La Gazzetta

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★★★★☆

Il Rossini di Fo

Opera buffa del 1816 su libretto del Palomba tratto dalla com­media goldoniana Il matrimonio per concorso del 1763. Non tra le più famose del drammaturgo veneziano, era però già stata il soggetto nel 1766 di una delle ottanta e più opere dello Jommelli.

L’opera di Rossini si pensava fosse andata persa e soltanto nel 1960 aveva avuto una prima rappresentazione in età moder­na. Come nel Viaggio a Reims, anche qui ci troviamo in una lo­canda dove arrivano e da dove parto­no vari personaggi. La trama è complicata come un vaudeville di Labiche e altrettanto freneti­co lo sviluppo della vicenda che tra equivo­ci e travesti­menti par­te dall’inserzione pubblicitaria su una gazzetta di tale Pomponio Storione che offre in sposa al miglior partito la sua unica figlia. Secondo la prassi dell’epoca alcuni brani sono ricavati da altre opere dello stesso autore (Il Turco in Italia e La pietra di paragone), ma a sua volta La gazzetta forni­rà la sua sinfonia alla Ceneren­tola dell’anno successivo.

Registrata dal vivo al Gran Teatre del Liceu di Barcellona nel 2005 è la ripre­sa della storica produzione del Rossini Opera Festival di Pesaro dello stesso anno e si avvale della regia di un Dario Fo che per la terza volta, dopo Il barbiere di Siviglia e Il viaggio a Reims, si cimenta con un lavoro del pe­sarese apportandovi i lazzi e le gag del suo teatro: colori festo­si, movimenti indiavolati, salti e piroette in un horror vacui scenico che comunque non è mai gratuito ed è sempre ispirato dal libretto o dalla par­titura musicale.

Prendiamo ad esempio il balletto iniziale con i ciechi (!) e l’uomo senza gam­be (?): quest’ultimo sarà il gazzettiere mentre i non vedenti sono suggeriti dal libretto stesso quando Alberto, che ha girato il mondo invano per cercare l’anima gemella, can­ta: «O lo stral del cieco nume / non ha forza nel mio cuore…». Il passaggio delle due suorine danzanti non ha invece nessuna giustificazione drammatica, se non che sta molto bene con la musichetta che viene fuori dall’orchestra in quel momento. E così via.

Il libretto e la partitura sono lacunosi ed è buon gioco quel­lo di Fo di rim­polpare la vicenda, come quando ri-inventa sui ritmi della tarantella di Ros­sini stesso una scena tra padre e figlia che più che un recitativo d’opera sembra uscita da una sceneggiata napoletana. Di certo non si può imputare al Fo regista-scenografo-costumista di non rendere teatrale al massimo tutto quello che fa e di trovarsi perfettamente a suo agio nel mondo surreale del­l’opera buffa rossiniana. Certo se Fo decidesse un giorno di mettere in scena il Parsifal o il Pelléas et Mélisande

La giovane orchestra Academy del Liceu non è esente da qualche pecca, ma la direzione di Maurizio Barbacini riesce a tenere assieme cantanti in scena e musicisti in buca. Nella compagine canora i protagonisti maschili sono i più convincenti: ben­ché di nascita valdostana, Praticò è perfettamente a suo agio nei panni dello spassoso papà napoletano, mentre Spagnoli e Work­man si dimostrano ancora una volta degli specialisti di questo re­pertorio. Napoleta­na verace è invece Cinzia Forte nei panni di Lisetta, un po’ troppo soubretti­na però e con la sua indubbia av­venenza supplisce a una vocalità che si ap­prezza soprattutto nelle note acute e nei passaggi d’agilità.

Ottime l’immagine e le due tracce sonore, ma la ripresa televisiva è un po’ dilettantesca. Negli extra soltanto un’intervista al regista e un riassunto della vicenda.

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