David et Jonathas

Marc-Antoine Charpentier, David et Jonathas

Versailles, Chapelle Royale, 12 novembre 2022

★★★★☆

(registrazione video)

La Cappella diventa teatro

Con David et Jonathas, la Chapelle Royale di Versailles ospita per la prima volta un’opera in forma scenica, restituendo a Charpentier un contesto di straordinaria coerenza storica e artistica. La regia filologicamente viva di Marshall Pynkoski, i costumi di Christian Lacroix e la direzione di Gaétan Jarry danno vita a uno spettacolo dove architettura, musica e gesto ritrovano l’unità del teatro barocco.

Ci sono opere che appartengono stabilmente al repertorio e opere che, invece, bisogna quasi andare a cercare, come certi vini prodotti in pochissime bottiglie o certi palazzi magnifici nascosti dietro facciate anonime. David et Jonathas di Marc-Antoine Charpentier appartiene decisamente alla seconda categoria. In Italia il suo nome continua a evocare, quando va bene, il Te Deum utilizzato come sigla dell’Eurovisione, mentre il suo teatro musicale rimane una terra quasi inesplorata. Si continua a pensare al Seicento operistico attraverso Monteverdi, magari Cavalli, poi si salta direttamente a Händel, come se la Francia del Re Sole fosse stata una parentesi elegante ma marginale. E invece era un altro universo, con regole proprie, una diversa idea del rapporto fra musica, parola, danza, architettura e cerimoniale. Un mondo nel quale perfino il gesto possedeva una grammatica.

Per questo la rappresentazione di David et Jonathas alla Chapelle Royale di Versailles, nel novembre 2022, aveva il sapore dell’evento irripetibile. Non soltanto perché riportava Charpentier nel luogo ideale della sua civiltà artistica, ma perché, per la prima volta dalla costruzione della cappella, quello spazio destinato alla liturgia della monarchia francese accoglieva un’opera messa in scena. È un dettaglio che potrebbe sembrare soltanto amministrativo, quasi una curiosità per cronisti delle istituzioni culturali. In realtà cambia completamente la prospettiva. La Chapelle Royale non veniva usata come una scenografica sala da concerto, ma trasformata, senza tradire la propria natura, in un teatro. Un gesto simbolico prima ancora che artistico.

Ed è curioso pensare che proprio un’opera come David et Jonathas, nata nel 1688 come una sorta di “tragédie biblique”, sospesa fra spettacolo teatrale e meditazione religiosa, trovasse finalmente il proprio luogo naturale. Come accade con certe chiavi dimenticate in fondo a un cassetto, che improvvisamente aprono una porta rimasta chiusa per secoli.

Versailles, del resto, è un luogo insidioso. Si rischia sempre di assistere più a Versailles che allo spettacolo. Arrivano con noi i libri di storia, i documentari televisivi, le fotografie delle interminabili prospettive, il mito di Luigi XIV, l’ossessione per l’etichetta, le caricature del potere assoluto. Tutto rischia di trasformarsi in una cartolina di lusso. Marshall Pynkoski evita con intelligenza proprio quella trappola.

La sua regia recupera l’estetica del teatro francese del XVII secolo senza cadere nel feticismo della ricostruzione filologica. Oggi si vedono spesso due categorie di spettacoli barocchi. Quelli che sembrano una visita guidata in un museo delle cere e quelli che, nel disperato tentativo di dimostrare la propria modernità, trasformano i personaggi biblici in amministratori delegati, guerriglieri urbani o pazienti di qualche clinica psichiatrica. Qui invece si recupera un linguaggio antico come fosse ancora vivo.

Le posture, i movimenti, la gestualità codificata, le danze create da Jeannette Lajeunesse Zingg non appaiono mai manierismi. Anzi, finiscono per risultare sorprendentemente naturali proprio perché obbediscono a un sistema espressivo diverso dal nostro. Ci ricordano che il Seicento non cercava il realismo psicologico, ma la rappresentazione delle passioni attraverso forme condivise, quasi rituali. Ed è straordinario quanto quelle convenzioni, apparentemente lontanissime dalla sensibilità contemporanea, riescano ancora a comunicare.

Anche l’allestimento possiede una sobrietà che oggi rasenta l’audacia. Due grandi drappi, una struttura sopraelevata, pochissimi elementi scenici. Tutto il resto lo costruisce l’architettura stessa della cappella. Le colonne, gli ordini sovrapposti, la verticalità della navata, il chiarore filtrato dalle finestre diventano parte integrante della narrazione. Non sono un fondale, ma un interlocutore. Si ha quasi l’impressione che Charpentier avesse composto quella musica pensando inconsapevolmente proprio a quello spazio.

È il genere di spettacolo che ricorda come il Barocco fosse anzitutto l’arte dell’integrazione. Non esistevano compartimenti stagni fra architettura, pittura, musica, danza e teatro. Tutto concorreva alla costruzione di un’unica esperienza estetica. Noi, figli delle specializzazioni, siamo costretti a riscoprirlo come una piccola rivelazione.

Naturalmente arrivano poi i costumi di Christian Lacroix, e qui il rischio sarebbe stato enorme: l’alta moda, quando entra in teatro, spesso pretende di rubare la scena. È accaduto più di una volta che gli spettatori uscissero ricordando gli abiti e dimenticando completamente l’opera. Lacroix, invece, dimostra ancora una volta di avere davvero assimilato la cultura teatrale.

Da oltre quarant’anni frequenta palcoscenici d’opera con una competenza che molti scenografi di professione potrebbero invidiargli. Le sue collaborazioni con Marshall Pynkoski, Benjamin Lazar e Ivan Alexandre costituiscono probabilmente uno dei capitoli più affascinanti della rinascita del teatro barocco francese. Lacroix non copia il Seicento. Lo reinventa. I suoi costumi sembrano ricordare la pittura di Rigaud, la ricchezza dei tessuti di Lione, il gusto decorativo della corte, ma nello stesso tempo possiedono una fantasia cromatica e una libertà inventiva assolutamente contemporanee. Sono vestiti che appartengono contemporaneamente al XVII secolo e al XXI. Ed è proprio questa ambiguità a renderli così persuasivi.

Sul piano musicale Gaétan Jarry conferma di essere un interessante interprete dell’attuale scuola francese. La sua direzione evita tanto il monumentalismo quanto il minimalismo archeologico. L’orchestra dell’Ensemble Marguerite Louise possiede energia, colore, una straordinaria chiarezza delle linee, mentre il coro raggiunge quella compattezza che rende pienamente giustizia alla scrittura di Charpentier.

Reinoud Van Mechelen è un David difficilmente migliorabile. La sua eleganza vocale sembra non conoscere sforzo, la dizione francese è esemplare e ogni frase nasce dal testo prima ancora che dalla musica. Caroline Arnaud conferisce a Jonathas una tenerezza mai sentimentale, mentre David Witczak costruisce un Saul tormentato, umano, percorso da un dolore che evita qualsiasi enfasi melodrammatica. Anche François-Olivier Jean, nella breve ma inquietante apparizione della Pythonisse, contribuisce a mantenere quella tensione fra sacro e teatrale che costituisce il fascino dell’intera opera.

Alla fine ci si rende conto che il vero lusso di questa produzione non è Versailles, non sono i costumi di Lacroix, né il prestigio dell’evento. È il buon gusto. Nessuna provocazione gratuita, nessun bisogno di “attualizzare”, nessuna ansia di dimostrare che il Seicento abbia bisogno delle stampelle ideologiche del presente per parlare allo spettatore. Lo spettacolo si limita, si fa per dire, a prendere sul serio Charpentier. Ed è proprio questa fiducia nella forza dell’opera a produrre il risultato più moderno.

Forse il successo riscosso dalla produzione — poi fissata in DVD, Blu-ray e CD e ormai considerata un punto di riferimento per David et Jonathas — deriva esattamente da questo equilibrio. Si ha la sensazione di assistere non a un’operazione museale, ma a qualcosa che continua a vivere. Come se, per una sera, Versailles avesse smesso di essere un monumento e fosse tornata a essere quello che ogni grande architettura desidera segretamente diventare: uno spazio abitato dall’arte.

Charpentier, il più raffinato dei compositori francesi rimasti troppo a lungo nell’ombra, sembra che abbia trovato la sua rivincita proprio lì, nel cuore stesso della monarchia che lo vide vivere ai margini del sistema ufficiale dominato da Lully. Ci sono giustizie che la storia concede con tre secoli di ritardo, ma quando arrivano hanno un sapore particolarmente dolce.

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