foto © Fabio Miglio
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Marc-Antoine Charpentier
Les Arts Florissants H.487
La Descente d’Orphée aux Enfers H.488
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Les Arts Florissants, William Christie direttore
Torino, Auditorium Giovanni Agnelli, 9 settembre 2026
Christie e Les Arts Florissants: quando la musica vince la Discordia e commuove l’Inferno
Per MITO Settembre Musica torna a Torino una presenza particolarmente cara agli appassionati del Barocco: Les Arts Florissants, l’ensemble fondato nel 1979 da William Christie e diventato in quasi mezzo secolo uno dei protagonisti della riscoperta della musica francese del Sei e Settecento.
Americano di nascita e francese d’adozione, clavicembalista e direttore, Christie ha fatto molto più che riportare alla luce pagine dimenticate: ha restituito loro una lingua, un gesto, un colore, contribuendo in maniera decisiva a cambiare il nostro modo di ascoltare il Barocco francese. Dal 2020 condivide la direzione musicale dell’ensemble con Paul Agnew, da tempo figura centrale del gruppo.
Il nome scelto da Christie è già una dichiarazione d’amore e d’intenti: viene da Les Arts florissants H.487 — Les Arts florissans nella grafia originale —, “Idylle en Musique” composto da Marc-Antoine Charpentier nel 1685. Nel concerto torinese gli si affianca un altro piccolo capolavoro teatrale dello stesso autore, La descente d’Orphée aux enfers, “Petit opéra en deux actes”.
Charpentier scrisse Les Arts florissants per i musicisti al servizio di Marie de Lorraine, duchessa di Guisa, nella cui residenza parigina lavorò per molti anni. Il libretto anonimo mette in scena il familiare universo seicentesco dell’allegoria: Musica, Poesia, Pittura e Architettura, sotto il regno della Pace, vivono una stagione felice. Sono, letteralmente, “arti fiorenti”.
A turbare l’armonia arriva la Discordia, seguita da Guerrieri e Furie. La Pace invoca allora Giove, che con una pioggia di fulmini ricaccia i nemici negli Inferi, ristabilendo l’ordine. Sullo sfondo è evidente l’omaggio alla Francia di Luigi XIV e all’idea che sotto un potere capace di garantire pace e stabilità anche le arti possano raggiungere il massimo splendore. Ma Charpentier va oltre la celebrazione politica e trasforma l’allegoria in materia musicale: alla grazia luminosa delle Arti contrappone l’agitazione della Discordia, facendo coincidere il ritorno dell’ordine con quello dell’armonia sonora.
Non stupisce che Christie abbia scelto proprio questo titolo per battezzare il suo ensemble. “Far rifiorire le arti” poteva diventare il motto ideale di un gruppo nato per restituire vita a un repertorio che attendeva di essere nuovamente ascoltato. Charpentier sarebbe diventato uno dei suoi autori d’elezione: già nel 1981 Christie incise Les Arts florissants, contribuendo alla riscoperta dell’opera e del suo compositore.
Con La descente d’Orphée aux enfers il viaggio cambia direzione. Euridice è morta per il morso di un serpente e Orfeo decide di scendere nel regno dei morti per riprendersela. La sua unica arma è il canto, capace di commuovere le anime infernali e lo stesso Plutone. Charpentier concentra il mito in un teatro intimo e potentissimo, nel quale l’efficacia della musica non viene proclamata ma mostrata: Orfeo canta e l’Inferno ascolta.
Plutone gli concede di ricondurre Euridice tra i vivi a condizione che non si volti a guardarla. Ma Charpentier interrompe l’opera prima della catastrofe: non vediamo Orfeo voltarsi né assistiamo alla seconda perdita di Euridice. Restiamo sulla soglia, in una sospensione nella quale speranza e inquietudine convivono.
Le due partiture mostrano così volti complementari di Charpentier: da una parte il teatro allegorico, luminoso e politico; dall’altra il teatro del mito e degli affetti. In entrambi, però, alla musica è attribuito un potere concreto: può ricomporre ciò che la Discordia ha spezzato, placare le Furie e persino sospendere, per un istante, le leggi della morte.
Christie riserva però una sorpresa ulteriore al pubblico di MITO. Insieme alle registe Marie Lambert-Le Bihan e Stéphane Facco e al coreografo Martin Chaix propone una vera messa in scena dei due lavori. Se già Les Arts florissants beneficia di una realizzazione elegante e dinamica, è soprattutto La descente d’Orphée aux enfers a trovare una sorprendente forza teatrale. Con mezzi ridottissimi — alcune corde, una macchina del fumo, luci colorate — il palcoscenico dell’Auditorium Agnelli si trasforma progressivamente nel regno dei morti. L’essenzialità non diventa povertà, ma al contrario stimola l’immaginazione: pochi elementi, governati con precisione, bastano a suggerire il passaggio dal mondo dei vivi a quello delle ombre.
A dare unità alla serata è naturalmente Christie, che dal clavicembalo distende sulle due partiture il suo inconfondibile gusto per il fraseggio, la misura e il colore. Non c’è nulla di esibito nella sua direzione: il gesto musicale sembra nascere dall’interno della partitura, con quella naturalezza che può derivare soltanto da una frequentazione lunga decenni. Magistrale la risposta dei dieci strumentisti del ristretto ensemble — sei archi, due flauti, arciliuto e percussioni — capaci di ottenere una tavolozza timbrica sorprendentemente ricca senza mai appesantire la trasparenza della scrittura. Ne La descente d’Orphée aux enfers si fanno apprezzare in modo particolare le viole da gamba di Myriam Rignol e Mathilde Vialle, determinanti nel creare quel colore scuro, morbido e dolente che accompagna la discesa nell’oltretomba.
L’unico limite viene proprio dall’Auditorium Agnelli: l’ampiezza della sala non favorisce pienamente una musica nata per spazi più raccolti, nella quale il dettaglio strumentale, la parola e le minime sfumature dinamiche chiederebbero una prossimità maggiore. La qualità dell’esecuzione riesce in larga parte a compensare il problema, ma resta il desiderio di poter ascoltare una musica così intima in un ambiente acusticamente più complice.
Il versante vocale e teatrale è affidato ai giovani solisti diplomati alla 12ma edizione dell’Académie Le Jardin des Voix. Eccone i nomi in ordine alfabetico: Kevin Arboleda-Oquendo, Josipa Bilić, Camille Chopin, Sarah Fleiss, Sydney Frodsham, Tanaquil Ollivier, Bastien Rimondi, Attila Varga-Tóth e Matthieu Walendzik. Accanto ai quattro danzatori, tutti sono chiamati a un impegno scenico notevole, affrontando movimenti coreografici tutt’altro che elementari e dimostrando una preparazione che va ben oltre la dimensione strettamente vocale.
È proprio questa disponibilità a diventare insieme cantanti-attori-danzatori a costituire uno degli elementi più riusciti dello spettacolo. Le comprensibili acerbità di interpreti all’inizio della carriera sono largamente compensate dalla presenza scenica, dalla dedizione e dall’entusiasmo con cui affrontano un debutto tanto prestigioso. Il risultato è un teatro vivo, nel quale il canto non resta mai separato dal gesto e la musica di Charpentier ritrova quella fusione fra parola, movimento e suono che appartiene alla sua natura più autentica.
Fra tutti emerge Richard Pittsinger nel ruolo di Orphée, haute-contre di eccellente livello. Il timbro luminoso, l’eleganza della linea e la sicurezza tecnica gli consentono di dare al protagonista una nobiltà mai manierata. Ma è soprattutto nella capacità di far coincidere virtuosismo vocale ed espressione che Pittsinger convince: il suo Orfeo non conquista l’Inferno con la potenza, bensì con la bellezza e la persuasione del canto, rendendo immediatamente credibile il cuore stesso del mito.
Ed è forse questo il gioco di specchi più bello della serata: ascoltare Les Arts Florissants interpretare Les Arts florissants e poi seguirli, insieme a Orfeo, fino agli Inferi. Un ensemble che da quasi cinquant’anni porta nel nome l’utopia di Charpentier torna al compositore dal quale tutto ebbe inizio e, grazie a Christie, ai suoi musicisti e a una nuova generazione di interpreti, dimostra ancora una volta che certe arti continuano magnificamente a fiorire.
⸪
