alla quale è affidata la concertazione di una delle opere più intense e profonde del Rossini maturo. Nello Stabat Mater spiritualità e teatro, raccoglimento e potenza espressiva convivono in un equilibrio straordinario. Rossini affida alle voci soliste, al coro e all’orchestra il compito di attraversare il dolore della Madre ai piedi della Croce e di trasformarlo progressivamente in qualcosa che supera il racconto religioso per diventare meditazione universale sulla sofferenza, sulla speranza e sulla luce.
Composto sulla celebre sequenza medievale Stabat Mater dolorosa, il capolavoro rossiniano conserva intatta la forza drammatica del grande autore d’opera, ma la conduce verso una dimensione più intima e spirituale. I momenti di austera contemplazione si alternano a improvvise aperture liriche; la delicatezza delle voci soliste incontra la monumentalità del coro; silenzi e tensioni preparano esplosioni musicali di straordinaria intensità. Sono contrasti che, per certi aspetti, appartengono anche alla quasi coeva Grande Messe des morts di Hector Berlioz: lo Stabat Mater rossiniano prende forma nel decennio 1833-1843, mentre il monumentale Requiem del compositore francese risale al 1837.
Dall’immagine antica e universale della Madre immobile ai piedi della Croce nasce così una delle creazioni più sorprendenti di Rossini. Il compositore non rinuncia alla propria natura teatrale: la mette al servizio del sacro. Le voci emergono dall’orchestra come presenze, il coro assume il carattere di una voce collettiva dell’umanità e i momenti di intimo raccoglimento vengono improvvisamente attraversati da grandi aperture sonore. Dolore, silenzio, paura, pietà e speranza si susseguono fino a trasformare la sofferenza individuale di Maria in un’esperienza nella quale ogni uomo può riconoscersi.
La Chiesa di San Filippo Neri, con la sua monumentalità e la forza della sua architettura, diventa inevitabilmente parte di questa esperienza. Spazio, musica e luce entrano in dialogo. Le grandi proporzioni della chiesa amplificano il carattere solenne dell’opera e, nonostante una risposta acustica non sempre favorevole alla nitidezza, orchestra, coro e voci riescono a restituire al testo la sua dimensione più profondamente umana.
Lo Stabat Mater attraversa così quasi due secoli senza perdere la propria forza. Perché non è soltanto musica sacra. È teatro dell’anima: il racconto di un dolore che appartiene a una madre e che, nello stesso istante, diventa il dolore di tutti.
Speranza Scappucci arriva a questo appuntamento forte di un rapporto costruito nel tempo con il compositore pesarese. Specialista del repertorio rossiniano, a Torino la si ricorda nella Cenerentola di dieci anni fa con la regia di Alessandro Talevi; con Il barbiere di Siviglia aveva debuttato alla Canadian Opera Company di Toronto, mentre al Rossini Opera Festival ha diretto Il turco in Italia. Esperienze che rendono particolarmente interessante il suo incontro con lo Stabat Mater.
Dalla leggerezza, dal ritmo e dalla vertigine teatrale dell’opera buffa si passa qui a una dimensione spirituale. Il linguaggio cambia, ma l’energia teatrale di Rossini entra con lui nello spazio sacro. Il sorriso lascia il posto alla contemplazione, il virtuosismo si trasforma in espressione e il teatro diventa preghiera. Per Scappucci affrontare lo Stabat Mater significa quindi misurarsi con un altro volto del compositore: più austero, monumentale e spirituale, eppure ancora profondamente teatrale. Rossini cambia scena, ma non perde mai la voce del teatro.
L’orchestra riunisce le eccellenze degli allievi dei Conservatori delle due città di MITO, Milano e Torino, che anche quest’anno affrontano insieme un percorso formativo nel quale possono condividere le competenze acquisite e, soprattutto, confrontarsi direttamente con il pubblico. Il risultato è eccellente e nasce dall’incontro fra l’impegno dei giovani musicisti e la capacità di Scappucci di gestire, coordinare ed esaltare le qualità tecniche ed espressive dell’ensemble.
Non emergono sezioni deboli. Colpiscono l’omogeneità degli archi, la brillantezza degli ottoni, il colore dei legni e la precisione delle percussioni. Gli interventi dei fagotti all’inizio e alla conclusione del lavoro rimangono particolarmente impressi nella memoria per bellezza del suono e intensità espressiva; la fanfara di trombe e tromboni nell’Amen possiede uno splendore sorprendente, mentre il battito dei timpani mantiene una precisione costante, contribuendo in maniera determinante alla tensione della partitura.
Il Coro Maghini si conferma una compagine di eccellenza, dalle prime note in pianissimo dei bassi sulle parole Stabat Mater sino all’Amen fugato conclusivo. Scappucci riesce a mantenere in equilibrio le due grandi masse sonore, coro e orchestra, senza sacrificare le voci dei quattro solisti, fra i quali figurano interpreti affermati sulla scena internazionale.
Per proiezione e bellezza del timbro, Maria Grazia Schiavo conferisce alla parte del soprano una particolare luminosità. Nell’aria Inflammatus et accensus il Rossini operista mostra alcune delle sue armi migliori e la cantante risponde con sicurezza e slancio. Un momento solistico di grande fascino è affidato anche al mezzosoprano José Maria Lo Monaco nella cavatina Fac ut portem Christi mortem; insieme, le due voci femminili danno poi vita al sorprendente duetto Quis est homo, una delle pagine più immediatamente teatrali dell’intera composizione.
L’aria del tenore, Cujus animam gementem, porta inevitabilmente con sé il ricordo di Luciano Pavarotti, che ne fu un interprete forse insuperabile. Anche per questo il confronto è arduo e la prova del pur apprezzabile Levy Sekgapane non riesce a soddisfare pienamente. Più convincente il basso Andrea Pellegrini, al quale Rossini affida l’intensa aria Pro peccatis suae gentis e, successivamente, la sorprendente pagina con coro a cappella Eja, Mater, fons amoris.
È ancora il canto senza accompagnamento orchestrale a creare uno dei momenti più sospesi della serata nel Quando corpus morietur, affidato alle quattro voci soliste a cappella: una musica rarefatta, quasi una visione del Paradiso, prima che l’Amen conclusivo riporti tutta la forza della costruzione rossiniana.
Alla fine, le numerose chiamate degli artisti e gli applausi intensi e prolungati raccontano con chiarezza la soddisfazione del pubblico. Ma forse il significato della serata va oltre il successo dell’esecuzione. Ascoltare oggi lo Stabat Mater proprio qui significa ritrovare qualcosa dell’intuizione originaria di Settembre Musica: portare la grande musica nei luoghi della città e permettere che quei luoghi, attraverso la musica, possano essere guardati e vissuti in modo diverso.
Nella chiesa di San Filippo Neri gremita, Rossini fa il resto: il dolore della Madre diventa teatro, il teatro diventa preghiera e la preghiera, attraverso la musica, torna a essere esperienza collettiva.
⸪