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Amor Tiranno
Storie d’amanti nell’Opera del Seicento
Carlo Vistoli controtenore, Filippo Pantieri maestro concertatore al clavicembalo, Ensemble Sezione Aurea
Teatro Ponchielli, Cremona, 21 giugno 2026
Lacrime, desiderio e oblio: Vistoli chiude in bellezza il Monteverdi Festival
Ecco qual era il programma dell’ultima giornata del 43° Monteverdi Festival di Cremona, domenica 21 giugno, giorno del solstizio d’estate.
Alle 5.30 (non alle 17.30: proprio alle 5.30!) concerto all’alba nel Cortile dei Canonici con il liutista Roberto Cascio. Per chi proveniva dalla rappresentazione de L’incoronazione di Poppea della sera precedente, significava poco più di quattro ore di sonno. Alle 12.00, all’Auditorium Giovanni Arvedi del Museo del Violino, appuntamento con In tono antico, audizioni su strumenti storici appartenenti al patrimonio liutaio cremonese.
Alle 16.00, al Teatro Ponchielli, Le nozze di Teti e Peleo di Francesco Cavalli, proposta in prima rappresentazione moderna in occasione del 350° anniversario della morte del compositore. Volendo, alle 19.30 si poteva assistere alla presentazione del volume di Francis Thompson, curato da Giulio Solzi Gaboardi, con Alberto Mattioli nel ruolo di moderatore.
Infine, alle 21.30, la grande chiusura del Festival con Amor tiranno. Storie d’amanti nell’opera del Seicento, concerto affidato a Carlo Vistoli, all’Ensemble Sezione Aurea e a Filippo Pantieri, maestro concertatore al clavicembalo.
Tutto questo in una delle città più calde d’Italia in questi giorni.
Chi scrive non è riuscito a essere presente ovunque, ma si è limitato alla rappresentazione dell’opera e al concerto di Carlo Vistoli, il quale per raccontare gli “strani amori” dell’opera secentesca ha costruito un programma dedicato ai due grandi protagonisti del Festival, Monteverdi e Cavalli, affiancati da alcuni loro contemporanei.
Si inizia con “Ohimè, che miro”, uno dei più intensi lamenti del primo teatro musicale veneziano. Si trova nel terzo atto de Gli amori d’Apollo e di Dafne, la seconda opera di Cavalli giunta fino a noi, rappresentata al Teatro San Cassiano di Venezia nel 1640 su libretto di Giovanni Francesco Busenello, lo stesso autore de L’incoronazione di Poppea. Dal punto di vista drammaturgico la scena è straordinaria, perché Busenello rovescia il mito classico: Apollo non appare come il dio trionfante della luce e dell’armonia, ma come un amante sconfitto, vulnerabile e profondamente umano. Particolarmente suggestiva è l’immagine poetica delle lacrime. Apollo desidera che il proprio pianto irrighi le radici dell’alloro nato dal corpo di Dafne: «Vadano in doppio fonte ad irrigare d’un lauro le dolcissime radici». L’amore impossibile trova così una forma di sopravvivenza simbolica: se non può possedere Dafne come donna, Apollo la consacrerà come pianta sacra.
Segue “Ombra mai fu”, l’intonazione cavalliana del testo di Nicolò Minato per Il Xerse, opera di cui Vistoli fu protagonista al Festival della Valle d’Itria nel 2022. Qui si celebra addirittura l’amore per un albero, un platano. Nel recitativo precedente («Fronde tenere e belle del mio platano amato») Serse augura all’albero pace e protezione dagli elementi; poi intona questa brevissima lode alla sua ombra. Musicalmente la versione di Cavalli è lontanissima da quella resa immortale da Händel. Non possiede ancora la monumentalità lirica del celebre Largo, ma rivela una grazia tutta secentesca: fraseggio essenziale, canto quasi parlato, accompagnamento ridotto all’osso e un senso di intimità che rende immediatamente umano il personaggio. Vistoli, con la sua intelligenza musicale e la sua sensibilità interpretativa, valorizza pienamente questa miniatura.
Un altro lamento è l’intensissimo “Uscitemi dal cor, lacrime amare”, quello di Idraspe da L’Erismena, uno dei ruoli che contribuirono ad affermare Carlo Vistoli sulla scena internazionale nella produzione del Festival di Aix-en-Provence del 2017. Cavalli non costruisce ancora l’aria chiusa settecentesca, ma un discorso musicale fluido nel quale recitativo e canto arioso si fondono continuamente. La linea vocale segue da vicino gli affetti del testo: sospiri, cromatismi, discese melodiche e improvvise tensioni armoniche traducono musicalmente il pianto e l’angoscia del personaggio. È una delle pagine in cui emerge con particolare evidenza il genio teatrale di Cavalli: poche battute bastano a trasformare un dolore amoroso in una meditazione universale sulla fragilità umana.
Da La Calisto e da Il Giasone provengono rispettivamente “Erme e solinghe cime” e “Delizie, contenti”. Se la prima è pura sospensione poetica, nella quale Endimione, «contemplator secreto» della dea Diana, contempla il cielo notturno e invoca la Luna trasformando il paesaggio in specchio del proprio sentimento, la seconda è una pagina di sensualità quasi spudorata. Qui Giasone, l’eroe destinato alla conquista del Vello d’Oro, appare lontanissimo dall’immagine tradizionale dell’eroe guerriero: è un amante appagato, ancora immerso nei piaceri di una notte d’amore. L’incipit dell’aria — «Delizie, contenti, che l’alma beate…» — è un’esaltazione della felicità sensuale. Giasone non pensa alla gloria né alle imprese eroiche: celebra il piacere come valore assoluto. Musicalmente il brano è un piccolo gioiello di eleganza, costruito su una melodia semplice e immediata, un ritmo cullante e danzante e ostinati del basso che accentuano il carattere sensuale del testo. Il timbro sontuoso di Vistoli sembra fatto apposta per questa musica.
Sempre di Cavalli è “Sonno, placido Nume” da Il Pompeo Magno, opera tarda del 1666. Si tratta di una tipica invocazione al Sonno, figura allegorica molto amata dal teatro veneziano del Seicento. Il protagonista non chiede gloria, vendetta o amore, ma l’oblio: «Spargi d’oblivion i miei ardori». La linea vocale, raccolta e intensamente cantabile, si distende su un accompagnamento dal ritmo cullante, quasi una ninna nanna aristocratica. La strettissima aderenza agli accenti del testo e la prevalenza dell’atmosfera contemplativa sull’esibizione virtuosistica trovano in Vistoli un interprete ideale.
L’oblio è anche il tema di una delle pagine più enigmatiche e sublimi de L’incoronazione di Poppea, ascoltata proprio il giorno precedente. Dall’ultima opera di Monteverdi Vistoli sceglie “I miei subiti sdegni” e “Son rubini amorosi”, due brani che condensano i caratteri opposti di Ottone e Nerone. Il cantante conosce profondamente entrambi i personaggi, avendoli interpretati più volte: Nerone, tra l’altro, nella celebre produzione salisburghese del 2018, e Ottone più recentemente alla Staatsoper di Berlino. Pur essendo stati destinati originariamente a voci acute maschili, i due personaggi incarnano mondi opposti. Ottone, moralmente ambiguo ma profondamente umano, è malinconico e introspettivo; Nerone, dominato dal desiderio e dalla volontà di potere, è impulsivo, sensuale, teatrale. Vistoli possiede quella rara combinazione di nobiltà timbrica, morbidezza del legato e intensità drammatica che gli consente di passare con naturalezza dall’uno all’altro.
Tra i contemporanei di Monteverdi e Cavalli figurano Antonio Cesti e Alessandro Stradella. Del primo si ascolta “Qual profondo letargo” da L’Orontea, opera recentemente riproposta alla Scala; del secondo due arie da Il trespolo tutore, titolo che Vistoli ha interpretato nella produzione del Teatro Carlo Felice di Genova del 2020. Anche in questo caso il programma dialoga con il percorso artistico del cantante, che in quelle opere ha vestito i panni dei protagonisti.
Le esibizioni vocali hanno trovato un sostegno ideale nell’Ensemble Sezione Aurea, diretto da Filippo Pantieri al clavicembalo. Il loro approccio filologicamente informato non ha nulla di rigidamente accademico, come hanno dimostrato i brani strumentali inseriti nel programma. Accanto a una Sonata-Canzone di Cavalli del 1656, gli ascoltatori hanno potuto scoprire pagine di Dario Castello — con due Sonate del 1629 —, Marco Uccellini con l’Aria decimaquarta sopra “La mia Pedrina” e Girolamo Frescobaldi con la Toccata prima del 1627. In tutti questi pezzi si è potuta apprezzare la qualità sonora, la precisione e la vivacità espressiva dei sei strumentisti: due violini, viola, tiorba/chitarra barocca, violoncello e viola da gamba/lirone/violone.
L’entusiasmo del pubblico ha infine strappato tre bis a Carlo Vistoli: due pagine monteverdiane, tra cui lo struggente Sì dolce è ‘l tormento, e l’immancabile versione händeliana di “Ombra mai fu”.
E così, dopo tante ore di musica distribuite fra alba e notte, il Monteverdi Festival ha salutato il suo pubblico nel modo più coerente possibile: affidandosi alla forza di un repertorio che, a quasi quattro secoli di distanza, continua a parlare con sorprendente immediatezza. Nei lamenti degli amanti abbandonati, nelle estasi sensuali degli eroi innamorati, nelle invocazioni al sonno e all’oblio, Carlo Vistoli ha trovato il filo rosso di un viaggio attraverso le passioni del Seicento. Un viaggio che ha ricordato come Monteverdi, Cavalli e i loro contemporanei non appartengano soltanto alla storia della musica, ma continuino a raccontare, con straordinaria verità teatrale, le inquietudini e i desideri di ogni tempo. E mentre le ultime note di Händel si spegnevano nella notte cremonese ancora torrida, il Festival chiudeva la sua quarantatreesima edizione confermando una volta di più il ruolo di Cremona come una delle capitali europee della musica antica.
⸪
