Ti vedo, ti sento, mi perdo


Salvatore Sciarrino, Ti vedo, ti sento, mi perdo

★★★★☆

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Milano, Teatro alla Scala, 14 novembre 2017

Sciarrino e la memoria del barocco

La stagione operistica della Scala termina con la prima mondiale di un compositore vivente, il siciliano Salvatore Sciarrino, che per la quarta volta presenta una sua opera nel teatro milanese. Coprodotto con la Staatsoper di Berlino, Ti vedo, ti sento, mi perdo continua la fascinazione dell’arte barocca subita dal musicista settantenne. Come dice il sottotitolo “In attesa di Stradella” questo suo 15esimo lavoro per la scena ha come fonte di ispirazione il compositore Alessandro Stradella (1639-1682). Così era stato anche per una delle sue opere precedenti, Luci mie traditrici, ispirata alla vita di un altro compositore italiano, Carlo Gesualdo da Venosa (1566-1613). Entrambi i musicisti sono accomunati da una vicenda tragica: Gesualdo assassinò la moglie e l’amante per gelosia, Stradella fu pugnalato da sicari mandati dai mariti delle sue innumerevoli amanti.

Il libretto, scritto in un dotto stile barocco, è dello stesso Sciarrino e il titolo si riferisce, per lo meno per i due ultimi verbi, alla fascinazione della musica, in particolare la musica di Stradella. È anche oggetto dei discorsi del Musico e del Letterato che, come spettatori, assistono in un salone di un palazzo romano alle prove di una cantata per soprano, coro e strumenti sul mito di Orfeo e sul significato della musica. Ti vedo, ti sento, mi perdo infatti è una backstage opera, come Le convenienze ed inconvenienze teatrali di Donizetti, o come l’Arianna a Nasso di Richard Strauss e si sviluppa su tre piani: quello del Musico e del Letterato, della Cantatrice e del coro che provano la cantata e infine quello dei servi che spettegolano sui padroni e ne fanno un’acida parodia. Tutti sono in attesa di Stradella che ha promesso di portare una nuova aria, ma alla fine arriverà invece la notizia della sua morte.

Siamo nel periodo del pieno Barocco. Nello stanzone di un palazzo a Roma si sta provando una cantata per soprano, coro e strumenti; nelle pause, intorno si monta la scena per la rappresentazione. Lo spazio scenico appare articolato su tre livelli, corrispondenti ad altrettante dimensioni autonome, in realtà comunicanti e infine convergenti. Sullo sfondo si delinea una sorta di architettura vivente: cavea di teatro, sala da musica e forse paesaggio esterno; qui, dove si prova la cantata, trovano posto la Cantatrice, il Coro e gli strumentisti, che possono spostarsi in orizzontale. Nel mezzo agiscono i Servi del palazzo, che aiutano nella costruzione dello spettacolo. Verso la ribalta si collocano il Letterato e il Musico, accanto a visitatori, curiosi, strumentisti che attendono il loro turno per suonare.
Atto Primo. Scena I. Cantatrice e Coro. S’incomincia a provare la cantata, nella quale si riflette sulla creazione della musica e sul potere di seduzione che le è proprio; la riflessione sulla creazione artistica s’intreccia con l’utopica ricerca di un mondo nuovo, il canto delle sirene e il mito di Orfeo. Scena 2. Letterato, Musico e Cantatrice. Il Letterato e il Musico attendono Alessandro Stradella, che ha promesso di portare una nuova aria; durante l’attesa discorrono di questo nuovo Orfeo, artista libero, ribelle, estremo che, come Caravaggio, ricerca la verità delle persone e delle cose, sa leggere a fondo nell’animo degli uomini, esaspera i contrasti e semina scandalo attraverso la sua musica non meno che a causa delle sue ardite avventure. S’avvicina quindi la Cantatrice, che chiede quando il compositore arriverà. La discussione a tre su Stradella coinvolge anche questioni di estetica e di poetica. Scena 3. Finocchio e Solfetto. I due servi bisticciano e intanto discutono delle novità e degli ospiti del palazzo. Scena 4. Cantatrice e Coro. Prosegue la prova della cantata: è posta in evidenza l’idea del distacco prima di perdersi. Scena 5. Finocchio e Minchiello. Ora a bisticciare sono Finocchio e Minchiello, che balbetta in modo comico; i due servi fanno il verso al padrone del palazzo e al suo ospite. Scena 6. Cantatrice e Coro. Prosegue la prova della cantata: grazie alle sue facoltà la musica tocca il corpo, suscitando la passione più profonda. Scena 7. Letterato e Musico. Ora il Letterato e il Musico discutono della vita dissoluta di Stradella, compositore che conduce un’esistenza priva di misura. Scena 8. Chiappina e Pasquozza. Tocca qui alle due serve farsi beffe dei signori: oggetto delle loro chiacchiere sono in particolare la padrona del palazzo e l’onore di cui essa parla di continuo. Intermezzo (solo orchestrale)
Atto secondo. La prova della cantata riprende; sembrano passati anni. Scena 9. Finocchio e Solfetto. I due servi commentano i recenti fatti accaduti nel palazzo, accennando anche alle awenture galanti di Stradella, e si mettono a canzonare la padrona e il padrone. Scena 10. Letterato e Musico. Argomento della discussione tra il Letterato e il Musico è la straordinaria capacità di Stradella, incantatore e seduttore avventuroso, di intrecciare vita e arte, amore e musica; ora il compositore è fuggito da Roma con la sua ultima conquista, la moglie di un nobile potente, inseguito da uomini armati. Scena 11. Cantatrice e Coro. Prosegue la prova della cantata: il potere di seduzione della musica è simboleggiato dall’immagine dell’isola delle voci e dalla figura della sirena, colei che — secondo un’etimologia — avvince e incatena. Scena 12. Chiappina e Pasquozza. Le due serve fanno il verso alla padrona che smania e chiede di essere consolata con la musica; la Cantatrice accenna a un’arietta di Stradella. Come al solito le serve finiscono col bisticciare. Scena 13. Cantatrice e Coro. Prosegue la prova della cantata: la musica si estende al di là della ragione, in una dimensione originaria e fantastica. Scena 14. Letterato e Musico. Sono giunte nuove notizie su Stradella. A Torino il compositore è stato vittima di un agguato: accoltellato da alcuni sicari, è riuscito a salvarsi. I sicari si sono rifugiati nell’Ambasciata di Francia, provocando così un caso diplomatico tra la corte del Re Sole e quella di Torino. Nel frattempo la donna con cui Stradella è fuggito è stata rinchiusa in convento, mentre il compositore ha lasciato Torino e ora si trova a Genova. Scena 15. Cantatrice, Coro, Solfetto e Finocchio. La Cantatrice vuole leggere delle canzonette di Stradella e si fa accompagnare da alcuni strumentisti. Ma il Coro incomincia a provare, la Cantatrice e il concertino riprendono di corsa il loro posto in scena; mentre si canta del potere divoratore delle sirene, Solfetto e Finocchio si lamentano del fatto che a cena resterà poco da mangiare. Scena 16. Letterato e Musico. Secondo le ultime notizie Stradella, oggetto di denunzie anonime, lavora insieme con un parrucchiere alla moda. Scena 17. Finocchio e Solfetto. I due servi non ne possono più e si chiedono quando finirà la prova della cantata. Scena 18. Cantatrice e Coro. La prova della cantata prosegue e si giunge alla morte di Orfeo: mentre viene lapidato persino le pietre si commuovono. Poi la furia del branco lo sovrasta e Orfeo perde la voce, l’incanto è finito, viene dilaniato dalle baccanti. Scena 19. Letterato e Musico. Il Letterato e il Musico, discutendo a proposito del ruolo della sensualità e del piacere nell’arte, finalmente vengono alle mani. Irrompe il Giovane Cantore, seguito da un violinista, recando la notizia dell’assassinio di Stradella. Disperatamente intona una sua aria con violino solo, una musica che si disfa da sola. Scena 20. Cantatrice, Giovane Cantore, Letterato, Musico e Coro. Finisce la prova, il Coro va subito via e la Cantatrice resta sola in scena; si accosta il Giovane Cantore e le consegna un foglietto piegato, che la Cantatrice comincia a leggere con sorpresa. Il Giovane Cantore, il Letterato e il Musico escono commentando il fatto che a casa di Stradella non siano stati trovati né violini né manoscritti. La Cantatrice intona l’aria che ha appena ricevuto.

E tre sono anche le orchestre impegnate: oltre a quella in buca, in scena c’è un concertino e nascosti nei palchi di proscenio altri strumenti propongono i suoni di una partitura ai confini della percettibilità e che solo raramente si addensa in compatti livelli sonori. A parte le arie della Cantatrice, che prendono a prestito le musiche dello stesso Stradella, dalle orchestre salgono suoni rarefatti, fruscii, trilli, glissandi, accompagnati dal frequente brontolio di una lastra d’acciaio che evoca suoni naturali vagamente inquietanti. Il particolare stile del compositore si evidenzia in una scrittura eclettica che richiama la musica mediorientale nei microtoni degli archi o colori jazzistici nell’uso della sordina degli ottoni, ed è ricca di citazioni in cui si possono scoprire Gesualdo, ma anche Chopin e Schubert.

Dal punto di vista vocale i servi si esprimono in un cicaleccio da opera buffa e sono tutti nettamente caratterizzati: Minchiello è balbuziente, Finocchio termina ogni frase con un «Mmmh…» e Solfetto costella il canto di rutti e singulti. E infine i personaggi seri, che usano un recitativo cantato ricco di pause cariche di tensione, quando ai pettegolezzi su Stradella alternano esternazioni filosofiche ed estetiche sulla musica e sui suoi suoi poteri seduttivi.

Alla magia della musica di Sciarrino si accompagna la magia dell’allestimento del regista tedesco Jürgen Flimm, qui adiuvato da Gudrum Harmann, e dalla poetica scenografia del grande George Tsypin: la scena è a più livelli con eterei teli dipinti che calano a delimitare l’area della prova e a fare da fondo alle esibizioni canore del soprano. Nella confusione della scena in allestimento si nota la presenza di personaggi strani o incongrui (una ballerina in tutù, una suora en travesti, clown, figure alla Callot…) che danno allo spettacolo un tono onirico e quasi felliniano con i bei costuni di Ursula Kudrna che spaziano liberamente tra Seicento e Settecento.

Cast prestigioso quello impiegato dal teatro milanese: le agilità e le malinconie della Cantatrice sono affidate alla forte personalità di Laura Aikin, ma dalla voce che si preferirebbe meno esile. Un altro esempio di bella vocalità è quella di Charles Workman (il Musico) dalla sempre elegante espressione. Gli fa da efficace spalla il Letterato di Otto Katzameier, ma anche tutti gli altri sono vocalmente di ottimo livello e di grande disinvoltura in scena. Con il suo viso poco più di un adolescente il direttore Maxime Pascal dimostra grande maturità nel gestire le tre orchestre e la scena e il favore del pubblico ha premiato uno spettacolo accolto con molto apprezzamento nonostante la difficoltà di ricezione. Ne è parso molto soddisfatto il compositore, salito sul palco a ricevere i copiosi applausi.