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André-Modeste Grétry, La caravane du Caire
Versailles, Opéra Royal, 9 giugno 2023
(registrazione video)
l fascino ritrovato di La caravane du Caire: Grétry rinasce a Versailles
Per oltre un secolo La caravane du Caire fu uno dei titoli più amati del teatro musicale francese. Presentata per la prima volta a Fontainebleau nel 1783 davanti alla corte e approdata pochi mesi dopo all’Académie Royale de Musique di Parigi, l’opéra-ballet in tre atti di André-Ernest-Modeste Grétry, su libretto di Étienne Morel de Chédeville, conobbe un successo straordinario: oltre cinquecento rappresentazioni, una presenza stabile in repertorio fino agli anni Venti dell’Ottocento e il primato di maggiore trionfo teatrale del compositore belga nel genere spettacolare.
Atto I. L’azione si apre lungo le rive del Nilo, mentre una carovana è in viaggio verso il Cairo. Viaggiano insieme mercanti, pellegrini, schiavi e soldati. Il capo della carovana, Husca, è anche un mercante di schiavi e conduce con sé diversi prigionieri destinati alla vendita. Tra questi vi sono Saint-Phar, un giovane francese, e Zélime, sua moglie. Husca è deciso a vendere la bellissima Zélime al pascià d’Egitto, convinto che gli frutterà una somma considerevole. I due sposi implorano invano di non essere separati. Improvvisamente la carovana viene assalita da una banda di predoni arabi. Saint-Phar chiede di essere liberato dalle catene e armato, promettendo di combattere in difesa della carovana. Husca accetta e gli promette la libertà in caso di vittoria. Saint-Phar guida con coraggio la difesa e i predoni vengono respinti. Husca mantiene la promessa e libera il giovane, ma rifiuta categoricamente di liberare anche Zélime: la donna rappresenta per lui un bene troppo prezioso. I due sposi sono costretti a separarsi mentre la carovana riprende il cammino verso il Cairo.
Atto II. Nel palazzo del pascià Osman si preparano grandi festeggiamenti in onore del capitano francese Florestan, che in passato ha salvato una nave del sovrano durante una tempesta. Osman è tuttavia malinconico e nessun divertimento sembra riuscire a distrarlo. La favorita del pascià, Almaïde, insieme alle donne del serraglio, organizza danze e spettacoli per rallegrare il suo signore, ma senza successo. Husca arriva allora al palazzo con gli schiavi appena giunti dalla carovana. Nel bazar si susseguono esibizioni di giovani donne europee: una francese suona l’arpa, un’italiana canta un’aria virtuosistica, una tedesca esegue un canto popolare, mentre altre danzatrici rappresentano nazioni esotiche. Quando compare Zélime, Osman rimane immediatamente colpito dalla sua bellezza e decide di acquistarla per il proprio serraglio. Saint-Phar, disperato, giura di ritrovare e liberare la moglie, anche a costo della vita.
Atto III. Nel palazzo continuano i preparativi per celebrare Florestan. Il capitano francese confida però la sua più grande tristezza: molti anni prima ha perduto in mare il proprio figlio e non ha mai saputo quale fosse stato il suo destino. Nel frattempo Saint-Phar riesce a introdursi nei pressi del serraglio con l’intenzione di far fuggire Zélime. Il piano viene scoperto. Paradossalmente Almaïde, gelosa della nuova favorita del pascià, favorisce segretamente il tentativo di fuga sperando così di eliminare la rivale. Quando Saint-Phar viene catturato, Osman e Florestan apprendono con indignazione che il responsabile è un francese. Durante il confronto emergono però dettagli della sua infanzia e della sua identità: Saint-Phar si rivela essere proprio il figlio perduto di Florestan. Il riconoscimento commuove tutti. Osman rinuncia alla propria collera e, in un gesto di magnanimità, concede la libertà a Saint-Phar e a Zélime. La famiglia si ricompone e l’opera termina con una grande festa corale che celebra la clemenza del sovrano, l’amore coniugale e la riconciliazione fra Oriente e Occidente, secondo gli ideali illuministici propri del teatro francese della fine del Settecento.
Poi, il lungo oblio. La complessità dell’allestimento e il mutato atteggiamento nei confronti dell’esotismo settecentesco hanno relegato quest’opera ai margini del repertorio per gran parte del Novecento. La sua recente riscoperta, culminata nella produzione dell’Opéra Royal di Versailles – disponibile anche in video – dimostra invece quanto La caravane du Caire abbia ancora da dire, non solo come documento storico, ma anche come autentico spettacolo teatrale. Lo spettacolo, nato all’Opéra de Tours e approdato a Versailles nell’ambito dell’importante progetto di riscoperta del repertorio francese promosso da Château de Versailles Spectacles, riunisce una squadra artistica di assoluto livello. La direzione musicale di Hervé Niquet, la regia di Marshall Pynkoski, le scene di Antoine Fontaine e le coreografie di Jeannette Lajeunesse Zingg restituiscono al pubblico un’opera che evita tanto la museificazione quanto la rilettura ideologica.
La scelta registica è chiara fin dall’inizio: invece di attualizzare il racconto o problematizzarne l’orientalismo, Pynkoski ricostruisce con coerenza il linguaggio teatrale della fine dell’Ancien Régime. Fondali dipinti, quinte mobili, prospettive illusionistiche e cambi di scena fluidissimi riportano in vita la spettacolare “macchina teatrale” settecentesca. Le luci di Hervé Gary e i sontuosi costumi di Camille Assaf completano un universo volutamente artificiale, ricco di colori e di meraviglia visiva, nel quale il piacere dello spettacolo prevale senza mai scadere nella caricatura.
Ma il cuore pulsante della produzione è la concertazione di Hervé Niquet alla guida di Le Concert Spirituel. Il direttore francese affronta la partitura con energia contagiosa, privilegiando tempi vivaci, trasparenza orchestrale e un costante slancio teatrale. Emergono così tutte le qualità della scrittura di Grétry: la limpidezza melodica, la naturale successione di arie, cori, marce e danze, l’efficacia dei grandi pezzi d’assieme e una tavolozza orchestrale sorprendentemente ricca. Gli effetti “orientaleggianti”, ottenuti attraverso arpa, triangolo e raffinati colori strumentali, non cercano alcuna autenticità etnografica, ma evocano piuttosto quell’Oriente immaginario che affascinava il pubblico francese dell’Illuminismo.
Particolarmente riuscito il secondo atto in cui Grétry si diverte a rifare l’aria italiana con i suoi da capo, le inevitabili cadenze e le innumerevoli colorature, mentre della musica tedesca mette in burla la severità di scrittura contrappuntistica. La musica si rivela molto più raffinata di quanto la fortuna intermittente dell’opera potrebbe far pensare. Se Grétry non raggiunge la tensione drammatica di Gluck, possiede però un istinto teatrale formidabile e un’invenzione melodica continua, capace di sostenere con naturalezza un affresco scenico di grandi dimensioni.
Anche il cast convince per equilibrio stilistico e qualità interpretativa. Pierre Derhet disegna un Saint-Phar elegante e luminoso, capace di coniugare eroismo e tenerezza con naturalezza. Hélène Guilmette offre una Zélime delicata ma mai remissiva, grazie a una vocalità limpida ed espressiva. Robert Gleadow trasforma Osman Pascià in un personaggio complesso, autorevole e persino ironico, evitando qualsiasi tentazione caricaturale. Marie Perbost conferisce ad Almaïde uno spessore psicologico spesso trascurato. Jean-Gabriel Saint-Martin offre ottima prova nel doppio ruolo di Husca e Florestan. Vivace e arguto il Tamorin di Enguerrand de Hys. Frizzante la Schiava francese di Lili Aymonino, a suo agio nelle agilità la Schiava italiana di Chantal Santon Jeffery, meno protagonista la Schiava tedesca di Lucie Edel.
In un opéra-ballet la danza non rappresenta un semplice ornamento, ma costituisce parte integrante della drammaturgia. Le coreografie di Jeannette Lajeunesse Zingg, costruite sulla gestualità e sul lessico coreutico del XVIII secolo, riescono nel difficile equilibrio tra rigore filologico e vitalità scenica.
Resta naturalmente la questione dell’orientalismo. La caravane du Caire riflette lo sguardo europeo prerivoluzionario sull’Oriente, oscillando tra fascinazione, gusto per l’esotico e stereotipi oggi inevitabilmente problematici, cui si aggiunge il delicato tema della schiavitù. Al personaggio della Schiava francese il librettista assegna due momenti particolari: nel primo il personaggio tende a distinguere la sua peculiarità «Ne suis-je pas aussi captive? | Je devrais gémir comme vous, | mais, Française, ma gaité vive | du sort me fait braver les coups» (Non sono forse anch’io prigioniera? Dovrei lamentarmi come voi, ma, da vera francese, la mia vivace allegria di fronte al destino mi fa sfidare le avversità), mentre nel secondo se non giustifica la schiavitù, per lo meno la minimizza «Nous sommes nées pour l’esclavage, | nul n’est libre dans l’univers; | des humains est le partage; | les rois même portent des fers» (Siamo nate per la schiavitù, nessuno è libero nell’universo; il destino degli esseri umani è la schiavitù; persino i re portano le catene). La regia sceglie di non intervenire sul testo né di sovrapporre una lettura politica contemporanea: preferisce presentare l’opera come testimonianza del proprio tempo, affidando allo spettatore il compito di osservarla con la necessaria consapevolezza storica.
Questa produzione dimostra che La caravane du Caire non va considerata un capolavoro dimenticato da porre sullo stesso piano di Mozart o Gluck, bensì uno straordinario esempio del grande teatro musicale francese degli anni immediatamente precedenti la Rivoluzione. La brillante direzione di Hervé Niquet, l’eleganza della regia di Marshall Pynkoski, la ricercatezza dell’impianto visivo, l’omogeneità del cast e il perfetto equilibrio tra rigore filologico e autentico senso dello spettacolo restituiscono tutta la forza di un’opera che aveva conquistato il pubblico del Settecento.
Pur con una drammaturgia episodica e qualche inevitabile ingenuità narrativa, La caravane du Caire ritrova così la propria dimensione ideale: quella di una grande festa teatrale, nella quale musica, danza e spettacolo convivono in perfetta armonia. È difficile immaginare oggi un’introduzione migliore al capolavoro scenico di Grétry, e non è un caso che questa realizzazione sia ormai considerata il punto di riferimento moderno per la sua riscoperta.
⸪
