Il barbiere di Siviglia

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★★★★☆

Un Barbiere un po’ troppo affollato

Una delle opere più popolari e seconda solo alle Nozze di Figaro mozartiane – anche queste tratte dalla trilogia del Beaumarchais – in quanto perfetto meccanismo teatrale. Sembra im­possibile che la prima sia terminata fra i fischi, ma il fatto è che Rossini aveva lan­ciato una sfida da taluni ritenuta oltraggiosa nel voler riprendere lo stesso soggetto che era stato scritto con enorme successo 34 anni prima da un Paisiello che il 20 febbraio 1816, data della prima del­l’opera di Rossini, era ancora vivo.

Al Teatro Argentina di Roma erano confluiti quella sera per dar battaglia sia i seguaci del vecchio musicista pugliese sia gli impre­sari del tea­tro concorrente, il Valle. Le repliche successive decreta­rono comunque il successo dell’opera, su libretto di Cesare Sterbini, che finì per oscu­rare la pre­cedente versione e che da allora è tra le più rappre­sentate al mon­do. Nelle ultime cinque stagioni è stata data ben 465 volte (operabase.com).

Innumerevoli sono le registrazioni e solo in DVD disponibili nel nostro paese se ne contano più di una dozzina. Questa è la coprodu­zione del Teatro Real di Madrid con il São Carlos di Lisbona ed è stata registrata nella capitale spagnola nel 2005.

Quasi più fedele al titolo originale dell’opera, Almaviva o sia l’i­nutil precauzione, l’interprete principale di questa produ­zione è il Conte dell’eccelso Juan Diego Flórez che dalla prima serenata (con accompagna­mento di chitarra suonata dal maestro Gelmetti stesso) al tour de force del rondò del finale, lo stesso che Rossini riprenderà nella sua Cenerentola, dà una lezione di stile e di belcanto quasi ineguagliabile oggi. D’altronde anche alla prima del 1816 questa parte era stata affidata al mitico tenore Manuel García.

Nel ruolo del titolo un elegante (forse troppo?) Pietro Spagnoli che ha ripulito di tutti i manierismi della tradizione la sua interpreta­zione restituendoci un Figaro tutt’altro che clownesco, che però il pubblico di Ma­drid non premia con particolare entusiasmo. María Bayo è una Rosina con temperamento, sicura nelle agilità e precisa nel fraseggio, ma non sempre gradevole nella voce e nei primi pia­ni. Regge comunque bene la scena e si pre­mia aggiungendo alla sua parte nel second’atto un’aria, «Ah, s’e­gli è ver», che Rossini avrebbe scritto due anni dopo la prima e che mai viene eseguita, ma che dà alla cantante l’opportunità di sfoggiare ulteriori agili­tà.

Il lato umoristico della vicenda è di appannaggio degli altri perso­naggi. Praticò disegna un divertente Bartolo e non fa rimpiangere troppo il sommo Enzo Dara in questa stessa parte. Ancora più istrionico il Don Basilio di Ruggero Raimondi che rende qui sop­portabile e quasi surreale la sua particolare di­zione («Che comparir lo foccia un uomo infome … La calonnia è un venticello, on’aorit­ta … on tremuoto, on temporale … »).

Menzione a parte per la Berta di Susana Cordón che si rivela gu­stosa caratterista e brava cantan­te nella sua unica, talora omessa, aria «Il vecchiot­to cerca moglie».

Della conduzione di Gianluigi Gelmetti si apprezza la verve e la trasparenza, anche se il maestro non è sempre perfettamente coa­diuvato dai musicisti dell’orchestra spagnola e stacca talora tempi un po’ rilassati e non sempre è in accordo col passo dei cantanti.

Molto belle le scene di Llorenç Corbella che crea dal nulla il puzzle della strada di Siviglia o della casa di Bartolo. Così come i costumi tutto è in un elegante bianco e nero che solo verso la fine esplode in colori rutilanti.

La regia di Emilio Sagi è molto attenta alla recitazione degli interpreti, ma riempie eccessivamente la scena di figuranti e danzatori. Tutto avviene sempre davanti a una pletora di personaggi che si muovono e in­teragiscono in maniera inutile e fasti­diosa con i can­tanti. A volerci ricor­dare poi che siamo in Spagna si accennano in continuazione passi di se­villana e flamenco, quando sarebbe basta­to, e avrebbe fatto ancora più effetto, il fe­stosissimo finale con la partenza in mongolfiera dei due innamo­rati – un amore volatile e destinato a non durare a lungo visto quel che succederà nel secon­do capitolo della trilogia di Beau­marchais.

Come extra un film un po’ inutile di quasi un’ora con ampi estratti dell’esecuzione e il riassunto della vicenda fatto dagli interpreti. Più interessante il backstage di sedici minuti in cui si vede l’idea­zione  dello spettacolo.

Sottotitoli in cinque lingue diverse, ma non in italiano, la lingua in cui è scritta l’opera! Shame on DECCA!

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